Nel procedere con questo progetto di ricerca, mi sono valso della lettura di diversi numeri dell’allora mensile ‘Supertifo’ , rivista dei tifosi organizzati; dei testi: ‘Campo di calcio, campo di battaglia’di Ivan Colovic; ‘You’ll never walk alone’ di Rocco de Biasi; e di diverse altre fonti in rete.
Leggendo di Grobari e di Delije o di Cigani ed ambientando la lettura in Belgrado, potremmo incorrere in
un misunderstand: ritenere che si tratti di qualche racconto sulle tradizioni popolari serbe di un karadzic. Ma non è così: i Becchini o i Coraggiosi –nomi delle tifoserie delle due squadre di calcio della città serba- sono gente in carne ed ossa (che vicendevolmente etichettarono l’avversario). Medesima cosa parrebbe avvenire in altre zone balcaniche con nomi per autoproclamarsi, dei più fantasiosi ; così come avviene in Europa Occidentale (regno del calcio), ma pure in ogni altra parte del globo, avvenuta la globalizzazione: il distinguo sta tutto però nelle motivazioni.
Se da noi la violenza giovanile è parte di una sottocultura con la quale proclamarsi attraverso un nome, usare la violenza come maniera comica di opporsi allo stato delle cose, ovvero metodo per diffondere la propria esistenza, in un mondo di simboli; nei Balcani i presupposti della rappresentazione della propria identità attraverso il tifo, attraverso la cassa di risonanza mediatica che il calcio offre, sono ben altri. Nonostante ciò, l’onda glam globalizzante del tifo non ha lasciato intatta questa area geografica: i cori da stadio sono di matrice italiana, o britannica; l’uso di striscioni su cui scriverci il proprio nome (di gruppo) pure. Persino il rituale della battaglia fra gang o la stessa tecnica di lotta si informano di ricette nostrane. E cosa dire poi dell’internazionale movimento A.C.A.B. (all cops are bastard) il quale unisce tutte le curve del mondo, nel nome dell’anarchia da stadio, ovvero di una anarchia sociale?
Ma nonostante ciò le tifoserie balcaniche, in special modo serbe, anzi di Belgrado hanno un background altro. Gente che, in una trasfigurazione semantica, ha riversato gli interessi sportivi in quelli politico-militari-; la politica di contro arruolò giovani leve dagli spalti di calcio. Si parla dello scenario serbo. Di come il nazionalismo di Belgrado sia stato pure uno dei motori della guerra interetnica nella ex-Jugoslavia. Si parla non tanto del Partizan o della Stella Rossa (squadre di calcio della capitale serba), e nemmeno del fenomeno degli ultras o degli hooligans: quanto di quella esperienza singolare che vede il mondo del pallone (del basket, o di ogni altro sport in cui possa primeggiare il vessillo della nazione serba) come platea per esaltare il proprio nazionalismo.
I tifosi organizzati della Stella Rossa (la squadra della Polizia) si ebbero sin dagli anni ‘50 del 900. La Crvena zvezda divenne sempre più punto di riferimento per i giovani che avevano bisogno di identificarsi in un credo: gli Ultras e i Red Devils prima (sorti negli anni ‘80) e poi altre unioni dai nomi più disparati, divennero il faro per i tifosi Zingari. E gli scontri con altre tifoserie quasi una maniera per ridefinire gli stati di forza. Nonostante ciò il calcio rimaneva l’unico vessillo cui appigliarsi, anche in un periodo torbido per la ex-Jugoslavia. Infatti anche se c’erano contrasti con croati e bosniaci, solo la Stella Rossa e la rivalità coi Becchini del Partizan restavano una speranza di diversivo cui aggrapparsi.
Ma fu una illusione, dato che inevitabilmente gli scontri si dirottarono non più sul nemico sportivo e cittadino, ma sul nemico extra-regionale bosniaco, e soprattutto croato. Come non menzionare gli incidenti avvenuti a Zagabria nel ’90 che videro i Delije primeggiare sui Bad Blue Boys locali? ( proprio il match fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, in cui vi furono botte non solo fra tifosi, ma pure fra giocatori e polizia, fu visto come l’inizio delle ostilità fra due modi di vivere, ovvero l’inizio della guerra civile serbo-croata ) Stesso teppismo sempre nel nome della bandiera serba, ma con motivazioni più leggere avvenne anche in altri stadi d’ Europa. Era un po’ come se la cifra che questi tifosi esportavano dovesse strutturarsi di un nazionalismo fondato sulla forza: io sono più teppista, sono più forte. Ho più potere.
