La ricerca intende analizzare una parte della produzione filmica di Gianni Amelio inserendola nell’ambito della letteratura della migrazione. Sembra infatti possibile individuare una “quadrilogia della migrazione”, variamente modulata sul tema in questione. Le pellicole, disposte in modo da seguirne la fabula (Lamerica, Così ridevano, Il ladro di bambini, La stella che non c’è) rappresentano uno strumento utile a recuperare e a ricostruire la vicenda emigratoria/immigratoria italiana (legandola, fra l’altro, al processo di rimozione del colonialismo fascista); a indagare le conseguenze della crisi del mondo contadino che si scorgono nella “degenerazione borghese” moderna; a smantellare sia gli stereotipi che fanno degli italiani “brava gente”, sia il miraggio di un Sud come mondo incontaminato e culla dei valori di solidarietà, della famiglia, dell’ospitalità. Prosegue dunque il filone che si può far risalire ai Malavoglia che, sotto la spinta verista del racconto sociale, indaga il nucleo oppositivo Stato-modernità/comunità contadina i cui germi si scorgono nello scontro generazionale fra ’Ntoni e padron ’Ntoni che avviene quando il giovane si accorge che non si sta bene e che si potrebbe star meglio (G. Verga, “Introduzione” a I Malavoglia). In modo analogo, infatti, Amelio racconta i padri e i figli, descrive il mutamento antropologico seguito all’affermarsi della società dei consumi, mette a confronto il “come eravamo” e “cosa siamo diventati”. Soprattutto, lo fa non solo considerando l’Italia e la sua storia di emigrazione, ma anche guardando chi guarda l’Italia: l’Albania. Nel film Lamerica, attraverso una sorta di “gioco degli specchi”, Amelio delinea la figura dell’emigrante italiano inquadrando quello albanese, sovrappone il viaggio in Italia a quello verso “la Merica”, ricorda agli italiani “europei e civili” di oggi i pezzenti di ieri, e l’umanità andata perduta con loro. Nello sconfinamento, nella sbavatura delle frontiere identitarie, questa sovrapposizione fra due popoli non è che il primo passo verso una dimensione planetaria delle questioni culturali, sociali, politiche, ecologiche ed economiche che si raggrumano intorno al fenomeno migratorio. Con La stella che non c’è Gianni Amelio sbarca in Cina per proseguire il romanzo di Ermanno Rea La dismissione.
Anche da un punto di vista teorico, dunque, il cerchio si chiude: se Gianni Amelio si conferma quale “autore della migrazione”, il segmento della sua produzione preso in esame parrebbe anche confermare il valore civile e l’ottica mondiale che caratterizzano la letteratura migranteLa ricerca intende analizzare una parte della produzione filmica di Gianni Amelio inserendola nell’ambito della letteratura della migrazione. Sembra infatti possibile individuare una “quadrilogia della migrazione”, variamente modulata sul tema in questione. Le pellicole, disposte in modo da seguirne la fabula (Lamerica, Così ridevano, Il ladro di bambini, La stella che non c’è) rappresentano uno strumento utile a recuperare e a ricostruire la vicenda emigratoria/immigratoria italiana (legandola, fra l’altro, al processo di rimozione del colonialismo fascista); a indagare le conseguenze della crisi del mondo contadino che si scorgono nella “degenerazione borghese” moderna; a smantellare sia gli stereotipi che fanno degli italiani “brava gente”, sia il miraggio di un Sud come mondo incontaminato e culla dei valori di solidarietà, della famiglia, dell’ospitalità. Prosegue dunque il filone che si può far risalire ai Malavoglia che, sotto la spinta verista del racconto sociale, indaga il nucleo oppositivo Stato-modernità/comunità contadina i cui germi si scorgono nello scontro generazionale fra ’Ntoni e padron ’Ntoni che avviene quando il giovane si accorge che non si sta bene e che si potrebbe star meglio (G. Verga, “Introduzione” a I Malavoglia). In modo analogo, infatti, Amelio racconta i padri e i figli, descrive il mutamento antropologico seguito all’affermarsi della società dei consumi, mette a confronto il “come eravamo” e “cosa siamo diventati”. Soprattutto, lo fa non solo considerando l’Italia e la sua storia di emigrazione, ma anche guardando chi guarda l’Italia: l’Albania. Nel film Lamerica, attraverso una sorta di “gioco degli specchi”, Amelio delinea la figura dell’emigrante italiano inquadrando quello albanese, sovrappone il viaggio in Italia a quello verso “la Merica”, ricorda agli italiani “europei e civili” di oggi i pezzenti di ieri, e l’umanità andata perduta con loro. Nello sconfinamento, nella sbavatura delle frontiere identitarie, questa sovrapposizione fra due popoli non è che il primo passo verso una dimensione planetaria delle questioni culturali, sociali, politiche, ecologiche ed economiche che si raggrumano intorno al fenomeno migratorio. Con La stella che non c’è Gianni Amelio sbarca in Cina per proseguire il romanzo di Ermanno Rea La dismissione.
