Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 12:14

di Phantom Negro. Henry Louis Gates, il professore nero di Harvard arrestato in casa sua dalla polizia che l’aveva scambiato per un ladro, ha accettato di sedersi davanti a una birra con l’agente che l’ha ammanettato. Lo aveva chiesto Obama in persona, per togliere il detonatore a una nuova storia di razzismo e incomprensioni. Ma un collega di Gates, nero anche lui, è uscito dal coro dei liberal preoccupati dall’attentato ai diritti civili. Anche Gates ha delle responsabilità. Per prima essere un nume tutelare della Ivy League. Il pezzo che vi proponiamo è stato pubblicato sotto pseudonimo perché, secondo l’autore, “il Dottor Gates ha una vasta influenza nel mondo dell’accademia americana”.

Quella della “Ivy League” non è una vita reale. La vita in College in generale non è legata alla realtà, e la Ivy League è la più fantastica versione di college che potete immaginarvi. Ci sono le migliori comodità, i ruoli sono flessibili, studenti e facoltà si assomigliano e ognuno si accorge facilmente che la realtà della vita come la maggior parte della gente la sperimenta là fuori è soltanto una strana nota a pie di pagina rispetto alla vita quotidiana del campus. Non sto parlando a sproposito quando dico queste cose. Lo so perché vivo e faccio parte di questo mondo. Come nero della Ivy League, talvolta accadono cose divertenti mentre sei comodamente sistemato nel college. Sei abbastanza sveglio da capire che la razza e il razzismo sono una realtà con cui devi venire a patti ogni giorno, ma sai anche che il tuo documento d’identità ti dà uno status diverso. Significa forse che sei al riparo dalle ingiurie e dalle offese? No, vuol dire che il massimo dell’oltraggio che può capitarti – se parliamo di offese razziali – viene sostituito da una forma di insulto classista.

Certo, questo può farci incazzare, sapendo che possiamo andare incontro a dei litigi perché siamo neri, ma la vera indignazione deriva dal fatto che veniamo insultati come membri di un gruppo elitario. Come osi litigare con me? Anch’io vengo qui a scuola. Lavoro qui. La seconda parte di questo pensiero è sempre presente. Vengo qui a scuola. Lavoro qui. Quando “l’effetto Ivy League” acquista velocità, la nostra bussola di neri inizia a confondersi; la realtà che sappiamo esistere al di là del campus diventa un problema percepito anche dalla gente comune.

Una storia vera: una notte, anni fa, un gruppo di studenti neri si erano lanciati in un party nei dormitori comuni, quando arrivano tre poliziotti, illuminando con le orce la folla. Nessuno si mosse, nessuno lasciò il dormitorio, nessuno fece nulla se non continuare a ballare mentre i tre poliziotti camminavano attraverso la folla illuminando le facce dei presenti. Io non feci neppure un giro a controllare. Sarei rimasto stupito se gli agenti si fossero messi a inseguire qualcuno a piedi, così come se qualcuna delle persone inseguite fosse stata davvero presente al party.

Questo è il peggio che possa accadere alla Ivy League. Tre poliziotti entrano a un party e nessuno, furtivamente o meno, cerca di scappare. Sembra quasi uno scherzo. Da un lato, si potrebbe dire che è un segno di civiltà; un segno che abbiamo archiviato i giorni quando noi neri dovevamo temere la presenza della polizia. Secondo me questa semi-signorilità deriva dalla forza che sta dietro questi studenti (e per estensione dietro alla facoltà) – il fatto di trovarsi a scuola, in questa scuola. Tutte le lezioni che si occupano del trattamento che puoi ricevere dalla polizia, se sei di colore, sembrano non trovare posto in questa torre eburnea. Possiamo dimenticarci queste lezioni perché, più che essere dei neri in America, siamo degli Ivy Leaguers.

E questo mi porta a “Skip” Gates. Il professore non si è indignato perché ha sentito di essere vittima di un profiling razziale da parte della polizia (questo dubbioso onore spetta al suo stupido vicino di casa che ha avvertito gli agenti, ed è dubbioso visto che la persona che ha denunciato Gates in realtà non è stata una vicina ma una passante che lavorava nei paraggi). Il professore si è indignato perché si è sentito vittima di un profiling “classista”. Non si è risentito perché è stato identificato per il colore della sua pelle, si è risentito perché è stato identificato per questo particolare tipo di nero, il nero che può litigare e può permettersi di fare il prepotente con dei poliziotti un po’ sempliciotti. Come osate rompermi le scatole? Io sono Skip Gates: il professore di Harvard!

