Che Dio abbia messo gli occhi sulla Giamaica quando ha pensato all’atletica è una certezza. Solo la saggezza rastafari può spiegare come mai in questa piccola ma popolosa isola dei Caraibi siano nati i padroni della velocità e, tra loro, Usain Bolt - il fulmine lucente. Il 16 agosto scorso, alle Olimpiadi di Pechino, Bolt ha stracciato la concorrenza americana nei 100 metri piani, stabilendo il nuovo record del mondo in 9″69. Ha corso tanto in fretta che negli ultimi 30 metri s’è girato, ha lanciato uno sguardo di compianto ai suoi avversari, e ha rallentato vistosamente l’andatura, come a dire non mi serve uno sprint per vincere. Aveva anche una scarpa slacciata.
Quattro giorni dopo s’è preso l’oro nei 200 metri e nella staffetta 4X100. Bolt non ha festeggiato le sue vittorie come fecero 40 anni fa Tommie Smith e John Carlos in Messico – non ci sono state contestazioni da parte degli atleti in Cina. Ma con le sue braccia intrecciate, le mosse strane, gli attorcigliamenti da rasta, Bolt ha spezzato il catatonico understatement olimpico, beccandosi anche una reprimenda dal boss Rogge.
Troppo casinari ’sti giamaicani, ha detto il burocrate del CIO: come se uno sportivo dovesse vincere l’oro per restare impalato sul podio a cantare l’inno nazionale. Bolt non è un personaggio qualsiasi, uno inquadrato, che passa la sua vita in palestra. Mangia nei fast-food, gioca a basket e frequenta i party della scena reggae sulle spiagge di Kingston. Senza avere uno stile di vita disciplinato, è diventato un’icona olimpica. La natura gli ha dato le gambe, e Dio il fiato per muoverle.
“Ho fatto test per le urine e per il sangue. Sono stato controllato dopo ogni gara. Sono stato controllato così tante volte che ho perso il conto. E sono ok. Abbiamo lavorato duro e ci siamo preparati alla grande e sappiamo di essere puliti. Ogni volta che vorranno controllarmi per me sarà ok”. Una bella dichiarazione antidoping, fatta da uno che viene dalla terra della ganja.
“Sono venuto qui per correre e divertire la gente. Questo è il mio lavoro. Se non ami il tuo lavoro, farlo non ha senso. Non voglio cambiare. Questa è la mia personalità”. Bolt è un entusiasta, abbastanza ispirato da entrare nella galleria dei Padri della Patria, da Bob Marley a Marcus Garvey.
A Pechino, Bolt ha espresso al 100% la sua identità, che è anche quella della sua terra: l’osservanza della morale naturale e la fiducia in se stessi e nella Provvidenza. Con le sue movenze ha ricordato al mondo qual è la soluzione giamaicana: l’integrazione etnica e religiosa, i principi della autodeterminazione dei popoli, dell’uguaglianza e della pace - in sistemi politici liberali e democratici, che rispettino la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e difendano la libertà dell’individuo, rifiutando i totalitarismi di destra e di sinistra.
Con la vittoria di Bolt, la Giamaica torna ad essere la luce dell’Africa, il Paese che illumina il continente dimenticato. Nonostante le guerre, la fame, le malattie, nonostante i traffici di corpi, armi e droga, nonostante tutto, su questi uomini è scesa la benedizione di Dio. E oggi, un figlio degli schiavi deportati sale sul podio beffando il potere olimpico, bianco, giallo o di qualsiasi colore sia.
