Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 11:16

di Ronnie. Ci sono libri che hanno una brutta fama. Quella di essere lunghi e difficili. Li tieni sepolti sulla scrivania e, ogni volta che l’occhio cade sulla copertina, un po’ ti penti di averli dimenticati un po’ vorresti non averli mai incontrati. Con chiunque ne parli, salta fuori che sono stati una splendida avventura intellettuale. Alla stizza si unisce la vergogna ma i colpevoli restano lì, altezzosi e incapaci di farsi sfogliare. Herzog è uno di questi libri. C’è gente che ha impiegato anni a finirlo anche se non lo ammetterebbe mai. Non è uno di quei tomi da aeroporto che seicento pagine filano via tra un decollo e l’altro – no, è un maledetto romanzo, complicato più di un’equazione di terzo grado. Per com’è scritto, per quello che provoca quando lo assaggi: la prosa di Saul Bellow ti assale come una mazzata frontale, il cervello va in pezzi, devi fermarti, riprendere fiato, questo fottuto Herzog è un tipo da panico, lui e le sue lettere dall’inferno freudiano.

Sembra che Adam, il figlio di Saul, abbia aspettato di compiere  diciotto anni prima di affrontare l’opera paterna, terrorizzato da quello che avrebbe potuto scoprire: la storia schizzata della sua famiglia. Poi – racconta – un giorno si fece coraggio e lo lesse, steso nella vasca da bagno, la pelle delle mani che si rammolliva in acqua. L’ha divorato tutto in una volta, ma si capisce, dentro c’era il segreto della sua esistenza, chi rimanderebbe mai questo momento? Da allora Adam non è più lo stesso.

Devi abituarti ai significati nascosti di Herzog, alle frasi una dentro l’altra di questa macchina letteraria sanguinaria. I lettori della domenica ci passano sopra come se niente fosse, ma se invece ti applichi è la fine – ne soffri, certe scene, dialoghi, confessioni, sono così compressi da stare male, vanno aperti come ostriche e dentro al posto della perla trovi una mandorla amara: quella comunità di ebrei americani vittima del loro gossip neurologico – il rancore, come lo ha definito Walter Siti parlando di autobiografie. Fanno male le parole in prima persona – altro che ‘riparazione’ psicanalitica: la scoperta di se stessi, il ricordo di un momento che è passato, sono un risveglio piacevolmente atroce. La grandezza di Bellow è nella sua scrittura dolorosa. Frantumazione linguistica, sarcasmo e rassegnazione.

Alcuni non hanno mai finito di leggere Herzog. Amano quel libro, lo riprendono in mano cento volte, assaporando con rinnovato disgusto una nuova pagina, in un’eterna distillazione impoetica. Dire la verità non è mai stato facile. Devi fare i conti con la tua vita e raccontarla agli altri. Il dubbio è che questa storia non sia mai completamente vera, ma anche la sensazione che le esperienze narrate dal protagonista sono così reali da essere capitate a tutti, compreso te.

Sei cresciuto tra una madre ossessiva e una società anaffettiva, hai vissuto in un mondo di regole e tradizioni fatte apposta per essere trasgredite. Questa ribellione segna la tua integrazione: nel momento in cui esci dal guscio percepisci qual è la tua identità. La cucina kosher s’intreccia a una partita dei Giants – la tua vita con quella della tua famiglia, ed è così che l’autobiografia da storia personale diventa Storia di una Nazione.  Identità tra autore, narratore e personaggio. Io.

Quand’è uscito Con le peggiori intenzioni, la critica letteraria  italiana lo ha subito recensito come il libro del decennio, un degno successore di Herzog e Portnoy. L’autore, Alessandro Piperno, è nato nel 1972, ha una carriera universitaria spianata dal saggio su Proust antiebreo e una collaborazione con la navigata rivista “Nuovi Argomenti”. Per metà ebreo (“che senso ha restare ebrei in un mondo cattolico?”), fuma la pipa e indossa camicie eleganti, tifa Lazio e si considera un buon amico di Roberto Saviano.

