Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 10:37

1. CHE COSA SONO I BALCANI?
-    Quanti Balcani?
-    Quali Balcani?
-    Balcanismi ed orientalismo
-    Cosa dire dei Balcani?

2. L’INVENZIONE DEI BALCANI
-    I nostri Balcani
-    La scoperta dei Balcani
-    La “balcanizzazione” dei Balcani
-    La provincia congelata d’Europa
-    La polveriera
-    Un ponte tra due mondi

3. I BALCANI VISTI DA DENTRO
-    Un’identità balcanica?
-    L’alba delle nazioni balcaniche
-    L’autopercezione balcanica
-    I Balcani nella cultura
a)    Njegoš e il Risorgimento serbo
b)    Ivo Andrić: l’interprete dei Balcani
c)    Radomir Konstantinović e la filosofia della “palanka”

4. CONCLUSIONI: QUALE FUTURO?
-    Una nuova identità
-    I Balcani in Europa

1.    CHE COSA SONO I BALCANI?

Quanti Balcani?
Provare a rispondere alla domanda “che cosa sono i Balcani?” non sembra cosa impossibile: essi sono evidentemente una zona geografica ben definita del continente europeo, e cioè la penisola che si estende nella parte sud-orientale d’Europa. La denominazione “Balcani” è (almeno in linea teorica) equivalente alle altre in uso, ovvero: penisola balcanica, penisola sud-est europea, Europa sud-orientale.
Questi pochi concetti, che sembrano di un’ovvietà disarmante, hanno in realtà dei contorni ben poco definiti. La prima difficoltà sorge quando si cerchi di stabilire quali siano i paesi che appartengono ai Balcani. Nel corso del tempo il loro territorio si è allargato e ristretto a fasi alterne, a volte coincidendo con la denominazione di Europa sud-orientale, altre volte specializzandosi in un’area più particolare. I loro confini, soprattutto quelli settentrionali, essendo gli altri geograficamente evidenti, si sono spostati dal Danubio ai Carpazi, arrivando ad includere la Slovacchia, o escludendo perfino la Bosnia e l’Erzegovina. La Romania e la Grecia non sono sempre incluse, anzi non lo erano quasi mai fino all’inizio del Novecento; la Turchia allo stesso modo entra ed esce dalla penisola senza sosta.
Perché è cosi difficile stabilire i confini di una penisola? È solo una questione geografica, oppure ci sono altre motivazioni che influenzano queste valutazioni? In generale si può dire che:

«la denominazione “Balcani” […] ha seguito un insieme di criteri geografici, politici, storici, culturali, etnici, religiosi ed economici o, più spesso, una combinazione di questi».

In altri termini si potrebbe affermare che, spesso e volentieri, i parametri puramente geografici hanno avuto ben poco peso nella delimitazione del territorio balcanico. Ciò che entra in gioco è piuttosto un insieme di considerazioni di diverso genere, tutte appartenenti alla sfera culturale. I Balcani sono, geograficamente parlando, un’entità indeterminata, sempre pronta ad essere modificata a seconda degli interessi che vi sono in gioco. Culturalmente parlando, i Balcani sono un insieme di categorie, di griglie attraverso le quali viene interpretata una porzione di mondo.
Non esiste una penisola balcanica. Ne esistono almeno due: una geografica, concreta, fisica, la quale però si frammenta in mille pezzi diversi, uno per ogni interpretazione. E ne esiste poi un’altra: quella simbolico-culturale, che non ha nulla di concreto ed è un puro e semplice insieme di categorie, di schemi interpretativi e, perché no, di stereotipi e pregiudizi. Paradossalmente, la seconda ha una struttura molto più solida e stabile della prima; anzi, bisogna riconoscere che la geografia balcanica è in tutto e per tutto dipendente dalle considerazioni culturali. I Balcani sono insieme uno e centomila; insomma, non sono nessuno.

Quali Balcani?
Quando si parla di Balcani, allora, a che cosa ci si riferisce? Di quali Balcani si parla, in genere?
L’oggetto del discorso è sempre ed in ogni caso l’idea, l’immagine che ci si è costruiti di essi. La cosa in sé, l’oggetto reale e concreto – cioè i Balcani come semplice porzione di mondo popolata da vari gruppi di persone reali – non è mai preso in considerazione. Esso non può essere considerato: i Balcani come categoria geografica scompaiono di fronte alla categoria culturale. L’oggetto reale e concreto è schiacciato da quello simbolico e metaforico.
Ciò significa che, anche quando si cerchi di affrontare il tema in maniera obiettiva e “scientifica”, si parte sempre da un retroterra profondo di stratificazioni culturali. I Balcani sono ormai divenuti quello che noi abbiamo voluto che fossero. Non c’è più differenza alcuna tra la loro essenza e la loro immagine; le griglie attraverso le quali essi sono stati percepiti, studiati ed inquadrati – in Occidente tanto quanto negli stessi paesi balcanici – sono divenute le categorie del loro essere. In questo senso, i Balcani sono a tutti gli effetti un mondo inventato.
Ma pur ammettendo tutto questo – cioè che la loro immagine sia talmente consolidata e cristallizzata da essere divenuta oramai sostanza – può esistere ancora un’altra possibilità? Un altro modo di essere e di essere percepiti? Questa indagine muove da un presupposto: la convinzione che i Balcani possano ancora cambiare, darsi un’altra identità e ricominciare, in un certo senso, una nuova vita. Ma per arrivare a questo, devono prima sbarazzarsi della loro ingombrante eredità, di quel fardello di stereotipi e pregiudizi che gli è stato letteralmente appiccicato. Occorre insomma dimostrare che quello che i Balcani sono oggi e il modo in cui noi – e loro, i balcanici stessi – li percepiamo è solamente un’invenzione, un mero prodotto storico, che non può avere alcuna pretesa di verità. È giunto il momento, ora che i paesi della penisola stanno via via entrando nell’Unione Europea, di riformulare le percezioni e i modelli attraverso i quali interpretiamo questa parte del continente; senza la presunzione di arrivare alla “verità” della loro essenza, ma nella speranza di poter trovare una forma più equa e più giusta.

