di Cheryl Miller. Nel romanzo di Don DeLillo L’uomo che cade, un uomo in giacca e cravatta si butta di testa da un grattacielo di Manhattan poche settimane dopo gli attacchi dell’11 Settembre del 2001. Si tratta di David Janiak, un performer che, in realtà, indossa una imbracatura di sicurezza sotto il vestito. Nessuno sa che cosa voglia significare questa sua esibizione – messa in scena davanti ai volti inorriditi degli spettatori di tutta la città di New York; fatto sta che è stata una forma orrenda di ricordare i veri uomini e donne che si lanciarono verso la morte dal World Trade Center. Alla fine, la New School for Social Research ha persino creato un panel di esperti su Janiak chiedendosi: “E’ un esibizionista senza cuore o un nuovo cronista coraggioso nell’era del terrore?”. Il lavoro satirico di DeLillo solleva una domanda più profonda che qualsiasi romanziere destinato a fare i conti con l’11 Settembre deve per forza affrontare. E’ possibile estrarre l’arte dall’orrore senza essere uno sfruttatore di cattivo gusto? La domanda non è proprio accademica. Durante gli ultimi decenni, la gran parte dei romanzieri che hanno scritto sulla società americana si sono messi al riparo dall’impegno che richiede parlare di eventi del mondo reale, favorendo ritratti più interiori dei loro personaggi e delle vite che conducono. Più tardi, però, un numero sorprendente di autori hanno utilizzato come oggetto dei loro libri gli attacchi terroristici e il loro effetto sui newyorchesi che li hanno vissuti in prima persona.
I romanzi sull’11 Settembre includono L’uomo che cade di DeLillo, The good life di Jay McInerney, I figli dell’imperatore di Claire Messud, Uno stato particolare di disordine di Ken Kalfus e, il più recente Netherland di Joseph O’Neill, recensito in modo entusiastisco.
Fino a che punto questi lavori hanno avuto successo nel fornire un ritratto riconoscibile e illuminante della nostra epoca? La risposta a questa domanda è una prova della natura di queste storie, non solo per gli autori ma anche per i loro lettori. Siccome c’è un filo comune che lega la trama di questi libri, il suggerimento – citando un personaggio di Netherland – è che l’11 Settembre non è stato niente di che.
“Questo evento catastrofico cambia la maniera in cui pensiamo e agiamo, momento per momento, settimana dopo settimana, durante chissà quante settimane e mesi a venire, e anni duri come l’acciaio”, scrisse DeLillo sulla rivista “Harper’s” poche settimane dopo gli attacchi. In L’uomo che cade, però, non si trova questo cambiamento nel pensiero e nelle azioni. DeLillo è uno scrittore della alienazione globale, i lavori che ha scritto nell’arco di 30 anni hanno dato voce alla incapacità dell’individuo di sfuggire allo schiacciante peso dei mass media americani e dell’imperialismo Usa. Il suo ultimo romanzo – dal suo alienato e poco comunicativo antieroe, all’ellittico e lezioso uso dei dialoghi – non è un nuovo punto di partenza né nella sostanza né nello stile.
Ciascuno dei personaggi che si muovono in L’uomo che cade è isolato da tutti gli altri, e ciascuno rimugina imbronciato nel suo silenzio, cercando disperatamente un significato laddove non se ne può trovare alcuno. Quando il silenzio si rompe, le conversazioni consistono in portentosi ragionamenti tipo “Dopo non c’è niente. Non c’è un dopo. Questo è il dopo”, che non potrebbero mai emergere dalle labbra di persone reali e viventi.
Keith Neudecker, il protagonista del romanzo di De Lillo, è un avvocato di mezza età che aveva il suo ufficio al World Trade Center. Tormentato dal fatto di essere sopravvissuto agli attacchi dell’11/9, abbandona la sua famiglia (appena riunita), mettendosi a giocare ossessivamente a poker. Vuole mettere alla prova la Sorte che lo ha risparmiato prendendo la vita del suo migliore amico. Keith vede se stesso come “un robot umanoide” più che come un vero essere umano.