La movida critico-letteraria sul “caso Piperno” prosegue ininterrotta dal 2005. Per primo Antonio D’Orrico, abituato a fare a cazzotti con la letteratura, dà l’imprimatur dalle pagine del Corriere della Sera: “Piperno – spiega provocatorio – è il nuovo Proust”. Poi tutti gli altri, a cascata: Aldo Nove che stronca, Giuseppe Genna in soccorso rosso, Giuliano Ferrara che lo ospita a “Otto e Mezzo”, lo sfotte (“A pipé, ma tu sai parla’?”), ma riconosce al giovanotto saldi articoli giornalistici sulla religione della libertà, dal Tibet a Israele. Il Riformista scrive di aver trovato il nipotino in incognito di Roth, ma la stampa americana, preoccupata, smentisce. La stroncatura di Jason Horowitz è senza appello: “la storia manca di un plot coeso a del genio di Roth per le chiose culturali” , un giudizio bruciante visto che Horowitz conosce l’Italia e ha lavorato nella redazione romana del New York Times.

Ci sono libri che funzionano le prime cento pagine e poi deragliano alla grande. Potevano essere dei buoni racconti, da esaudire in una seduta al massimo seguendo il dettato di Poe – se solo qualcuno avesse suggerito all’autore di rileggerli, tagliare e riscrivere. Invece la maggior parte degli editori, quando si accorge di avere una storia vendibile tra le mani, preferisce tacerne le debolezze e anticipare il ‘visto si stampi’. Così un racconto iniziato in modo scoppiettante, prosegue alla meno peggio e alla fine cade nel già sentito e nel già visto.

Con le peggiori intenzioni è uno di questi libri. Le prime cento pagine di Piperno traboccano di storielle boccaccesche, con uomini d’affari finiti sul lastrico che pisciano in bocca alle loro amanti e trattano amici e parenti come dei pezzenti. È il ritratto senza scrupoli di Bepy Sonnino, il capostipite novecentesco della famiglia omonima. L’apertura del romanzo, un lungo addio al nonno scopatore, è la parte migliore della storia. Nella confusione di flashback, rimembranze e dissolvenze, Piperno passa progressivamente dalla terza persona dell’avo (“la camicia azzurra aperta sulla ricciuta foresta del petto di Bepy, nell’insolenza dei bicipiti… in quella pelle che odora di caffè tostato e di candeggina…”); alla seconda del babbo (“tu, il piccolo Luca…”); per arrivare alla prima dell’autore-narratore: Daniel, indegno erede di nonno Bepy (“Fu l’incontro fortuito con i piedi di mia zia Micaela a precipitarmi nel gorgo della depravazione feticista”).

Fin dall’incipit comprendiamo che il romanzo sarà all’insegna del satiresco. La domanda tragicomica di Bepy – appena informato di avere un tumore alla vescica – non è “quanto tempo mi resta da vivere” ma “potrò ancora scopare una donna o tutto finisce qui?”. Una fissazione, e una frustrazione, quella per il sesso, che influenzerà geneticamente il nipote Daniel, “l’eroico trafugatore di collant”:

Ho bruciato l’adolescenza a trafugare collant dalle case delle mie compagne, delle ragazze dei miei amici, delle mie zie, di mia nonna, esponendomi a più riprese al rischio di essere scoperto. La cleptomania a scopo feticista divenne una missione oltre che una dolorosa necessità vicina alla dipendenza.

Questa rappresentazione dell’ebreo seduttore e un po’ bohémienne, ora   integrato  e  godurioso (Bepy), ora  rifiutato  ed  escluso (Daniel), ma sempre in cerca di nuove identità, è forse il tratto più singolare del pipernismo. Un’immagine che sfugge alle costruzioni retoriche sull’ebraismo italiano: l’ebreo-vittima della Shoa, l’ebreo-compagno di lotta nella Resistenza, i cliché xenofobi sull’usuraio-sionista-americano.  Piperno risale agli sconfitti del secolo scorso: “Sei l’ultimo depositario di quella mentalità decadente che ha dato molto, ma altrettanto ha sottratto, alla generazione intellettuale cresciuta tra il 1850 e il 1945”, scrive a un certo punto Daniel, nell’estremo tentativo di normalizzare la sua origine e la propria esistenza, con un colpo di refitismo.

