Obama è un democratico di impostazione centrista che alla giovinezza, all’eloquenza, alla ‘diversità’ razziale, unisce i saldi valori del conservatorismo progressista. Come il suo predecessore Bill Clinton, Obama non tradirà mai parole e concetti come “libertà” ed “eguaglianza” e idee come “libertà religiosa”, “economia di mercato”, “progressismo sociale”, “attenzione per l’ambiente”, “internazionalismo democratico”. Le sue scelte in politica estera lo dimostrano. Da Hillary Clinton a Robert Gates, il presidente ha tenuto salda la barra al centro, senza cadere negli eccessi dei liberal e della sinistra, ma prendendo anche le distanze dall’intransigenza dei neoconservatori. Con questa filosofia ha conquistato l’elettorato femminile, i militari e i reduci della guerra al terrorismo (truppe e generali), ma anche pezzi del mondo cristiano moderato e numerosi repubblicani.
Per adesso, ad eccezione di qualche spinta in avanti, dettata più dalla propaganda che da un effettivo ‘strappo’ con le politiche di Bush (subito rientrate: si pensi alla marcia indietro sulla pubblicazione delle foto delle torture ai detenuti della guerra al terrorismo), su temi come i salari e l’ambiente abbiamo sentito davvero poche parole d’ordine rivoluzionarie.
Se mai, ricordiamo quei passaggi del discorso di insediamento di Obama dedicati alla Patria, alla sicurezza, alla famiglia, ai valori americani, e la promessa di andare a stanare fino all’ultimo capo di Al Qaeda fra Pakistan e Afghanistan.
Obama è un wilsoniano che crede nell’internazionalismo liberale, che vuole ricucire i rapporti con gli alleati e coinvolgerli in un’idea nuova delle relazioni transatlantiche (oltre che nella lotta, dura, al terrorismo). Almeno a parole, sembra pronto a violare il principio della sovranità territoriale in nome di una superiore esigenza morale, per evitare nuovi genocidi (il Darfur). La stessa propaganda sul “cambiamento” ambientalista potrebbe essere dettata dalla volontà di smarcarsi dalle petro-dittature russe, sudamericane e islamiche.
In Iraq gli americani si ritireranno ma lasciando delle basi militari come hanno fatto in Europa dopo la Seconda Guerra mondiale. Con l’Iran molte mani tese ma la strategia è ‘assediare’ diplomaticamente Teheran grazie ad una alleanza più stretta con i Paesi del fronte sunnita. Un ammorbidimento delle relazioni con Damasco potrebbe indebolire Hamas e l’Hezbollah, verso un nuovo round di incontri fra Israele e l’ANP.
Basta farsi un giro sul sito della campagna elettorale di Obama/Biden per trovare parole come “appoggio alla auto-determinazione dei gruppi etnici”, “appoggio alla diffusione della democrazia”, “anti-isolazionismo”, “interventi per creare la pace e diffondere la libertà”.
Oggi Obama gode di un consenso internazionale (anche nel mondo arabo e musulmano) paragonabile a quello che aveva il Presidente Woodrow Wilson durante la Prima Guerra mondiale. Tra il 1917 e il 1918, Wilson divenne celebre in tutti i Paesi che si erano o si stavano liberando dal Colonialismo, per la sua battaglia in favore del principio di autodeterminazione dei popoli (Egitto, India, Cina, Corea…). Anche allora, l’avvento del telegrafo e dell’accelerazione delle tecnologie dell’informazione – come oggi la diffusione di Internet – permisero all’amministrazione americana di alimentare la speranza di un cambiamento di portata globale che però non si sarebbe mai realizzato.
Le piccole nazioni continuarono ad avere un trattamento diverso dalle grandi potenze e, durante la Conferenza di Pace di Parigi, Wilson dimostrò di essere più interessato alla creazione della Lega delle Nazioni piuttosto che alla diffusione del principio di autodeterminazione. Ben presto, sentendosi tradite, le potenze postcoloniali averebbero preferito l’abbraccio di Mosca ai retorici ideali wilsoniani.
Se è vero che oggi la situazione nel mondo è ben diversa da allora, la lezione che Wilson può dare a Obama è comunque rilevante: le aspettative del mondo verso il nuovo presidente sono molto alte, dall’Europa all’Islam, e se Obama dovesse rimangiarsi il suo idealismo tradendo le promesse fatte in politica estera la pagherà cara. A quel punto potrebbe anche rivelarsi inutile aver portato il Paese fuori dal tunnel della crisi economica.