Mentre Keith passa la giornata scommettendo, sua moglie Lianne si concentra sul Corano, turbata dalle prime righe: “Questo libro non può essere messo in dubbio”. Invidiando la certezza dei dirottatori si imbarca in uno strano tipo di ricerca spirituale. Ma nulla – né andare in Chiesa né partecipare alle proteste pacifiste – riesce ad alleviare il suo profondo senso di solitudine.
Se almeno avesse saputo che anche i dirottatori si sentivano soli quanto lei! Secondo quello che ci racconta DeLillo, infatti, anche questi assassini di massa – rappresentati da un personaggio di nome Hammad –, si imbarcarono nella loro propria ricerca esistenziale di significato. Come scrive l’autore, i terroristi e le loro società sono state “per troppo tempo in isolamento, lasciati fuori dalle altre culture, da altri futuri, dalla volontà avvolgente del mercato capitalistico e delle politiche estere”.
Nei suoi precedenti romanzi, come Rumore bianco e Mao II, DeLillo aveva persino celebrato il potere liberatorio della violenza terrorista. Come ebbe a dichiarare in un’intervista del 1991, “in una società piena di eccessi, ripetizione e consumo sfibrante, quello terroristico può essere l’unico atto davvero significativo”. L’uomo che cade, quindi, potrebbe essere caratterizzato come uno sforzo per rivedere quell’opinione, offerta con disinvoltura da qualcuno che non aveva mai veramente contemplato le conseguenze nel mondo reale di una visione in cui la distruzione gratuita e l’uccisione di innocenti non erano solo pensabili ma anche considerati lodevoli e persino sante.
In effetti, sembra che DeLillo non sia ancora pronto a cambiare idea o a ripudiare “l’atto terroristico”. Dopotutto, questi assassini dovevano fare qualcosa per combattere la loro profonda alienazione. E quindi l’autore lascia che il romanzo, invece di risolvere, dissolva. La storia finisce nella maniera in cui era iniziata, con un aereo che colpisce una delle Torri Gemelle: il raccapricciante “eterno ritorno” di Nietzsche presentato nella sua forma più agghiacciante.
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Lo snervante nichilismo di DeLillo assume una forma subdola in Netherland di Joseph O’Neill. Questo romanzo descrive una “discesa nel disordine” che inizia con il trasferimento di una famiglia da un appartamento di Manhattan distante pochi isolati da “Ground Zero”. Quando la zona viene recintata dai cordoni della polizia in seguito agli attacchi, Hans, un banchiere di origine olandese, e la moglie inglese Rachel si spostano temporaneamente nel tetro Hotel Chelsea. Entrambi sono sprofondati in quella che lui chiama una “stanchezza maligna”, prendono sempre di più le distanze uno dall’altra, e Rachel, frustrata da questo marito “invertebrato”, alla fine parte per Londra con il loro figlio.
Un giorno, dopo essere stato mollato, Hans vede una mazza da cricket nel bagagliaio di un taxi e improvvisamente si ricorda della sua gioventù in Olanda. A questo punto, Netherland si allontana dal ritratto di guerra domestica per diventare una improbabile ma più speranzosa metafora sul futuro dell’America: il gioco del cricket. La mazza appartiene all’autista del taxi e ben presto Hans si ritrova a passare tutti i suoi fine settimana con l’autista e i suoi amici, “unico uomo bianco” in mezzo a un trasandato gruppo di immigrati indiani dell’Ovest e di asiatici che hanno messo su una squadra di cricket a Staten Island.
In questo campetto incolto, Hans incontra Chuck Ramkissoon, un uomo d’affari di Trinidad di origine indiana. Chuck è affascinato da quelle che considera le fondamenta morali del cricket: “Chiedi alla gente di essere d’accordo con le regole e con norme complicate – dice – ed è come un corso lampo sulla democrazia… una lezione di civiltà”. Hans sembra d’accordo: “Non sono certo il primo a domandarsi se, quando vediamo persone vestite di bianco in un campo di cricket, in realtà quello che stiamo guardando sono uomini che immaginano una società giusta”.
