Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 11:22

di Simon Romero. Il documentario della televisione di stato boliviana si apre con delle immagini sfocate di capi Ustascia, il movimento fascista al potere in Croazia durante la Seconda Guerra mondiale. La trasmissione – parte della campagna di propaganda contro uno dei più spietati critici del presidente Evo Morales, mostra vecchie foto in bianco e nero di vittime emaciate nei campi di concentramento. Subito dopo la domanda “Chi è Branko Goran Marinkovic Jovicevic?”. Lo vediamo mentre agita nervosamente il suo pacchetto di Camel Lights sulla scrivania. E’ l’erede 41enne di un impero a base di olio da cucina e bestiame, ma la sua schiatta viene associata ai Nazisti che si rifugiarono in Sud America.

Dopo aver mostrato il documentario ai visitatori, guarda di sfuggita lo screen saver del pc, con una foto della consolle del suo jet privato. Lo sguardo tradisce i suoi pensieri: vorrebbe essere da qualche altra parte. Ma Branko è in Bolivia e deve rispondere alla domanda sollevata da questo crudo film di propaganda: Chi è mister Marinkovic?

Per molti boliviani, un esempio di elasticità imprenditoriale e di leadership alternativa al radicalismo politico di Evo Morales. I suoi genitori emigrarono dalla ex Jugoslavia negli anni Cinquanta. Lui dice di aver fatto il salto dagli affari alla politica per resistere alla “discesa nell’odio e nell’intolleranza”, una guerra scatenata contro molti imprenditori come lui dai socialisti al potere.

Ma per il presidente Morales, Branko è proprio quel tipo di magnate che simbolizza tutto ciò che c’è di sbagliato in Bolivia. Così gli attacchi contro l’imprenditore di origini croate si sono intensificati, in particolare da quando è stato eletto presidente del potente “Comitato Pro-Santa Cruz”, un gruppo che cerca di avere più autonomia per le “lowlands” boliviane, insofferenti al governo centrale di La Paz.

Lo accusano di essere diventato uno degli uomini più ricchi del Paese fregando la terra nelle zone abitate un tempo dagli indios Guarayno, e per questo è stato trascinato davanti ai giudici. Lo hanno definito un imbroglione straniero per via della doppia cittadinanza, croata e boliviana. La stampa filogovernativa ha suggerito che Marinkovic sta cercando di fomentare una guerra civile che porti a una separazione delle lowlands, un po’ come accadde con la Croazia quando si staccò dalla Jugoslavia.

Qualcuno ha insinuato che il padre di Branko, Silvio, era tra gli ustascia croati che fuggirono in Sud America con il patronato dei nazisti. Questo mese, un’agenzia stampa ha scritto che “Marinkovic sta promuovendo la divisione della Bolivia d’intesa con l’opposizione fascista a Morales”.

Certo è che Branko e il presidente Evo sono agli antipodi. Morales, che si è autoridotto lo stipendio a meno di 2,000 dollari un mese dopo il suo insediamento, è un ex coltivatore di coca che ha in mente di ridistribuire agli indigeni parte di quelle proprietà possedute da gente come Marinkovic. Branko è un multimiliardario che promuove una visione imprenditoriale della società, libera dai vincoli di uno stato centralizzato. Mentre il presidente si sporca le mani nella politica boliviana – sempre più caratterizzata dallo scontro e dall’intimidazione, Marinkovic passa le sue giornate in una suite con aria condizionata.

“Mio padre era un comunista che ha combattuto con Tito contro i nazisti,” ha confessato, esasperato, durante un’intervista. Dopo un’infanzia da privilegiato in Bolivia, visitò Zagabria e i Balcani con i suoi genitori. “Li chiamavano neonazisti – spiega – ma era qualcosa di lontanissimo dalla realtà”.

Certo è che assai complicato dire come vanno le cose a Santa Cruz. La città è il bastione di gruppi xenofobi radicali come la “Falange Socialista Boliviana”, che si ispira alla falange fascista dell’ex dittatore spagnolo Franco. “L’Unione dei Giovani di Santa Cruz”, invece, è una milizia semi-indipendente agli ordini di Branko. “Lo proteggiamo con le nostre vite – dice Juan, uno dei ragazzi del gruppo – Branko è un leader visionario che si sta ribellando alla dittatura dell’altopiano”.

Branko ha dichiarato di essere indifferente al razzismo sofferto dai gruppi indigeni boliviani. “E’ una disgrazia che Don Branko Marinkovic, un figlio di immigranti, resti cieco davanti alle persecuzioni degli Aymara e dei Quechua,” il commento di Fabian Yaksic, viceministro della decentralizzazione, anch’egli figlio di emigranti della ex Jugoslavia.

La comunità croata in Bolivia conta qualche centinaio di persone in un Paese con nove milioni di abitati. Molti immigrati croati costruirono i loro insediamenti a Santa Cruz nel secolo scorso, una regione particolarmente favorevole all’agricoltura. Ma è la Croazia, con la sua popolazione di 4,5 milioni di abitanti, l’altro obiettivo di Branko, che guarda con nostalgia alla terra di suo padre.

I media di Zagabria hanno scritto del suo croato fluente, delle sue proprietà in Croazia, e di sua moglie, la “magnifica” Nicole Dauelsberg, considerata una delle donne più belle di Santa Cruz. Sempre dai giornali apprendiamo che Branko cercherebbe di formare una milizia paramilitare con mercenari montenegrini – la nazione balcanica da dove veniva sua madre.

Lui ha risposto con veemenza a queste accuse, spiegando che vuole tenere intatta la Bolivia e che il suo movimento è trasparente e democratico. “Una guerra civile sarebbe un suicidio per i miei interessi”. Per altri è la vittima di una campagna di disinformazione messa in atto dal governo Morales. Così, per dimostrare alla popolazione che lui si sente boliviano, parla spagnolo durante le interviste e gli incontri pubblici, e promette di beneficiare i gruppi indigeni con le sue politiche future.

Ma a proposito di un eventuale riaccendersi della violenza nelle strade di Santa Cruz, è molto chiaro: “Se non ci sarà una mediazione internazionale in questa crisi andremo allo scontro. E sfortunatamente ci saranno sangue e paura per tutti”.

(New York Times, 26 settembre)

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