Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 10:37

La ricerca intende analizzare una parte della produzione filmica di Gianni Amelio inserendola nell’ambito della letteratura della migrazione. Sembra infatti possibile individuare una “quadrilogia della migrazione”, variamente modulata sul tema in questione. Le pellicole, disposte in modo da seguirne la fabula (Lamerica, Così ridevano, Il ladro di bambini, La stella che non c’è) rappresentano uno strumento utile a recuperare e a ricostruire la vicenda emigratoria/immigratoria italiana (legandola, fra l’altro, al processo di rimozione del colonialismo fascista); a indagare le conseguenze della crisi del mondo contadino che si scorgono nella “degenerazione borghese” moderna; a smantellare sia gli stereotipi che fanno degli italiani “brava gente”, sia il miraggio di un Sud come mondo incontaminato e culla dei valori di solidarietà, della famiglia, dell’ospitalità. Prosegue dunque il filone che si può far risalire ai Malavoglia che, sotto la spinta verista del racconto sociale, indaga il nucleo oppositivo Stato-modernità/comunità contadina i cui germi si scorgono nello scontro generazionale fra ’Ntoni e padron ’Ntoni che avviene quando il giovane si accorge che non si sta bene e che si potrebbe star meglio (G. Verga, “Introduzione” a I Malavoglia). In modo analogo, infatti, Amelio racconta i padri e i figli, descrive il mutamento antropologico seguito all’affermarsi della società dei consumi, mette a confronto il “come eravamo” e “cosa siamo diventati”. Soprattutto, lo fa non solo considerando l’Italia e la sua storia di emigrazione, ma anche guardando chi guarda l’Italia: l’Albania. Nel film Lamerica, attraverso una sorta di “gioco degli specchi”, Amelio delinea la figura dell’emigrante italiano inquadrando quello albanese, sovrappone il viaggio in Italia a quello verso “la Merica”, ricorda agli italiani “europei e civili” di oggi i pezzenti di ieri, e l’umanità andata perduta con loro. Nello sconfinamento, nella sbavatura delle frontiere identitarie, questa sovrapposizione fra due popoli non è che il primo passo verso una dimensione planetaria delle questioni culturali, sociali, politiche, ecologiche ed economiche che si raggrumano intorno al fenomeno migratorio. Con La stella che non c’è Gianni Amelio sbarca in Cina per proseguire il romanzo di Ermanno Rea La dismissione.
Anche da un punto di vista teorico, dunque, il cerchio si chiude: se Gianni Amelio si conferma quale “autore della migrazione”, il segmento della sua produzione preso in esame parrebbe anche confermare il valore civile e l’ottica mondiale che caratterizzano la letteratura migranteLa ricerca intende analizzare una parte della produzione filmica di Gianni Amelio inserendola nell’ambito della letteratura della migrazione. Sembra infatti possibile individuare una “quadrilogia della migrazione”, variamente modulata sul tema in questione. Le pellicole, disposte in modo da seguirne la fabula (Lamerica, Così ridevano, Il ladro di bambini, La stella che non c’è) rappresentano uno strumento utile a recuperare e a ricostruire la vicenda emigratoria/immigratoria italiana (legandola, fra l’altro, al processo di rimozione del colonialismo fascista); a indagare le conseguenze della crisi del mondo contadino che si scorgono nella “degenerazione borghese” moderna; a smantellare sia gli stereotipi che fanno degli italiani “brava gente”, sia il miraggio di un Sud come mondo incontaminato e culla dei valori di solidarietà, della famiglia, dell’ospitalità. Prosegue dunque il filone che si può far risalire ai Malavoglia che, sotto la spinta verista del racconto sociale, indaga il nucleo oppositivo Stato-modernità/comunità contadina i cui germi si scorgono nello scontro generazionale fra ’Ntoni e padron ’Ntoni che avviene quando il giovane si accorge che non si sta bene e che si potrebbe star meglio (G. Verga, “Introduzione” a I Malavoglia). In modo analogo, infatti, Amelio racconta i padri e i figli, descrive il mutamento antropologico seguito all’affermarsi della società dei consumi, mette a confronto il “come eravamo” e “cosa siamo diventati”. Soprattutto, lo fa non solo considerando l’Italia e la sua storia di emigrazione, ma anche guardando chi guarda l’Italia: l’Albania. Nel film Lamerica, attraverso una sorta di “gioco degli specchi”, Amelio delinea la figura dell’emigrante italiano inquadrando quello albanese, sovrappone il viaggio in Italia a quello verso “la Merica”, ricorda agli italiani “europei e civili” di oggi i pezzenti di ieri, e l’umanità andata perduta con loro. Nello sconfinamento, nella sbavatura delle frontiere identitarie, questa sovrapposizione fra due popoli non è che il primo passo verso una dimensione planetaria delle questioni culturali, sociali, politiche, ecologiche ed economiche che si raggrumano intorno al fenomeno migratorio. Con La stella che non c’è Gianni Amelio sbarca in Cina per proseguire il romanzo di Ermanno Rea La dismissione.
Anche da un punto di vista teorico, dunque, il cerchio si chiude: se Gianni Amelio si conferma quale “autore della migrazione”, il segmento della sua produzione preso in esame parrebbe anche confermare il valore civile e l’ottica mondiale che caratterizzano la letteratura migrante.

