di Giacinto Seccia. E’ con la fine del dominio coloniale inglese nel 1948 che nello Sri Lanka si ebbero le prime tensioni etniche tra Tamil e Singalesi. Che il desiderio di libertà e indipendenza siano destinati a sprigionare tensioni latenti? Così è accaduto in quest’isola dove, finita la luna di miele tra Tamil e inglesi, la maggioranza Singalese fino a quel momento tenuta lontana dai settori chiave dell’amministrazione coloniale cominciò riprendersi il maltolto.
Al governo dopo l’indipendenza, si distinse per un nazionalismo “bipartisan”, che da embrionale si cristallizzò con l’imposizione del Singalese come lingua nazionale obbligatoria nel 1956. Nel 1972, dopo anni di propaganda a favore di lingua e cultura cingalese, a Ceylon fu dato il nome di Sri Lanka. A tutto questo contribuì anche un buddhismo sui generis che nello stesso anno divenne religione di stato. Una serie di provvedimenti legislativi esacerbarono gli animi della minoranza Tamil, in larga parte induista, fino alla nascita delle Tigri Tamil, organizzazione guerrigliera che voleva ottenere il riconoscimento di uguali diritti per la minoranza tamil. Dal 1983 a oggi il paese è stato teatro di una sanguinosa guerra civile tra guerriglieri e governo. E’ così che la lotta per l’autodeterminazione delle Tigri Tamil è degenerata in frequenti attacchi terroristici suicidi che, molto prima di Hamas in Palestina, hanno colpito indiscriminatamente i civili della capitale Colombo. E’ così che il governo centrale ha risposto duramente nei vari anni alle offensive dei ribelli, con una repressione altrettanto brutale, ma mai troppo efficace nel sottrarre alle Tigri Tamil il controllo effettivo nelle zone di nord-est. Questo fino all’epilogo del mese scorso, con la sconfitta dei ribelli e l’esibizione del corpo del loro leader – Prabhakaran – a reti unificate sulla tv di stato, come un trofeo. Una sconfitta che porta con sè 100.000 morti civili tamil incontrati sulla strada di questa reconquista da parte dell’esercito governativo che ha brillato per spietatezza. Alla minoranza Tamil non resta che ripartire, sperando nei campi profughi, cercando di attirare su di sé almeno un pezzo dell’opinione pubblica internazionale, chiedendo il rispetto dei diritti umani essenziali. Ma i Tamil continuano ad essere tremendamente soli.
