Un salotto con due poltrone, un tavolino su cui poggia un vaso di fiori e sullo sfondo la finestra, con tanto di tendine ordinatamente tirate ai lati, che si apre sul panorama di torrenti alpini e ghiacciai. Il tutto disegnato con la massima accuratezza, compresi i colori sgargianti dei fiori che risaltano sullo sfondo di cemento grigio. Si dice che “quando ci arrivi – appena superato il posto di blocco israeliano da Gerusalemme – rimani colpito dalla forza del dipinto”, un murales di almeno 6 metri quadrati, sulla barriera di sicurezza israeliana per porre fine alle infiltrazioni dei kamikaze dalla Cisgiordania(1).
E’ a partire dall’agosto 2005 che il writer inglese dalla biografia misteriosa, Banksy, ha iniziato la realizzazione di decine di murales sul Muro costruito da Israele in Cisgiordania, voluto dal governo israeliano a scopo difensivo, il cui tracciato è stato ridisegnato più volte a causa delle pressioni internazionali, che hanno descritto l’impatto negativo della barriera sulla vita dei palestinesi(2). Banksy ha disegnato sul muro immagini provocatorie e poetiche, utilizzando la tecnica dello stencil unito alla pittura di strada: scale bianche che portano dall’altra parte e linee tratteggiate che indicano di tagliare lungo i bordi del muro, squarci di paradisi terresti in trompe l’oeil. L’intenzione dell’artista era di portare sia un messaggio di pace mediante l’arte che attirare l’attenzione dei Mass media sul muro israelo-palestinese. Se da un lato le sue opere hanno riscosso successo e apprezzamenti dal mondo occidentale (tant’è vero che per i turisti è stato realizzato un “tour dei graffiti sul muro”), né i palestinesi né gli israeliani hanno apprezzato alcune opere(3), come ad esempio il graffito che rappresenta una guardia israeliana mentre controlla i documenti ad un asino, cancellato da una secchiata di vernice dai palestinesi stessi, o di un ratto che punta la fionda verso una torretta israeliana (vera). Il ratto e l’asino sono “simboli” che l’autore utilizza spesso e che considera positivi ma non sono stati compresi dagli autoctoni e l’accusa che è stata rivolta all’artista è stata di “documentarsi meglio sulla cultura locale”. Il progetto intende analizzare l’operazione attuata dall’artista: si può con l’arte unire due popoli, accostarli e confonderli?
E’ a partire dall’agosto 2005 che il writer inglese dalla biografia misteriosa, Banksy, ha iniziato la realizzazione di decine di murales sul Muro costruito da Israele in Cisgiordania, voluto dal governo israeliano a scopo difensivo, il cui tracciato è stato ridisegnato più volte a causa delle pressioni internazionali, che hanno descritto l’impatto negativo della barriera sulla vita dei palestinesi(2). Banksy ha disegnato sul muro immagini provocatorie e poetiche, utilizzando la tecnica dello stencil unito alla pittura di strada: scale bianche che portano dall’altra parte e linee tratteggiate che indicano di tagliare lungo i bordi del muro, squarci di paradisi terresti in trompe l’oeil. L’intenzione dell’artista era di portare sia un messaggio di pace mediante l’arte che attirare l’attenzione dei Mass media sul muro israelo-palestinese. Se da un lato le sue opere hanno riscosso successo e apprezzamenti dal mondo occidentale (tant’è vero che per i turisti è stato realizzato un “tour dei graffiti sul muro”), né i palestinesi né gli israeliani hanno apprezzato alcune opere(3), come ad esempio il graffito che rappresenta una guardia israeliana mentre controlla i documenti ad un asino, cancellato da una secchiata di vernice dai palestinesi stessi, o di un ratto che punta la fionda verso una torretta israeliana (vera). Il ratto e l’asino sono “simboli” che l’autore utilizza spesso e che considera positivi ma non sono stati compresi dagli autoctoni e l’accusa che è stata rivolta all’artista è stata di “documentarsi meglio sulla cultura locale”. Il progetto intende analizzare l’operazione attuata dall’artista: si può con l’arte unire due popoli, accostarli e confonderliUn salotto con due poltrone, un tavolino su cui poggia un vaso di fiori e sullo sfondo la finestra, con tanto di tendine ordinatamente tirate ai lati, che si apre sul panorama di torrenti alpini e ghiacciai. Il tutto disegnato con la massima accuratezza, compresi i colori sgargianti dei fiori che risaltano sullo sfondo di cemento grigio. Si dice che “quando ci arrivi – appena superato il posto di blocco israeliano da Gerusalemme – rimani colpito dalla forza del dipinto”, un murales di almeno 6 metri quadrati, sulla barriera di sicurezza israeliana per porre fine alle infiltrazioni dei kamikaze dalla Cisgiordania(1).
E’ a partire dall’agosto 2005 che il writer inglese dalla biografia misteriosa, Banksy, ha iniziato la realizzazione di decine di murales sul Muro costruito da Israele in Cisgiordania, voluto dal governo israeliano a scopo difensivo, il cui tracciato è stato ridisegnato più volte a causa delle pressioni internazionali, che hanno descritto l’impatto negativo della barriera sulla vita dei palestinesi(2). Banksy ha disegnato sul muro immagini provocatorie e poetiche, utilizzando la tecnica dello stencil unito alla pittura di strada: scale bianche che portano dall’altra parte e linee tratteggiate che indicano di tagliare lungo i bordi del muro, squarci di paradisi terresti in trompe l’oeil. L’intenzione dell’artista era di portare sia un messaggio di pace mediante l’arte che attirare l’attenzione dei Mass media sul muro israelo-palestinese. Se da un lato le sue opere hanno riscosso successo e apprezzamenti dal mondo occidentale (tant’è vero che per i turisti è stato realizzato un “tour dei graffiti sul muro”), né i palestinesi né gli israeliani hanno apprezzato alcune opere(3), come ad esempio il graffito che rappresenta una guardia israeliana mentre controlla i documenti ad un asino, cancellato da una secchiata di vernice dai palestinesi stessi, o di un ratto che punta la fionda verso una torretta israeliana (vera). Il ratto e l’asino sono “simboli” che l’autore utilizza spesso e che considera positivi ma non sono stati compresi dagli autoctoni e l’accusa che è stata rivolta all’artista è stata di “documentarsi meglio sulla cultura locale”. Il progetto intende analizzare l’operazione attuata dall’artista: si può con l’arte unire due popoli, accostarli e confonderli?