Nella sessuomania dei Sonnino non c’è scandalo: una cosa erano le eiaculazioni grandangolari di Portnoy, ben altra le fantasie ossessive consumate dal piccolo Daniel. Il mondo ebreo-ortodosso rimase sconvolto dalle pagine di Bellow e di Roth ma di quello strappo – almeno nella realtà descritta da Piperno, non c’è traccia, e dunque la spinta progressiva, l’intenzione illuministica della letteratura ebreo-americana (racconto chi sono per dire che noi ebrei d’America stiamo cambiando, e che stiamo cambiando l’America), declina nel grigio relativismo, in un conformismo mascherato da trasgressione, insomma nella visione scettica di uno scrittore adatto a questo molle scorcio di Terzo Millennio.

Il giovane professore universitario che si eccita nel ricordo dei piedini della zia diventa un succulento prodotto per i sorcini e i pescecani dell’industria editoriale. Tutta la seconda parte del romanzo, “quando l’invidia di classe degradò in disperato amore”, appare spaventosamente superflua, come se – esaurita la scarica di testosterone, Piperno fosse piombato nel post-romanticismo che affligge l’odierno mercato letterario italiano: il Buttafuoco di Le uova del drago (l’erotizzazione, e di nuovo la normalizzazione, della bella Salambò nazista); lo Scurati simil-manzoniano di Una storia romantica e, perché no, i lucchetti di Federico Moccia e i fremiti di una Pulsatilla qualsiasi. Le intenzioni di Piperno finiscono in un generazionismo porno-soft che è il riflesso, sbiadito, della mirabolante avventura umana di Bepy.

Molto si è detto anche sullo stile pipernico, questo ingarbugliarsi di sintassi e punteggiatura – tra rimaneggiamenti ottocenteschi del Nievo (lo “scuro crocchio”), e l’immancabile apporto del vocabolario psicanalitico (“c’è una domanda che continua a perturbarmi”). Con qualche nota a margine per spiegare che il kasherut è “la norma biblica e rabbinica sulla purità dei cibi permessi, sul modo di cucinarli e servirli”, un atteggiamento didascalico che conferma la prosopopea dell’autore (molto meglio le inserzioni del gergo ebraico-romano, i “chiusi”, per dire dei non-circoncisi).

È una prosa pesante e leziosa quella di Piperno. Non avendo la complessità ultrapsicologica di Bellow, lo scrittore italiano s’impelaga in costrutti tipici delle burocrazie universitarie. Bepy che ripensa alla sua amante: “Sull’onda della constatazione di negligenza, gli viene spontaneo esumare dal catasto della memoria uno degli ultimi weekend trascorsi con Giorgia”. Oppure Nanni, il socio d’affari di Bepy, descritto come un “ossimoro deambulante”. Daniel in viaggio, macchietta scapigliata: “Come un contumace in terra straniera, avevo nostalgia dell’arenaria e detestavo il cemento!”. E ancora i vezzi tipo l’uso sconsiderato delle parentesi (lunghe fino a mezza pagina) e dei due punti (usati più volte nella stessa frase), ma soprattutto la fissazione per le accumulazioni e le ripetizioni, che a volte funziona, ma a lungo andare diventa urticante:

Paura di non essere uomo. Paura che il mio naso non smetta più di crescere. Paura di diventare cieco. Paura che gli altri mi vedano brutto come io mi vedo. Paura che l’interminabile adolescenza che mi attende non sia all’altezza delle aspettative. Paura di non poter appagare il mio piacere. Paura di allevare un cancro ai testicoli proprio come mio cugino. Paura di non vedere mai sgorgare una sola goccia di sperma dal mio timido circonciso. Paura di rimanere impegolato in questa palude di erotica titubanza.

Vanto dell’autore è di usare una prosa fatta di avverbi e aggettivi, uno stile che va nella direzione opposta alle scuole di scrittura creativa. La sua aggettivazione è “schiava del grado assoluto, così come gli avverbi dell’iperbole: ‘egregiamente’, ‘mirabilmente’, ‘stupendamente’…”. Questa poetica enfatica si usura in congiunture ridicole: gli “etilisti pellerossa”, per dire gli indiani, o “l’altezzoso sdilinquito” riferito a Luca, il padre albino di Daniel: “Erano riusciti a trasformarlo in un individuo allo stesso tempo normale e straordinario, civile e inurbano, dimesso e barbarico, e sottrarlo definitivamente all’handicap della sua difformità fino a renderlo quel tenero arrogante che era”.

