di Angela Paparella. Pubblichiamo la prima puntata di un “reportage aziendale” che, idealmente, rende onore alla narrativa di Massimo Lolli. Prendete questi pezzi come uno stream destinato a riscaldare la dura prassi professionale. Come dire, la vita privata di un ufficio che non è fatta solo di procedure e operazioni, ma anche di sana emotività.
E se fossi il protagonista di “Il Giorno della Marmotta?” Sembra che ogni volta si debba ricominciare tutto da capo. Lavoro da circa 3 anni in una grande azienda ICT. Parenti, amici e conoscenti, sembrano soddisfatti: ti è andata bene. L’azienda è grande, il clima aziendale viene monitorato costantemente, lo stipendio per il momento è quello giusto (le politiche retributive non motivano il personale). Dalla mia finestra si vede il mare.
Qualche mese fa, con una fermezza degna dello “Zen e il tiro con l’arco”, ho contattato una società di outplacement. Mi hanno richiamato la settimana scorsa. La voce al telefono aveva un simpatico accento bolognese: “Ha mai sentito parlare di Temporary Management?”, mi ha chiesto. Ho pensato: ‘E se fosse questa l’occasione della mia vita?’. Avevo letto qualcosa in proposito ma volevo ascoltare il suo parere, visto che vivo a Bari mentre il tizio era di Bologna. Mi ha risposto che il TM ha a che fare con l’investimento in professionalità e le prospettive internazionali.
Esame di Fisica del 18 novembre 2003. “Prenda il libretto. Complimenti, il suo voto è 28, lo accetta?”. Mi fregò l’ultima domanda sui sistemi complessi, altrimenti era un 30 e lode sicuro. Allora studiavo termodinamica e sistemi complessi, oggi vivo in un sistema del genere. All’interno di un sistema complesso, nella categoria delle strutture dissipative, il non equilibrio è fonte di ordine. Siamo destinati a vivere uno stato di ordine, uno stato di non equilibrio, fino a quando non interviene una forza, un evento, che conduce verso un nuovo stato di non equilibrio, cioè verso un nuovo ordine.
E’ l’evoluzione baby. Un processo inconsapevole: il caffè delle dieci e mezza, il collega brillante, il torneo di calcetto, le storie inconfessabili e quelle confessate, le piste ciclabili che il Sindaco ha appena fatto costruire in città. Tutto questo mi spinge verso un nuovo stato di ordine, un non equilibrio in evoluzione.
Spendo meno energia se resto in ascolto delle voci dal corridoio, del brusio dagli uffici. Riprendo il libro degli esami al capitolo “Come fottere la termodinamica”. I passaggi tra stati di non equilibrio possono essere dolorosi. Afferro la cornetta e fisso un incontro con la Wellness Manager.

l’importante è che dalla propria finestra si veda il mare. Un mare senza confini, un mare immenso che non ha nè piste ciclabili e nemmeno la quotidianeità della pausa caffè.
Commento di lili — ottobre 22, 2008 @ 9:57 am
Inverno.
Sto camminando nella neve immacolata di una montagna remota; davanti a me solo bianco limitato dall’azzurro di un cielo che sembra chiamarmi.
Dietro di me le impronte dei miei passi a turbare, fino alla prossima neve, la verginità di un mondo momentaneamente ostile ma così affascinante da rubarmi l’anima.
Mi precede, a turbare la quieta atmosfera gelata, solo il mio alito, effimera nuvoletta che svanisce, rapida.
D’improvviso altre tracce, non certamente umane: un cinghiale è passato di qui, non da molto si direbbe….
Il suo passo è ravvicinato, ordinato, probabilmente lento come di chi cerca cibo con circospezione.
Lo immagino mentre incede, selvatico, nel suo ambiente. Probabilmente è un maschio adulto, esule dal branco d’origine.
Seguo fantasticando le sue tracce per un po’ cercando di farmi io stesso cinghiale per carpire un brandello di animalità ormai sopita nel mio cuore cittadino e tecnologico.
Dietro un dosso, d’improvviso, altre tracce si sovrappongono alle prime e le confondono: entrambe cambiano ritmo, la fuga si mescola con la caccia, il passo si distende nella neve a dimostrare la forza dell’istinto di sopravvivenza.
Sicuramente un lupo; sicuramente solo; sicuramente affamato.
Ora mi faccio lupo.
Percepisco l’odore del cinghiale, della sua paura, del suo fiato affannoso nella fuga.
Sento i morsi della fame che mi attanagliano lo stomaco e la consapevolezza che se fallisco forse non avrò la forza per un’altra occasione.
La tensione mi prende, nella bocca è forte il sapore del sangue, istinti antichissimi risvegliano i miei sensi……
Le tracce si perdono nella boscaglia ai margini della radura; impossibile seguirle e perchè poi, per cercare un epilogo che significhi la vita e la morte comunque vada?
Resto col dubbio, io che ho vissuto due vite estranee per qualche istante, su chi avrei preferito avesse vinto, preda o predatore.
Non ha senso.
Vincere o perdere, qui, hanno ben altro significato, più profondo di quello che potrei mai comprendere.
Restano solo impronte confuse.
Fino alla prossima neve.
Commento di Vento della Notte — ottobre 23, 2008 @ 5:24 pm
“PER CHI NON SA IN QUALE PORTO DIRIGERSI, NESSUN VENTO VA BENE
Commento di Frà — febbraio 14, 2009 @ 8:31 pm