La ricerca intende analizzare una parte della produzione filmica di Gianni Amelio inserendola nell’ambito della letteratura della migrazione. Sembra infatti possibile individuare una “quadrilogia della migrazione”, variamente modulata sul tema in questione. Le pellicole, disposte in modo da seguirne la fabula (Lamerica, Così ridevano, Il ladro di bambini, La stella che non c’è) rappresentano uno strumento utile a recuperare e a ricostruire la vicenda emigratoria/immigratoria italiana (legandola, fra l’altro, al processo di rimozione del colonialismo fascista); a indagare le conseguenze della crisi del mondo contadino che si scorgono nella “degenerazione borghese” moderna; a smantellare sia gli stereotipi che fanno degli italiani “brava gente”, sia il miraggio di un Sud come mondo incontaminato e culla dei valori di solidarietà, della famiglia, dell’ospitalità. Prosegue dunque il filone che si può far risalire ai Malavoglia che, sotto la spinta verista del racconto sociale, indaga il nucleo oppositivo Stato-modernità/comunità contadina i cui germi si scorgono nello scontro generazionale fra ’Ntoni e padron ’Ntoni che avviene quando il giovane si accorge che non si sta bene e che si potrebbe star meglio (G. Verga, “Introduzione” a I Malavoglia). In modo analogo, infatti, Amelio racconta i padri e i figli, descrive il mutamento antropologico seguito all’affermarsi della società dei consumi, mette a confronto il “come eravamo” e “cosa siamo diventati”. Soprattutto, lo fa non solo considerando l’Italia e la sua storia di emigrazione, ma anche guardando chi guarda l’Italia: l’Albania. Nel film Lamerica, attraverso una sorta di “gioco degli specchi”, Amelio delinea la figura dell’emigrante italiano inquadrando quello albanese, sovrappone il viaggio in Italia a quello verso “la Merica”, ricorda agli italiani “europei e civili” di oggi i pezzenti di ieri, e l’umanità andata perduta con loro. Nello sconfinamento, nella sbavatura delle frontiere identitarie, questa sovrapposizione fra due popoli non è che il primo passo verso una dimensione planetaria delle questioni culturali, sociali, politiche, ecologiche ed economiche che si raggrumano intorno al fenomeno migratorio. Con La stella che non c’è Gianni Amelio sbarca in Cina per proseguire il romanzo di Ermanno Rea La dismissione.

Anche da un punto di vista teorico, dunque, il cerchio si chiude: se Gianni Amelio si conferma quale “autore della migrazione”, il segmento della sua produzione preso in esame parrebbe anche confermare il valore civile e l’ottica mondiale che caratterizzano la letteratura migrante.

Uno stuolo di isole a due passi dall’Antartide, le Malvinas, dal 1833 contese tra Inghilterra – che ne possiede la sovranità – e Argentina, tornano ora al centro della politica mondiale. Uno stuolo di isole a due passi dall’Antartide, le Malvinas, dal 1833 contese tra Inghilterra – che ne possiede la sovranità – e Argentina, tornano ora al centro della politica mondiale.

Da quel 1833 ad oggi, le isole in questione sono state teatro di molti scontri, su tutti la “guerra delle Falkland” del 1982 in cui morirono 874 uomini.

Oggi come allora, l’importanza di questi territori è meramente economica, ma a differenza del periodo Tatcher-Galtieri oggi sono inserite all’interno di dinamiche economiche mondiali.

Il Sud America, infatti, è in trasformazione; le politiche di Stati come Cile, Ecuador, Bolivia, Venezuela e soprattutto Brasile stanno portando il “cortile di casa” americano ad assumere una certa rilevanza. In questo contesto si inseriscono le paure americane, strettamente legate alla dilagante crisi economica e sociale che pervade il Paese a stelle e strisce. La presidenza Obama è fortemente criticata e si trova a dover competere su più fronti.

Dopo Haiti, il Cile, la politica di “aiuti” Clintoniana tocca anche l’Argentina, battendo proprio sulla spinosa questione Falkland, puntando sul dialogo e sulla mediazione politica con la nuova presidenza di C. Kirchner.

Sotto però sembra muoversi qualcos’altro. Le Falkland paiono sedersi sopra una buona quantità di petrolio ed in più il tirare dalla propria parte l’Argentina, offrirebbe un buon punto di pressione sul Brasile di Lula e sul suo panamericanismo affiorato con convinzione nell’ultimo Congresso di Cancun.

A cascata l’accordo col Brasile porterebbe ad un monitoraggio stretto di Venezuela e Bolivia, che detengono il controllo della grande produzione di droga sudamericana, e che in più – dopo gli accordi con la Cina – offrirebbe all’America una solida base per la politica anti-iraniana.

Da quel 1833 ad oggi, le isole in questione sono state teatro di molti scontri, su tutti la “guerra delle Falkland” del 1982 in cui morirono 874 uomini.
Oggi come allora, l’importanza di questi territori è meramente economica, ma a differenza del periodo Tatcher-Galtieri oggi sono inserite all’interno di dinamiche economiche mondiali.
Il Sud America, infatti, è in trasformazione; le politiche di Stati come Cile, Ecuador, Bolivia, Venezuela e soprattutto Brasile stanno portando il “cortile di casa” americano ad assumere una certa rilevanza. In questo contesto si inseriscono le paure americane, strettamente legate alla dilagante crisi economica e sociale che pervade il Paese a stelle e strisce. La presidenza Obama è fortemente criticata e si trova a dover competere su più fronti.
Dopo Haiti, il Cile, la politica di “aiuti” Clintoniana tocca anche l’Argentina, battendo proprio sulla spinosa questione Falkland, puntando sul dialogo e sulla mediazione politica con la nuova presidenza di C. Kirchner.
Sotto però sembra muoversi qualcos’altro. Le Falkland paiono sedersi sopra una buona quantità di petrolio ed in più il tirare dalla propria parte l’Argentina, offrirebbe un buon punto di pressione sul Brasile di Lula e sul suo panamericanismo affiorato con convinzione nell’ultimo Congresso di Cancun.
A cascata l’accordo col Brasile porterebbe ad un monitoraggio stretto di Venezuela e Bolivia, che detengono il controllo della grande produzione di droga sudamericana, e che in più – dopo gli accordi con la Cina – offrirebbe all’America una solida base per la politica anti-iranianaUno stuolo di isole a due passi dall’Antartide, le Malvinas, dal 1833 contese tra Inghilterra – che ne possiede la sovranità – e Argentina, tornano ora al centro della politica mondiale.
Da quel 1833 ad oggi, le isole in questione sono state teatro di molti scontri, su tutti la “guerra delle Falkland” del 1982 in cui morirono 874 uomini.
Oggi come allora, l’importanza di questi territori è meramente economica, ma a differenza del periodo Tatcher-Galtieri oggi sono inserite all’interno di dinamiche economiche mondiali.
Il Sud America, infatti, è in trasformazione; le politiche di Stati come Cile, Ecuador, Bolivia, Venezuela e soprattutto Brasile stanno portando il “cortile di casa” americano ad assumere una certa rilevanza. In questo contesto si inseriscono le paure americane, strettamente legate alla dilagante crisi economica e sociale che pervade il Paese a stelle e strisce. La presidenza Obama è fortemente criticata e si trova a dover competere su più fronti.
Dopo Haiti, il Cile, la politica di “aiuti” Clintoniana tocca anche l’Argentina, battendo proprio sulla spinosa questione Falkland, puntando sul dialogo e sulla mediazione politica con la nuova presidenza di C. Kirchner.
Sotto però sembra muoversi qualcos’altro. Le Falkland paiono sedersi sopra una buona quantità di petrolio ed in più il tirare dalla propria parte l’Argentina, offrirebbe un buon punto di pressione sul Brasile di Lula e sul suo panamericanismo affiorato con convinzione nell’ultimo Congresso di Cancun.
A cascata l’accordo col Brasile porterebbe ad un monitoraggio stretto di Venezuela e Bolivia, che detengono il controllo della grande produzione di droga sudamericana, e che in più – dopo gli accordi con la Cina – offrirebbe all’America una solida base per la politica anti-iraniana.

