Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 10:45

dositeidi Jacopo Giannangeli*. La Serbia è approdata all’Università “La Sapienza” di Roma. E lo ha fatto portando con sé un grosso carico di interrogativi, problematiche, questioni aperte o ancora da aprire, ma soprattutto con tante speranze. Il mese scorso, dal 26 al 28 ottobre, si è tenuto un convegno dal titolo “Identità europea della Serbia: il futuro del passato”; una tre giorni molto intensa, a cui hanno partecipato esponenti di primo piano del mondo culturale della slavistica dall’Italia e dalla Serbia, politici e diplomatici italiani e stranieri.

Il convegno si è articolato in due parti: la prima è stata dedicata alla figura dell’illuminista serbo Dositej Obradović (1739-1811, nella foto), mentre la seconda si è concentrata sugli aspetti politici della Serbia di oggi e sulle sue relazioni con l’Europa e la Russia. Proprio la personalità di Dositej Obradović rappresenta il filo conduttore che lega le due fasi: egli fu il più grande illuminista serbo, un intellettuale veramente europeo, testimone del fatto che, come ha detto l’ambasciatore serbo Rašković-Ivić, “la Serbia è un vecchio paese europeo”.

La prima parte del convegno si è incentrata su questioni più specificamente filologiche e storiche riguardanti l’opera e la vita di Dositej, cercando però di mantenere uno sguardo sulla situazione presente. Sono sorte questioni e spunti legati alla contemporaneità, che sono stati poi raccolti da coloro che hanno partecipato alle tavole rotonde nelle giornate successive, incentrate su temi puramente politici. Personaggi di primo piano dell’ambiente accademico e politico (tra i quali l’ex-presidente Giuliano Amato), insieme ad alcuni ambasciatori stranieri, hanno dibattuto sulla politica estera e sulla situazione attuale della Serbia, tra Unione Europea e Russia.

Molte delle questioni al centro della discussione, a dire il vero quasi tutte, sono già state sentite. Niente di nuovo o di sconvolgente, dunque; ma l’importanza di questo incontro non sta nell’essere una novità, bensì nell’essere una conferma. È la conferma di un interesse sempre crescente nel nostro paese verso la Serbia e i Balcani occidentali e di un avvicinamento concreto della Serbia all’Unione Europea. Parafrasando ancora una volta le parole dell’ambasciatore serbo, tutto questo sarebbe stato impensabile solo dieci anni fa: è questo il vero successo dell’iniziativa.

L’ambasciatore serbo ha sottolineato la volontà del suo governo e del suo popolo di entrare nella UE. Secondo recenti sondaggi il 65% dei cittadini della Serbia è favorevole all’ingresso, percentuale che sarebbe destinata ad alzarsi dopo la liberalizzazione del regime dei visti, prevista nel 2010. Ha ricordato, inoltre, che la Serbia ha scelto un governo ed un presidente filo-europeo proprio nel momento più critico della sua giovane storia democratica, appena dopo l’indipendenza unilaterale del Kosovo.

Tutti i partecipanti hanno rimarcato il ruolo cruciale della Serbia nella stabilizzazione dell’area balcanica e dell’Europa intera. Per questo la sua ammissione dovrebbe avvenire in tempi molto brevi: è stato addirittura auspicato un ingresso congiunto di Croazia e Serbia, una prospettiva di difficile attuazione, che però sottolinea quanto le economie e le società dell’area siano legate l’una all’altra. Tagliare fuori alcuni stati potrebbe significare “strozzarli” in un isolamento economico e diplomatico, che potrebbe addirittura risultare fatale ad alcuni soggetti particolarmente deboli (vedi ad esempio la Bosnia-Erzegovina).

L’Europa insomma è la grande speranza di tutti i Balcani occidentali, ciò che potrebbe segnare una svolta nella storia recente di questi paesi. D’altra parte, la UE non è un’entità magica capace di risolvere d’un colpo ogni problema: la stabilizzazione deve precedere e permettere l’integrazione europea dell’area e non deve essere vista come una logica conseguenza dell’allargamento. L’impegno della Serbia nel raggiungere questa stabilità è notevole: negli ultimi anni sono state fatte tutta una serie di riforme che hanno permesso di recuperare buona parte dell’enorme gap di un paese che ha vissuto una doppia transizione, dal comunismo e dal post-conflict. La giovane democrazia serba, nata solo nel 2000, ha fatto passi da gigante, ma ancora molto c’è da fare per raggiungere gli standard europei. Ma anche la UE deve fare qualcosa di più, deve venire incontro a questa zona d’Europa non soltanto con la politica del bastone e della carota, ma con una collaborazione seria e concreta, che permetta lo sviluppo consapevole di questi paesi.

Non poteva mancare qualche riferimento al Kosovo, una vicenda che pesa come un macigno sul cammino europeo della Serbia. Si è ribadito che il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte della Serbia non è considerato un requisito indispensabile per l’ammissione; tuttavia non sarebbe neanche immaginabile che entrino a far parte della famiglia europea due paesi che non si riconoscono reciprocamente. Questo è sicuramente il punto più controverso della marcia della Serbia, un nodo che dovrà essere sciolto, ma è apparsa evidente la volontà di tutti, non solo del rappresentante serbo, di rinviare la questione a tempi più miti.

Infine, la Russia: il migliore amico della Serbia, il partner sicuramente più influente. Gli interessi economici e non solo che legano i due paesi sono molteplici: il trattato di libero scambio delle merci in vigore tra loro e la partnership nella costruzione del South Stream sono solo la punta dell’iceberg del sistema di rapporti tra i due paesi che, a quanto dice l’ambasciatore russo Meškov, è in una fase di forte slancio. Il legame con la Russia è vitale per la Serbia e, soprattutto, non ha nulla di anti-europeo: la Serbia anzi aspira ad essere il ponte che congiunga la UE alla Russia, in una prospettiva vantaggiosa per tutte le parti in gioco.

Il leitmotiv di questa serie di incontri è stata l’anima europea della Serbia, un paese che ha vissuto per lungo tempo ai margini della storia occidentale, ma che vuole rivendicare la sua partecipazione attiva alla vita culturale e politica europea. Dositej Obradović è proprio l’emblema di una Serbia già da sempre in Europa, per cui l’ammissione nella UE rappresenterebbe un “ritorno a casa”, ma anche una tappa fondamentale nel processo di “de-balcanizzazione dei Balcani”, ovvero nella demolizione di quel sistema di pregiudizi e stereotipi che purtroppo ancora oggi guida la visione dell’Occidente.

(Jacopo Giannangeli è il vincitore dei Seminari 2009 di QF all’Università di Tor Vergata)

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