L’Asia Centrale è una vasta area in cui si alternano paesaggi tra i più vari. Partendo dalla Siberia e dal Lago d’Aral a nord, si passa per le catene montuose del Tjan Shan e del Pamir, fino ad arrivare all’Hindu Kush, che costituisce il suo limite sud-orientale. A ovest troviamo il Mar Caspio mentre due deserti, il Kyzylkum e il Karakum, lambiscono la parte centrale. La ragione della ricchezza storica di questa regione si trova proprio nella sua posizione geografica: il suo territorio è nel cuore del continente eurasiatico e fin dai tempi antichi era considerato il centro del mondo, poiché collegava l’Europa alla Cina attraverso le rotte commerciali conosciute come Via della Seta.
Questo spiega i grandi flussi di colonizzatori che a partire dal 500 a.C si susseguono nella regione. Gli arabi si sostituiscono a Dario I e all’impero persiano portando con sé una nuova fede, l’Islam. L’impero mongolo di Gengis Khan, sotto il quale la Pax Mongolica permetteva ad “una vergine di viaggiare da Istanbul a Pechino su di un carro pieno d’oro senza essere sfiorata”, lascia il passo al primo impero indigeno di Tamerlano. All’ultimo impero della dinastia degli Shaybani segue un periodo di profonda instabilità politica che attira le mire espansionistiche della Russia dello zar Pietro il Grande. Le potenziali risorse della regione, minerarie e legate alla coltivazione del cotone, spingono la Russia e la Gran Bretagna a contendersi il territorio (epoca del “Grande Gioco”).
La struttura socio-politico e territoriale dell’Asia Centrale è rimasta immutata fino alla metà del XIX secolo quando i russi costituiscono la provincia del Turkestan attuando la cosiddetta politica della “russificazione”. Una vera e propria colonizzazione non soltanto fisica, ma anche culturale: il territorio viene diviso in quattro governatorati dipendenti da Mosca.
Tra il 1920 e il 1936 Stalin, in base al principio del Divide et Impera, smembra il territorio in cinque Repubbliche Socialiste Sovietiche: Kazakistan, Kirghistan, Uzbechistan, Tagikistan e Turkmenistan. L’istituzione dei confini di stato diviene una manovra finalizzata esclusivamente al maggior controllo della zona. Le popolazioni, che avevano sempre vissuto armonicamente insieme, si vedono differenziate per lingua o per il fatto di essere nomadi o sedentari, ritrovandosi inscatolati in stati fittizi con nomi e identità creati volontariamente.
Inoltre la laicizzazione forzata, imposta dal regime sovietico, non fa altro che alimentare un islam “sotterraneo”, che perde i caratteri moderati del sufismo per avvicinarsi alle correnti più estreme come il wahabismo. Nel 1991 le cinque Repubbliche Sovietiche diventano cinque nazioni indipendenti. Con l’autonomia, la popolazione spera di poter esercitare finalmente quella libertà di cui erano stati privati con la dittatura comunista; in realtà i presidenti nazionali continuano ad esercitare la morsa repressiva. Nel frattempo i movimenti religiosi integralisti (Partito della Rinascita Islamica, Movimento islamico dell’Uzbekistan, Partito della liberazione islamica) avvicinano sempre di più la popolazione alla causa fondamentalista (creazione di un unico stato islamico), che inizia a vederla come unica possibilità di vero benessere e indipendenza.
Un luogo dove i sentimenti identitari e autonomisti non si sono mai affievoliti, è la Valle del Fergana. Essa è il fulcro della regione centrasiatica ed è divisa tra Kirghizistan, Uzbekistan e Tagiskistan. La fertilità della sua terra e la grande prosperità del suo sottosuolo hanno reso la valle una zona di antichi conflitti. La Valle del Fergana è una delle regioni maggiormente colpita dall’attività degli antropologi staliniani. Tra il 1924 e il 1929 viene divisa in otto enclave raggruppanti circa 80 mila abitanti. Quattro sono le enclave uzbeche in territorio kirghizo, un’enclave kirghiza in territorio uzbeco, due enclavi tagiche in territorio kirghizo ed una tagica in territorio uzbeco. Tuttavia durante il periodo sovietico la presenza di barriere tra le enclave era irrilevante: gli abitanti potevano muoversi liberamente e spostarsi da una zona ad un’altra. I problemi arrivano con l’indipendenza: i confini diventano invalicabili, attraversare un’enclave è ormai impossibile. La popolazione vive in uno stato di povertà al limite della sopravvivenza, vittima dei continui atti di forza tra i governi nazionali e i movimenti integralisti islamici.