A Piperno non gusta il periodare semplice – soggetto, predicato e qualche complemento. L’etica e l’estetica della brevità. Lo scrittore italiano preferisce la lenta processione dei costrutti, la spirale aulica delle subordinate; dire più che mostrare, spiegare invece che lasciar intuire. Questa scelta stilistica produce una meta-testualità ingenua e arrogante (“Sto mentendo, allora? Certo che sto mentendo”), in cui il ‘trucco’ autobiografico – la menzogna della letteratura - viene svelato senza parsimonia. Perché scrivere?

Furbizia, sostenuta dal desiderio di esistere: valorizzare il poco che la vita ti offre. Estremizzarlo. Renderlo appetibile agli altri, a costo dell’inganno inflitto a se stessi. Chi ha amato quel tuo libro ha semplicemente confuso la furbizia con la buona fede, lo spettacolo del dolore col dolore, e l’esibizionismo con la verità.

Vecchi libertini e nuove sensibilità
Negli ultimi anni, altri giovani scrittori ebrei coetanei di Piperno hanno pubblicato romanzi sulla questione dell’identità. La maggioranza sono americani, come il visionario Nathan Englander – con le sue indagini sulle persecuzioni ebraiche nell’Argentina degli anni Settanta, ai tempi del colpo di stato di Pinochet (il tema è ancora una volta l’oblio, la dimenticanza).

L’umorismo nero di Englander va oltre le caricature di Piperno, scalando le cime della drammaturgia kafkiana. Se parliamo di nasi, uno dei cult del pipernismo – nasi allungati, adunchi, sempre esagerati, l’americano supera l’italiano per il dono dell’invenzione: pensiamo all’operazione di chirurgia plastica a cui si sottopone Kaddish, il protagonista di Il ministero dei casi speciali.

Englander condivide con Piperno l’attrazione verso il pensiero negativo, la consapevolezza del dolore provocato dall’esistenza, ma ha le idee più chiare su come si costruisce un romanzo che “non è semplicemente un racconto allungato. Non ci si può neanche appoggiare sulla forza della storia, ma sulla delineazione dei personaggi, e sulla solidità dell’impianto” . In pratica le debolezze strutturali messe a fuoco da Horowitz parlando di Piperno.

Il paragone più calzante è quello con un’altra esordiente di successo, stavolta londinese, due anni più giovane di Piperno. Lei si chiama Naomi Alderman e il suo romanzo, Disobbedienza, è apparso nel 2006, un anno dopo l’epopea dei Sonnino. Alderman viene da una comunità ebraico-ortodossa, quella inglese di Hendon, che ha investito tutto sulla invisibilità. Anche il suo romanzo autobiografico si apre con una perdita cruciale: la morte del vecchio rabbino Krushka, il padre di Ronit – la protagonista della storia. E anche Naomi-Ronit usa la sessualità come un elemento normalizzante, costruendo questa immagine di illuminata donna newyorkese che, sfuggita alle sue origini, torna in Inghilterra per fare i conti col passato, dare l’estremo saluto al padre, e rompere con il mondo religioso in cui era cresciuta.

Un donna single, icona dell’emancipazione sessuale e di un’umanità senza radici, che somiglia parecchio al nostro Daniel. Con questi personaggi, e nuove sensibilità, i giovani autori ebrei della vecchia Europa provano a superare il trauma dell’Olocausto.

Alderman possiede grande padronanza degli elementi narrativi che danno solidità al romanzo (ha mollato il suo lavoro di analista per studiare creative writing all’università della Est Anglia). Mentre Piperno concentra le vicende dei Sonnino nell’incipit e in un paio di trasgressive scene-madre (i piedini della zia e gli slip dell’amata Gaia), sparpagliando in modo disorganico la trama e l’intreccio – la narrazione della Alderman ha un respiro più ampio. Un’apertura (la scomparsa del rabbino) che non esaurisce tutte le sorprese del romanzo ma serve come trampolino per il suo sviluppo.