L’Asia Centrale è una vasta area in cui si alternano paesaggi tra i più vari. Partendo dalla Siberia e dal Lago d’Aral a nord, si passa per le catene montuose del Tjan Shan e del Pamir, fino ad arrivare all’Hindu Kush, che costituisce il suo limite sud-orientale. A ovest troviamo il Mar Caspio mentre due deserti, il Kyzylkum e il Karakum, lambiscono la parte centrale. La ragione della ricchezza storica di questa regione si trova proprio nella sua posizione geografica: il suo territorio è nel cuore del continente eurasiatico e fin dai tempi antichi era considerato il centro del mondo, poiché collegava l’Europa alla Cina attraverso le rotte commerciali conosciute come Via della Seta.

Questo spiega i grandi flussi di colonizzatori che a partire dal 500 a.C si susseguono nella regione. Gli arabi si sostituiscono a Dario I e all’impero persiano portando con sé una nuova fede, l’Islam. L’impero mongolo di Gengis Khan, sotto il quale la Pax Mongolica permetteva ad “una vergine di viaggiare da Istanbul a Pechino su di un carro pieno d’oro senza essere sfiorata”, lascia il passo al primo impero indigeno di Tamerlano. All’ultimo impero della dinastia degli Shaybani segue un periodo di profonda instabilità politica che attira le mire espansionistiche della Russia dello zar Pietro il Grande. Le potenziali risorse della regione, minerarie e legate alla coltivazione del cotone, spingono la Russia e la Gran Bretagna a contendersi il territorio (epoca del “Grande Gioco”).

La struttura socio-politico e territoriale dell’Asia Centrale è rimasta immutata fino alla metà del XIX secolo quando i russi costituiscono la provincia del Turkestan attuando la cosiddetta politica della “russificazione”. Una vera e propria colonizzazione non soltanto fisica, ma anche culturale: il territorio viene diviso in quattro governatorati dipendenti da Mosca.

Tra il 1920 e il 1936 Stalin, in base al principio del Divide et Impera, smembra il territorio in cinque Repubbliche Socialiste Sovietiche: Kazakistan, Kirghistan, Uzbechistan, Tagikistan e Turkmenistan. L’istituzione dei confini di stato diviene una manovra finalizzata esclusivamente al maggior controllo della zona. Le popolazioni, che avevano sempre vissuto armonicamente insieme, si vedono differenziate per lingua o per il fatto di essere nomadi o sedentari, ritrovandosi inscatolati in stati fittizi con nomi e identità creati volontariamente.

Inoltre la laicizzazione forzata, imposta dal regime sovietico, non fa altro che alimentare un islam “sotterraneo”, che perde i caratteri moderati del sufismo per avvicinarsi alle correnti più estreme come il wahabismo. Nel 1991 le cinque Repubbliche Sovietiche diventano cinque nazioni indipendenti. Con l’autonomia, la popolazione spera di poter esercitare finalmente quella libertà di cui erano stati privati con la dittatura comunista; in realtà i presidenti nazionali continuano ad esercitare la morsa repressiva. Nel frattempo i movimenti religiosi integralisti (Partito della Rinascita Islamica, Movimento islamico dell’Uzbekistan, Partito della liberazione islamica) avvicinano sempre di più la popolazione alla causa fondamentalista (creazione di un unico stato islamico), che inizia a vederla come unica possibilità di vero benessere e indipendenza.

Un luogo dove i sentimenti identitari e autonomisti non si sono mai affievoliti, è la Valle del Fergana. Essa è il fulcro della regione centrasiatica ed è divisa tra Kirghizistan, Uzbekistan e Tagiskistan. La fertilità della sua terra e la grande prosperità del suo sottosuolo hanno reso la valle una zona di antichi conflitti. La Valle del Fergana è una delle regioni maggiormente colpita dall’attività degli antropologi staliniani. Tra il 1924 e il 1929 viene divisa in otto enclave raggruppanti circa 80 mila abitanti. Quattro sono le enclave uzbeche in territorio kirghizo, un’enclave kirghiza in territorio uzbeco, due enclavi tagiche in territorio kirghizo ed una tagica in territorio uzbeco. Tuttavia durante il periodo sovietico la presenza di barriere tra le enclave era irrilevante: gli abitanti potevano muoversi liberamente e spostarsi da una zona ad un’altra. I problemi arrivano con l’indipendenza: i confini diventano invalicabili, attraversare un’enclave è ormai impossibile. La popolazione vive in uno stato di povertà al limite della sopravvivenza, vittima dei continui atti di forza tra i governi nazionali e i movimenti integralisti islamici.

