Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 11:35

Di Fellini, sul suo cinema e, se vogliamo, sulla poesia visionaria e artigianale del suo cinema, Pasolini faceva dire a Orson Welles (nella Ricotta): “Egli danza… egli danza”. Va bene omaggiare la Bausch appena scomparsa con la definizione forse più appropriata che sia stata rivolta all’arte di uno dei suoi maggiori estimatori. Con l’avvertenza che nel suo trentennale lavoro – fatto insieme di rigore, regole, metodo e disciplina; e di istinto, sentimenti, stile emotivo, liberazione dei corpi – Pina Bausch ha demolito i confini tra discipline e linguaggi. E ha costruito, attraversandole, nuove frontiere anche geografiche. Tutto il Mediterraneo, ad esempio, se si intende Mexico City e Palermo, Bombay, Roma e Lisbona, con gli spettacoli a tema dedicati alle città e alle plebi, ai popoli di quelle città-universo.

Ha costretto all’innescarsi di hapax e di neologismi: teatro-danza, col trattino che può anche scomparire. E ha riformato il metodo di lavoro del fare teatro, quotidianamente, con una compagnia stabile (e una scuola, in quel di Essen, nella polverosa Ruhr teutonica, come fosse un vivaio durissimo per danzatori provenienti da tutto il mondo).

Lì, al riparo da riflettori e da narcisismi di facile consumo, si esercitava appunto giorno per giorno l’officina segreta dei suoi lavori. La materia prima era il mondo, lo spettacolo e il dolore del mondo: quello racchiuso nei corpi e nelle menti dei suoi danzatori, anzitutto; e quello che solo attraverso la vita vissuta e l’osservazione attenta e partecipe si percepisce dei lati d’ombra dell’abituale, negli interstizi delle parole non dette, nelle ferite dei corpi e del linguaggio, le fatiche e le bellezze dell’amore.

La Bausch sembrava voler mettere in scena una preghiera smisurata con i protagonisti più marginali, un po’ come De Andrè o come oggi Pippo Delbono: le anime salve direttamente e letteralmente sul palcoscenico (dagli obesi agli anziani…), una immersione nelle periferie dell’umanità che non si prendesse troppo sul serio, lontanissima da ogni estetismo in salsa populistica. Ma anche un viaggio – leggero e di una finissima ironia che si faceva movimento e scenografia, invenzione e pura musica, senza la corruzione delle parole  - nel non senso dell’esistenza.

Si rideva (così come si piangeva) agli spettacaoli della Bausch.

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