Questioni di Frontiera
Banner
Contatti
Domenica 05 Febbraio 2012 | 12:10

voce luna 11 bisdi fm. La letteratura in Italia, si sa, è letteratura di provincia o non è. Lo diceva qualche giorno fa Nico Lagioia, fiume in piena che in  libreria non ha presentato il suo ultimo romanzo, Riportando tutto a casa, piuttosto ha parlato di tutto secondo la tecnica illuminante della divagazione. Non esistono vere e proprie metropoli in Italia, e dunque anche Roma è provincia, e anche Philip Roth, per non parlare di Faulkner, hanno fatto della loro contea la specola per narrare da lì un mondo immaginifico eppure ancorato al reale, la realtà universale dell’individuo. Middle West, Ohio e Piemonte, diceva il buon Pavese parlando di sè e di Sherwood Anderson. La trasfigurazione, dunque, e soprattutto la (benefica) fantasticazione. Ai confini della sana follia.

A nord, nella pianura (nella provincia) padana colta dal vivo negli scatti di Ghirri o nelle schegge narrative di Celati, risiede una razza di “matti” senza regole che ha una lunga storia alle spalle – Frassineti, Zavattini, Tonino Guerra, Fellini, Malerba, (Benni) Benati e lo stesso Celati – e un cantore che sembra uscito dalla penna di Ariosto, un altro che se ne intendeva di folli senza tropppo senno: è Ermannino Cavazzoni, come lo chiamava il Fellini della Voce della luna.

Famoso per aver dato al regista della Dolce vita il destro per l’ennesimo viaggio della memoria tra i personaggi surreali e visionari di un paese che può essere anche uno dei nostri, qui al Sud, con il Poema dei lunatici (1987), Cavazzoni è scrittore colto – lettore e interprete della letteratura comico-cavalleresca, docente all’Università – ma soprattutto è esploratore anarchico dei territori del buffo, dell’avventura e dell’improvvisazione. Laddove gli scrittori sono immaginati come cani che si fiutano tra loro per le strade del quartiere (Gli scrittori inutili, 2002); e la galleria di persone o personaggi di cui vale la pena di scrivere le storie è tutta nei matti rinchiusi nei manicomi del Poema, o negli “idioti” che albergano  qualche casolare  di una campagna senza tempo (Vite brevi di idioti, 2002). Comacchio come Martina Franca.

I loro progenitori sono le figure di fantasia che hanno popolato la scena letteraria e gli scaffali delle librerie europee tra ‘400 e ‘500, come per esempio quella razza di “giganti” buoni che infatti Cavazzoni, nelle vesti di un etnologo un po’ brillo, ha voluto narrare negli usi e costumi quasi si trattasse di una popolazione esistente per davvero, con la loro lingua e le loro dinastie, nella Storia naturale dei giganti (2007).

Oggi Ermannino si concede una pausa dai viaggi di fantasia, ma in realtà continua anche con quest’ultimo Limbo delle fantasticherie a ridere di sè e del mondo tutto, compreso quello dei critici-chirurghi, dei professori seri, degli scrittori affannati. Secondo la sua idea di letteratura, lo scrivere è un’attività monacale, solitaria, da eremiti, fatta di accumulo paziente di appunti, frasi e frammenti che non rispondono a nessuna autorità nè a programmi, come i sogni che non si decidono. Non si programmano, appunto. Non è un mestiere sognare, è un’attività libera e disinteressata, sorprendente per le stranezze che anche il più burocratico degli impiegati riesce a fabbricare.

Uscito con la consueta aria da sberleffo nella collana da lui fondata insieme al  sodale Celati – il titolo è tutto un programma: “Compagnia extra” (?!) – il Limbo è un compendio di dodici tessere nelle quali a trionfare è la divagazione, come sempre. La memoria personale si sovrappone alla teoria letteraria e dà forma a un breviario di estetica senza centro, nel quale il ricordo delle poesie recitate da zia Enrica si intreccia alle riflessioni (serie) sulle catastrofi della cultura. Tra le pagine, ancora una volta, si respirano gli odori della provincia, il rumore delle carte e quello dei piedi che passeggiano nelle pianure della nostra provincia. Comacchio, Martina Franca.

2 Commenti presenti

Commenta questo articolo

  1. “Don Pelacani passeggiava con Pelagatti ed erano calmi; discutevano o dei Re magi o di Engels e Marx, ma senza interferire nelle tesi reciproche; c’era il tacito patto di rispettare democraticamente il campo di competenza dell’altro. Li si vedeva spesso su una panchina star zitti. Fa ridere il fatto che si chiamassero uno Pelagatti e l’altro Don Pelacani, ma vissero a Varese almeno fino al 1965″, Brevi vite di Idioti: la provincia, le carte, le passeggiate e l’uso del punto e virgola.

    Commento di m — novembre 2, 2009 @ 3:49 pm

  2. A mio parere, la cosa più difficle, al pari del sognare e dello scrivere, è proprio quella di ridere e far ridere senza il rischio di un’evanescente leggerezza. Mi vien perciò voglia di leggere presto questo libro!

    Commento di Sil — novembre 19, 2009 @ 6:37 pm

Lascia un commento

© 2008 - Grafica e layout sono di esclusiva proprietá di NOA
Piattoforma basata su WordPress - modificata da Estroweb Srl