Jacopo Giannangeli, “Balcanismi”, è il vincitore dei Seminari di QF a Tor Vergata 2009. Oggi Jacopo sta proseguendo le sue ricerche in Serbia.

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La nostra è una società che dà qualcosa in cambio di qualcosa, e nulla in cambio di nulla” Gordon Brown, Londra 2009, Discorso sull’Immigrazione.

Il Primo Ministro britannico propone due tipi di dispositivi: uno interno (il Points Based System) ed un esterno annunciando la creazione della nuova Border Agency, che istituisce visti biometrici, controlli di frontiera elettronici collegati al Sistema di Informazione di Schengen. Dal punto di vista interno egli propone un sistema che permetta di “allargare la possibilità di reclutamento” per salvaguardare la “flessibilità delle aziende britanniche”), e che lasci nella precarietà e senza diritti ampi strati della popolazione immigrata (“in un tale sistema alcuni diritti e l’accesso ai servizi pubblici, che attualmente sono a disposizione anche degli immigrati appena arrivati, non saranno più disponibili per i cittadini in prova… Si risparmieranno centinaia di milioni di sterline”) al fine di poterla controllare e disciplinare e di ridurre i costi del sistema. Espone quindi un sistema di cittadinanza a punti dove non è più sufficiente vivere e lavorare da molti anni per essere cittadini ma bisogna dimostrare una serie di requisiti, pena l’espulsione. Anche il diritto penale si è adeguato per cui “è dal 2008 che abbiamo assunto la decisione di espellere chiunque provenga da un paese extracomunitario che sia colpevole di un delitto la cui pena è superiore a un anno di carcere”.

E’ necessario innanzitutto definire i termini “biopolitica” e “modello disciplinare”, così come descritti da Michel Foucault come passaggi dell’ esercizio del potere che corrispondono a passaggi di fasi epocali. Foucault infatti distingue in termini storici i diversi paradigmi di esercizio del potere che si sono succeduti negli ultimi secoli: il secolo XVIII si caratterizza per l’emergere di una nuova tecnologia, detta disciplinare, che progressivamente soppianta l’esercizio “sovrano” del potere. All’episodicità di un potere personale che si esprime attraverso il prelievo di risorse e l’esercizio del diritto di morte , “che uccide e lascia vivere”, si sostituisce un potere anonimo centrato sul disciplinamento dei corpi individuali. Le immagini sui libri di Foucault come “Sorvegliare e punire” sono quelle dell’alberello tutto storto a cui si lega un palo dritto, per correggerlo e del Panopticon ovvero il modello di costruzione ideale del carcere attorno ad una torre di sorveglianza da cui si può sorvegliare sempre tutto.
Contemporaneamente, mentre le tecnologie disciplinari calibrano il loro intervento sul singolo corpo, la biopolitica assume come specifico referente la vita della popolazione, il corpo in quanto appartenente a una sfera biologica. La biopolitica si rivolge “alla molteplicità degli uomini ma non in quanto la molteplicità si risolve in corpi, bensì in quanto costituisce al contrario una massa globale, investita da processi di insieme che sono specifici della vita, come la nascita, la morte, la produzione, la malattia e così via”. Al “far morire e lasciar vivere” del sovrano si affianca il “far vivere e lasciar morire” di un biopotere che si manifesta non più nella messa a morte del condannato ma nel dispiegamento di pratiche volte a tutelare, accrescere e potenziare la vita delle popolazioni. Come sottolinea Foucault, l’insistenza sulla salvaguardia e la difesa della vita non ha affatto impedito che a partire dal pieno dispiegamento del paradigma biopolitico le guerre abbiano assunto dimensioni prima inimmaginabili. Il paradosso è solo apparente: la guerra, dal momento in cui diviene strumento per la salvaguardia della vita dei cittadini assume caratteristiche di efferatezza eccezionale che fanno cadere la distinzione tra militare e civile. La morte si presenta come la necessaria conseguenza di un agire volto in primo luogo a tutelare e conservare la vita dei cittadini, a garantire la sopravvivenza della razza o della nazione messa in forse da nemici interni o esterni.
Questi passaggi vanno storicamente inquadrati: al potere disciplinare dello Stato moderno, basato sul sistema di produzione fordista, subentra in maniera non omogenea un biopotere dello Stato post-moderno basato su un sistema di produzione postfordista, caratterizzato da una diffusa immaterialità cioè dalla produzione di servizi anziché di merci, nato nell’era dell’informazione.
L’ipotesi che si vuole indagare, scegliendo come campo privilegiato quello della immigrazione extracomunitaria, è che si possa ricondurre il mutamento del