Il gioco non è solo un simbolo di fair play ma anche di fratellanza. Quando Hans gioca la sua prima partita con la squadra dello Staten Island, il gruppo eterogeneo formato da “tre indù, tre cristiani, un sikh e quattro musulmani” si riunisce per pregare insieme. Anche Chuck intravede le possibilità unificatrici del cricket e confida ad Hans che la sua ambizione segreta è di costruire uno vero stadio a Brooklyn per rendere il suo amato sport più popolare in America. Non si tratta semplicemente di una grossa opportunità di affari, visto che l’introduzione del cricket darebbe agli americani “qualcosa in comune con gli indù e i musulmani… con il Club del Cricket di New York potremmo dare vita a un nuovo capitolo nella storia degli Stati Uniti”.
Nella sconfinata vitalità di Chuck, Hans crede di aver trovato una risposta al “terribile e prostrante fatalismo” che ha tormentato lui e l’America dopo l’11 Settembre. “Chuck stava riuscendo a farcela – spiega – mentre il paese si affliggeva sulla guerra in Iraq, Chuck stava correndo. Tutto questo era sufficientemente politico per me”. Peccato che Hans dimentichi il lato oscuro di Chuck: un truffatore che gestiva lotterie illegali e che forse è invischiato in qualche altro losco affare.
O’Neill rappresenta la cecità di Hans come un modo per suggerire qualcosa ben più ampio. Quando Rachel viene a sapere del legame di suo marito con Chuck, gli dice: “Eri felice di giocare con lui. Lo stesso con l’America. Sei come un bambino. Non vai mai oltre la superficie”. Tanto la donna quanto O’Neill lasciano intendere che la vera America è spaventata da quello che sta accadendo al di là dell’apparenza: quella storia ininterrotta fatta di violenze, colonizzazione e genocidio. Da uomo bianco privilegiato, Hans ha soltanto lanciato degli sguardi momentanei su questa America. Ma la sua consapevolezza emerge quando, dopo essere stato bocciato agli esami per la patente, inizia a camminare per le strade del centro di Manhattan e improvvisamente viene sopraffatto da
…un nauseante senso di America, il mio splendido paese di adozione, finito sotto l’agire segreto di poteri ingiusti e indifferenti. I taxi risciacquati che sibilano sul fango fresco, lucidati come pompelmi; ma se guardavi sotto, nello spazio tra la strada e il telaio, dove il ghiaccio si attaccava ai tubi e l’acqua scorreva nei risvolti fangosi, riuscivi a vedere un’oscena oscurità meccanica.
Alla luce di questa tremenda visione, come dovremmo interpretare l’11 Settembre e quale dovrebbe essere il suo significato? O’Neill sembra essere completamente confuso. Quando Matt, un vecchio amico di Rachel, afferma che l’11/9 “non fu un grande affare se pensi a tutto quello che è accaduto da allora”, e cioè l’invasione americana dell’Iraq, Hans prova ad opporsi ma non è capace di sostenere la sua obiezione in modo ragionevole. In una rara dimostrazione di solidarietà coniugale, Rachel difende suo marito di fronte a Matt ricordando che lui era “uno di quelli che si trovavano lì” il giorno dell’attacco. Ma è lo stesso Hans a chiedersi se questo fatto gli dia una qualche autorità di parlarne:
Ho sentito dire che la natura indiscriminata dell’attacco ha trasformato tutti noi in vittime di un tentato omicidio, ma non sono del tutto sicuro che questa prossimità geografica alla catastrofe conferisca questo status a me o a chiunque altro.
Matt non è l’unico a mettere in dubbio che la minaccia affrontata dall’America non sia stata “niente di che”. L’affermazione sembra colpire anche O’Neill in maniera melodrammatica. Di conseguenza, alla fine l’autore cerca di porre la questione in entrambi i modi, evocando l’11 Settembre per dare sostanza al malessere personale di Hans, ma trattenendosi dal dare un qualsiasi peso agli stessi attacchi. A eccezione di un’unica osservazione a metà del libro, non si discute mai né dei dirottatori né delle loro motivazioni. Al contrario, Netherland si ritira in un terreno più sicuro, concentrandosi presumibilmente nell’incapacità infantile o nel rifiuto degli americani di guardare al di là della “splendente” superficie delle cose, alle loro gesta piene di violenza. In Netherland, l’11 Settembre non ha cambiato niente. L’America continua a essere rimbecillita nel mondo, inconsapevole persino del fatto che il suo momento è già passato.