Uno stuolo di isole a due passi dall’Antartide, le Malvinas, dal 1833 contese tra Inghilterra – che ne possiede la sovranità – e Argentina, tornano ora al centro della politica mondiale.
Da quel 1833 ad oggi, le isole in questione sono state teatro di molti scontri, su tutti la “guerra delle Falkland” del 1982 in cui morirono 874 uomini.
Oggi come allora, l’importanza di questi territori è meramente economica, ma a differenza del periodo Tatcher-Galtieri oggi sono inserite all’interno di dinamiche economiche mondiali.
Il Sud America, infatti, è in trasformazione; le politiche di Stati come Cile, Ecuador, Bolivia, Venezuela e soprattutto Brasile stanno portando il “cortile di casa” americano ad assumere una certa rilevanza. In questo contesto si inseriscono le paure americane, strettamente legate alla dilagante crisi economica e sociale che pervade il Paese a stelle e strisce. La presidenza Obama è fortemente criticata e si trova a dover competere su più fronti.
Dopo Haiti, il Cile, la politica di “aiuti” Clintoniana tocca anche l’Argentina, battendo proprio sulla spinosa questione Falkland, puntando sul dialogo e sulla mediazione politica con la nuova presidenza di C. Kirchner.
Sotto però sembra muoversi qualcos’altro. Le Falkland paiono sedersi sopra una buona quantità di petrolio ed in più il tirare dalla propria parte l’Argentina, offrirebbe un buon punto di pressione sul Brasile di Lula e sul suo panamericanismo affiorato con convinzione nell’ultimo Congresso di Cancun.
A cascata l’accordo col Brasile porterebbe ad un monitoraggio stretto di Venezuela e Bolivia, che detengono il controllo della grande produzione di droga sudamericana, e che in più – dopo gli accordi con la Cina – offrirebbe all’America una solida base per la politica anti-iraniana.
Voglio iniziare il mio progetto partendo da quella che potrebbe essere definita la “posizione di sinistra”. A dimostrazione della mia tesi porto un testo di Marzio Barbagli, professore di sociologia presso l’Università di Bologna, dal titolo “Immigrazione e sicurezza”. Barbagli è un uomo dichiaratamente di sinistra e le sue idee riguardo l’immigrazione rispecchiano questo stato d’essere. Nel libro però il professore si distacca da questa visione parziale ed analizza il fenomeno semplicemente da studioso. Il secondo testo è invece un “quaderno della sopravvivenza all’immigrazione” del Centro Studi Polaris di Gabriele Adinolfi, fondatore del movimento extraparlamentare neofascista “Terza Posizione” e legato al gruppo dei NAR in quanto implicato nelle indagini sulla “Strage di Bologna”. In questo breve testo emerge tutta la visione “complottistica” e antimassonica del suo gruppo ideologico d’origine. Il libro parla di “fenomeno, frutto degli interessi dei centri nevralgici che lo alimentano” e si pone come guida per l’agire nei confronti di un qualcosa che va assolutamente frenato, arrestato. Una volta tracciati questi due profili saranno chiare, secondo me, le posizioni totalmente radicali che vanno demonizzate se si vuole far chiarezza su un fenomeno così complesso.
Il mio lavoro non vuole essere una risposta al problema, bensì uno spunto ad analizzarlo dalla prospettiva giusta. Una volta creata questa premessa, per introdurre il discorso della contestualizzazione nella realtà sociale italiana dell’immigrazione, ho pensato di utilizzare un testo recente, pubblicato questo inverno, il quale però a mio modesto parere mette in risalto l’importanza degli immigrati nel nostro paese ed offre una buona chiave di lettura. Il libro in questione è “Blacks Out: un giorno senza immigrati” di Vladimiro Polchi. Sostanzialmente prevede un fatidico 20 Marzo alle ore 00.01 in cui tutti gli immigrati che lavorano in Italia iniziano a scioperare. Niente più manodopera, colf, badanti, campionati di calcio e basket, raccolte nei campi, uffici mezzi vuoti oppure non lavati. Insomma una situazione paradossale che risulta essere, se solo ci soffermiamo appena a pensarci, lo specchio perfetto di ciò che potrebbe realmente accadere.
Il movimento Amish si è sviluppato in Francia, nel 1693, grazie all’opera predicatoria di Jacob Amann. Questi, in piena riforma protestante, esortò la popolazione alla disciplina, ad uno stile di vita semplice e ad un maggiore rigore nelle pratiche religiose, creando così un nuovo movimento, gli Amish appunto. Per ordine del re Luigi XIV ben presto furono costretti a lasciare la valle in cui si erano stabiliti, Sainte Marie aux Mines, per trasferirsi nella patria della libertà: la Contea di Lancaster, a Philadelphia, dove era appena stata firmata la dichiarazione d’Indipendenza dagli Inglesi (1776).
