Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 12:19

avatardi Stephen Hunter. Avatar, l’ultima epopea cinematografica della Fantascienza, sta per diventare un caso da mezzo miliardo di dollari di scoperta dell’acqua calda. Il prodotto finito è un’attrazione iper-pacchiana, senza senso, che gira e rigira ti lascia esattamente dove ti aveva pescato, solo che sei più povero e più stupido e non riavrai mai più indietro le tue 2 ore e 40 minuti. Il sogno di lunga data progettato dallo scrittore-regista James Cameron, l’autore di Titanic, in Avatar è grandioso, imponente e stupido. Tanto stupido che potrebbe essere definito stupefacente. La vera mistificazione è che un uomo dalla raffinatezza tecnica di Cameron possa essersi dimostrato così cieco e banale nella sua visione.

Stilisticamente, Cameron ha preso ispirazione da due fonti, i westerns degli anni Cinquanta e la Guerra del Vietnam degli anni Sessanta, sui quali è un esperto, avendole viste in televisione. La trama è un eterno congegno liberale, una specie di opportunismo nobilitato. La prima (e migliore) interpretazione di questo genere cinematografico si può far risalire al coraggioso western del 1950 di Delmer Daves, Broken Arrow, con James Stewart, Debra Paget, e Jeff Chandler nel ruolo di Cochise, in cui il capo indiano salva la reputazione di Stewart e la politica in favore della pace. Alla fine degli anni Sessanta, il messaggio è diventato più turpe e violento, messo in ombra dal Vietnam: Soldato blu ricrea in slow-motion il celebre massacro di Custer, mentre Un uomo chiamato cavallo ci mostra un bianco imperialista che diventa un indigeno. Naturalmente il non plus ultra dell’ipocrisia è arrivato nel 1992, il terribilmente stucchevole Balla coi lupi, un’atrocità nata dall’ingenuità di Kevin Costner, in cui un soldato americano diventa sul serio un Sioux e combatte contro i suoi compatrioti.

Cameron aggiunge una produzione altamente tecnologica e tropi fantascientifici a questa favoletta del XIX secolo. La sua storia è ambientata su un pianeta chiamato Pandora tra 150 anni. I tempi sono cambiati, ma l’uomo cattivo dell’Ovest è ancora legato ai suoi sporchi trucchi: ha invaso gli splendori di questa giungla paradisiaca solo per esigenze di sfruttamento, grazie ad una gigantesca Compagnia e ad una vasta organizzazione militare spoglia il
pianeta di un minerale chiamato unobtanium (per caso è uno scherzo?). Lo estraggono seminando distruzione. Bulldozer giganti polverizzano i fiori e gli alberi e gli uccelli e le api per spappolare e imbrattare, riducendo a pezzetti migliaia di sequoie millenarie, pur di individuare una vena del tagliente minerale dello spazio che viene poi rispedito sul pianeta Terra per Dio solo sa quali scopi. Sicuramente a Cameron è sfuggita almeno un’occasione: specificare che l’unobtanium è un ingrediente chiave per produrre prolungate esperienze sessuali a uomini bianchi di una certa età. O anche solo pensare a quanto più provocatorio avrebbe potuto essere il film se l’unobtanium fosse stato una sorta di energia a basso costo, abbondante e pulita, per curare il cancro o qualche altra piaga dell’universo. Forse un agente debilitante universale del dolore, senza effetti collaterali narcotici. Poi, certamente, sarebbe entrata in gioco anche l’analisi costi-benefici che sta alla base della maggior parte dello “sfruttamento” del Terzo Mondo, e il problema sarebbe diventato veramente interessante. Ma Cameron ha voluto lasciare la questione a un livello di agitprop ambientalista.

In ogni caso, il problema è che Pandora è abitato da piccole tribù di eco-Sioux chiamati Na?vi e alti dieci piedi. Queste creature sono imbevuti di un’inusuale grazia e mobilità, graziose orecchie da cimpuk, un vitino da 22 pollici, e una serie infinita di ostentazioni da Terzo Mondo come dreds, disegni di guerra, e perline. Volano silenziosamente tra gli alberi ingarbugliati, saltano su pesanti macigni, infilano con tarzanica libertà le sempre convenienti autostrade delle liane, pattugliano perfino i cieli in groppa a giganti lucertole volanti e, se vengono costretti, sparano frecce delle dimensioni di pali del telefono. Tutto questo senza mai sporcarsi le loro dita blu.

