Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 10:44

di Giacinto Seccia. Basta dare uno sguardo a un murales vicino Nardò per capire lo stato d’animo di quei profughi ebrei che, scampati all’Olocausto, trovarono rifugio nelle terre pugliesi prima di emigrare da clandestini verso la Palestina e fondare il tanto agognato Stato ebraico nel 1948. Chi lo dipinse su quel muro, anticipò la storia a modo suo. Il murales raffigura una cartina con l’Italia, tante persone in attesa, e una freccia che si protende verso una grande stella di David. Esiste tutt’ora conservato in un museo.
Il Salento fu solo la prima terra di incontro per quei profughi perché, a sostare nei campi per rifugiati (I.R.O.) di Bari Palese, Barletta e Trani, furono in migliaia fino al 1949. E da queste località si organizzava l’espatrio verso la “terra promessa” grazie alla posizione strategica che rese la Puglia in breve tempo la base principale dell’emigrazione clandestina ebraica (Aliya Bet).

Le partenze dei clandestini avvenivano da Bari e Taranto, ma anche da altri porti d’Italia da cui era possibile eludere i controlli. Il porto di La Spezia, per esempio, venne ribattezzato “la porta di Sion”. Ma questi viaggi non sempre andavano a buon fine. In quei “respingimenti” di allora, gli inglesi, dopo aver intercettato le navi dei profughi, ne impedivano lo sbarco rispedendole ai porti di partenza.

La Puglia non fu solo il crocevia dell’Aliya Bet perché, sempre da Bari, partivano numerosi carichi di armi destinate ai paesi arabi. Tutto sotto l’occhio di quello che poi sarebbe diventato il Mossad che, oltre ad organizzare le partenze dei profughi, riusciva ad ostacolare i traffici di armi. L’episodio simbolo è di certo l’affondamento del mercantile italiano Lino tra Molfetta e Bari nel ’48. Le armi che trasportava non giunsero mai ai siriani.

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  1. Heck yeah this is excatly what I needed.

    Commento di Meadow — luglio 7, 2011 @ 5:31 pm

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