di fm. Il mese di gennaio si presenta come un periodo cruciale per le sorti politiche del Medio Oriente, considerando le elezioni che si terranno in Iraq e quelle anticipate che si svolgeranno nei territori palestinesi (24 gennaio 2010). Mentre il Presidente uscente, il settantaquattrenne Mahmoud Abbas, ha dichiarato di non volersi ricandidare, le televisioni nazionali controllate dal partito di maggioranza Fatah continuano a mandare in onda servizi nei quali si fa propaganda in suo appoggio, e sostanzialmente si invoca una sua rielezione. Gli osservatori interpretano l’atteggiamento di Abu Mazen come una tattica per fare pressione sugli USA nella prospettiva di accelerare il congelamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania; ma soprattutto come un test di verifica per saggiare il consenso interno tra i palestinesi. All’ombra di Hamas.
Dopo l’ultima guerra di Gaza, il leader degli integralisti Khaled Meshaal ha scelto un profilo relativamente basso nelle esternazioni politiche, non mutando affatto gli orientamenti anti-israeliani e conservando un’influenza su ampie zone dei territori, garantita dalla rete capillare di appoggi e prebende che non è stata incrinata nè scalfita dall’operazione Piombo fuso. In vista delle elezioni, in un comizio tenuto in Siria torna a parlare di “distensione” con Fatah, utilizzando un lessico diplomatico che cela il consueto spirito aggressivo di marca antisemita.
E infatti invoca una sinistra “opzione nazionale” per il futuro mandato presidenziale palestinese, cavalcando l’onda dell’insoddisfazione per i mancati successi nei colloqui con Israele e ribattendo sui soliti punti della sua agenda politica: il fallimento delle politiche di compromesso e di apertura al “nemico”, nessun blocco nell’espansione degli insediamenti, nessun passo in avanti significativo sul ritiro entro i confini del 1967, pochi miglioramenti sulla situazione dei rifugiati e dei prigionieri politici (Israle ne ha liberati quasi 500 negli ultimi mesi). E naturalmente il rifiuto di riconoscere pubblicamente lo stato di Israele.
Meshaal non snocciola soltanto le parole d’ordine d’odio e gli slogan di incitamento alla “lotta santa”o alla “resistenza”, ma rivolge all’avversario di Al Fatah una trappola diplomatica che fa leva sull’ipotesi di “unità nazionale”. La riconciliazione invocata da Hamas nasconde la volontà di declinare il conflitto in termini nazionalistici. Significherebbe riportare le politiche palestinesi nei confronti di Israele in una dimensione identitaria di tipo nazionalistico, rinunciando in parte alla retorica religiosa e antisemita, e puntando su ciò che è stato definito il circolo vizioso e funesto di ogni “metafisica” dell’identità nazionale: “raggelante” all’interno e aggressiva all’esterno.
Il rafforzamento in quest’ottica del nazionalismo palestinese figurerebbe come l’ennesimo ostacolo alla reale pacificazione interna, in una simmetrico cortocircuito che è facile prevedere con il radicalizzarsi del sionismo di matrice militare e religiosa in Israele.

CARO FM,
NOI ARABI NON POSSIAMO ONTOLOGICAMENTE ESSERE ANTISEMITI, ESSENDO NOI STESSI SEMITICI, MA SEMMAI ANTISIONISTI. AL DI Là DI QUESTO PARTICOLARE IL MIO MODESTO PARERE è CHE L’UNICA SPERANZA POLITICA PALESTINESE STIA PROPRIO IN UN’IDEOLOGIA LAICA COME QUELLA NAZIONALISTICA.
INDIPENDENTEMENTE DALLE REALI INTENZIONI DI MASH’AL, UN RITORNO AL NAZIONALISMO MENO TEOCRATICO è UN FATTO POSITIVO DI CONTROTENDENZA RISPETTO AGLI ALTRI REGIMI ARABI, EVIDENTEMENTE LA LOGICA DELL’ESTREMISMO RELIGIOSO NON HA COMPLETAMENTE ATTECCHITO TRA GLI ARABI PALESTINESI
Commento di KAWKAB — novembre 10, 2009 @ 5:47 pm