Suppongo che Cameron volesse rendere i Na’vi una sorta di ideale di eco-purezza, una razza Ariana oltreumana e in ultra-armonia con l’ambiente, ma così come in molte delle sue creazioni pecca un po’ di presunzione. Nonostante la tecnologia più avanzata mai utilizzata per la realizzazione di un film, il regista non riesce a far uscire un granché dai volti delle sue creature, che rimangono una perfetta stilizzazione olmica, con un ispessimento della cavità nasale superiore che fa venire in mente un Woody Harrelson nella parte del Genghis Khan di Pandora. I loro movimenti sono così danzati da farli sembrare ancora più irreali, e insieme ai busti a V e gli occhi alla giapponese, creano una razza di creature per le quali dovremmo provare empatia (quell’empatia che è il fulcro del film) ma non ci riusciamo. Gli esseri di Cameron rimangono distanti, anche se comici, ectoplasmi di un Picasso dopo una bevuta di assenzio durante il suo periodo blu. Il problema con queste creature, come mette in evidenza un ufficiale dei Marines
trasformato in un mercenario, è che sono “dannatamente difficili da uccidere”. Nel linguaggio militare significa che sono soffocati dalle loro abilità di guerriglia. (Suona familiare?) Così abbiamo una multinazionale che ha investito in una iniziativa bioscientifica per realizzare i propri intenti di estrazione e di espansione militare, una iniziativa gestita da un piccolo gruppo di intellettuali del cazzo (comandati da Sigouney Weaver, nella miglior interpretazione del film), la cui intelligenza superiore, la libertà dal desiderio di unobtanium e di uccidere il prossimo, gli permette di avere un quadro più ampio della situazione, e grazie alla classica superiorità degli intellettuali gli consente di provare a sovvertire gli obiettivi della multinazionale stessa.

Gli umani creano degli avatar, replicanti Na?vi creati artificialmente boimeccanicamente in cui gli esseri umani possono “entrare” occupandone il cervello. Gli avatar sono poi lasciati nella giungla, anche se c’è un homo sapiens nella loro cavità cranica. Lo scopo per i finti-alieni è quello di penetrare nella cultura tribale Na’vi e allo stesso tempo tentare di spingere la tribù verso una soluzione diplomatica o, fallita questa possibilità, guidarla verso una zona di morte. È una specie di “operazione Phoenix” della Cia dell’epoca del Vietnam. Ma naturalmente entra in gioco la sindrome di Stoccolma. Gli avatar si rendono conto rapidamente del punto di vista Na’vi, entrano nella cultura
Na’vi, intuiscono la superiorità morale dei Na’vi, si innamorano di ragazze Na’vi, si struggono e in alcuni casi combattono per la vittoria Na’vi.

Il nostro eroe è l’ingrugnito Jake Sully, ben interpretato dal giovane australiano Sam Worthington. Jake è un marine paraplegico che ha perso il contatto con il suo defunto fratello gemello (il fatto che combaciassero geneticamente in maniera perfetta lo fa entrare nel programma senza preselezione). Egli si mostra immediatamente la fedeltà al
comandante della divisione militare (il grande Stephen Lang nell’ultima performance della sua carriera di noto spaccone buffone), che fa sembrare il colonnello Kilgore di Robert Duvall in Apocalipse Now positivamente dostoevkiano nella sua complessità. Ma liberato dalla cultura blasfema dei militari, addolcito dalle ambiguità degli
intellettuali, e impressionato dalla grazia e dalla delicatezza di una principessa Na?vi, il Jake di Worthington guida i Na’vi contro gli oppressori. Si trasforma nell’indigeno in una maniera che Lawrence d’Arabia non si sarebbe mai sognato. Così l’ultima metà del film diventa essenzialmente un inno alla battaglia della Repubblica Na’vi in cui siamo
invitati a  patteggiare per i Blu contro l’oppressione opprimente dell’oppressore che vorrebbe in realtà distruggere il luogo più sacro per i Na’vi per ottenere l’unobtanium. Una volta che l’hanno ottenuto, lo chiameranno Obtainedium?.