Ronit ed Esti, le due amiche inseparabili che in gioventù conobbero le gioie dell’amore saffico, si rincontrano: insieme minacciano la tranquillità del paese. La prima persona (Ronit) s’incrocia alla terza (Esti), assumendo uno spessore e un rigore psicologico che tiene fino alla fine della storia. Come due voci in una sola, davanti al loro amore segreto. Il climax offre un commovente equilibrio alla narrazione:

Esti tirò la mano di Ronit, sorridendo, e vide Ronit tremare leggermente. Allora capì che anche Ronit sentiva le stesse cose e l’attrasse a sé. Ronit resistette per un attimo e poi si abbandonò. Erano vicinissime, sotto i rami degli alberi. Sentiva l’odore di latte del detersivo americano che usava Ronit e il leggero afrore del suo sudore.
Ronit disse: “Ti prego, Esti, questo mi fa sballare”.
Esti rispose: “Sss,” le si avvicinò si mise in punta di piedi e poggiò leggermente le labbra su quelle del suo amore.

Niente “urina party” o perversioni feticiste. Alla Alderman basta una scena dimessa per dare sfogo all’eccitazione romanzesca. Perché non tutto deve essere spiattellato in pubblico, messo sotto il naso del lettore, anzi, “certe cose è meglio che non siano viste, e certe parole è meglio che non siano dette”.
Ed è nello sdoppiamento (e nel riaccoppiarsi) tra le due amanti che si costruisce il gioco autobiografico: quello che sono (Ronit) e quello che avrei potuto essere (Esti), il presente e il passato, la disobbedienza e il rispetto delle regole della comunità. Alle due voci si unisce quella di Dio, che punisce ma gioca anche in modo ironico con le donne di Hendon.

Mentre nella tragicomica seconda parte del suo romanzo Piperno si fossilizza sulle manie ombelicali di Daniel, lasciando nello sfondo i personaggi di contorno (la Roma-bene degli anni Ottanta, incarnata da quel bonazzo di Dav) – la Alderman supera vincente la sfida delle prime cento pagine; ad emergere con prepotente gentilezza è proprio Esti, la non-protagonista, impegnata in un prolifico dialogo interiore con Dio che chiama in causa i rapporti tra le donne e il sacro, il desiderio e la colpa. Fino al colpo di scena finale, quando la donna prende la parola in Sinagoga e, menando scandalo, fa outing appellandosi alla Torah, al potere della Parola che tutto crea e distrugge:

“Molto tempo fa ebbi una conversazione col Rabbino. Avevo quindici anni e gli dissi…” Esti fece una pausa, forse incerta su come procedere. “Gli dissi di aver avuto desideri impropri”. Nella sala si diffuse un ronzio acuto come quello degli insetti. “Gli dissi che io e la mia compagna di scuola, la mia cara compagna di scuola…” S’interruppe di nuovo. Qualunque fosse quella storia, sembrava che non ci fossero parole per descriverla. “Dovete capire,” disse, “che era mia intenzione comportarmi correttamente, seguire la Torah, rispettare le mitzvot. Cercai consiglio dal Rabbino e gli dissi…” Deglutì, fece un altro respiro profondo e sputò il rospo: “Gli dissi di aver desiderato un’altra donna. E che lei aveva desiderato me”.

Tra i personaggi non protagonisti di Piperno ce ne sono alcuni che avrebbero potuto raggiungere la stazza di Esti, ma restano confinati negli anfratti della vicenda, senza contribuire attivamente allo sviluppo della trama. Uno è Teo Sonnino, lo zio di Daniel che ha scelto di vivere in Israele. È opportuno concludere parlando di lui, per mettere in guardia Ferrara e gli amici della libertà dalla difesa a buon mercato che Piperno concede allo stato d’Israele.

Giacché la descrizione di Teo, “sovversivo in gioventù”, comunista divenuto alfiere del sionismo con la maturità (“il malpagato redattore di un giornale vicino al Likud e in pochi anni s’era conquistato sul campo i galloni di fiero nemico del popolo arabo”), è un’altra presa in giro non indifferente congegnata dal nostro scrittore con la pipa per rassicurare il pubblico sulla sua assoluta normalità.