Questo spiega i grandi flussi di colonizzatori che a partire dal 500 a.C si susseguono nella regione. Gli arabi si sostituiscono a Dario I e all’impero persiano portando con sé una nuova fede, l’Islam. L’impero mongolo di Gengis Khan, sotto il quale la Pax Mongolica permetteva ad “una vergine di viaggiare da Istanbul a Pechino su di un carro pieno d’oro senza essere sfiorata”, lascia il passo al primo impero indigeno di Tamerlano. All’ultimo impero della dinastia degli Shaybani segue un periodo di profonda instabilità politica che attira le mire espansionistiche della Russia dello zar Pietro il Grande. Le potenziali risorse della regione, minerarie e legate alla coltivazione del cotone, spingono la Russia e la Gran Bretagna a contendersi il territorio (epoca del “Grande Gioco”).
La struttura socio-politico e territoriale dell’Asia Centrale è rimasta immutata fino alla metà del XIX secolo quando i russi costituiscono la provincia del Turkestan attuando la cosiddetta politica della “russificazione”. Una vera e propria colonizzazione non soltanto fisica, ma anche culturale: il territorio viene diviso in quattro governatorati dipendenti da Mosca.
Tra il 1920 e il 1936 Stalin, in base al principio del Divide et Impera, smembra il territorio in cinque Repubbliche Socialiste Sovietiche: Kazakistan, Kirghistan, Uzbechistan, Tagikistan e Turkmenistan. L’istituzione dei confini di stato diviene una manovra finalizzata esclusivamente al maggior controllo della zona. Le popolazioni, che avevano sempre vissuto armonicamente insieme, si vedono differenziate per lingua o per il fatto di essere nomadi o sedentari, ritrovandosi inscatolati in stati fittizi con nomi e identità creati volontariamente.
Inoltre la laicizzazione forzata, imposta dal regime sovietico, non fa altro che alimentare un islam “sotterraneo”, che perde i caratteri moderati del sufismo per avvicinarsi alle correnti più estreme come il wahabismo. Nel 1991 le cinque Repubbliche Sovietiche diventano cinque nazioni indipendenti. Con l’autonomia, la popolazione spera di poter esercitare finalmente quella libertà di cui erano stati privati con la dittatura comunista; in realtà i presidenti nazionali continuano ad esercitare la morsa repressiva. Nel frattempo i movimenti religiosi integralisti (Partito della Rinascita Islamica, Movimento islamico dell’Uzbekistan, Partito della liberazione islamica) avvicinano sempre di più la popolazione alla causa fondamentalista (creazione di un unico stato islamico), che inizia a vederla come unica possibilità di vero benessere e indipendenza.
Un luogo dove i sentimenti identitari e autonomisti non si sono mai affievoliti, è la Valle del Fergana. Essa è il fulcro della regione centrasiatica ed è divisa tra Kirghizistan, Uzbekistan e Tagiskistan. La fertilità della sua terra e la grande prosperità del suo sottosuolo hanno reso la valle una zona di antichi conflitti. La Valle del Fergana è una delle regioni maggiormente colpita dall’attività degli antropologi staliniani. Tra il 1924 e il 1929 viene divisa in otto enclave raggruppanti circa 80 mila abitanti. Quattro sono le enclave uzbeche in territorio kirghizo, un’enclave kirghiza in territorio uzbeco, due enclavi tagiche in territorio kirghizo ed una tagica in territorio uzbeco. Tuttavia durante il periodo sovietico la presenza di barriere tra le enclave era irrilevante: gli abitanti potevano muoversi liberamente e spostarsi da una zona ad un’altra. I problemi arrivano con l’indipendenza: i confini diventano invalicabili, attraversare un’enclave è ormai impossibile. La popolazione vive in uno stato di povertà al limite della sopravvivenza, vittima dei continui atti di forza tra i governi nazionali e i movimenti integralisti islamiciL’Asia Centrale è una vasta area in cui si alternano paesaggi tra i più vari. Partendo dalla Siberia e dal Lago d’Aral a nord, si passa per le catene montuose del Tjan Shan e del Pamir, fino ad arrivare all’Hindu Kush, che costituisce il suo limite sud-orientale. A ovest troviamo il Mar Caspio mentre due deserti, il Kyzylkum e il Karakum, lambiscono la parte centrale. La ragione della ricchezza storica di questa regione si trova proprio nella sua posizione geografica: il suo territorio è nel cuore del continente eurasiatico e fin dai tempi antichi era considerato il centro del mondo, poiché collegava l’Europa alla Cina attraverso le rotte commerciali conosciute come Via della Seta.
Questo spiega i grandi flussi di colonizzatori che a partire dal 500 a.C si susseguono nella regione. Gli arabi si sostituiscono a Dario I e all’impero persiano portando con sé una nuova fede, l’Islam. L’impero mongolo di Gengis Khan, sotto il quale la Pax Mongolica permetteva ad “una vergine di viaggiare da Istanbul a Pechino su di un carro pieno d’oro senza essere sfiorata”, lascia il passo al primo impero indigeno di Tamerlano. All’ultimo impero della dinastia degli Shaybani segue un periodo di profonda instabilità politica che attira le mire espansionistiche della Russia dello zar Pietro il Grande. Le potenziali risorse della regione, minerarie e legate alla coltivazione del cotone, spingono la Russia e la Gran Bretagna a contendersi il territorio (epoca del “Grande Gioco”).
La struttura socio-politico e territoriale dell’Asia Centrale è rimasta immutata fino alla metà del XIX secolo quando i russi costituiscono la provincia del Turkestan attuando la cosiddetta politica della “russificazione”. Una vera e propria colonizzazione non soltanto fisica, ma anche culturale: il territorio viene diviso in quattro governatorati dipendenti da Mosca.
Tra il 1920 e il 1936 Stalin, in base al principio del Divide et Impera, smembra il territorio in cinque Repubbliche Socialiste Sovietiche: Kazakistan, Kirghistan, Uzbechistan, Tagikistan e Turkmenistan. L’istituzione dei confini di stato diviene una manovra finalizzata esclusivamente al maggior controllo della zona. Le popolazioni, che avevano sempre vissuto armonicamente insieme, si vedono differenziate per lingua o per il fatto di essere nomadi o sedentari, ritrovandosi inscatolati in stati fittizi con nomi e identità creati volontariamente.
Inoltre la laicizzazione forzata, imposta dal regime sovietico, non fa altro che alimentare un islam “sotterraneo”, che perde i caratteri moderati del sufismo per avvicinarsi alle correnti più estreme come il wahabismo. Nel 1991 le cinque Repubbliche Sovietiche diventano cinque nazioni indipendenti. Con l’autonomia, la popolazione spera di poter esercitare finalmente quella libertà di cui erano stati privati con la dittatura comunista; in realtà i presidenti nazionali continuano ad esercitare la morsa repressiva. Nel frattempo i movimenti religiosi integralisti (Partito della Rinascita Islamica, Movimento islamico dell’Uzbekistan, Partito della liberazione islamica) avvicinano sempre di più la popolazione alla causa fondamentalista (creazione di un unico stato islamico), che inizia a vederla come unica possibilità di vero benessere e indipendenza.
