In questi giorni si è discussa in Senato la legge sull’Università targata Gelmini (il ddl approvato a colpi di fiducia). Al di là della battaglia parlamentare e della definizione corretta da affidare alle proposte del centrodestra – riforma, controriforma, avanzamenti sulla questione del turn-over e del merito insieme con l’attacco finanziario indiscriminato portato agli Atenei italiani, virtuosi o meno – si tratta di verificare ancora una volta tenuta e potenzialità del movimento degli studenti e dei precari, non solo in un’ottica nazionale. Da più parti, infatti, si prevede una ripresa immediata delle manifestazioni e del lavoro di protesta; altri osservatori si spingono oltre, pronosticando una nuova ondata di mobilitazioni che lentamente salirà fino a dilagare alla ripresa dell’anno scolastico 2009-2010, in autunno. Accanto a quella sorta di ‘industria’ della critica all’Università che sforna libri pamphlet studi ormai ad ogni battito di ciglia, anche Micromega dedica un report sull’Onda e sullo stato dell’arte del nostro sistema d’istruzione.Intanto, è riecheggiato poco il trend descritto dal IX rapporto del ’Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario’ (sic). Insieme al CIVR e all’ANVUR, l’Agenzia di valutazione prevista dal dimenticabile ministro Mussi e ai nuclei a livello locale, il CNVSU è l’organo di controllo dei nostri Atenei.Acronimi inconsistenti, confusione tra controllati e controllori, pasticci e doppioni: è la realtà desolante del nostro sistema di valutazione – senza dubbio uno degli apparati che vanno cambiati radicalmente, magari ispirandosi con equilibrio e autonomia ad analoghe e più fruttuose esperienze d’oltre frontiera, guardando ad esempio alla Gran Bretagna.
In ogni caso, il Cnvsu assesta l’ennesimo colpo allo stato di salute dell’Università italiana, quella per intenderci del 3+2, dei crediti formativi e delle lauree specialistiche, partorita dalla mente contorta e confusa di un Berlinguer d’antan (Luigi). Sostanzialmente si fa piazza pulita dei criteri quantitativi che sostengono questa idea di Università: fallimento del 3+2, aumento degli abbandoni e della ‘mortalità’ universitaria, scarsi miglioramenti a livello di orientamento e tutoring, proliferazione dissennata dei corsi di studio e degli insegnamenti, a fronte dell’esigenza di razionalizzazione e di snellimento dell’offerta formativa.
Per quanto riguarda le modalità di reclutamento (nuove regole dei concorsi per arginare i trucchi e il malaffare baronale) è stato pubblicato un documento del CUN che recepisce le indicazioni del disegno di legge – e in qualche misura risponde alle istanze dei movimenti – nell’abbozzare una griglia di indicatori per misurare equamente la produttività scientifica dei docenti, settore per settore. E’ un primo passo perfettibile lungo la strada del cambiamento e del ripristino del merito: ma c’è da sottolineare con un certo disincanto, come è per i comitati o le agenzie di cui sopra, il deficit di cooperazione e di condivisione delle misure proposte, in un verticismo decisionale che gattopardescamente sfianca utopie e belle speranze.
Anche in un’ottica di semiologia sociale che tanto sarebbe piaciuta al rimpianto Rossi-Landi, c’è da soffermarsi su una parola che aleggia costantemente in queste discussioni: il merito, la ‘cultura del merito’. Come un’ossessione, in un feticismo linguistico che crea e produce antitodi alla critica di un intero sistema sociale e istituzionale, il concetto della meritocrazia ha finito con l’assumere nelle ipotesi migliori l’aspetto spiccio e diretto del mero pragmatismo. Il buon senso, insomma, che vuole i migliori premiati e incoraggiati nella struggle for life scolastica e accademica.
Questa impostazione meritocentrica è invece soltanto il punto di partenza per rifondare (non solo ‘riformare’) lo stato delle cose. Ecco perchè, accanto alle parole magiche del merito e della valutazione, forse giova battere su un’altra parola-chiave di tutti i movimenti libertari degni di questo nome: la partecipazione, l’idea (l’utopia) di un’educazione permanente, flessibile e ugualitaria, il progetto di un’autoformazione soggettiva e collettiva, comunitaria.
C’è un’intera generazione composita e trasversale a cui spetta di prendere coscienza delle potenzialità di liberazione sociale insite nelle nuove tecnologie della comunicazione, insieme con i modelli di relazione e di lavoro prodotti dal sistema economico e dalle sue trasformazioni interne. La battaglia contro la dequalificazione morale e sociale dell’istruzione non va disgiunta dal lavoro critico sulla gerarchizzazione dei saperi così come vengono trasmessi mediamente dalle istituzioni ufficiali, un sapere sempre più lineare e ripetitivo, inerte e inefficace.
Nelle battaglie per la valutazione così come per il merito, insomma, si dovrebbero elaborare un paradigma e un linguaggio davvero alternativi. Rilanciare idee e pratiche di partecipazione attiva alla didattica, per esempio, e sganciare l’obiettivo della meritocrazia da una retorica efficientistica e solo produttivistica. Il privato è politico, in altre parole, e anche il problema dell’istruzione è un problema sociale: la lotta per una università migliore, etica ed efficiente, non può prescindere da un lavoro critico e politico a tutto campo, intorno agli squilibri sociali e alle condizioni materiali di diseguaglianza. Ecco il vero banco di prova di un movimento sotterraneo e carsico, qualcosa per cui combattere.