Forza che molti giovani biancorossi portarono al fronte, durante la guerra intestina jugoslava degli anni ’90. E tanti non tornarono dal fronte. Ci fu poi un cambio generazionale fra le leve del tifo. Ma la crisi economica dovuta alla guerra, o le restrizioni che la UEFA diede al club biancorosso, non fermarono la passionalità di questi tifosi.
Un discorso forse simile si può fare per i Grobari, ovvero i Becchini, tifosi del team Partizan (la squadra dell’Esercito) della stessa Belgrado. La matrice del tifo di questi tifosi bianconeri, era però ispirata più ad un metro britannico: agli hooligans d’oltremanica. Gruppi meno organizzati ma pi violenti.
Mentre i tifosi Cigani della Stella Rossai fino all’inevitabile entrata in guerra pensavano al proprio orto, ai campanilismi cittadini; i Grobari, invece, da sempre collusi con la politica, furono subito una fonte diretta per le milizie paramilitari del generale Arkan ( ex-capotifoso di curva) –le temibili Tigri. Proprio gli elementi più violenti ed esagitati di queste fila di tifosi, rappresentarono lo zoccolo duro di quella milizia che si macchiò di vari orrori di guerra in Croazia e Bosnia.
In Italia i tifosi della Lazio, storicamente di destra, durante una partita di calcio di pochi anni fa, issarono uno striscione in ricordo della Tigre Arkan, al secolo Zeliko Raznatovic, che fu ucciso in un albergo della capitale serba.
Di fatto i tifosi serbi delle due squadre di Belgrado (quindi fraterni nemici) riescono a fraternizzare, quando si tratta di lottare per l’ideale superiore che è la Nazione.
E’ il caso di quando uniti protestarono all’indomani della dichiarazione d’Indipendenza del Kosovo. Già prima, negli anni ’90, queste diverse frange si erano unite nel nome del Nazionalismo, e della pulizia etnica- guidate dal già menzionato generale-tifoso Arkan, il quale soleva girare per le strade di Belgrado con una spartana vettura: una Cadillac color rosa.
Se ci basta ricordare i massacri attuati dalle milizie di questo Comandante, ad esempio, a Sasina in Bosnia con lo sterminio di migliaia di musulmani, capiamo che il calcio non c’entra più: esso con la sua illogica passione, asservì solo al giuoco di inumani potentati. Questo tipo di Nazionalismo, che poteva nascere dalla logica di quartiere del ‘io sono più forte’, una volta prestato ad altri ambiti, sviluppò molte storture.
Una di queste è il legame che si è sviluppato tra la Mafia balcanica e questi ultrà-nazionalisti serbi (ortodossi).
E’ recente la manifestazione di quale sia la vera entità che questi tifosi hanno: bruciano ancora vessilli croati, intonano slogan a favore del ‘proprio’ Kosovo; assaltano l’ ambasciata USA e quasi quella turca, volendo colpire la moschea di Belgrado; si oppongono fermamente all’edizione serba del Gay Pride.
Ma se non ci si zuffa per questioni Alte come la politica, resta sempre l’orpello calcistico come strumento per sfogare una rabbia quasi genetica:è di qualche mese(settembre) fa la vicenda della barbara uccisione di un supporter del Tolosa, ad opera dei fans del Partizan. Delinquenza criminale? Cronaca nera? Vero. Anche in nazioni più civili come l’Italia accadono di queste barbarie; addirittura da noi la polizia spara ad altezza d’uomo a giovani tifosi che dormono, ma sono ultras.
In Serbia, vi è una caratteristica di fanatismo più marcata: follia che si nutre di nazionalismo. Per i tifosi più estremi una partita non è un avvenimento sportivo, ma l’occasione per vendicare vecchie offese, o per chiudere qualche conto.
Da noi specularmente potresti trovare, nonostante le ultime leggi che vietano l’ingresso negli stadi di striscioni o vessilli non autorizzati (dalle Questure), bandiere o striscioni evocanti questa o quella ideologia politica (un Che o una Croce Uncinata),ma in fondo i giovani che commettono queste performances non sanno neanche cosa fanno; ma lì è tutto drammaticamente sentito è vissuto: la commistione fra sport e politica è pesante.