Un luogo dove i sentimenti identitari e autonomisti non si sono mai affievoliti, è la Valle del Fergana. Essa è il fulcro della regione centrasiatica ed è divisa tra Kirghizistan, Uzbekistan e Tagiskistan. La fertilità della sua terra e la grande prosperità del suo sottosuolo hanno reso la valle una zona di antichi conflitti. La Valle del Fergana è una delle regioni maggiormente colpita dall’attività degli antropologi staliniani. Tra il 1924 e il 1929 viene divisa in otto enclave raggruppanti circa 80 mila abitanti. Quattro sono le enclave uzbeche in territorio kirghizo, un’enclave kirghiza in territorio uzbeco, due enclavi tagiche in territorio kirghizo ed una tagica in territorio uzbeco. Tuttavia durante il periodo sovietico la presenza di barriere tra le enclave era irrilevante: gli abitanti potevano muoversi liberamente e spostarsi da una zona ad un’altra. I problemi arrivano con l’indipendenza: i confini diventano invalicabili, attraversare un’enclave è ormai impossibile. La popolazione vive in uno stato di povertà al limite della sopravvivenza, vittima dei continui atti di forza tra i governi nazionali e i movimenti integralisti islamici.
Quanti Balcani?
Provare a rispondere alla domanda “che cosa sono i Balcani?” non sembra cosa impossibile: essi sono evidentemente una zona geografica ben definita del continente europeo, e cioè la penisola che si estende nella parte sud-orientale d’Europa. La denominazione “Balcani” è (almeno in linea teorica) equivalente alle altre in uso, ovvero: penisola balcanica, penisola sud-est europea, Europa sud-orientale.
Questi pochi concetti, che sembrano di un’ovvietà disarmante, hanno in realtà dei contorni ben poco definiti. La prima difficoltà sorge quando si cerchi di stabilire quali siano i paesi che appartengono ai Balcani. Nel corso del tempo il loro territorio si è allargato e ristretto a fasi alterne, a volte coincidendo con la denominazione di Europa sud-orientale, altre volte specializzandosi in un’area più particolare. I loro confini, soprattutto quelli settentrionali, essendo gli altri geograficamente evidenti, si sono spostati dal Danubio ai Carpazi, arrivando ad includere la Slovacchia, o escludendo perfino la Bosnia e l’Erzegovina. La Romania e la Grecia non sono sempre incluse, anzi non lo erano quasi mai fino all’inizio del Novecento; la Turchia allo stesso modo entra ed esce dalla penisola senza sosta.
Perché è cosi difficile stabilire i confini di una penisola? È solo una questione geografica, oppure ci sono altre motivazioni che influenzano queste valutazioni? In generale si può dire che:
«la denominazione “Balcani” […] ha seguito un insieme di criteri geografici, politici, storici, culturali, etnici, religiosi ed economici o, più spesso, una combinazione di questi».
In altri termini si potrebbe affermare che, spesso e volentieri, i parametri puramente geografici hanno avuto ben poco peso nella delimitazione del territorio balcanico. Ciò che entra in gioco è piuttosto un insieme di considerazioni di diverso genere, tutte appartenenti alla sfera culturale. I Balcani sono, geograficamente parlando, un’entità indeterminata, sempre pronta ad essere modificata a seconda degli interessi che vi sono in gioco. Culturalmente parlando, i Balcani sono un insieme di categorie, di griglie attraverso le quali viene interpretata una porzione di mondo.
Non esiste una penisola balcanica. Ne esistono almeno due: una geografica, concreta, fisica, la quale però si frammenta in mille pezzi diversi, uno per ogni interpretazione. E ne esiste poi un’altra: quella simbolico-culturale, che non ha nulla di concreto ed è un puro e semplice insieme di categorie, di schemi interpretativi e, perché no, di stereotipi e pregiudizi. Paradossalmente, la seconda ha una struttura molto più solida e stabile della prima; anzi, bisogna riconoscere che la geografia balcanica è in tutto e per tutto dipendente dalle considerazioni culturali. I Balcani sono insieme uno e centomila; insomma, non sono nessuno.
Quali Balcani?
Quando si parla di Balcani, allora, a che cosa ci si riferisce? Di quali Balcani si parla, in genere?
L’oggetto del discorso è sempre ed in ogni caso l’idea, l’immagine che ci si è costruiti di essi. La cosa in sé, l’oggetto reale e concreto – cioè i Balcani come semplice porzione di mondo popolata da vari gruppi di persone reali – non è mai preso in considerazione. Esso non può essere considerato: i Balcani come categoria geografica scompaiono di fronte alla categoria culturale. L’oggetto reale e concreto è schiacciato da quello simbolico e metaforico.
Ciò significa che, anche quando si cerchi di affrontare il tema in maniera obiettiva e “scientifica”, si parte sempre da un retroterra profondo di stratificazioni culturali. I Balcani sono ormai divenuti quello che noi abbiamo voluto che fossero. Non c’è più differenza alcuna tra la loro essenza e la loro immagine; le griglie attraverso le quali essi sono stati percepiti, studiati ed inquadrati – in Occidente tanto quanto negli stessi paesi balcanici – sono divenute le categorie del loro essere. In questo senso, i Balcani sono a tutti gli effetti un mondo inventato.
Ma pur ammettendo tutto questo – cioè che la loro immagine sia talmente consolidata e cristallizzata da essere divenuta oramai sostanza – può esistere ancora un’altra possibilità? Un altro modo di essere e di essere percepiti? Questa indagine muove da un presupposto: la convinzione che i Balcani possano ancora cambiare, darsi un’altra identità e ricominciare, in un certo senso, una nuova vita. Ma per arrivare a questo, devono prima sbarazzarsi della loro ingombrante eredità, di quel fardello di stereotipi e pregiudizi che gli è stato letteralmente appiccicato. Occorre insomma dimostrare che quello che i Balcani sono oggi e il modo in cui noi – e loro, i balcanici stessi – li percepiamo è solamente un’invenzione, un mero prodotto storico, che non può avere alcuna pretesa di verità. È giunto il momento, ora che i paesi della penisola stanno via via entrando nell’Unione Europea, di riformulare le percezioni e i modelli attraverso i quali interpretiamo questa parte del continente; senza la presunzione di arrivare alla “verità” della loro essenza, ma nella speranza di poter trovare una forma più equa e più giusta.