Anche da un punto di vista teorico, dunque, il cerchio si chiude: se Gianni Amelio si conferma quale “autore della migrazione”, il segmento della sua produzione preso in esame parrebbe anche confermare il valore civile e l’ottica mondiale che caratterizzano la letteratura migrante.
La ricerca intende analizzare una parte della produzione filmica di Gianni Amelio inserendola nell’ambito della letteratura della migrazione. Sembra infatti possibile individuare una “quadrilogia della migrazione”, variamente modulata sul tema in questione. Le pellicole, disposte in modo da seguirne la fabula (Lamerica, Così ridevano, Il ladro di bambini, La stella che non c’è) rappresentano uno strumento utile a recuperare e a ricostruire la vicenda emigratoria/immigratoria italiana (legandola, fra l’altro, al processo di rimozione del colonialismo fascista); a indagare le conseguenze della crisi del mondo contadino che si scorgono nella “degenerazione borghese” moderna; a smantellare sia gli stereotipi che fanno degli italiani “brava gente”, sia il miraggio di un Sud come mondo incontaminato e culla dei valori di solidarietà, della famiglia, dell’ospitalità. Prosegue dunque il filone che si può far risalire ai Malavoglia che, sotto la spinta verista del racconto sociale, indaga il nucleo oppositivo Stato-modernità/comunità contadina i cui germi si scorgono nello scontro generazionale fra ’Ntoni e padron ’Ntoni che avviene quando il giovane si accorge che non si sta bene e che si potrebbe star meglio (G. Verga, “Introduzione” a I Malavoglia). In modo analogo, infatti, Amelio racconta i padri e i figli, descrive il mutamento antropologico seguito all’affermarsi della società dei consumi, mette a confronto il “come eravamo” e “cosa siamo diventati”. Soprattutto, lo fa non solo considerando l’Italia e la sua storia di emigrazione, ma anche guardando chi guarda l’Italia: l’Albania. Nel film Lamerica, attraverso una sorta di “gioco degli specchi”, Amelio delinea la figura dell’emigrante italiano inquadrando quello albanese, sovrappone il viaggio in Italia a quello verso “la Merica”, ricorda agli italiani “europei e civili” di oggi i pezzenti di ieri, e l’umanità andata perduta con loro. Nello sconfinamento, nella sbavatura delle frontiere identitarie, questa sovrapposizione fra due popoli non è che il primo passo verso una dimensione planetaria delle questioni culturali, sociali, politiche, ecologiche ed economiche che si raggrumano intorno al fenomeno migratorio. Con La stella che non c’è Gianni Amelio sbarca in Cina per proseguire il romanzo di Ermanno Rea La dismissione.
Anche da un punto di vista teorico, dunque, il cerchio si chiude: se Gianni Amelio si conferma quale “autore della migrazione”, il segmento della sua produzione preso in esame parrebbe anche confermare il valore civile e l’ottica mondiale che caratterizzano la letteratura migrante.