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Domenica 05 Febbraio 2012 | 12:06

pict_20090415PHT53752di fm. Anche gli analisti della storia contemporanea si dividono in apocalittici e integrati, organici e disorganici, eretici e ortodossi. Ma c’è una dimensione del pensiero che accomuna gli studiosi di geopolitica e gli storici di tutte le latitudini. Qualcuno allude, qualcun altro rilancia: è la teoria dei lunghi cicli storici che non è solo il ‘corsi e ricorsi’ del buon Vico, ma è una teoria ben definita della storiografia moderna – quella che studia il ripresentarsi ciclico di fenomeni e di eventi – e ha il suo nume tutelare in Joshua S. Goldstein. Vediamo come si applicherebbe questa teoria alla situazione attuale. A partire dal 1989, data-simbolo di un secolo che non si decide a finire, muta lo scacchiere internazionale e si mettono in soffitta i paradigmi con i quali si interpretavano i rapporti tra  le nazioni: guerra fredda, stato-nazione, equilibrio tra le superpotenze. Come per il 2001, è un crollo a stabilire l’inizio di un nuovo ciclo storico.

Il ventennio che abbiamo ormai alle spalle fa registrare cambiamenti sostanziali che hanno investito, come è noto, non solo il progresso tecnologico dispiegato nella sua veste capillare di nuovo potere globale della comunicazione informatizzata; ma in particolare le forme delle relazioni internazionali, i concetti di guerra e di espansione, l’emergere di conflitti inediti.

La finanza (il capitale) mostra il volto di perno di un sistema su scala planetaria di tipo non solo economico e politico ma anche culturale, il cui paradigma si radicalizza nel confronto-scontro con le civiltà e le culture ‘altre’; e infine mostra  la sua facciata fragile di gigante dai piedi di argilla, con la recente crisi globale che i media hanno prontamente riportato agli spettri del 1929. In assenza di un nuovo principio regolatore, con la insufficienza conclamata dei vecchi organismi internazionali ormai inservibili di fronte ai nuovi conflitti, e con il  declino americano seguito all’attacco dell’11 settembre e alla crisi finanziaria, le politiche belliche e gli equilibri tra le nazioni risentono di un clima di anarchia che fa tutt’uno con i sintomi oggettivi di un degrado etico-politico ad ampio raggio (i nuovi razzismi, le forme totalitarie che opprimono le società degli stati emergenti o delle ‘nuove’ potenze).

La crisi si intitola uno studio di L. Bonanate, nel quale circola a più riprese l’allusione ai cicli storici, al raffronto che sarebbe possibile istituire tra la situazione del dopo Muro di Berlino (1989-2009) e l’entre-deux -guerres (1919-1939), quel periodo cruciale nella storia europea (mondiale) che troppo spesso non si considera nella sua centralità decisiva.

Non si tratta di cabala. Quel lungo dopoguerra conoscerà, tra gli altri, due elementi simmetrici e intrecciati, che varrebbe la pena di rileggere per la decifrazione a lungo tempo del presente: la nascita, lo sviluppo e l’organizzazione dei totalitarismi; e la polarizzazione radicale dei campi intellettuali e politici tra destra e sinistra, fascismi e antifascismi, nel clima di instabilità strutturale (di violazione e razionalizzazione repressiva) di regole e norme. Sullo sfondo, la soluzione bellica, globale, che corona e insieme articola il concetto di “guerra civile” e totale  che era stata inaugurata dal primo conflitto mondiale.

Per alcuni la “terza guerra” è già in corso, va vista e interpretata per l’appunto con i paradigmi nuovi, propri di un contesto indiscutibilmente mutato rispetto ad un settantennio fa (le due torri, il terrorismo islamico, l’Afghanistan e  le guerre “preventive”: l’Iraq fino all’Iran). Per altri molto del nostro futuro di sicurezza e di pace dipenderà dal nuovo corso obamiano, che in realtà registra oscillazioni preoccupanti tra retoriche distensive e incertezze strategiche.

Resta inevasa una questione che, allora come oggi, riveste in realtà un’importanza cruciale, ed è quella relativa alla struttura, ai funzionamenti interni e alla missione degli organismi internazionali (una “nuova” Onu, una “nuova”  Nato). Il ritardo o la pochezza del dibattito attuale intorno a questi aspetti della geopolitica contemporanea è, in efffetti, una eco sinistra di un passato che getta sul presente ombre troppo ingombranti per essere sottovalutate.

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