di fm. Tutto è iniziato con Spielberg e con Schindler’s list. Dopo le riprese in Polonia, il regista avvia con la sua Fondazione una raccolta su scala globale di testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah. Una vera e propria macchina industriale che può contare su ingenti investimenti economici e sui nuovi media (la digitalizzazione dei dati, il web, l’industria dello spettacolo). E’ un organismo testuale, un prodotto culturale che andrebbe visto come campione significativo di dinamiche più vaste. Così come per i testi scritti della memorialistica, anche per gli altri codici che s’inseriscono in ciò che si potrebbe definire ‘archivio’ o ‘metatesto’ della memoria – film, documentari, reportage, teatro, graphic novel – si tratta di affrontare il tema della produzione e della tradizione delle testimonianze, non restando solo al livello dell’analisi della loro forma compiuta, ma cercando di leggerle, in un contesto più ampio, nell’ambito dei meccanismi che presiedono alla loro formazione (e alla loro ricezione). (continua…)
di fm. Anche gli analisti della storia contemporanea si dividono in apocalittici e integrati, organici e disorganici, eretici e ortodossi. Ma c’è una dimensione del pensiero che accomuna gli studiosi di geopolitica e gli storici di tutte le latitudini. Qualcuno allude, qualcun altro rilancia: è la teoria dei lunghi cicli storici che non è solo il ‘corsi e ricorsi’ del buon Vico, ma è una teoria ben definita della storiografia moderna – quella che studia il ripresentarsi ciclico di fenomeni e di eventi – e ha il suo nume tutelare in Joshua S. Goldstein. Vediamo come si applicherebbe questa teoria alla situazione attuale. A partire dal 1989, data-simbolo di un secolo che non si decide a finire, muta lo scacchiere internazionale e si mettono in soffitta i paradigmi con i quali si interpretavano i rapporti tra le nazioni: guerra fredda, stato-nazione, equilibrio tra le superpotenze. Come per il 2001, è un crollo a stabilire l’inizio di un nuovo ciclo storico. (continua…)
di fm. La letteratura in Italia, si sa, è letteratura di provincia o non è. Lo diceva qualche giorno fa Nico Lagioia, fiume in piena che in libreria non ha presentato il suo ultimo romanzo, Riportando tutto a casa, piuttosto ha parlato di tutto secondo la tecnica illuminante della divagazione. Non esistono vere e proprie metropoli in Italia, e dunque anche Roma è provincia, e anche Philip Roth, per non parlare di Faulkner, hanno fatto della loro contea la specola per narrare da lì un mondo immaginifico eppure ancorato al reale, la realtà universale dell’individuo. Middle West, Ohio e Piemonte, diceva il buon Pavese parlando di sè e di Sherwood Anderson. La trasfigurazione, dunque, e soprattutto la (benefica) fantasticazione. Ai confini della sana follia. (continua…)
Le fatwa sono qualcosa che non ci piace. Ma quella lanciata dal grande ayatollah sciita Hussein-Ali Montazeri è un caso a parte. Perché dimostra che tra le elites iraniane c’è chi si oppone al riarmo nucleare. Tanto più che Montazeri era l’erede designato dell’ayatollah Khomeini – fino a quando le sue critiche contro gli omicidi e le incarcerazioni ordinate dal suo maestro ne hanno ridimensionato il potere. Negli ultimi anni Montazeri è stato praticamente ridicolizzato dalla stampa ufficiale e gli è già accaduto di essere messo agli arresti. Oggi dice: “L’umanità, e in particolare i musulmani che seguono la sharia e gli insegnamenti dei Profeti, e del Profeta, devono essere alla guida di chi vuole vietare legalmente e praticamente questo tipo di armi (atomiche, ndr) in tutte le nazioni e nel sollecitare l’aiuto delle organizzazioni internazionali nel garantire questo divieto”. Saddam e i Pakistani hanno ignorato questo genere di prescrizioni. E’ possibile che i neoconservatori iraniani ascoltino Montazeri invece di Ahmadinejad?
di fm. Le storie letterarie fanno raramente menzione degli scrittori apolidi nel senso più pieno del termine, ‘mediatori’ linguistici e cantori di identità e tradizioni plurali. Intrusi tra i campioni dell’eterna medietà espressiva di stampo manzoniano, smarriti e spaesati di fronte all’austera autarchia della tradizione italiota, ben più visceralmente espressionisti ed eccentrici degli osannati sperimentatori nostrani, queste creature ibride e centauresche si affacciano sulla soglia del Tempio che è ogni Canone, anche quello che si vuole policentrico ed elastico, democratico e controcorrente, e soffiano dentro parole impastate di lingue e culture eteronome, allotrie, e… le silence s’est fait. Come per tutti gli esclusi e i dimenticati, gli “imperfettamente visibili” del Novecento (e oltre). (continua…)
