Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 12:16

289710di PFM. Forse è giunto il tempo dei primi bilanci e quindi delle prospettive di medio respiro per il massimo teatro storico della Puglia. E quindi delle programmazioni future: tutte operazioni che, per una istituzione culturale (prima ancora che dello spettacolo) sono un obbligo gestionale di importanza assoluta, pena la vita o la morte prematura di un indirizzo, di un’idea, insomma di un progetto, come si usa dire con un termine forse un po’ abusato. Dopo la obbligatoria ‘sbornia’ di pre-inaugurazioni ad usum delphini (inopinatamente sotto tono) seguite da inaugurazioni vere e proprie, di invadenze massmediatiche come Dio comanda, forse è giunto il momento della serietà o quanto meno della seriosità al fine di imbastire un pur che minimo bilancio per proiettarsi verso un futuro prossimo venturo in grado di coniugare passato e presente, nostalgìe e avventure innovative, anni ‘favolosi’ dell’era-Pinto e anni ancora nebulosi del dopo-Pinto.

Perché proprio di là bisognerebbe ri-incominciare, facendo innanzi tutto un sereno, storico bilancio di cosa fu e rappresentò quel periodo da tutti evocato come ‘l’età dell’innocenza’ e della felicità assoluta. Ma fu vera gloria? E a quali prezzi fu ottenuta? Con quali ‘storture’ programmatiche essa si mosse? Cosa essa ci ha lasciato e ci ha insegnato?

A ben vedere, questi sono interrogativi senza risposta che ancora attendono d’essere sciolti. Essi, gli interrogativi, stanno lì, si aggirano ancora nel futuro del teatro Petruzzelli 2010 perché si nutrono degli stessi desideri, delle medesime aspettative, sono nati da quella esperienza e di quel passato incarnano la continuità, a torto e a ragione. Continuità appunto. Oppure, primo interrogativo non tanto retorico, sarebbe meglio perseguire una discontinuità per la nuova vita del nuovo Petruzzelli? Domanda senza risposta, forse mal posta, sicuramente non prevenuta o maliziosa, ma certamente meritevole di una risposta.

Le teste fisiche-pensanti che gestiscono oggi il nuovo ‘baraccone’ non sono cambiate, come si vede ad occhio nudo. Ma proprio alla ricerca di una salutare discontinuità, sono cambiate le loro idee artistiche, programmatorie, gestionali? Domanda delle domande: come si rapporterà il Petruzzelli del nuovo millennio al mondo nuovo? Perché tutto è mutato da quel fatale ottobre 1991, il mese delle distruzione incendiaria; anzi  tutto è mutato dallo stesso 1980 – l’anno della cosiddetta svolta/Pinto – perché questi trenta anni non passano indenni nemmeno nell’effimero mondo dello spettacolo pugliese. Ad esempio sono cambiati tutti i parametri conoscitivi del pubblico: quale pubblico si affaccia oggi al botteghino? Come risponde la facies sociale dello spettatore-medio ai livelli di acculturazione che la Fondazione Petruzzelli propone attraverso la sua attività che va giudicata, non solo ed esclusivamente, per la qualità dei cantanti, dei registi o degli scenografi? Come si identificherà, in buona sostanza, il ‘nuovo Petruzzelli’ del futuro rispetto agli altri grandi teatri italiani (se non proprio europei), e rispetto ad una programmazione fortemente identitaria in grado di coniugare passato e futuro?

Queste sono solo alcune delle domande che si devono porre agli attori principali del rinnovato spettacolo, come si faceva nel bel tempo passato con tanto di ‘dibattiti aperti al pubblico’, ovvero di appassionati confronti all’ARCI regionale pugliese come al Circolo Unione, alla Università popolare, alla Dante Alighieri o alla Vela. Magari coinvolgendo, oggi, obbligatoriamente, alcuni co-protagonisti di questa fase di avvìo che sono i componenti ‘laici’ del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Petruzzelli fra i quali si distinguono, almeno per pedigree intellettuale, l’assessora Godelli e l’immarcescibile e onnipresente Michele Mirabella (delegato del Sindaco-Presidente).

Non sarebbe dunque il caso di aprire un bel confronto di idee, di incalzare il sovrintendente su questioni che riguardano, a cascata: commistione sacro-profano di lirica-modern/dance- recitals- balletto classico- jazz- festival della canzone e festival di cinema, secondo una strategìa ‘acchiappapubblico’ che fu vincente negli anni Ottanta? E partendo di qui, ma superando nella intelligente discontinuità quel modello, operare una diversa scelta dei titoli operistici, affrontare la questione dell’uso di una nuova orchestra lirica (di quale livello?), di un coro regionale e quindi del raccordo col mondo della formazione musicale interregionale: cosa ce ne facciamo dei circa 200 diplomati all’anno dai Conservatori di musica, Accademie di Belle Arti e Università ad indirizzo musicale sparse nella regione?

E ancora: come stare dentro la legge e gli obblighi (vedi finanziamenti) delle Fondazioni liriche secondo la legge-Veltroni, ma essere moderni e vivi per superare, prestissimo, il gap dei drammatici venti anni di silenzio nelle cronache culturali italiane che contano?

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