Quanti Balcani?

Provare a rispondere alla domanda “che cosa sono i Balcani?” non sembra cosa impossibile: essi sono evidentemente una zona geografica ben definita del continente europeo, e cioè la penisola che si estende nella parte sud-orientale d’Europa. La denominazione “Balcani” è (almeno in linea teorica) equivalente alle altre in uso, ovvero: penisola balcanica, penisola sud-est europea, Europa sud-orientale.

Questi pochi concetti, che sembrano di un’ovvietà disarmante, hanno in realtà dei contorni ben poco definiti. La prima difficoltà sorge quando si cerchi di stabilire quali siano i paesi che appartengono ai Balcani. Nel corso del tempo il loro territorio si è allargato e ristretto a fasi alterne, a volte coincidendo con la denominazione di Europa sud-orientale, altre volte specializzandosi in un’area più particolare. I loro confini, soprattutto quelli settentrionali, essendo gli altri geograficamente evidenti, si sono spostati dal Danubio ai Carpazi, arrivando ad includere la Slovacchia, o escludendo perfino la Bosnia e l’Erzegovina. La Romania e la Grecia non sono sempre incluse, anzi non lo erano quasi mai fino all’inizio del Novecento; la Turchia allo stesso modo entra ed esce dalla penisola senza sosta.

Perché è cosi difficile stabilire i confini di una penisola? È solo una questione geografica, oppure ci sono altre motivazioni che influenzano queste valutazioni? In generale si può dire che:

«la denominazione “Balcani” […] ha seguito un insieme di criteri geografici, politici, storici, culturali, etnici, religiosi ed economici o, più spesso, una combinazione di questi».

In altri termini si potrebbe affermare che, spesso e volentieri, i parametri puramente geografici hanno avuto ben poco peso nella delimitazione del territorio balcanico. Ciò che entra in gioco è piuttosto un insieme di considerazioni di diverso genere, tutte appartenenti alla sfera culturale. I Balcani sono, geograficamente parlando, un’entità indeterminata, sempre pronta ad essere modificata a seconda degli interessi che vi sono in gioco. Culturalmente parlando, i Balcani sono un insieme di categorie, di griglie attraverso le quali viene interpretata una porzione di mondo.

Non esiste una penisola balcanica. Ne esistono almeno due: una geografica, concreta, fisica, la quale però si frammenta in mille pezzi diversi, uno per ogni interpretazione. E ne esiste poi un’altra: quella simbolico-culturale, che non ha nulla di concreto ed è un puro e semplice insieme di categorie, di schemi interpretativi e, perché no, di stereotipi e pregiudizi. Paradossalmente, la seconda ha una struttura molto più solida e stabile della prima; anzi, bisogna riconoscere che la geografia balcanica è in tutto e per tutto dipendente dalle considerazioni culturali. I Balcani sono insieme uno e centomila; insomma, non sono nessuno.

Quali Balcani?

Quando si parla di Balcani, allora, a che cosa ci si riferisce? Di quali Balcani si parla, in genere?

L’oggetto del discorso è sempre ed in ogni caso l’idea, l’immagine che ci si è costruiti di essi. La cosa in sé, l’oggetto reale e concreto – cioè i Balcani come semplice porzione di mondo popolata da vari gruppi di persone reali – non è mai preso in considerazione. Esso non può essere considerato: i Balcani come categoria geografica scompaiono di fronte alla categoria culturale. L’oggetto reale e concreto è schiacciato da quello simbolico e metaforico.

Ciò significa che, anche quando si cerchi di affrontare il tema in maniera obiettiva e “scientifica”, si parte sempre da un retroterra profondo di stratificazioni culturali. I Balcani sono ormai divenuti quello che noi abbiamo voluto che fossero. Non c’è più differenza alcuna tra la loro essenza e la loro immagine; le griglie attraverso le quali essi sono stati percepiti, studiati ed inquadrati – in Occidente tanto quanto negli stessi paesi balcanici – sono divenute le categorie del loro essere. In questo senso, i Balcani sono a tutti gli effetti un mondo inventato.

