Settembre 1989. Nel collegio Gabriel Havez a Creil (Oise) tre ragazze di 14 anni arrivano con il hijiâb. Il direttore cerca di convincerle a toglierlo. Niente da fare. Automatica l’espulsione, in nome della laicità della scuola, “la querelle sul velo” ha il suo inizio. Di fronte a questa situazione e ai numerosi dibattiti che suscita, il Presidente della Repubblica incaricò Bernard Stasi, «mediatore della Repubblica» dal 1998, figlio d’immigrati italo-messicani, di presiedere la Commissione per la laicità composta da un gruppo di 20 saggi. La Commissione così si espresse: «Dopo aver ascoltato le posizioni degli uni e degli altri, ritiene che oggi la questione non sia più la libertà di coscienza ma l’ordine pubblico. Il contesto è cambiato da qualche anno. Le tensioni e gli scontri negli istituti attorno alle questioni religiose sono diventati troppo frequenti. Non si riesce più ad assicurare lo svolgimento regolare dei corsi. Si esercitano pressioni su giovani ragazze, per costringerle a portare un simbolo religioso. L’ambiente familiare o sociale impone loro a volte scelte che non sono le loro. La Repubblica non può rimanere sorda al grido d’angoscia di queste giovani donne. Lo spazio scolastico deve restare per esse un luogo di libertà e di emancipazione. È per questo che la Commissione propone d’introdurre in un testo di legge sulla laicità la seguente disposizione: «Nel rispetto della libertà di coscienza e del carattere proprio degli istituti privati sotto contratto, sono vietati nelle scuole elementari e secondarie di primo e secondo grado gli indumenti e i simboli che manifestino un’appartenenza religiosa o politica. Ogni sanzione viene adeguata e assunta dopo che l’alunno è stato invitato ad uniformarsi agli obblighi».Novembre 2009. Nel comune di Varallo Sesia, in provincia di Vercelli, Indossare burqa, burqini e niqab è vietato da un’ordinanza comunale (500 euro la multa prevista) e, per chi non lo sapesse, cartelli stradali lo ricordano: «sottotitolati» in italiano e arabo, mostrano il classico simbolo del divieto stradale (il cerchio rosso con la barra diagonale) e una «X» rossa sovrapposta a disegni degli indumenti dell’islam “radicale”(?).Democrazia e laicità. Lo sfondo di queste discussioni coinvolge nel profondo le democrazie europee. Dov’è la democrazia, solo nel rispetto delle nostre “tradizioni” per chi viene da fuori o è nell’incontro tra più etnie che bisogna riconoscersi democratici? Qui si tratta di più linee d’ombra che ottenebrano il nostro presente.Sostrato della impasse non è il “velo” ma una governamentalità che si concentra sulle persone, ne vuole gestire le vite e soprattutto passa attraverso il controllo sui corpi delle donne. Come suggerisce la sociologa Tülay Umay, il “velo” diventa simbolo della modernità: «Nella modernità il velo non è più passività, adeguamento dell’individuo alla norma, è presa di parola, affermazione dell’individuo. E’ quindi una soggettività che si dà il diritto di apparire. Il velo diviene lo spazio della voce, della parola, della soggettività della donna. E’ dall’atto del velare parzialmente il loro corpo che può discendere l’atto dello svelare la loro realtà, la loro interiorità». Bibliografia:Michel Foucault, Nascita della Biopolitica Massimo Fini, SudditiBarbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico
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