sistema di controllo alla crisi del fordismo: ovvero un superamento del sistema carcere-fabbrica: “Il nuovo criterio direttivo è quello della capillarità, dell’estensione e della pervasività del controllo. Non si rinchiudono più gli individui, li si segue là dove essi sono normalmente rinchiusi: fuori della fabbrica, nel territorio.” (Melossi e Pavarini, “Carcere e fabbrica”, Bologna 1977). Eppure è singolare che le carceri (elemento chiave del sistema disciplinare) non siano mai state così affollate come oggi (e così affollate di extracomunitari), anche se oggi esse non vengono usate per rieducare gli individui ma per isolarli e infliggere pene esemplari. Si vedrà insomma se, dal punto di vista delle politiche del controllo, si è passati da misure “keynesiane” come il trattamento terapeutico, riabilitazione dei detenuti, intervento sociale sulle “cause” della criminalità e prevenzione sociale della devianza (tipiche del welfare state) a misure di tipo biopolitico, applicate a interi gruppi sociali visti come portatori di rischio.
I migranti, l’emergenza che su di loro è stata costruita e le forme di controllo che li imbrigliano, sono un esempio delle nuove strategie di controllo su una popolazione rischiosa, ovvero su un gruppo sociale inteso come possibile portatore di rischio e quindi oggetto di un trattamento preventivo basato sulla probabilità. Il sistema osserva quindi se l’individuo appartiene ad una classe pericolosa: poco importa se, soggettivamente sia o meno pericoloso. L’obiettivo diventa il raggiungimento del massimo della sicurezza col minimo spreco di risorse. (La pena di morte si morte può sembrare allora la più produttiva…). In buona sostanza si è assistito all’abbandono di qualunque finalità riabilitativa della pena perché essa serve solo all’eliminazione del soggetto dal contesto sociale.
Verranno analizzate, nella ricerca, le disposizioni sull’immigrazione, anche nell’ambito di accordi sovrannazionali per il controllo delle frontiere (l’Accordo di Schengen è esemplare) e le relazioni che esse hanno con la riformulazione del diritto penale, per mostrare come una definizione normativa (è considerato straniero chi non è cittadino di uno Stato membro della Comunità Europea) dà luogo ad una classificazione che comporta uno status giuridico di pericolosità sociale che accompagnerà il migrante durante l’intero soggiorno. Una concezione di pericolosità e del rischio criminale che, come dicevo, abolisce i singoli, le situazioni sociali, culturali e familiari di ciascuno, per trattare il problema in termini di categorie, popolazioni, gruppi sociali la cui definizione negativa si fonda su parametri diversi da quelli normalmente applicate ai cittadini. Un trattamento evidentemente discriminatorio. Per esempio l’Accordo di Schengen prescrive che il migrante, per poter entrare, deve dimostrare di avere i mezzi necessari al proprio sostentamento. Ciò presuppone che egli

possa delinquere perché povero e che il suo essere povero è più pericoloso di quello di un olandese o di un italiano. La mancanza di denaro costituisce in sé una carenza dal punto di vista legale che giustifica la limitazione di una libertà fondamentale: la libertà di movimento. Se il migrante potesse soddisfare tutte le richieste che gli vengono fatte, sarebbe incomprensibile la sua emigrazione. Non essere “rischioso” significa non avere motivi per emigrare. Significa non esistere. Come nota Alessandro De Giorgi nel suo “Tolleranza Zero”, Roma 2000, nota come la condizione di “popolazione pericolosa” sia permanente e strutturale, e preventivamente su di esse si esercita una prassi repressiva volta a escludere ciò che produce rischio o è percepito (e fatto percepire) come rischioso. L’espulsione, l’allontanamento, il respingimento si applicano indipendentemente dal compimento di un reato, basta qualsiasi forma di devianza (compreso il fatto di non disporre di un reddito o di avere un permesso di soggiorno scaduto). Al deviante cui faceva seguito il sistema penale nell’ età classica subentra la classe pericolosa.
De Giorgi prende a prestito dal mondo delle assicurazioni il termine “attuariale” (valutare la probabilità che si verifichi un incidente) e  mostra come esso si applichi alla popolazione immigrata nel suo insieme. Significa prescindere dal singolo fattore di rischio per concentrarsi sull’insieme. Le pratiche attuali del controllo ridistribuiscono un carico di rischio sull’intera popolazione immigrata: questo espone all’inquietante prospettiva di privare della libertà (o in alcuni casi recente lasciar morire) masse di individui non pericolosi.
E’ da notare come indagini sperimentali hanno mostrato come gli immigrati compiano in maggioranza reati strumentali ovvero destinati ad accaparrarsi un bene di consumo. Inoltre di come il sistema penale operi in maniera “selettiva” nei confronti della popolazione immigrata, dopo che la già selettività del sistema sociale abbia prodotto la marginalizzazione che determina le condizioni per il commettere reati strumentali. Il sistema penale “privilegia” l’immigrato nell’applicazione di misure cautelari in carcere. Anche la sospensione condizionale della pena vede l’immigrato svantaggiato rispetto al cittadino. Insomma è molto più probabile che un immigrato possa avere a che fare col carcere e per un periodo maggiore rispetto al cittadino.
Si può affermare che le nuove politiche di immigrazione tratta il problema in termini “preventivamente repressivi”, determinando un cambio di rotta rispetto alle politiche tradizionali di stampo welfarista. Se in precedenza il problema era trattato in termini di pevenzione sociale delle forme di devianza legate a fattori socio-economici, ora lo stesso problema viene visualizzato come rischiosità di un gruppo sociale, da governare mediante l’allontanamento fisico. E’ esclusione di massa. Controllo biopolitico del territorio.