Ma pur ammettendo tutto questo – cioè che la loro immagine sia talmente consolidata e cristallizzata da essere divenuta oramai sostanza – può esistere ancora un’altra possibilità? Un altro modo di essere e di essere percepiti? Questa indagine muove da un presupposto: la convinzione che i Balcani possano ancora cambiare, darsi un’altra identità e ricominciare, in un certo senso, una nuova vita. Ma per arrivare a questo, devono prima sbarazzarsi della loro ingombrante eredità, di quel fardello di stereotipi e pregiudizi che gli è stato letteralmente appiccicato. Occorre insomma dimostrare che quello che i Balcani sono oggi e il modo in cui noi – e loro, i balcanici stessi – li percepiamo è solamente un’invenzione, un mero prodotto storico, che non può avere alcuna pretesa di verità. È giunto il momento, ora che i paesi della penisola stanno via via entrando nell’Unione Europea, di riformulare le percezioni e i modelli attraverso i quali interpretiamo questa parte del continente; senza la presunzione di arrivare alla “verità” della loro essenza, ma nella speranza di poter trovare una forma più equa e più giusta.

Se vuoi ricevere a casa, per posta elettronica, l’ebook “Balcanismi”, scrivi a info@noaweb.it. Il costo dell’e-book è di 10 euro.

Provare a rispondere alla domanda “che cosa sono i Balcani?” non sembra cosa impossibile: essi sono evidentemente una zona geografica ben definita del continente europeo, e cioè la penisola che si estende nella parte sud-orientale d’Europa. La denominazione “Balcani” è (almeno in linea teorica) equivalente alle altre in uso, ovvero: penisola balcanica, penisola sud-est europea, Europa sud-orientale.

Questi pochi concetti, che sembrano di un’ovvietà disarmante, hanno in realtà dei contorni ben poco definiti. La prima difficoltà sorge quando si cerchi di stabilire quali siano i paesi che appartengono ai Balcani. Nel corso del tempo il loro territorio si è allargato e ristretto a fasi alterne, a volte coincidendo con la denominazione di Europa sud-orientale, altre volte specializzandosi in un’area più particolare. I loro confini, soprattutto quelli settentrionali, essendo gli altri geograficamente evidenti, si sono spostati dal Danubio ai Carpazi, arrivando ad includere la Slovacchia, o escludendo perfino la Bosnia e l’Erzegovina. La Romania e la Grecia non sono sempre incluse, anzi non lo erano quasi mai fino all’inizio del Novecento; la Turchia allo stesso modo entra ed esce dalla penisola senza sosta.

Perché è cosi difficile stabilire i confini di una penisola? È solo una questione geografica, oppure ci sono altre motivazioni che influenzano queste valutazioni? In generale si può dire che:

«la denominazione “Balcani” […] ha seguito un insieme di criteri geografici, politici, storici, culturali, etnici, religiosi ed economici o, più spesso, una combinazione di questi».

In altri termini si potrebbe affermare che, spesso e volentieri, i parametri puramente geografici hanno avuto ben poco peso nella delimitazione del territorio balcanico. Ciò che entra in gioco è piuttosto un insieme di considerazioni di diverso genere, tutte appartenenti alla sfera culturale. I Balcani sono, geograficamente parlando, un’entità indeterminata, sempre pronta ad essere modificata a seconda degli interessi che vi sono in gioco. Culturalmente parlando, i Balcani sono un insieme di categorie, di griglie attraverso le quali viene interpretata una porzione di mondo.

Non esiste una penisola balcanica. Ne esistono almeno due: una geografica, concreta, fisica, la quale però si frammenta in mille pezzi diversi, uno per ogni interpretazione. E ne esiste poi un’altra: quella simbolico-culturale, che non ha nulla di concreto ed è un puro e semplice insieme di categorie, di schemi interpretativi e, perché no, di stereotipi e pregiudizi. Paradossalmente, la seconda ha una struttura molto più solida e stabile della prima; anzi, bisogna riconoscere che la geografia balcanica è in tutto e per tutto dipendente dalle considerazioni culturali. I Balcani sono insieme uno e centomila; insomma, non sono nessuno.

Se vuoi ricevere a casa, per posta elettronica, l’ebook “Balcanismi”, scrivi a info@noaweb.it. Leggi un estratto del primo capitolo.

INDICE

1. CHE COSA SONO I BALCANI?

-    Quanti Balcani?

-    Quali Balcani?

-    Balcanismi ed orientalismo

-    Cosa dire dei Balcani?

2. L’INVENZIONE DEI BALCANI

-    I nostri Balcani

-    La scoperta dei Balcani

-    La “balcanizzazione” dei Balcani

-    La provincia congelata d’Europa

-    La polveriera

-    Un ponte tra due mondi

3. I BALCANI VISTI DA DENTRO

-    Un’identità balcanica?

-    L’alba delle nazioni balcaniche

-    L’autopercezione balcanica

-    I Balcani nella cultura

a)    Njegoš e il Risorgimento serbo

b)    Ivo Andrić: l’interprete dei Balcani

c)    Radomir Konstantinović e la filosofia della “palanka”

