Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 11:37

di Dana Stevens. La storia si apre con una scena in cui quattro amici stanno guardando incantati un mediocre film autoprodotto intitolato “Siamo stati rapiti”. Ispirati da quello che ritengono un capolavoro, i quattro raggiungono una capanna isolata, dove hanno programmato di trascorrere il weekend scrivendo e girando il loro horror fatto in casa, che li dovrebbe lanciare nel mondo dello spettacolo. Hanno anche la trovata geniale di inventarsi un cattivone a basso costo: un tipo nascosto nella foresta con un sacchetto di cartone sulla testa.

Ma quando i quattro amici si mettono a scrivere la sceneggiatura, il “baghead” inizia a diventare tremendamente reale, sebbene sia del tutto irrazionale. C’è un maniaco armato di coltello a piede libero? O è qualcuno (forse uno dei quattro) che sta giocando con le loro, e con le nostre, teste?

Se avete visto The Blair Witch Project, o Diary of the Dead, o uno qualsiasi di quei film a spezzatino che prendono in giro progetti come questi, probabilmente saprete che cosa sta per accadere. Ci sarà spazio per una satira consapevole dello show-bussiness a cui farà da contrappunto una massa urlante e sanguinolenta, il tutto culminante in un tormentato inseguimento nella foresta che porterà alla sopravvivenza del personaggio più carino.

Ma i registi Mark e Jay Duplass, che nel 2004 hanno girato un piccolo cult intitolato The Puffy Chair, non sono così scontati. Hanno fatto un film su uno scherzo che si prende abilmente gioco degli spettatori, che ridono, s’impauriscono, e poi ridono di nuovo.

La banda dei quattro amici è costituita dal “maschio alfa” e belloccio del gruppo, Matt (Ross Partridge); dalla sua ragazza – ancora una volta, e per l’ultima volta – Catherine (Elise Muller); dal loro insicuro amico Chad (Steve Zissis); e da Michelle, una graziosa ragazza inarrivabile che diventa l’oggetto delle attenzioni di Chad.

Baghead usa dei dialoghi improvvisati e un editing deliberatamente rozzo che ha spinto i critici a classificarlo come un film “ciancicante” (una definizione accondiscendente e imprecisa che deriva dai supposti veterani del genere, Andrei Bujalski e Joe Swanberg). Ma il cuore del film, con i suoi repentini cambiamenti di alleanza tra i personaggi e le loro meschine vanità, ricorda anche il cinema di John Sayles e di Eric Rohmer.

L’ultima scena, in cui queste alleanze vanno a finire in un modo imprevedibile, offre un elegante finale a sorpresa agli spettatori. E quello che fino ad allora avevamo creduto essere solo un fasullo horror da campeggio, diventa una piccola commedia piena di sentimento sul valore dell’amicizia, del tradimento, e sulla paura di rivelare chi siamo realmente – che ci sia o no un sacchetto del droghiere calato sulla nostra testa.

(Slate, 25 luglio 2008)

1 Commento presente

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  1. Qualcuno che ha visto il film può svelare come finisce…?

    Commento di Michelone — agosto 2, 2008 @ 6:29 pm

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