Roberto Bolaño è un poeta apolide: nasce a Santiago del Cile nel 1953, a 15 anni si trasferisce con i genitori a Città del Messico, dove frequenta artisti ribelli e fa il pieno del disprezzo per i letterati ufficiali, simpatizza col Movimento della sinistra rivoluzionaria, scrive poesie. Nel 1973 un breve ritorno in patria, giusto in tempo per l’11 settembre della sanguinosa caduta di Allende e ascesa di Pinochet, e per essere arrestato -cavandosela con pochi giorni di carcere-. Quando torture e sparizioni diventano la quotidianità del Cile fugge via, ma l’esperienza di quei 5 mesi lascerà tracce in tutte le sue opere. Si stabilisce in Spagna, attende gli assegni dei concorsi pubblici di poesia che vince, si sposa (“La mia unica patria sono i miei figli, e la mia biblioteca”), è un giovane emigrato in Europa (“L’esilio è il valore, l’audacia. Il vero esilio è il vero valore, la vera audacia di ogni scrittore”) e per sopravvivere è cameriere, idraulico, guardiano notturno di camping, vendemmiatore, venditore di articoli turistici. A 40 anni comincia a pubblicare in prosa una decina di romanzi di successo, uno dopo l’altro, fino alla sua morte nel 2003. “2666” è il romanzo –pubblicato postumo, nel 2004- a cui lavorò febbrilmente negli ultimi anni, “un groviglio delirante” di oltre 900 pagine, accuratamente diviso in 5 parti, culmine e summa della sua opera, in cui ritroviamo i temi ricorrenti di arte e infamia, mestiere e crimine e, nell’infinita e fredda descrizione dei corpi ritrovati nella Parte dei delitti, vediamo trasformarsi l’immaginaria Santa Teresa tra Usa e Messico nell’universo della nostra desolazione. Bolaño rimase subito affascinato dalla materia dei delitti contro le donne di Juarez, e per avere migliori dettagli sulle indagini riuscì a contattare dall’Europa il cronista Sergio Gonzáles Rodríguez, con il quale instaurò un profondo rapporto di stima: “L’assistenza tecnica [di Rodríguez] nella stesura della mia opera è stata sostanziale. Ossa nel deserto è non solo una fotografia imperfetta – e come potrebbe essere altrimenti – del male e della corruzione; si trasforma anche in una metafora del Messico e del suo passato e del futuro incerto di tutta l’America Latina”, scriverà per recensirlo poco prima di morire.
Avvicinarsi a questo romanzo e al suo autore significa anche e soprattutto farsi un’idea delle “frontiere erranti della letteratura”*, e riflettere quindi sull’opera letteraria come unica patria comune sia per gli scrittori sia per i lettori di questo XI secolo.
*cit. Gianni Celati, recensione a Non siamo gli ultimi di Rizzante (http://www.nazioneindiana.com/2009/09/14/frontiere-erranti-della-letteratura/)