4. CONCLUSIONI: QUALE FUTURO?

-    Una nuova identità

-    I Balcani in Europa



Questi pochi concetti, che sembrano di un’ovvietà disarmante, hanno in realtà dei contorni ben poco definiti. La prima difficoltà sorge quando si cerchi di stabilire quali siano i paesi che appartengono ai Balcani. Nel corso del tempo il loro territorio si è allargato e ristretto a fasi alterne, a volte coincidendo con la denominazione di Europa sud-orientale, altre volte specializzandosi in un’area più particolare. I loro confini, soprattutto quelli settentrionali, essendo gli altri geograficamente evidenti, si sono spostati dal Danubio ai Carpazi, arrivando ad includere la Slovacchia, o escludendo perfino la Bosnia e l’Erzegovina. La Romania e la Grecia non sono sempre incluse, anzi non lo erano quasi mai fino all’inizio del Novecento; la Turchia allo stesso modo entra ed esce dalla penisola senza sosta.
Perché è cosi difficile stabilire i confini di una penisola? È solo una questione geografica, oppure ci sono altre motivazioni che influenzano queste valutazioni? In generale si può dire che:
«la denominazione “Balcani” […] ha seguito un insieme di criteri geografici, politici, storici, culturali, etnici, religiosi ed economici o, più spesso, una combinazione di questi».
In altri termini si potrebbe affermare che, spesso e volentieri, i parametri puramente geografici hanno avuto ben poco peso nella delimitazione del territorio balcanico. Ciò che entra in gioco è piuttosto un insieme di considerazioni di diverso genere, tutte appartenenti alla sfera culturale. I Balcani sono, geograficamente parlando, un’entità indeterminata, sempre pronta ad essere modificata a seconda degli interessi che vi sono in gioco. Culturalmente parlando, i Balcani sono un insieme di categorie, di griglie attraverso le quali viene interpretata una porzione di mondo.
Non esiste una penisola balcanica. Ne esistono almeno due: una geografica, concreta, fisica, la quale però si frammenta in mille pezzi diversi, uno per ogni interpretazione. E ne esiste poi un’altra: quella simbolico-culturale, che non ha nulla di concreto ed è un puro e semplice insieme di categorie, di schemi interpretativi e, perché no, di stereotipi e pregiudizi. Paradossalmente, la seconda ha una struttura molto più solida e stabile della prima; anzi, bisogna riconoscere che la geografia balcanica è in tutto e per tutto dipendente dalle considerazioni culturali. I Balcani sono insieme uno e centomila; insomma, non sono nessuno.
INDICE
1. CHE COSA SONO I BALCANI?
-    Quanti Balcani?
-    Quali Balcani?
-    Balcanismi ed orientalismo
-    Cosa dire dei Balcani?
2. L’INVENZIONE DEI BALCANI
-    I nostri Balcani
-    La scoperta dei Balcani
-    La “balcanizzazione” dei Balcani
-    La provincia congelata d’Europa
-    La polveriera
-    Un ponte tra due mondi
3. I BALCANI VISTI DA DENTRO
-    Un’identità balcanica?
-    L’alba delle nazioni balcaniche
-    L’autopercezione balcanica
-    I Balcani nella cultura
a)    Njegoš e il Risorgimento serbo
b)    Ivo Andrić: l’interprete dei Balcani
c)    Radomir Konstantinović e la filosofia della “palanka”
4. CONCLUSIONI: QUALE FUTURO?
-    Una nuova identità
-    I Balcani in Provare a rispondere alla domanda “che cosa sono i Balcani?” non sembra cosa impossibile: essi sono evidentemente una zona geografica ben definita del continente europeo, e cioè la penisola che si estende nella parte sud-orientale d’Europa. La denominazione “Balcani” è (almeno in linea teorica) equivalente alle altre in uso, ovvero: penisola balcanica, penisola sud-est europea, Europa sud-orientale.
Questi pochi concetti, che sembrano di un’ovvietà disarmante, hanno in realtà dei contorni ben poco definiti. La prima difficoltà sorge quando si cerchi di stabilire quali siano i paesi che appartengono ai Balcani. Nel corso del tempo il loro territorio si è allargato e ristretto a fasi alterne, a volte coincidendo con la denominazione di Europa sud-orientale, altre volte specializzandosi in un’area più particolare. I loro confini, soprattutto quelli settentrionali, essendo gli altri geograficamente evidenti, si sono spostati dal Danubio ai Carpazi, arrivando ad includere la Slovacchia, o escludendo perfino la Bosnia e l’Erzegovina. La Romania e la Grecia non sono sempre incluse, anzi non lo erano quasi mai fino all’inizio del Novecento; la Turchia allo stesso modo entra ed esce dalla penisola senza sosta.
Perché è cosi difficile stabilire i confini di una penisola? È solo una questione geografica, oppure ci sono altre motivazioni che influenzano queste valutazioni? In generale si può dire che:
«la denominazione “Balcani” […] ha seguito un insieme di criteri geografici, politici, storici, culturali, etnici, religiosi ed economici o, più spesso, una combinazione di questi».
In altri termini si potrebbe affermare che, spesso e volentieri, i parametri puramente geografici hanno avuto ben poco peso nella delimitazione del territorio balcanico. Ciò che entra in gioco è piuttosto un insieme di considerazioni di diverso genere, tutte appartenenti alla sfera culturale. I Balcani sono, geograficamente parlando, un’entità indeterminata, sempre pronta ad essere modificata a seconda degli interessi che vi sono in gioco. Culturalmente parlando, i Balcani sono un insieme di categorie, di griglie attraverso le quali viene interpretata una porzione di mondo.
Non esiste una penisola balcanica. Ne esistono almeno due: una geografica, concreta, fisica, la quale però si frammenta in mille pezzi diversi, uno per ogni interpretazione. E ne esiste poi un’altra: quella simbolico-culturale, che non ha nulla di concreto ed è un puro e semplice insieme di categorie, di schemi interpretativi e, perché no, di stereotipi e pregiudizi. Paradossalmente, la seconda ha una struttura molto più solida e stabile della prima; anzi, bisogna riconoscere che la geografia balcanica è in tutto e per tutto dipendente dalle considerazioni culturali. I Balcani sono insieme uno e centomila; insomma, non sono nessuno.
INDICE
1. CHE COSA SONO I BALCANI?
-    Quanti Balcani?
-    Quali Balcani?
-    Balcanismi ed orientalismo
-    Cosa dire dei Balcani?
2. L’INVENZIONE DEI BALCANI
-    I nostri Balcani
-    La scoperta dei Balcani
-    La “balcanizzazione” dei Balcani
-    La provincia congelata d’Europa
-    La polveriera
-    Un ponte tra due mondi
3. I BALCANI VISTI DA DENTRO
-    Un’identità balcanica?
-    L’alba delle nazioni balcaniche
-    L’autopercezione balcanica
-    I Balcani nella cultura
a)    Njegoš e il Risorgimento serbo
b)    Ivo Andrić: l’interprete dei Balcani
c)    Radomir Konstantinović e la filosofia della “palanka”
4. CONCLUSIONI: QUALE FUTURO?
-    Una nuova identità
-    I Balcani in Europa
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