Piperno è bravissimo a identificarsi con Teo, quel ragazzo cresciuto di colpo davanti al barbaro omicidio degli otto atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, “che avevano la sua stessa età”. Sembra quasi che il narratore sia comprensivo verso le ragioni di Teo – il suo radicalismo, la scelta di abbandonare Roma, le chitarre e i falò sulla spiaggia, imbracciando il fucile in difesa della Gerusalemme Celeste. Ma immergendosi nel brano che racconta le esperienze di Teo, e rileggendo una per volta le parole che lo compongono, ecco spuntare le rasoiate alle spalle dello zio: la sua “abitudine sempre più molesta” di intrattenere i familiari parlando della “grandezza della politica israeliana” e della “ignominia della propaganda anti-israeliana”.

Il tono è chiaramente umoristico e minimizzante ma non fa ridere, se mai aiuta a riflettere sulle idee politiche dell’autore, sulla neutralità liberal che contraddistingue l’impianto neoborghese del romanzo: come se la propaganda di Hamas non fosse davvero cosa ignobile e para-nazista. Questa spassosa infedeltà alle ragioni dell’Occidente torna quando si racconta della famiglia Sonnino, raccolta davanti alla tv nell’estate del 1967, all’epoca della Guerra dei Sei Giorni. La vittoria di Israele ha lasciato negli ebrei romani una “sinistra euforia”. Bepy sembra addolorato dalla “faziosità filoraraba della maggior parte dei commentatori”. Quindi l’affondo: “Come se un giornalismo impeccabile fosse tenuto a decantare ogni giorno l’inusitata potenza dell’esercito israeliano”.

“Se solo Bepy avesse saputo imporre al figlio (Teo, ndr) un linguaggio meno dogmatico”, lamenta obliquo Piperno, senza esporsi in prima persona, ma discettando sornione sui coloni strappati a Gaza dopo il
ritiro imposto da Sharon (i metodi dell’ex premier israeliano? “estremistici”), e sulla “linea dura” sposata da tutti quelli che in Israele (e altrove) non inseguono la “pace a tutti i costi”.

“Quelle terre ci appartengono – spiega Teo – Ce le ha donate Jahvè. È roba nostra, da millenni. Le tombe dei Patriarchi sono lì per noi. Le risoluzioni delle Nazioni Unite? Crediamo in Jahvè, mica nelle Nazioni Unite”. Se ripensiamo a come venne salutato il ritiro dei coloni ebrei da Gaza, e a quello che è accaduto nella Striscia – l’involuzione del nazionalismo palestinese nel terrorismo e nel fondamentalismo religioso, forse lo zio Teo qualche ragione ce l’ha.

Piperno la pensa diversamente. In Israele, “sotto quegli abiti civili, sotto l’aspirazione alla normalità, sotto il vitalismo edonista, si nascondono mimetiche e cinturoni, e più sotto ancora, nella cassa toracica, cuori rabbiosi che stentano a demilitarizzarsi”.

Ecco cosa insegue Daniel-Piperno, una incruenta normalità, una pipa, e una pippa di sera, ogni sera, stravaccato sul divano davanti alla tv, nell’odoroso ricordo delle mutandine di Nerina. Mettergli un fucile in mano sarebbe un bel modo per testare la sicurezza di Israele.

Possiamo immaginare la risposta dell’autore a questo nostro finale grossolano e dai toni belluini. “In giro ci sono ‘chiusi’ che si sentono più ebrei degli ebrei”, direbbe il Nostro. Come se questi invasati fossero agenti in missione speciale: difendere Israele e la Cristianità per conquistarsi un posto al sole. Sono le recriminazioni e i sensi di colpa di uno scrittore da salotto, rinchiuso da tempo immemorabile nella sua stanzetta di ragazzo, e quindi disposto a relativizzare ogni cosa al mondo pur di continuare nella sua recita dégagée.

Non c’era da aspettarsi altro da un tipo che negli anni Ottanta, invece di ascoltare i Led Zeppelin, sentiva Sting e i Police. Un paninaro in incognito. Vogliamo ribellarci alla sua visione del mondo e allo stile che ha utilizzato per manifestarla. Come al funerale del nonno:

Sono quasi bello, studiatamente affranto nel blazer di Brooks taglia junior e con il biondo provvisorio ciuffo che mi carezza la fronte.

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