Il professore è caduto vittima dell’effetto Ivy League. Andate a controllare nei suoi articoli – potete senz’altro dare un’occhiata a the Root, il sito internet di cui Gates è direttore – se volete avere a disposizione un archivio di queste ostentazioni masturbatorie. Sembra quasi dire “Vi sembro forse quel tipo di persona (nera)? Io indosso blazer e polo eleganti!”. Gates è un Ivy Leaguer incazzato con un trattino di rabbia nera. Non c’è altro da aggiungere. Ma forse questo vuol dire che la polizia non ha commesso un errore? Difficilmente. Da persona che ha una certa familiarità con il dipartimento di polizia di Cambridge/Boston, posso dire che il modo in cui vengono giudicate alcune infrazioni procedurali da quelle parti, se è del tutto comprensibile, è anche sicuramente degradante per chi lo subisce.

Ma sono altrettanto certo che il buon professore abbia detto un po’ di stronzate. L’effetto Ivy League, quando è potente, non permette di comportarsi altrimenti. Ha fatto dimenticare a Gates che, non importa quale sia la questione in gioco, anche quando sei nel giusto, non devi metterti a urlare contro un poliziotto di stare zitto. E non si tratta di una questione di virilità o di orgoglio; è una questione di sopravvivenza. Perché? Perché sei un nero prima di essere un professore di Harvard. Perché, in casi estremi, puoi raccontare la tua versione della storia se hai a portata di mano i tuoi documenti.

Come uomo nero e professore di Harvard, il processo mentale di Gates avrebbe dovuto essere questo: “Wow. Sono completamene incazzato. Quando questa situazione si sarà risolta a sarò in un posto sicuro, andrò in commissariato e userò la mia considerevole influenza per esercitare la mia autorità e far licenziare qualcuno. Ma per adesso, è meglio fare il furbo, ricordare tutti i dettagli, e non dare ai poliziotti alcuna ragione per peggiorare la situazione”. Questo è quello che avrebbero fatto molti miei colleghi, se si fossero trovati sotto tiro della polizia, di notte, in mezzo al campus. Non avrebbero alzato la voce; sarebbero stato più furbi. Avrebbero calmato le acque, poi avrebbero sbollito l’incazzatura, cercando di fare qualcosa. E ve l’assicuro, l’avrebbero fatto con molta meno vivacità del professor Gates.

Ricordo che quando ho sentito la storia dell’arresto di Gates, non ho potuto resistere dal pensare: Wow, l’effetto Ivy League ha risciacquato quella sana paura della polizia. Accidenti.

Aveva il diritto di essere indignato? Assolutamente. La circostanza avrebbe fatto indignare chiunque avesse vissuto una situazione come quella che è accaduta. Ma perché si è indignato? Non perché ha pensato alla “tassa nera” che abbiamo appiccicata sulla pelle. Nella sua testa, lui era Skip Gates, lo stimato professore di Harvard che è stato trattato male in casa sua dalla polizia. Credetemi, se tutto questo fosse accaduto in North Carolina il suo senso di indignazione sarebbe stato molto diverso e la sua capacità di conquistarsi l’attenzione del pubblico molto minore. E se fosse stato semplicemente un lavoratore? Se lo sarebbero dimenticati subito.

Ma tutto questo non è avvenuto in un posto qualsiasi. E’ accaduto a Cambridge, sull’erbetta dell’Ivy e adesso questa storia è destinata a entrare nel folclore popolare. Se non la comprendiamo bene fino in fondo, penseremo che una banda pronta al linciaggio stava aspettando al varco Gates sul porticato di casa, con le corde pronte a stringergli il collo, prima che Ving Rhames arrivi a salvare la giornata.

Skip Gates deve aver pensato che nella sua vita ha lavorato abbastanza, ha ottenuto abbastanza, è stato abbastanza ad Harvard da poter evitare un trattamento come quello che ha subito. Ed ora, sebbene abbia convogliato la sua rabbia in un modo sottile ma sostanziale, il professore soffre davvero pubblicamente sotto “le fionde e le frecce di un destino oltraggioso” (è una citazione dell’Amleto, ndt), avendo sperimentato sulla sua propria pelle “cosa provano quei milioni di neri che vengono incarcerati in America”. Ed è questa la cosa davvero comica. Il professore non ha mai visto questi milioni di uomini come il suo prossimo, e se n’è fregato ampiamente di questa gente. Si è soltanto irritato per il cattivo comportamento avuto dalla polizia quando lo hanno trovato nella sua casa. Se avesse letto una storia del genere accaduta a un idraulico di Roxbury, avrebbe scosso la testa con un gesto di disapprovazione e la sua vita sarebbe tranquillamente andata avanti.

Così, prima di gridare al razzismo, è opportuno prestare attenzione alla torre eburnea da cui proviene quel grido. Quello che è accaduto ha vagamente a che fare con la razza. Ma ha molto più a che fare con Skip Gates che armeggiava davanti alla sua porta di casa.

L’effetto Ivy League, gente. L’effetto Ivy League.

Tratto da “Salon”

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