<<Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti ad una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva?>>.
Così scriveva, anche solo in esergo al Brave New World di Aldous Huxley (che è stato, è, fine aguzzino e torturatore in test sulla psicologia umana), Nicola Berdiaeff.
L’utopia come approdo di un vettore irrigidito e imprendibile che si nutre dell’assottigliamento della realtà fenomenica, ideologica, culturale. Un assottigliamento che è povertà intellettuale, incapacità razionale, immobilità fisica [parte prima, La non utopia].
Il Novecento, in ossequio a Hobsbawm, va dal 1914 al 1991. E dopo (post)? Il decennio successivo vede l’assoluta preminenza statunitense con il capitalismo dal volto buono di Clinton e una globalizzazione virale che investe ogni ambito delle realtà umane (società, arte, religione ecc.). Ma le avvisaglie del futuro assetto asimmetrico sono già qui: gli attentati del ’93 e del ’95 al WTC e ad Oklahoma City, quelli del ’98 alle ambasciate in Kenya e Tanzania, la difficile situazione interna (la rivolta del ’92 a L.A. e i fatti di sangue pre-attentato di Oklahoma sparsi su tutti gli stati dell’Unione) [parte seconda, Il secolo breve, anzi brevissimo].
L’11/09 è lo spartiacque che delimita la nuova, asimmetrica, visione globale. E i segni sono evidenti: il primo scorcio del Terzo Millennio lacerato, come un campo, dal ritorno di ideologie imperiali e contro-imperiali (lo “scontro di civiltà” di huntingotiana memoria), dal cannibalismo frenetico e anti-statalista delle grandi multinazionali, dalla migrazione forzata e non di interi popoli o, al contrario e di ritorno, della realizzazione di nuove frontiere iper-moderne, allo stesso tempo invisibili ed iper-realistiche [parte terza, This land is my land, this land is your my land].
La perdità di centralità del potere statale, le guerre transnazionali, i gruppi di individui dello stesso peso politico-culturale di una nazione sono gli elementi cardine di questa nuova asimmetria che si coagula attorno ad una nota via di Washington (K Street) e no, non di New York (Wall Street) [parte quarta, All around the world].
Ma l’orizzonte più oscuro è un altro. Il post-moderno, dicono/scrivono alcuni, è finito con l’11/09. Altri, dicono/scrivono, si è spezzato come il collo di David Foster Wallace attorno a quella corda, e in quel patio, la sera del 12 settembre 2008. Il linguaggio più appropriato, similare, superficialmente evidente, per un’epoca segnata da tali asimmetrie è frammentario, iper-mediale, giocosamente decostruito e ri-assemblato (forse) –quindi, post-moderno. Ma cosa succederebbe se ad una visione utopica, quindi classica (ma anche moderna), strutturata sui Grandi Racconti di Lyotard e le teorie di Greimas e Propp, si installasse un linguaggio, un pensiero post-moderno? Avremmo un ibrido, un altro “post” usurato e vuoto da aggiungere o si creerebbe quella confusione linguistica (e quindi di pensiero) che attanagliava di uomini di Babele?
E forse, con sublime tristezza, anche Jorge Luis Borges? [parte quinta, E domani e domani e domani…]
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