C’è forse qualcuno che continua a mettere in dubbio un dato oggettivo: la retromarcia (parziale) del governo riguardo alle politiche universitarie è dovuta alle mobilitazioni di questi giorni. A dubitare sono venerati maestri e anonimi commentatori. Chi per uno scetticismo generazionale, chi per un realismo politico buono per tutte le stagioni, chi ancora per un opportunismo di consorteria che non merita repliche. Fatto sta che, come abbiamo sottolineato sin dall’inizio, le proteste si accompagnavano alle proposte, il retroterra dei movimenti era fatto di anni di elaborazione sotterranee e di riflessione comune, e soprattutto il problema dell’istruzione – connnesso alla lotta per il merito e contro il precariato – è una di quelle questioni che, per fortuna, hanno presa sull’opinione pubblica; tocca pancia, viscere e tasche di larghi settori sociali. Dunque, anche il governo aggiusta il tiro e finalmente mette sul tavolo alcune proposte da discutere. Le riassumiamo.
a) ammorbidimento sostanziale del blocco del turn over: un po’ poco, a dire il vero, se rimarrà inalterato l’ammontare dei famigerati tagli;
b) per l’immediato futuro si prospetta un trattamento economico sfavorevole ai danni dei cosiddetti Atenei ‘non virtuosi’, le università che destinano più del 90% del proprio budget per gli stipendi del personale (docente e tecnico-ammministrativo) – ma i tagli restano invariati anche per gli Atenei ‘virtuosi’;
c) riforma abbozzata delle procedure concorsuali. Sia per i ricercatori che per gli associati e per gli ordinari si dovrebbe procedere sin da subito – ricorsi permettendo – a un aggiustamento di non poco conto: si eliminano le votazioni (in gran parte pilotate) che il corpo docente effettuava per eleggere i commissari dei concorsi, e si svolgeranno sorteggi tra le rose di professori (solo ordinari) secondo un meccanismo virtuoso, complicato e apparentemente ’pulito’, affidato al caso;
d) si eliminano per i concorsi a ricercatore gli esami orali e scritti (in gran parte pilotati anche questi), per puntare invece sulla valutazione dei titoli e delle pubblicazioni, secondo dei parametri internazionali ancora da definire nel dettaglio.
Insomma, tutto bene. O quasi. Il meccanismo dei sorteggi pare un affare italiano tanto complicato da essere facilmente aggirato. Come si dice, fatta una legge si inventa una truffa. Ma soprattutto rimangono irrisolti due elementi sostanziali che riguardano in realtà non solo il funzionamento corretto dell’università, ma tutta l’amministrazione pubblica. Si tratta, come detto, dei tagli che non sono stati eliminati, aumenteranno progressivamente fino al 2010-2012, manderanno al collasso tutte le università, senza distinzioni; e soprattutto permangono nella loro natura di tagli ‘lineari’, indiscriminati, come sostiene l’ex discusso (e discutibile) ministro Visco.
Secondo Visco sarebbe l’ora di individuare con una task force adeguata le falle e i vortici di sprechi, malcostume o malaffare che straziano l’università italiana – e gli altri baracconi pubblici che fanno la gioia dell’ineffabile Brunetta, caso per caso: agire in modo chirurgico, invasivo e mirato. Si chiamano interventi ’sporchi’, quelli che senza anestesie incidono su lembi di pelle o su organi infettati e putrescenti.
Una pista per iniziare? Tronchi fetidi o rami secchi da tagliare da dopodomani? Le sedi decentrate delle università ‘metropolitane’, ad esempio: vedi Bari che ‘colonizza’ Brindisi, che è un po’ come se Roma con le sue tre università aprisse anche una succursale in quel di Capocotta (con tutto il rispetto per Brindisi); e poi ancora corsi di laurea di cui si provi in modo documentato l’illegittima esistenza, l’inutilità assoluta, e così via.
Fino all’ultimo scandalo baronale nostrano: i professori ‘fuori ruolo’, ultrasettantenni e anche ottuagenari, che continuano a percepire stipendi nonostante abbiano superato l’età della pensione. Sono risorse umane ancora preziose per il prestigio e per la qualità dei nostri Atenei? Bene, ma si valuti caso per caso, si nomini l’anziano luminare ’senatore-barone’ a vita, lo si incensi con nomine e onorificenze, e però non si sganci un euro di stipendio in più e, infine, si estromettano queste cariatidi illuminate dai centri decisionali delle facoltà.
Ma c’è ancora una lacuna che merita di essere segnalata nel protocollo di riforma discussa dal governo e anche tra le istanze portate avanti dal movimento e dagli interventi di questi giorni, con qualche lodevole eccezione. E’ la pratica della valutazione, appunto. Dovrebbe innescarsi un circuito virtuoso, coinvolgendo in egual misura ‘base’ e vertici degli Atenei – docenti di ruolo, ricercatori, ricercatori precari, studenti, ‘governance’ delle università e organi terzi di controllo – in vista di un sistema organico di valutazione della produttività effettiva della didattica e della ricerca dei singoli dipartimenti, di ciascuna facoltà, per ogni Ateneo.
Sarebbe una testa d’ariete per sfondare e rifondare dall’interno il mondo universitario: gli studenti che con un questionario anonimo ‘danno i voti’ ai corsi tenuti dai docenti, secondo parametri vincolanti e riconosciuti; organi terzi che si attivano per valutare di anno in anno la capacità di fare ricerca dei docenti. Sono ovviamente pratiche che esistono da tempo anche in Italia, ma che cadono troppo spesso nel dimenticatoio o si riducono a mera routine burocratica (si chamano ‘nuclei di valutazione’). Ed è l’unico modo, spiccio e a portata di mano, per avvicinare il sistema universitario italiano ai meccanismi internazionali di finanziamento della ricerca e dell’istruzione pubblica: intrecciare implacabilmente carriera e produttività, risultati raggiunti e reclutamento; merito, capacità di ricerca, competenze didattiche e stipendi.
Insomma, con le vecchie o con le nuove norme si tratta di valutare vecchi e nuovi docenti che gironzolano lungo i corridoi delle università nostrane, da Aosta a Palermo, passando per Brundisium, non solo nel momento del concorso e del reclutamento, ma (soprattutto) ex post, premiando i migliori, la loro passione o la loro dedizione; e cacciando i peggiori, o limitando fortemente i loro stipendi, le loro prebende, il loro potere, piccolo o grande che sia. Con buona pace dei baroni neri e rossi e a pallini, e dei loro cloni trenta-quarantenni.
