Il problema dell’istruzione è complesso, andrebbe collocato in un contesto globale, e non è estraneo in questo senso alle ristrutturazioni del capitalismo a cui stiamo assistendo. Si tratta in fondo di una nuova svolta dell’economia globalizzata, dopo le orge postmoderne basate, per l’appunto, sull’accumulo di un capitale immateriale, virtuale, come è quello del sapere e della conoscenza (la rivoluzione informatica). Il bivio è netto, è tracciato un aut aut da cui non si scappa: rilanciare e riformare l’istruzione pubblica o affossarla, abbatterne non solo costi e sprechi, ma impedirne la crescita, lo sviluppo.
Tenteremo un affondo sulle possibili riforme da applicare all’università italiana, con uno sguardo strabico rivolto all’Europa (o agli USA), da una parte, e alla scuola, dall’altra. Cosa chiedono e per cosa protestano studenti e ricercatori precari mobilitati in questi giorni, e appoggiati – così pare – dai baroni o dai cosiddetti docenti strutturati. Perchè, ad esempio, a coordinare o guidare le manifestazioni sono per lo più lavoratori della conoscenza scientifica e applicata (chimici, fisici, biologi…)? Una prima postilla necessaria: i ricercatori precari sono figure che, ben prima della riforma Biagi, costituiscono l’ossatura delle nostre università.
Sono dottorandi con o senza borsa, borsisti, assegnisti di ricerca, cui per contratto è consentito solo di svolgere attività di ricerca (nomen omen), e che invece sostituiscono o integrano il lavoro dei professori anche nelle docenza, nel tutoraggio, nel rapporto con gli studenti (tesi di laurea, assistenza agli esami, eccetera).
Ebbene, l’ormai famigerato decreto 133 non parla minimamente di questi lavoratori precari della conoscenza. O, meglio, sparando nel mucchio, li equipara implicitamente ai rami secchi da tagliare, parassitari o inerti, come i (tanti) lavoratori dell’amministrazione pubblica che faticano poco, e male. Sono invece, o nei casi migliori dovrebbero essere il futuro dell’università (leggi: il futuro delle classi dirigenti e della società civile, per non parlare dello sviluppo economico dei singoli Stati).
Come è ovvio, una cosa è essere dottorando in filosofia della politica, altra è sbattersi per una borsa rinnovabile in un ente di ricerca di geofisica o in un dipartimento di biologia molecolare. Non si tratta, ben inteso, di serie A o di serie B.
Siamo in presenza di un attacco indiscriminato ai fondi strutturali che ogni singolo dipartimento potrà versare per alimentare conoscenza e produttività. E questo spiega perchè, storicamente, le proteste nascono e si producono a partire dal comparto più sensibile agli investimenti o al taglio dei finanziamenti: quello appunto dove si fa ricerca applicata, investibile e economicamente produttiva, dalle nanotecnologie alla genetica. Un campo del sapere che in Italia vede latitare gli interventi dei privati, contrariamente all’Europa e agli Usa, e che in ogni caso non possono supplire del tutto alle politiche di un’istruzione e di una ricerca che si vuole pubblica, almeno fino a quando non stracceranno la carta della Costituzione.
In questi giorni non si manifesta per le stabilizzazioni indiscriminate. Si affaccia una generazione polimorfa e stratificata di lavoratori della conoscenza che chiedono diritti ma che soprattutto fanno proposte. Ne raccogliamo solo una, per ora. Investe il sistema della valutazione delle università e, più pragmaticamente, le modalità concorsuali e di reclutamento.
A proposito di filosofia della politica, pensate a Walter Benjamin. Ebbene, uno dei più incisivi pensatori della modernità, quello dell’Angelus novus e dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità, è sempre stato gabbato dalle università tedesche nelle quali cercava di inserirsi. Alcuni dicono a causa della pionieristica genialità dei suoi studi, altri sostengono di aver trovato l’uovo di colombo parlando di ‘cooptazione’.
