Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 12:20

Quando lo scorso 12 settembre il generale Petraeus ha testimoniato davanti alla Commissione Esteri e Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti, sullo stato della guerra in Iraq,  una sola voce si è alzata con forza e decisione ad appoggiare la “surge”, cioè l’aumento delle truppe americane inviate (e da inviare) a Baghdad.

Era John Mc Cain, senatore repubblicano dell’Arizona e reduce pluridecorato del Vietnam. “Non possiamo scegliere la sconfitta”, ha detto McCain, che nella corsa per le prossime elezioni presidenziali è senz’altro uno degli avversari più tosti per i democratici, almeno in materia di politica estera. Perché McCain non è un conservatore reazionario, e neppure un devoto evangelico, bensì un moderato bipartisan che piace a quanti, tra gli elettori democratici, hanno rimesso in discussione la propria appartenenza politica, compresa l’eredità di Berkeley e del Sessantotto, dopo aver assistito all’11 Settembre. E’ un duro, McCain, ma non è uno stupido. Convinto che il ritiro dal Vietnam avvenne proprio quando si stava per iniziare a vincerla, quella maledetta guerra. Così come oggi un disimpegno precipitoso dall’Iraq manderebbe a monte i risultati ottenuti durante l’ultimo anno e mezzo contro la guerriglia jiadista.

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