Forse sto pensando troppo alla trama. Dopo tutto, non c’è molto da pensare. Le diverse storie si sviluppano come in un rebus, e sembra che il copione sia stato scritto dal vecchio e scorbutico Brecht nel paradiso della Germania dell’Est del 1953. L’uomo cattivo, il Na’vi buono, 24 ore su 24, senza sagacia, sfumature, varietà di toni,
sofisticatezza politica, complessità, o qualcosa di più in termini di caratterizzazione.

Si potrebbe pensare al film come a una risposta alla domanda “cosa sarebbe accaduto se”, tipica dei dodicenni: cosa sarebbe accaduto se i Sioux Lakota del 1877 avessero combattuto contro la Prima Divisione Cavalleria del 1969? Cameron ha una reputazione per le scene d’azione e ha elettrizzato il pubblico per tutta la sua carriera; in particolar
modo nel film che lo rese celebre, Terminator, ha portato una nuova energia alla generica staticità delle sparatorie e ha dato al film un dinamismo che ha sostenuto la sua carriera. Ma qui i combattimenti sono caduti nel generico; sono per lo più al livello di uomini che corrono da un punto all?altro in mezzo a enormi esplosioni di terra e pezzi di
legno. Il confronto finale è una battaglia aerea tra i Na’vi a bordo degli pterodattili e le milizie della corporazione a bordo di futuristici Hueys. Forse i più giovani, istruiti dalla cibernetica a divertirsi dal miscuglio di generi, possono farsi prendere; ma non io, gli indiani blu su lucertole volanti contro gli elicotteri bombardieri sembrano come
pirite chiamata Unwatchablanium (inguardabile ndr).

Se il film ha un punto di forza è il suo assemblaggio. La personalità fuori controllo di Cameron sembra abbia speso almeno 200 milioni di dollari del suo budget di 500 milioni su raffinati se non insignificanti dettagli. Ogni cabina elicottero, ad esempio, non aveva uno ma ben tre schermi olografici: davanti, sul portellone, e a dritta, e ognuno animato da un flusso continuo di grafica specialistica militare. A quale scopo? Valeva la pena mettere due schermi in più a bordo? Poi c’è il pianeta stesso, la sua flora, la fauna, le sue cascate di nebbia, e infinite foreste intricate e lontane montagne. Peccato che la trama faccia in modo di essere, per usare in modo improprio le tesi di Pauline Kael, un calendario artistico natural-nazista. Ogni insetto, ogni vertebrato, ogni foglia, ogni stelo, sembra realizzato alla perfezione, alcuni dei quali anche molto amabili. Il mio preferito è un insetto volante, con una specie di guscio ostrica aggiunto a aghi rotanti che gli davano una morbida, più disinvolta traiettoria.

Ma tutto il percorso attraverso l’intrusione di queste piccole idiozie indica una mancanza di rigore da parte di chi ha concettualizzato. Perché, per esempio, un uccello dovrebbe essere rosso brillante? Perché i Na’vi sono blu? La natura ha rinunciato al principio della colorazione di protezione? Perché il luogo sacro dei Na’vi assomiglia all’albero magico dell’opera commerciale degli anni Cinquanta Raintree County? Perché un soldato tra un secolo e mezzo usa ancora cartucce da polvere da sparo e subisce il rinculo di un piccolo calibro, perché comunica tramite vecchie radio e trasporta personale con elicotteri alimentati a carbonio? Perché l’unico vero progresso tecnologico che vediamo nel film è un esoscheletro combattente che Cameron ha chiaramente copiato dal suo stesso Aliens (1986), dove un giovane Sigourney Weaver ne usava uno per massacrare una regina aliena?

Alla fine, il film si riduce essenzialmente a un viaggio nel sogno di potere pseudo-intellettuale degli anni Sessanta. Nella sua accezione più elementare, Avatar è un Berretti Verdi buono per il Dipartimento di Inglese di Harvard. Immaginate: i sogni delle elite intellettuali aggiunti a forza e muscoli e coraggio e resistenza al dolore non per
marciare in dimostrazioni pacifiste ma per muovere una guerra reale a nome della Facoltà. Il film mostra che un uomo, in quanto tale, prende posizione e combatte contro l’oppressore della sua epoca, che potrebbe essere lo stesso della nostra: lo Stato-Nazione, la società, la maggioranza, i tanti e inutili ignoranti. Avatar è il sogno di ogni ricercatore universitario che si avvera.

Tratto da Commentary

Traduzione di Maria Teresa Lenoci

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