Quindi tra il modello del “rifiuto ed espulsione”  (che precluderebbe alle imprese la possibilità di trarre vantaggio da una manodopera disposta ad accettere qualunque condizione di lavoro), e quella della “cooperazione e cittadinanza” (che, parimenti, comporterebbe la perdita di questa rendita perché tutti avrebbero uguali garanzie lavorative), si intravede una terza via: “l’inclusione subordinata”. Si è creato quindi un gruppo costantemente marginalizzato, costantemente sotto controllo e permanentemente precario. Una nuova classe di soggetti ai quali esattamente come ai “poveri laboriosi” del XVII secolo, può essere applicata con successo una strategia del terrore. Se i “poveri laboriosi” potevano evitare il carcere, nel caso del migrante lo spettro è l’espulsione.

Partiamo dalla definizione di “coscienza collettiva”,proposta da Emile Durkheim. Secondo Durkheim   essa si differenzia dalla coscienza individuale ed è l’insieme di rappresentazioni, norme e valori, condiviso dai membri di una società, e come tale costituisce  la dimensione societaria di questo insieme di persone.  Nello specifico Heidegger afferma che  l’uomo (che sia arabo o cristiano)  è gettato nel mondo in quanto non ha scelto consciamente  di esistervi  e in particolare è gettato nel micromondo in cui è vigente tale “coscienza collettiva”: si conforma cioè ad una determinata cultura vigente, che è la prima maniera per interagire verso l’altro.

Ora si passa ad un’analisi più dettagliata del concetto di identità, di società e di cultura : questi aspetti vengono approfonditi attraverso  i recenti studi dei rapporti tra Occidente  e Oriente, e dello sguardo che ha l’uno nei confronti dell’altro (occidentalismo e orientalismo). Said infatti afferma che i distretti del sapere, così come il lavoro degli artisti, sono limitati e modificati dall’ambiente sociale, dalle tradizioni culturali , dalla storia e dalle istituzioni.

Scrivere non è dunque un’attività libera, ma è soggetta a forti limitazioni nel repertorio delle immagini, nelle premesse e nelle intenzioni. Quando parliamo di “Orientalismo” ad esempio, ci riferiamo ad un modo “regolamentato” di scrivere, osservare e studiare, denominato da imperativi , prospettive e inclinazioni ideologiche  solo in apparenza  sono costruiti a misura dell’oriente. Gramsci parla addirittura di “egemonia culturale” e dell’ orientalismo come un ‘idea forte dell’Europa, una nozione collettiva tramite cui si identifica un “noi” europei in contrapposizione agli “altri” non europei.

I due film che ho voluto proporre per questo progetto di ricerca sono:

- Nuovomondo , regia di E. Crialese: tratta dell’emigrazione degli italiani nei primi anni del novecento verso l’America e del  profondo senso di identità che li lega alla loro terra e che sono purtroppo costretti ad abbandonare perché non offre concrete prospettive per il futuro.

- Lebanon, regia di S.Maoz: Prima guerra del Libano, giugno 1982. Un carro armato e un plotone di paracadutisti vengono inviati a perlustrare una cittadina ostile bombardata dall’aviazione israeliana. Ma i militari perdono il controllo della missione, che si trasforma in una trappola mortale. Quando scende la notte i soldati feriti restano rinchiusi nel centro della città, senza poter comunicare con il comando centrale e circondati dalle truppe d’assalto siriane che avanzano da ogni lato. Ben presto ci si rende conto che è una guerra  senza più alcun senso, guidata dalla follia e non dalla ragione umana.

L’uomo dunque , intellettualmente intorpidito, inseguirà sempre il sogno della pace perpetua, nata da un patto di non belligeranza tra popoli, ma non potrà mai ottenerla finchè ignoranza, sete di potere e fanatismo verranno “assorbiti” dall’animo umano in qualunque parte del mondo egli nasca.