A poco varrebbe che si adottassero politiche di repressione della violenza ispirate al modello inglese (politiche che debellarono dai campi di calcio il fenomeno dell’hooliganesimo): se già nella loro formazione i giovani crescono con la Patria come ideale supremo, come pensiero principe, tu potrai inibirli nello stadio, ma al di fuori essi si scateneranno. E cosa dire quando si aizzeranno contro il vicino diverso?
Questo progetto di ricerca parte dalla lettura del mensile ‘Supertifo’ , rivista dei tifosi organizzati, dei volumi ‘Campo di calcio, campo di battaglia’ di Ivan Colovic e ‘You’ll never walk alone’ di Rocco de Biasi e attraverso la consultazione di alcune fonti in rete.
Leggendo di Grobari e di Delije o di Cigani ed ambientando la lettura in Belgrado, potremmo incorrere in un misunderstand: ritenere che si tratti di qualche racconto sulle tradizioni popolari serbe di un karadzic. Ma non è così: i Becchini o i Coraggiosi –nomi delle tifoserie delle due squadre di calcio della città serba- sono gente in carne ed ossa. La stessa cosa accade in altre zone balcaniche con nomi tra i più fantasiosi, nell’Europa Occidentale (regno del calcio), ed in ogni altra parte della terra post-globalizzazione. La differenza è però nelle motivazioni sottese.
Se da noi la violenza giovanile nasce in genere dalla sottocultura che si proclama attraverso un nome e si oppone in maniera comica allo stato delle cose, nei Balcani i presupposti della rappresentazione della propria identità attraverso il tifo, usando la cassa di risonanza mediatica del calcio, sono ben altri. Nonostante ciò, l’onda glam globalizzante del tifo non ha lasciato intatta questa area geografica: i cori da stadio sono di matrice italiana, o britannica; l’uso di striscioni su cui scrivere il proprio nome pure. Persino il rituale della battaglia fra gang o la stessa tecnica di lotta si impastano su ricette nostrane. E cosa dire poi dell’internazionale movimento A.C.A.B. (all cops are bastard) che unisce tutte le curve del mondo, nel nome dell’anarchia da stadio, ovvero di una anarchia sociale?
Ma nonostante ciò le tifoserie balcaniche, in special modo quelle serbe di Belgrado hanno un background diverso. Gente che, trasfigurando semanticamente il tifo, ha riversato gli interessi sportivi in quelli politico-militari-; la politica di contro arruolava giovani leve dagli spalti di calcio. E’ questo lo scenario serbo in cui il nazionalismo di Belgrado sia stato pure motore della guerra interetnica nella ex-Jugoslavia. Non mi riferisco alle tifoserie del Partizan o della Stella Rossa (squadre di calcio della capitale serba), e nemmeno del fenomeno degli ultras o degli hooligans ma alla singolare esperienza che vede il mondo del pallone (del basket, o di ogni altro sport in cui possa primeggiare il vessillo della nazione serba) come platea per esaltare il proprio nazionalismo.
I tifosi organizzati della Stella Rossa (la squadra della Polizia) li ritroviamo sin dagli anni ‘50 del 900. La Crvena zvezda divenne sempre più punto di riferimento per i giovani che avevano bisogno di identificarsi in un credo: gli Ultras e i Red Devils prima (sorti negli anni ‘80) e poi altre unioni dai nomi più disparati, divennero il faro per i tifosi Zingari. E gli scontri con altre tifoserie una maniera per ridefinire gli stati di forza. Nonostante ciò il calcio rimaneva l’unico vessillo cui appigliarsi, anche in un periodo torbido per la ex-Jugoslavia. Sebbene ci fossero contrasti con croati e bosniaci, la Stella Rossa e la rivalità coi Becchini del Partizan erano la speranza a cui aggrapparsi.
Inevitabilmente però gli scontri si dirottarono non più sul nemico sportivo e cittadino, ma sul nemico extra-regionale bosniaco, e soprattutto croato. Come non menzionare gli incidenti avvenuti a Zagabria nel ’90 che videro i Delije primeggiare sui Bad Blue Boys locali? ( proprio il match fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, in cui vi furono botte non solo fra tifosi, ma pure fra giocatori e polizia, fu visto come l’inizio delle ostilità fra due modi di vivere, ovvero l’inizio della guerra civile serbo-croata ) Stesso teppismo sempre nel nome della bandiera serba, ma con motivazioni più leggere avvenne anche in altri stadi d’ Europa. Era un po’ come se la cifra che questi tifosi esportavano dovesse strutturarsi di un nazionalismo fondato sulla forza: io sono più teppista, sono più forte. Ho più potere.