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Se L’uomo che cade e Netherland costituiscono degli sforzi “seri” e autoconsapevoli di afferrare il senso dell’11 Settembre, l’opera di Claire Messud I figli dell’imperatore e The good life di Jay McInerney sono commedie di costume che cercano di soffermarsi sull’effetto degli attacchi terroristici su una specifica classe di newyorchesi: la tipologia più conosciuta al mondo grazie alle pagine della sezione domenicale di “Styles” del New York Times. I personaggi – mediocri intellettuali per Messud, festaioli straricchi in McInerney – sono ossessionati dalla celebrità, dai ristoranti a cinque stelle e dall’essere invitati nelle migliori feste. E’ difficile decidere quale fra i due autori sia più biasimevole: Messud – una scrittrice premurosa che normalmente si rende conto in pieno di quanto siano insignificanti i suoi personaggi e le loro afflizioni ma in ogni modo ti chiede di dargli importanza – o McInerney, profondo un quarto di quanto lo sono le sue creazioni, che le ama genuinamente ed è sicuro che i suoi lettori lo faranno.
The Good Life di McInerney è sostanzialmente un’altra di quelle storie “in avanti con gli anni” in cui adulti immaturi imparano che nella maturità c’è qualcos’altro oltre Dolce & Gabbana, ma non prima che si impegnino in un infantile ‘saltare sul letto’ un po’ ostentato. Questa è la formula che lo rese famoso 25 anni fa con Le mille luci di New York ed evidentemente McInerney non vede alcuna ragione di cambiarla. In effetti, The Good Life riprende Si spengono le luci, un libro che descriveva il crollo del mercato azionario del 1987. Come lasciano intendere chiaramente i primi capitoli, ognuno è riuscito a recuperarsi dall’ultimo colpo e ha dimenticato le lezioni imparate in precedenza – un fatto che risulta abbastanza conveniente, visto che ora devono di nuovo impararle da capo.
McInerney è così convinto della sua sdolcinatezza che sarebbe quasi perdonabile, almeno nelle scene dove l’eroe e l’eroina si innamorano a prima vista davanti a Ground Zero e flirtano in modo così spudorato come se si trovassero in un bar per single. Luke, che in teoria ha visto “corpi piovere giù nella piazza… esplodendo come frutta marcia contro il calcestruzzo”, non sembra così traumatizzato dalla scena del massacro da non poter dire a Corrine che assomiglia a Katherine Helpburn. E lei risponde canzonandolo: “In che modo, zitella e frigida?”.
Nel romanzo di Messud non mancano le gli scherzi, specialmente quando vengono messi in bocca a quattro giovani ambiziosi: Marina, una povera-piccola-ricca ragazza che vuole diventare scrittrice; Julius, un critico freelance omosessuale; Danielle, una ambiziosa produttrice televisiva; e Frederick “Babbuccia” Tubb, un ex-universitario pieno di risentimento. Vogliono tutti farsi strada al top dell’elite mediatica di New York ma nessuno di loro ha la disciplina o la capacità di centrare l’obiettivo con i propri mezzi. Al contrario, si avvicendano nel corteggiare Murray Thwaite, un famoso giornalista liberale che vive solamente dei suoi successi del passato.
Come The good life, anche I figli dell’imperatore è come una soap opera. Danielle inizia una storia con Murray, il padre di Marina; Marina, invece, stringe rapporto con il nemico di suo padre. Gli attacchi dell’11 Settembre mettono fine a tutti questi casini quando “Babbuccia” viene ucciso a Ground Zero, anche se la festa viene solo rimandata, non cancellata. Dopo un breve intervallo per il lutto, il trio riaffonda velocemente ciascuno nella propria vita e lavoro: un nuovo libro sull’abbigliamento per bambini per Marina, un documentario sugli errori dei medici nella liposuzione per Danielle, un pezzo sui nightclub per Julius. Danielle, quella che ha psicologicamente risentito di più degli attacchi, a un certo punto guarda verso il profilo spezzato di New York e si interroga sul cambiamento che è avvenuto: “Qual era la sua forma prima? Aveva qualche forma?”.