Ora si passa ad un’analisi più dettagliata del concetto di identità, di società e di cultura : questi aspetti vengono approfonditi attraverso  i recenti studi dei rapporti tra Occidente  e Oriente, e dello sguardo che ha l’uno nei confronti dell’altro (occidentalismo e orientalismo). Said infatti afferma che i distretti del sapere, così come il lavoro degli artisti, sono limitati e modificati dall’ambiente sociale, dalle tradizioni culturali , dalla storia e dalle istituzioni.
Scrivere non è dunque un’attività libera, ma è soggetta a forti limitazioni nel repertorio delle immagini, nelle premesse e nelle intenzioni. Quando parliamo di “Orientalismo” ad esempio, ci riferiamo ad un modo “regolamentato” di scrivere, osservare e studiare, denominato da imperativi , prospettive e inclinazioni ideologiche  solo in apparenza  sono costruiti a misura dell’oriente. Gramsci parla addirittura di “egemonia culturale” e dell’ orientalismo come un ‘idea forte dell’Europa, una nozione collettiva tramite cui si identifica un “noi” europei in contrapposizione agli “altri” non europei.
I due film che ho voluto proporre per questo progetto di ricerca sono:
- Nuovomondo , regia di E. Crialese: tratta dell’emigrazione degli italiani nei primi anni del novecento verso l’America e del  profondo senso di identità che li lega alla loro terra e che sono purtroppo costretti ad abbandonare perché non offre concrete prospettive per il futuro.
- Lebanon, regia di S.Maoz: Prima guerra del Libano, giugno 1982. Un carro armato e un plotone di paracadutisti vengono inviati a perlustrare una cittadina ostile bombardata dall’aviazione israeliana. Ma i militari perdono il controllo della missione, che si trasforma in una trappola mortale. Quando scende la notte i soldati feriti restano rinchiusi nel centro della città, senza poter comunicare con il comando centrale e circondati dalle truppe d’assalto siriane che avanzano da ogni lato. Ben presto ci si rende conto che è una guerra  senza più alcun senso, guidata dalla follia e non dalla ragione umana.
L’uomo dunque , intellettualmente intorpidito, inseguirà sempre il sogno della pace perpetua, nata da un patto di non belligeranza tra popoli, ma non potrà mai ottenerla finchè ignoranza, sete di potere e fanatismo verranno “assorbiti” dall’animo umano in qualunque parte del mondo egli nascaPartiamo dalla definizione di “coscienza collettiva”,proposta da Emile Durkheim. Secondo Durkheim   essa si differenzia dalla coscienza individuale ed è l’insieme di rappresentazioni, norme e valori, condiviso dai membri di una società, e come tale costituisce  la dimensione societaria di questo insieme di persone.  Nello specifico Heidegger afferma che  l’uomo (che sia arabo o cristiano)  è gettato nel mondo in quanto non ha scelto consciamente  di esistervi  e in particolare è gettato nel micromondo in cui è vigente tale “coscienza collettiva”: si conforma cioè ad una determinata cultura vigente, che è la prima maniera per interagire verso l’altro.
Ora si passa ad un’analisi più dettagliata del concetto di identità, di società e di cultura : questi aspetti vengono approfonditi attraverso  i recenti studi dei rapporti tra Occidente  e Oriente, e dello sguardo che ha l’uno nei confronti dell’altro (occidentalismo e orientalismo). Said infatti afferma che i distretti del sapere, così come il lavoro degli artisti, sono limitati e modificati dall’ambiente sociale, dalle tradizioni culturali , dalla storia e dalle istituzioni.
Scrivere non è dunque un’attività libera, ma è soggetta a forti limitazioni nel repertorio delle immagini, nelle premesse e nelle intenzioni. Quando parliamo di “Orientalismo” ad esempio, ci riferiamo ad un modo “regolamentato” di scrivere, osservare e studiare, denominato da imperativi , prospettive e inclinazioni ideologiche  solo in apparenza  sono costruiti a misura dell’oriente. Gramsci parla addirittura di “egemonia culturale” e dell’ orientalismo come un ‘idea forte dell’Europa, una nozione collettiva tramite cui si identifica un “noi” europei in contrapposizione agli “altri” non europei.
I due film che ho voluto proporre per questo progetto di ricerca sono:
- Nuovomondo , regia di E. Crialese: tratta dell’emigrazione degli italiani nei primi anni del novecento verso l’America e del  profondo senso di identità che li lega alla loro terra e che sono purtroppo costretti ad abbandonare perché non offre concrete prospettive per il futuro.
- Lebanon, regia di S.Maoz: Prima guerra del Libano, giugno 1982. Un carro armato e un plotone di paracadutisti vengono inviati a perlustrare una cittadina ostile bombardata dall’aviazione israeliana. Ma i militari perdono il controllo della missione, che si trasforma in una trappola mortale. Quando scende la notte i soldati feriti restano rinchiusi nel centro della città, senza poter comunicare con il comando centrale e circondati dalle truppe d’assalto siriane che avanzano da ogni lato. Ben presto ci si rende conto che è una guerra  senza più alcun senso, guidata dalla follia e non dalla ragione umana.
L’uomo dunque , intellettualmente intorpidito, inseguirà sempre il sogno della pace perpetua, nata da un patto di non belligeranza tra popoli, ma non potrà mai ottenerla finchè ignoranza, sete di potere e fanatismo verranno “assorbiti” dall’animo umano in qualunque parte del mondo egli nasca.
Nel procedere con questo progetto di ricerca, mi sono valso della lettura di diversi numeri dell’allora mensile ‘Supertifo’ , rivista dei tifosi organizzati; dei testi: ‘Campo di calcio, campo di battaglia’di Ivan Colovic; ‘You’ll never walk alone’ di Rocco de Biasi; e di diverse altre fonti in rete.
Leggendo di Grobari e di Delije  o  di Cigani ed  ambientando la lettura in Belgrado, potremmo incorrere in
un misunderstand: ritenere che si tratti di qualche racconto sulle tradizioni popolari serbe  di un karadzic. Ma non è così: i Becchini o i Coraggiosi –nomi delle tifoserie delle due squadre di calcio della città serba- sono gente in carne ed ossa (che vicendevolmente etichettarono l’avversario). Medesima cosa parrebbe avvenire in altre zone balcaniche con nomi per autoproclamarsi, dei più fantasiosi ; così come avviene in Europa Occidentale (regno del calcio), ma pure in ogni altra parte del globo, avvenuta la globalizzazione: il distinguo sta tutto però nelle motivazioni.
Se da noi la violenza giovanile è parte di una sottocultura con la quale proclamarsi attraverso un nome, usare la violenza come maniera comica di opporsi allo stato delle cose, ovvero metodo per diffondere la propria esistenza, in un mondo  di simboli; nei Balcani i presupposti della rappresentazione della propria identità attraverso il tifo, attraverso la cassa di risonanza mediatica che il calcio offre, sono ben altri. Nonostante ciò, l’onda glam globalizzante del tifo non ha lasciato intatta questa area geografica: i cori da stadio sono di matrice italiana, o britannica; l’uso di striscioni su cui scriverci il proprio nome (di gruppo) pure. Persino il rituale della battaglia fra gang o la stessa tecnica di lotta si informano di ricette nostrane. E cosa dire poi dell’internazionale movimento A.C.A.B. (all cops are bastard) il quale unisce tutte le curve del mondo, nel nome dell’anarchia da stadio, ovvero di una anarchia sociale?