Forza che molti giovani biancorossi portarono al fronte, durante la guerra intestina jugoslava degli anni ’90. E molti da fronte non fecero ritorno. Ci fu poi un cambio generazionale fra le leve del tifo. Ma la crisi economica dovuta alla guerra, o le restrizioni che il club biancorosso subì dall’EUFA, non fermarono la passionalità di questi tifosi.
Un discorso forse simile si può fare per i Grobari, ovvero i Becchini, tifosi del team Partizan (la squadra dell’Esercito) della stessa Belgrado. La matrice del tifo di questi tifosi bianconeri, era però maggiormente ispirata al metro britannico, agli hooligans d’oltremanica. Gruppi meno organizzati ma più violenti.
Mentre i tifosi Cigani della Stella Rossai fino all’inevitabile entrata in guerra pensavano al proprio orto, ai campanilismi cittadini, i Grobari, invece, da sempre collusi con la politica, furono subito una fonte diretta per le milizie paramilitari del generale Arkan ( ex-capotifoso di curva) –le temibili Tigri. Proprio gli elementi più violenti ed esagitati di queste fila di tifosi, rappresentarono lo zoccolo duro di quella milizia che si macchiò di vari orrori di guerra in Croazia e Bosnia.
In Italia i tifosi della Lazio, storicamente di destra, durante una partita di calcio di pochi anni fa, issarono uno striscione in ricordo della Tigre Arkan, al secolo Zeliko Raznatovic, ammazzato in un albergo della capitale serba.
Di fatto i tifosi serbi delle due squadre di Belgrado (quindi fraterni nemici) riescono a fraternizzare, quando si tratta di lottare per l’ideale superiore che è la Nazione.
E’ il caso di quando uniti protestarono all’indomani della dichiarazione d’Indipendenza del Kosovo. Già prima, negli anni ’90, queste diverse frange si erano unite nel nome del Nazionalismo, e della pulizia etnica- guidate dal già menzionato generale-tifoso Arkan, il quale soleva girare per le strade di Belgrado con una spartana vettura: una Cadillac color rosa.
Se ci basta ricordare i massacri attuati dalle milizie di questo Comandante, ad esempio, a Sasina in Bosnia con lo sterminio di migliaia di musulmani, capiamo che il calcio non c’entra più: esso con la sua illogica passione, asservì solo al giuoco di inumani potentati. Questo tipo di Nazionalismo, che poteva nascere dalla logica di quartiere del ‘io sono più forte’, una volta prestato ad altri ambiti, sviluppò molte storture.Una di queste è il legame che si è sviluppato tra la Mafia balcanica e questi ultrà-nazionalisti serbi (ortodossi).
Di recente la manifestazione della portata vera di questi tifosi: si bruciano tuttora vessilli croati, si intonano slogan a favore del ‘proprio’ Kosovo; si assalta l’ ambasciata USA e quella turca, volendo colpire la moschea di Belgrado; si oppongono fermamente all’edizione serba del Gay Pride.
Ma se non ci si zuffa per questioni Alte come la politica, resta sempre l’orpello calcistico come strumento per sfogare una rabbia quasi genetica:è di pochi mesi fa la vicenda della barbara uccisione di un supporter del Tolosa, ad opera dei fans del Partizan. Delinquenza criminale? Cronaca nera? Vero. Anche in nazioni più civili come l’Italia accadono di queste barbarie; addirittura in Itlaia la polizia spara ad altezza d’uomo a giovani tifosi che dormono, ma sono ultras.
In Serbia, vi è una caratteristica di fanatismo più marcata: follia che si nutre di nazionalismo. Per i tifosi più estremi una partita non è un avvenimento sportivo, ma l’occasione per vendicare vecchie offese, o per chiudere qualche conto.
Da noi si possono trovare, nonostante le ultime leggi che vietano l’ingresso negli stadi di striscioni o vessilli non autorizzati (dalle Questure), bandiere o striscioni evocanti questa o quella ideologia politica (un Che o una Croce Uncinata),ma in fondo i giovani che commettono queste performances non sono del tutto consapevoli.
A poco varrebbe che si adottassero politiche di repressione della violenza ispirate al modello inglese (politiche che debellarono dai campi di calcio il fenomeno dell’hooliganesimo): se già nella loro formazione i giovani crescono con la Patria come ideale supremo, come pensiero principe, per quanto li si possa allontanare dallo stadio,questi sapranno scatenarsi all’esterno. E cosa si può fare quando si aizzeranno contro il vicino diverso?