Così come in Netherland, l’idea che l’America è davvero in guerra sembra troppo fantasiosa, troppo simile a un film per essere vera. E alla fine si scopre che dopotutto “Babbuccia” non era morto ma aveva utilizzato gli attacchi come una scusa per scappare da Manhattan e iniziare una nuova vita in Florida.
Massud vuol dimostrare che, come scrisse una volta Edith Wharton, una società frivola “può acquisire un significato drammatico solo attraverso ciò che distrugge la sua frivolezza”. Ma i suoi agnelli sacrificali, Danielle e Babbuccia, non soffrono molto e, in ogni caso, quello che accadde l’11 Settembre può essere difficilmente ridotto a un atto di frivolezza. L’uso che Messud fa degli attacchi alla fine si ritorce contro di lei. In realtà – narrativamente parlando – l’autrice non ha niente da dire sugli attacchi, anche se sono presenti nelle sue pagine, sollevando una domanda a cui lei non offre risposte: qual è la disillusione di Danielle e di Babbuccia davanti all’omicidio di migliaia di persone innocenti?
Nella commedia nera di Ken Kalfus, Uno stato particolare di disordine, non c’è gente innocente, o almeno non ci sono americani innocenti. Mentre gli altri romanzi di cui abbiamo discusso sfoderano una implicita visione politica, Kalfus è totalmente esplicito. Vede se stesso come un audace testimone della verità e, come disse a un giornalista che lo intervistava, il suo romanzo è stato un atto di protesta contro “la glorificazione delle vittime degli attacchi”. “Siccome conosciamo i dati sulla frequenza dei divorzi e l’amarezza estrema che spesso li accompagnano, suppongo che, se quella mattina furono uccise circa 3.000 persone nelle Torri Gemelle, alla fine di quella giornata ci devono essere state non poche mogli che si sono sentite sollevate e gratificate.
Ispirato da questi sentimenti, Kalfus ha creato un ritratto dell’America come un luogo di inesorabile bruttezza quasi per giustificare il punto di vista dei dirottatori. La New York che descrive è “un mondo di incurante materialismo, spietatezza e bassezza”. E, in questa storia, i veri terroristi sono gli americani stessi: Joyce e Marshall, una coppia sposata il cui odio reciproco è talmente distruttivo che ciascuno si sente innanzitutto deluso e poi indignato nello scoprire che l’altro non è morto sotto il World Trade Center. Uniti nella loro mutua intransigenza – nessuno dei due lascerebbe il loro condominio di Brooklyn – non solo si terrorizzano a vicenda, ma spaventano anche i loro due figli.
Nella scena più scandalosa ed emblematica del romanzo, Marshall decide di ammazzare tutta la sua famiglia con una bomba, idea che gli viene in mente dopo aver visto le notizie di un attentato suicida in Israele. Ecco il commento politico di Kalfus: il conflitto israelo-palestinese, o forse persino la stessa lotta dell’America contro al Qaeda, può essere paragonato alla storia di una coppia che sta passando un brutto divorzio.
Nella sua viltà, il romanzo di Kalfus è tristemente coerente con i suoi colleghi – più concentrati nello stabilire una tesi sull’America che nell’affrontare la questione di che cosa abbia significato realmente quella soleggiata mattina di settembre o qual è il suo vero impatto a qualche anno di distanza. Nonostante ognuno di questi autori sia partito da piccole storie private – un matrimonio ingarbugliato, un’amicizia, una relazione amorosa – nessuno di questi romanzi ha avuto successo nello spiegare quella realtà. Inevitabilmente l’ombra degli attacchi fa sembrare queste afflizioni banali e persino la parola “triviale” difficilmente comincia a catturare l’attenzione sull’idiozia morale di ogni sforzo compiuto per rendere minuscole difficoltà domestiche simili alla portata di quel massacro e di quella distruzione. Gli autori, che si inchinano fiduciosamente nel disprezzare gli americani per la loro mancanza d’immaginazione o di sentimento, devono aver preferito guardarsi allo specchio per trovare la reale evidenza di quelle stesse devastanti deficienze.
(Commentary, gennaio 2009)