Ma nonostante ciò le tifoserie balcaniche, in special modo serbe, anzi di Belgrado hanno un background altro. Gente che, in una trasfigurazione semantica, ha riversato gli interessi sportivi in quelli politico-militari-; la politica di contro arruolò giovani leve dagli spalti di calcio. Si parla dello scenario serbo. Di come il nazionalismo di Belgrado sia stato pure uno dei motori della guerra interetnica nella ex-Jugoslavia. Si parla non tanto del Partizan o della Stella Rossa (squadre di calcio della capitale serba), e nemmeno del fenomeno degli ultras o degli hooligans: quanto di quella esperienza singolare che vede il mondo del pallone (del basket, o di ogni altro sport in cui possa primeggiare il vessillo della nazione serba) come platea per esaltare il proprio nazionalismo.
I tifosi organizzati della Stella Rossa (la squadra della Polizia) si ebbero sin dagli anni ‘50 del 900. La Crvena zvezda divenne sempre più punto di riferimento per i giovani che avevano bisogno di identificarsi in un credo: gli Ultras e i Red Devils prima (sorti negli anni ‘80) e poi altre unioni dai nomi più disparati, divennero il faro per i tifosi Zingari. E gli scontri con altre tifoserie quasi una maniera per ridefinire gli stati di forza. Nonostante ciò il calcio rimaneva l’unico vessillo cui appigliarsi, anche in un periodo torbido per la ex-Jugoslavia. Infatti anche se c’erano contrasti con croati e bosniaci, solo la Stella Rossa e la rivalità coi Becchini del Partizan restavano una speranza di diversivo cui aggrapparsi.
Ma fu una illusione, dato che inevitabilmente gli scontri  si dirottarono non più sul nemico sportivo e cittadino, ma sul nemico extra-regionale bosniaco, e soprattutto croato. Come non menzionare gli incidenti avvenuti a Zagabria nel ’90 che videro i Delije primeggiare sui Bad Blue Boys locali? ( proprio il match fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, in cui vi furono botte non solo fra tifosi, ma pure fra giocatori e polizia,  fu visto come l’inizio delle ostilità fra due modi di vivere, ovvero l’inizio della guerra civile serbo-croata ) Stesso teppismo sempre nel nome della bandiera serba, ma con motivazioni più leggere avvenne anche in altri stadi d’ Europa. Era un po’ come se la cifra che questi tifosi esportavano dovesse strutturarsi di un nazionalismo fondato sulla forza: io sono più teppista, sono più forte. Ho più potere.
Forza che molti giovani biancorossi portarono al fronte, durante la guerra intestina jugoslava degli anni ’90. E tanti non tornarono dal fronte. Ci fu poi un cambio generazionale fra le leve del tifo. Ma la crisi economica dovuta alla guerra, o le restrizioni che la UEFA diede al club biancorosso, non fermarono la passionalità di questi tifosi.
Un discorso forse simile si può fare per i Grobari, ovvero i Becchini, tifosi del team Partizan (la squadra dell’Esercito) della stessa Belgrado. La matrice del tifo di questi tifosi bianconeri, era però ispirata più ad un metro britannico: agli hooligans d’oltremanica. Gruppi meno organizzati ma pi violenti.
Mentre i tifosi Cigani della Stella Rossai fino all’inevitabile entrata in guerra pensavano al proprio orto, ai campanilismi cittadini; i Grobari, invece, da sempre collusi con la politica, furono subito una fonte diretta per le milizie paramilitari del generale Arkan ( ex-capotifoso di curva) –le temibili Tigri. Proprio gli elementi più violenti ed esagitati di queste fila di tifosi, rappresentarono lo zoccolo duro di quella milizia che si macchiò di vari orrori di guerra in Croazia e Bosnia.
In Italia i tifosi della Lazio, storicamente di destra, durante una partita di calcio di pochi anni fa, issarono uno striscione in ricordo della Tigre Arkan, al secolo Zeliko Raznatovic, che fu ucciso in un albergo della capitale serba.
Di fatto i tifosi serbi delle due squadre di Belgrado (quindi fraterni nemici) riescono a fraternizzare, quando si tratta di lottare per l’ideale superiore che è la Nazione.
E’ il caso di quando uniti protestarono all’indomani della dichiarazione d’Indipendenza del Kosovo. Già prima, negli anni ’90, queste diverse frange si erano unite nel nome del Nazionalismo, e della pulizia etnica- guidate dal già menzionato generale-tifoso Arkan, il quale soleva girare per le strade di Belgrado con una spartana vettura: una Cadillac color rosa.
Se ci basta ricordare i massacri attuati dalle milizie di questo Comandante, ad esempio, a Sasina in Bosnia con lo sterminio di migliaia di musulmani, capiamo che il calcio non c’entra più: esso con la sua illogica passione, asservì solo al giuoco di inumani potentati. Questo tipo di Nazionalismo, che poteva nascere dalla logica di quartiere del ‘io sono più forte’, una volta prestato ad altri ambiti, sviluppò molte storture.
Una di queste è il legame che si è sviluppato tra la Mafia balcanica e questi ultrà-nazionalisti serbi (ortodossi).
E’ recente la manifestazione di quale sia la vera entità che questi tifosi hanno: bruciano ancora vessilli croati, intonano slogan a favore del ‘proprio’ Kosovo;  assaltano l’ ambasciata USA e quasi quella turca, volendo colpire la moschea di Belgrado; si oppongono fermamente all’edizione serba del Gay Pride.
Ma se non ci si zuffa per questioni Alte come la politica, resta sempre l’orpello calcistico come strumento per sfogare una rabbia quasi genetica:è di qualche mese(settembre) fa la vicenda della barbara uccisione di un supporter del Tolosa, ad opera dei fans del Partizan. Delinquenza criminale? Cronaca nera? Vero. Anche in nazioni più civili come l’Italia accadono di queste barbarie; addirittura da noi la polizia spara ad altezza d’uomo a giovani tifosi che dormono, ma sono ultras.
In Serbia, vi è una caratteristica di fanatismo più marcata: follia che si nutre di nazionalismo. Per i tifosi  più estremi una partita non è un avvenimento sportivo,  ma l’occasione per vendicare vecchie offese, o per chiudere qualche conto.
Da noi specularmente potresti trovare, nonostante le ultime leggi che vietano l’ingresso negli stadi di striscioni o vessilli non autorizzati (dalle Questure), bandiere o striscioni evocanti questa o quella ideologia politica (un Che o una Croce Uncinata),ma in fondo i giovani che commettono queste performances non sanno neanche cosa fanno; ma lì è tutto drammaticamente sentito è vissuto: la commistione fra sport e politica è pesante.
A poco varrebbe che si adottassero politiche di repressione della violenza ispirate al modello inglese (politiche che debellarono dai campi di calcio il fenomeno dell’hooliganesimo): se già nella loro formazione i giovani crescono con la Patria come ideale supremo, come pensiero principe, tu potrai inibirli nello stadio, ma al di fuori essi si scateneranno. E cosa dire quando si aizzeranno  contro il vicino diverso?

