Un po’ di storia, necessaria, perché anche in questo caso sarebbe meglio parlare di ‘Puglie’ della etnomusica, tanto è grande la differenza che distingue, ad esempio, un canto popolare del sub-appennino dauno da uno del profondo Salento. Terra di confine e di conquiste, la Puglia si attesta, storicamente, nella zona più critica del sud Europa, del Mediterraneo sarebbe meglio dire, mare di incroci e di reciproche influenze anche musicali. Lo sapevano bene gli etnomusicologi storici delle prime spedizioni sul campo, coloro i quali hanno impostato scientificamente la disciplina basandosi, non a caso, proprio su alcuni pionieristici rilievi in Terra di Puglia. Gli etnomusicologi Diego Carpitella e Alan Lomax, accompagnati e sostenuti dal demoantropologo Ernesto De Martino, batterono infatti la regione in lungo e in largo, da nord a sud, da est a ovest, durante alcune mitiche campagne di rilevamento e di registrazione sul campo di canti della tradizione orale contadina pugliese, tra gli anni 1952-1958.
Venne quindi subito acclarata la profonda differenziazione dei riti e dei canti popolari di terre (e di civiltà regionali ) tra loro assai diverse, eppure unite insieme da una suggestiva koiné linguistica forse di origine arabo-orientale stratificatasi soprattutto in zone lontane come il Salento e la terra di Capitanata (con le terre del promontorio garganico).
La sconvolgente scoperta nella Chiesa di San Pietro in Galatina in provincia di Lecce, di una antichisssima danza magico-rituale indotta dalla trance per musica (la cosiddetta danza della taranta, o della tarantola) confermò la presenza in Puglia di forti influenze orientali (sciamanesimo). Nacque quindi prepotente la necessità, prima scientifica e poi sempre più folkrevivalistica, di registrare i canti che le donne salentine usavano per liberarsi del veleno corporale causato loro dal morso della tarantula (un ragno nero che abita le assolate campagne salentine); si dette così vita al fenomeno sempre più dirompente della diffusione capillare della danza della taranta con il caratteristico ritmo ostinato e con l’altrettanto caratteristico uso della famiglia della ‘tammorra’ percossa da suonatori specializzati con una particolare tecnica della mano destra.
L’altro corno della ricerca e del conseguente fenomeno revivalistico etnomusicale pugliese, si situa decisamente nella terra di Capitanata. Qui la facies sociologica di una civiltà essenzialmente contadina ha connotato sin da subito le ricerche e gli esiti musicali di tradizione orale, sempre pioneristicamente avviati da Diego Carpitella e da alcuni suoi allievi (Pietro Sassu e Giovanni Rinaldi). I canti del subappennino dauno di Carpino (resi noti, appunto, dal famoso gruppo de I Cantori di Carpino) in uno con le ‘tarantelle’ del Gargano (affatto diverse da quelle derivate dalla trance salentina), per finire ai canti di lavoro della zona di Apricena (soprattutto con la voce inconfondibile e lo spleen di Matteo Salvatore), forniscono infine della Puglia della musica popolare, un quadro identitario inconfondibile e unico.
Ma oggi? Con buona pace dei ‘puristi’, il fenomeno della iatromusica (la musica che guarisce) si è impossessato dei più, è diventato fenomeno di massa, spiccatamente commerciale, che fa e produce spettacolo, provoca insomma una lettura meramente edonistica dell’antico rito liberatorio: tanto quanto annualmente avviene nella Notte della Taranta a Melpignano (Lecce) quando migliaia di persone ascoltano e/o danzano al suono e al ritmo modernizzato i canti rivisitati dai più svariati gruppi musicali. Si è dunque definitivamente perduta la caratteristica liberatoria dalla sofferenza psico-corporale da cui era nata ed in cui risiede il suo fascino più autentico perché storico.
[7 ottobre 2007]
