Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 11:39

foto-Ripellinodi fm. Le storie letterarie fanno raramente menzione degli scrittori apolidi nel senso più pieno del termine, ‘mediatori’ linguistici e cantori di identità e tradizioni plurali. Intrusi tra i campioni dell’eterna medietà espressiva di stampo manzoniano, smarriti e spaesati di fronte all’austera autarchia della tradizione italiota, ben più visceralmente espressionisti ed eccentrici degli osannati sperimentatori nostrani, queste creature ibride e centauresche si affacciano sulla soglia del Tempio che è ogni Canone, anche quello che si vuole policentrico ed elastico, democratico e controcorrente, e soffiano dentro parole impastate di lingue e culture eteronome, allotrie, e… le silence s’est fait. Come per tutti gli esclusi e i dimenticati, gli “imperfettamente visibili” del Novecento (e oltre).

Si pensi non solo all’attività di scrittura, polimorfa eppure sostanzialmente unitaria, di Angelo Maria Ripellino (tra poesia, saggistica e microgeneri che spaziano dalla prosa lirica agli esperimenti di regia teatrale), ma proprio alla sua esistenza nomade, ad una curiosità intellettuale onnivora,caleidoscopica. Capace di presentarsi eternamente autodidatta, disposto a ripartire da zero, che è il paradosso e insieme il destino degli “inclassificabili”. Capace di “dimettersi” di volta in volta ora da una notevolissima attività di slavista (erede di Ettore Lo Gatto, sue le versioni dei maggiori scrittori di area est-europea del Novecento, da Pasternak a Majakovskij, da Chlébnikov Gombrowicz a Hrabal); ora da ogni posa riconducibile allo specialismo accademico anche in poesia.

Qui, piuttosto, nella zona franca di un verseggiare da picaro, furfante giocoliere verbale, sopravvissuto e trickster in vena di sorridere (amaramente) sulla malattia e sulla morte, Ripellino mette in scena parabole visionarie che, di esperimento in esperimento, disegnano una carta geografica senza frontiere, dove la “vocalità da vucciría” palermitana e il barocco italiano s’incontrano con le lingue, i simboli, i dipinti, le musiche e persino i dialetti del continente slavo.

Una regione percorsa e ripercorsa dall’alto in basso, da est a ovest, lungo i secoli della sua storia fino alle “ferite” del 1968 praghese. “Ombre jiddish, immagini di Klee e di Magritte, motivi di Mahler e Janacek, splendori barocchi, truculenze boeme, vampate di zolfo vi convergono come in un gran Baraccone dalle luci malate”.

La sua opera andrebbe letta e sistemata su tre, quattro tavoli contemporaneamente, saltando da uno all’altro come uno scoiattolo ammirato (è un’immagine di Italo Calvino): i saggi, Praga magica e Storie del bosco boemo, e poi le poesie, di cui  Einaudi  ha ripubblicato le raccolte “centrali” e più compiute. Ma anche nel tentativo di immaginare la sua opera come un palinsesto, per cui ciascun testo rimanda al precedente e via di seguito, resterebbe l’impressione di una scrittura inafferrabile e sempre in movimento: poeta di crocevia e di scambi, di umor nero, di dottrina nichilista e insieme di vampate e giochi d’artificio, è lo stesso Ripellino a confessare il segreto di questa polifonia che abiura ogni stanziale appartenenza: “Io sono ospite della mia lingua”.

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