Parola magica che vuol dire nè più nè meno che in un dipartimento va avanti chi è bravo, si fa apprezzare, fa conoscere il suo lavoro, inizia a collaborare con un ‘maestro’, da costui infine viene scelto (cooptato) per fare carriera: un giorno il giovane delfino sostituirà (o affiancherà) il suo pigmalione. Benjamin non trovò un ‘maestro’, la corporazione si chiuse a riccio, rifiutò il suo ingresso nel Tempio. Ci vuole bravura, fortuna, pazienza, dedizione, passione e tempismo. Tutto bene, direte, o quasi. Funzionava così nella Germania degli anni ‘30, funziona così al Trinity College o a Yale, dove tra l’altro le assunzioni per i borsisti hanno un carattere privato: esame dei curricula, colloquio e via. Se si assume un bidone, il vulnus colpirà senza scampo la stessa università: tagli ai finanziamenti statali, retrocessione nella classifica di valutazione che periodicamente viene stilata da un ente super partes. In italia non si tratta di meriti nè di tempistica.
Come è noto, da Bari ad Aosta, da Asti a Palermo, si viene cooptati, certo, ma usando per lo più altre strade: elenchi telefonici, strette di mano, congiunture boccacesche, sotterfugi da politicanti. Il mediocre allievo viene cooptato, fa il suo bravo concorso già truccato in partenza, e soprattutto non viene mai più controllato da chicchesia, da nessun organo interno ed esterno. Il suo (pseudo) lavoro scientifico, tra didattica e ricerca, non viene valutato praticamente da nessuno.
Non basta lamentarsene. Non basta nemmeno pubblicare pamphlet o saggi puntuti che dununcino e straparlino della tangentopoli universitaria ormai così ramificata e strutturale da essere, per l’appunto, facile bersaglio di un Brunetta o di una Gelmini di turno. E’ tutto vero, così non va. Ma è anche vero che le politiche non si fanno soltanto con i moralismi dragoniani e punitivi alla Brunetta o con le calcolatrici e i pallottolieri di Tremonti-Gelmini: sembra invece che l’unica parola d’ordine delle strategie del centro-destra sia quella di tagliare, sparando nel mucchio.
E’ tutto qui il portato di un pensiero neo-conservatore che si vuole ispirato niente meno che alla Magna Carta o alla lunga tradizione del pensiero liberale occidentale? E’ su questo vuoto di pensiero e di politica che il nuovo movimento di questi giorni potrebbe inserirsi e giocare un ruolo importante nella partita del futuro della conoscenza (dell’economia della conoscenza).
Ecco alcune proposte mirate che vanno al cuore del sistema accademico, ne ridisegnano alle radici componenti e dinamiche:
1) Il merito. Cambiare sostanzialmente le procedure di reclutamento. Si prevede una prima fase in cui, per sorteggio, vengano eletti per ogni materia professori al di sopra di ogni sospetto che valutino le pubblicazioni e i titoli dei concorrenti, a livello nazionale. Questo passaggio preliminare spiazzerebbe e scoraggerebbe in partenza raccomandati mediocri e insulsi; successivamente ogni singola Università si incarica di chiamare l’idoneo (colui cioè che ha buoni titoli per partecipare al concorso), e chiede non di sostenere scritti e strascritti truccati e pilotati, ma un seminario pubblico che dimostri attitudine alla didattica.
2) La valutazione e la lotta agli sprechi. Estendere il controllo e la valutazione per un periodo più o meno lungo dopo l’ingresso in ruolo, per garantire che il soggetto vincitore sia davvero un degno ‘lavoratore della conoscenza’. Niente trucchi. L’università è responsabile di questa assunzione: il neo-assunto non dimostra di meritare l’ingresso in ruolo? Non scrive, non produce, non attira investimenti e non si fa più vedere in facoltà? Cazzeggia al bar dietro poeti e poetesse? Ben vengano, e solo a questo punto, tagli e interventi punitivi, sacrosante battaglie contro sprechi e ingiustizie.