Questo progetto di ricerca parte dalla lettura del mensile ‘Supertifo’ , rivista dei tifosi organizzati, dei volumi ‘Campo di calcio, campo di battaglia’ di Ivan Colovic e ‘You’ll never walk alone’ di Rocco de Biasi e attraverso la consultazione di alcune fonti in rete.

Leggendo di Grobari e di Delije  o  di Cigani ed  ambientando la lettura in Belgrado, potremmo incorrere in un misunderstand: ritenere che si tratti di qualche racconto sulle tradizioni popolari serbe  di un karadzic. Ma non è così: i Becchini o i Coraggiosi –nomi delle tifoserie delle due squadre di calcio della città serba- sono gente in carne ed ossa. La stessa cosa accade in altre zone balcaniche con nomi tra i più fantasiosi, nell’Europa Occidentale (regno del calcio), ed in ogni altra parte della terra post-globalizzazione. La differenza è però nelle motivazioni sottese.

Se da noi la violenza giovanile nasce in genere dalla sottocultura che si proclama attraverso un nome e si oppone in maniera comica allo stato delle cose, nei Balcani i presupposti della rappresentazione della propria identità attraverso il tifo, usando la cassa di risonanza mediatica del calcio, sono ben altri. Nonostante ciò, l’onda glam globalizzante del tifo non ha lasciato intatta questa area geografica: i cori da stadio sono di matrice italiana, o britannica; l’uso di striscioni su cui scrivere il proprio nome pure. Persino il rituale della battaglia fra gang o la stessa tecnica di lotta si impastano su ricette nostrane. E cosa dire poi dell’internazionale movimento A.C.A.B. (all cops are bastard) che unisce tutte le curve del mondo, nel nome dell’anarchia da stadio, ovvero di una anarchia sociale?

Ma nonostante ciò le tifoserie balcaniche, in special modo quelle serbe di Belgrado hanno un background diverso. Gente che, trasfigurando semanticamente il tifo, ha riversato gli interessi sportivi in quelli politico-militari-; la politica di contro arruolava giovani leve dagli spalti di calcio. E’ questo lo scenario serbo in cui il nazionalismo di Belgrado sia stato pure motore della guerra interetnica nella ex-Jugoslavia. Non mi riferisco alle tifoserie del Partizan o della Stella Rossa (squadre di calcio della capitale serba), e nemmeno del fenomeno degli ultras o degli hooligans ma alla singolare esperienza che vede il mondo del pallone (del basket, o di ogni altro sport in cui possa primeggiare il vessillo della nazione serba) come platea per esaltare il proprio nazionalismo.

I tifosi organizzati della Stella Rossa (la squadra della Polizia) li ritroviamo sin dagli anni ‘50 del 900. La Crvena zvezda divenne sempre più punto di riferimento per i giovani che avevano bisogno di identificarsi in un credo: gli Ultras e i Red Devils prima (sorti negli anni ‘80) e poi altre unioni dai nomi più disparati, divennero il faro per i tifosi Zingari. E gli scontri con altre tifoserie una maniera per ridefinire gli stati di forza. Nonostante ciò il calcio rimaneva l’unico vessillo cui appigliarsi, anche in un periodo torbido per la ex-Jugoslavia. Sebbene ci fossero contrasti con croati e bosniaci, la Stella Rossa e la rivalità coi Becchini del Partizan erano la speranza a cui aggrapparsi.

