Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 11:53

Era la scuola per i quadri dirigenti del vecchio PCI. Si svolgevano lunghe riunioni magari inconcludenti e solo intellettualistiche, ma soprattutto era un tentativo di coordinare politiche e analisi sui cambiamenti della società da parte delle forze di sinistra. Oggi il movimento degli studenti vive nello spontaneismo che è conseguenza e riflesso del vuoto politico lasciato dai partiti riformisti (radicali e moderati). Tra dati e numeri imprecisi o imprecisati, slogan e dichiarazioni di 20 secondi buone per le striminzite pagine politiche dei tg, comizi e contro-comizi, la lacuna riguarda ancora una volta la tensione intellettuale, organizzativa e comunicativa del partito democratico (e dei suoi satelliti).Fanno davvero il gioco dei conservatori alla Tremonti, o dei moderati come Gaetano Quagliarello: il quale ha l’occasione di ribaltare le parole d’ordine dei movimenti studenteschi: non lottare contro lo sfascio (lo sfratto) del loro possibile futuro, ma mobilitarsi piuttosto perchè la ‘riforma’ vada avanti, per garantirsi un futuro diverso. Con quali soldi, quante tasse da pagare in più, quali professori da seguire, quante possibilità concrete di fare ricerca in Italia, è un altro paio di maniche. Sfasciare per credere.

Ecco il punto: non basta protestare per i tagli orizzontali e indiscriminati, per le limitazioni del turn-over e contro la sinistra prospettiva della graduale metamorfosi dell’istruzione pubblica in una rete di fondazioni private. E’ l’occasione, lo ripetiamo, per congiungere l’analisi e la denuncia sullo stato morale ed economico dell’università con alcune proposte politiche mirate e operative.

Tutto tace, invece, da quelle parti, se non per qualche battuta al Circo Massimo. Nessuna grande iniziativa pubblica, che non sia mirata a testare con un raduno in piazza la tenuta dell’elettorato democratico. Significherebbe conquistare (o riconquistare) fette specifiche di un bacino potenziale di menti e di voti, se solo si indicesse un forum poco americanizzante tra i politicanti del Pd, dentro un contesto federalista per il quale la ‘base’ e le ‘periferie’ dialogano attivamente con il centro; coinvolgendo intellettuali sensibili alle possibili riforme da attuare, docenti e ricercatori precari, sindacalisti e lavoratori della conoscenza (non tutti i ‘baroni’ o i docenti, insomma, sono da bruciare al rogo: e ne esistono di destra e di sinistra, sia ben chiaro). Fare il punto sulla questione, coordinare un ‘pensiero’  unitario e un protocollo di proposte concrete da sottoporre all’opinione pubblica e per la (residua) battaglia parlamentare. Tra emergenze e tempi lunghi.

Un elaboratore intellettuale collettivo, insomma, per produrre istanze e analisi precise, circostanziate e innovative, moderne. Una specie di Frattocchie, senza rimpianti. Altro che ministri-ombra, decaloghi delle buone intenzioni e referendum mediatici.

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