Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 11:02

Stavamo ancora compiendo studi sui “nuovi muri” (Tijuana, Gaza, ma non solo) ed ecco spuntarne degli altri del tutto innovativi. Che siano “di sicurezza” o “di emarginazione” – solita ed irrisolvibile diatriba – poco importa: in fondo sempre di muri, e quindi di brusche ed innaturali interruzioni, si tratta. La differenza è che in questo nuovo caso non ci sono pietre né fili spinati. Solo byte, codici binari, firewall messi lì in ordine a fare da barriera allo sviluppo culturale ed alla circolazione di idee ed avvenimenti. Perché in fondo oggi erigere muri veri e propri serve a ben poco, se basta un pc collegato a qualche cavo per poter conoscere e far conoscere una e l’altra parte della frontiera. In fondo bisognava aspettarselo che la libera circolazione di informazioni sdoganate grazie ad internet potesse non stare simpatica proprio a tutti. Da qui l’esigenza di utilizzare un metodo antico e sempre nuovo che senza troppe accortezze diplomatiche potremmo definire con il più concreto e realistico termine “censura”. “Muro”, però, rende bene l’idea della portata di questo fenomeno, che proprio come una parete, impedisce la conoscenza di ciò che c’è al di là.
Se in Occidente riusciamo ancora a sopravvivere più o meno degnamente al tentativo di legiferazione virtuale, il Medio Oriente e l’Asia hanno già abbondantemente conosciuto l’oscuramento o, nei casi migliori, l’”adeguamento” di molti siti considerati pericolosi. Il motivo, come ci sbattono in faccia i nostri liberalissimi media, è riassumibile in cinque lettere: Islam. L’Islam è censura, questa frase la sentiamo ormai ovunque. Siamo abituati a pensare alle popolazioni musulmane come a civiltà atrofizzate dentro la propria tradizione, senza desiderio di progresso, senza il minimo interesse al distacco tra legge temporale e spirituale. Ma limitare  le argomentazioni a ciò è piuttosto superficiale. Forse bisognerebbe andare alle radici dell’Islam, religione che nasce per opera di un Dio che comunica il messaggio di salvezza ad un Profeta. E questo messaggio di salvezza vive dell’urgenza di essere diffuso ad altri. Dunque, la comunicazione è un elemento insito in questa religione (cfr. “Cento domande sull’Islam –intervista a Samir Khalil Samir” a cura di Giorgio Paolucci e Camille Eid,2002, Ed. Marietti 1820).
Dunque, legame con la tradizione sì, ma guai a generalizzare. Come spiega Mohammed Abed al-Jabri, filosofo contemporaneo marocchino, nella sua “Ragione araba” (1998, Feltrinelli) esistono tre modi di leggere la propria tradizione: fondamentalista, marxista, liberale. Adottando tale riflessione e facendone un metodo d’indagine, da applicare a tre Stati con tutti i requisiti in questione (islamici e “facili” alla censura), ci si accorgerà che, forse, nella logica del muro virtuale non c’entra solo l’Islam. Tre Stati (membri dell’ONU, quindi firmatari di quella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo che agli artt. 18-19 prevede libertà di manifestazione del pensiero) decentrati rispetto all’islamismo arabo (in fondo anche l’Iran lo è, culturalmente parlando, posto com’è a far da “cerniera tra mondo arabo e mondo asiatico, pur non appartenendo a nessuno dei due”, come afferma P. L. Petrillo), ma che appartengono a quell’insieme di Stati che conta circa due terzi dei fedeli musulmani del mondo. Nell’ordine: il Pakistan, “centro nevralgico dell’estremismo”; il “rivoluzionario” Iran; la “multietnica” Malaysia (cfr. “A oriente del Profeta. L’Islam in Asia oltre i confini del mondo arabo” a cura di Paolo Affatato e Emanuele Giordana, 2005, O barra O edizioni; “Laboratorio Iran – Cultura, religione, modernità in Iran” a cura di Arnaldo Nesti, 2003, ed. Franco Angeli).
Ma i muri sono fatti anche per essere distrutti, e le crepe, in questi www(all) non mancano di certo.

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