Inevitabilmente però gli scontri  si dirottarono non più sul nemico sportivo e cittadino, ma sul nemico extra-regionale bosniaco, e soprattutto croato. Come non menzionare gli incidenti avvenuti a Zagabria nel ’90 che videro i Delije primeggiare sui Bad Blue Boys locali? ( proprio il match fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, in cui vi furono botte non solo fra tifosi, ma pure fra giocatori e polizia,  fu visto come l’inizio delle ostilità fra due modi di vivere, ovvero l’inizio della guerra civile serbo-croata ) Stesso teppismo sempre nel nome della bandiera serba, ma con motivazioni più leggere avvenne anche in altri stadi d’ Europa. Era un po’ come se la cifra che questi tifosi esportavano dovesse strutturarsi di un nazionalismo fondato sulla forza: io sono più teppista, sono più forte. Ho più potere.

Forza che molti giovani biancorossi portarono al fronte, durante la guerra intestina jugoslava degli anni ’90. E molti da fronte non fecero ritorno. Ci fu poi un cambio generazionale fra le leve del tifo. Ma la crisi economica dovuta alla guerra, o le restrizioni che il club biancorosso subì dall’EUFA, non fermarono la passionalità di questi tifosi.

Un discorso forse simile si può fare per i Grobari, ovvero i Becchini, tifosi del team Partizan (la squadra dell’Esercito) della stessa Belgrado. La matrice del tifo di questi tifosi bianconeri, era però maggiormente ispirata al metro britannico, agli hooligans d’oltremanica. Gruppi meno organizzati ma più violenti.

Mentre i tifosi Cigani della Stella Rossai fino all’inevitabile entrata in guerra pensavano al proprio orto, ai campanilismi cittadini, i Grobari, invece, da sempre collusi con la politica, furono subito una fonte diretta per le milizie paramilitari del generale Arkan ( ex-capotifoso di curva) –le temibili Tigri. Proprio gli elementi più violenti ed esagitati di queste fila di tifosi, rappresentarono lo zoccolo duro di quella milizia che si macchiò di vari orrori di guerra in Croazia e Bosnia.

In Italia i tifosi della Lazio, storicamente di destra, durante una partita di calcio di pochi anni fa, issarono uno striscione in ricordo della Tigre Arkan, al secolo Zeliko Raznatovic, ammazzato in un albergo della capitale serba.

Di fatto i tifosi serbi delle due squadre di Belgrado (quindi fraterni nemici) riescono a fraternizzare, quando si tratta di lottare per l’ideale superiore che è la Nazione.

E’ il caso di quando uniti protestarono all’indomani della dichiarazione d’Indipendenza del Kosovo. Già prima, negli anni ’90, queste diverse frange si erano unite nel nome del Nazionalismo, e della pulizia etnica- guidate dal già menzionato generale-tifoso Arkan, il quale soleva girare per le strade di Belgrado con una spartana vettura: una Cadillac color rosa.

Se ci basta ricordare i massacri attuati dalle milizie di questo Comandante, ad esempio, a Sasina in Bosnia con lo sterminio di migliaia di musulmani, capiamo che il calcio non c’entra più: esso con la sua illogica passione, asservì solo al giuoco di inumani potentati. Questo tipo di Nazionalismo, che poteva nascere dalla logica di quartiere del ‘io sono più forte’, una volta prestato ad altri ambiti, sviluppò molte storture.Una di queste è il legame che si è sviluppato tra la Mafia balcanica e questi ultrà-nazionalisti serbi (ortodossi).

Di recente la manifestazione della portata vera di questi tifosi: si bruciano tuttora vessilli croati, si intonano slogan a favore del ‘proprio’ Kosovo;  si assalta l’ ambasciata USA e quella turca, volendo colpire la moschea di Belgrado; si oppongono fermamente all’edizione serba del Gay Pride.

Ma se non ci si zuffa per questioni Alte come la politica, resta sempre l’orpello calcistico come strumento per sfogare una rabbia quasi genetica:è di pochi mesi fa la vicenda della barbara uccisione di un supporter del Tolosa, ad opera dei fans del Partizan. Delinquenza criminale? Cronaca nera? Vero. Anche in nazioni più civili come l’Italia accadono di queste barbarie; addirittura in Itlaia la polizia spara ad altezza d’uomo a giovani tifosi che dormono, ma sono ultras.

In Serbia, vi è una caratteristica di fanatismo più marcata: follia che si nutre di nazionalismo. Per i tifosi  più estremi una partita non è un avvenimento sportivo,  ma l’occasione per vendicare vecchie offese, o per chiudere qualche conto.

Da noi si possono trovare, nonostante le ultime leggi che vietano l’ingresso negli stadi di striscioni o vessilli non autorizzati (dalle Questure), bandiere o striscioni evocanti questa o quella ideologia politica (un Che o una Croce Uncinata),ma in fondo i giovani che commettono queste performances non sono del tutto consapevoli.

A poco varrebbe che si adottassero politiche di repressione della violenza ispirate al modello inglese (politiche che debellarono dai campi di calcio il fenomeno dell’hooliganesimo): se già nella loro formazione i giovani crescono con la Patria come ideale supremo, come pensiero principe, per quanto li si possa allontanare  dallo stadio,questi sapranno scatenarsi all’esterno. E cosa si può fare quando si aizzeranno  contro il vicino diverso?

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