Oggi la comunità Amish è diffusa in ventidue Stati americani, oltre al Canada e, date le loro origini europee parlano il tedesco ed studiano l’inglese a scuola. Le comunità vivono lontanodai grandi centri, sono organizzate in fattorie e si muovono su carri trainati da cavalli lungo strade private dove non passano automobili. La loro esistenza si svolge su ritmi ottocenteschi, totalmente centrata sulle tradizioni e sui valori morali. Sono tecnologicamente fermi al diciannovesimo secolo: non hanno elettricità nelle case e sono restii ad accettare idee moderne ed innovative.
Tutto ciò dunque crea dei dubbi legati, ad esempio, ai rapporti che intrattengono con il governo americano. Devono anche loro rispettare le stesse leggi imposte ai cittadini americani? Sembra di no, poichè, riguardo l’istruzione, i bambini studiano solo fino al compimento dei tredicesimo anno di età come prevede una sentenza della Corte Suprema del 1972, che esenta i bambini Amish dall’istruzione obbligatoria fino alla maggiore età, mentre gli americani hanno l’obbligo di andare a scuola fino al diciottesimo anno compiuto. L’altro quesito è legato alla probabilità di problemi genetici, dal momento che gli Amish possono sposarsi solo con persone appartenenti alla stessa comunità. Sembra che sia tipico di questa Comunità tener traccia di tutti gli eventi genealogici familiari, registrandoli nella Bibbia di famiglia. E come ci si muove di fronte al fatto che, per motivi religiosi, non vaccinano i propri figli? A questo proposito, secondo uno studio basato sull’osservazione, sembra che la non-vaccinazione porti ad una minor presenza di bambini autistici in queste comunità. Rimanendo in tema medico poi, si è notato che gli Amish della Contea di Lancaster presentano una variazione genetica che consente di avere livelli più bassi di grassi nel sangue, quindi un minore indurimento delle arterie, di conseguenza una quantità inferiore di colesterolo.
Adottare, nel contesto geopolitico attuale, scelte coerenti ed efficaci di politica estera è un compito non facile. La confusione che regna nella definizione di una strategia complessiva su cui innestare programmi, iniziative e strumenti di cooperazione, coinvolge gli attori istituzionali ed economici sparsi in tutta la penisola. La sfida, non certo nuova, che l’Italia si trova ad affrontare è quella di ricavare per sé un posizione chiara nell’intreccio di rapporti e relazioni internazionali oggi poco strutturati. La ricerca di un progetto, di una visione complessiva, che inglobi i nuovi settori di sviluppo economico e umano, è l’inizio del tragitto che conduce all’ elaborazione programmatica di una cooperazione internazionale strutturata e realmente capace di dar luogo a un progresso economico -sociale duraturo. Oggi, la politica estera e gli interlocutori internazionali non sono più soltanto quelli rigidamente definiti dai governi centrali. La riforma del titolo V della Costituzione, che ha attribuito nuove competenze legislative alle Regioni, ha accresciuto la competitività territoriale ed ha creato una ragnatela di attori istituzionali e soggetti economici e culturali (imprese, università, ONG , comunità territoriali) che rende più articolato il sistema a sostegno dei processi di internazionalizzazione. La riflessione sulle strategie di politica estera deve nascere dall’individuazione delle potenzialità economiche e dai valori culturali da promuovere. La proiezione internazionale delle Regioni ha garantito al Paese più opportunità di sviluppo di quanto il governo centrale sia riuscito a fare negli ultimi anni. Il processo deduttivo che dallo scambio di merci e persone sta determinando, si spera, le nuove prospettive internazionali del nostro Paese è quello più proficuo. Il pragmatismo dei rapporti commerciali e culturali, che accomuna due mondi, più delle relazioni tra capi di Stato, non può però, da solo garantire la stabilità propria di partenariati strutturati. Questo allontanamento dal centralismo delle relazioni interstatali porta allo sviluppo di identità geopolitiche nuove legate ad appartenenze territoriali locali, come la regione Adriatica, che contribuiscono a rafforzare strutture economico-politiche decentrate. La politica estera italiana non si sviluppa secondo un quadro di riferimento e linee di indirizzo chiare, ed è proprio in questo contesto che le Best Practices delle Regioni Italiane, possono essere assunte a modello di scelte economico-politiche di più ampio respiro nazionale. Tra queste, analizzerò il caso della Regione Puglia e della cooperazione transfrontaliera con i Balcani Occidentali.
