di Nezka Figelj. Anche quest’anno, in occasione del 10 febbraio – giorno del ricordo delle foibe e degli esuli giuliani e dalmati – si cercherà di dare un’identità a qualcuna delle vite stroncate nelle voragini istriane e si tenterà ancora di raccontare l’esperienza dell’esodo. Ma cosa scrivere di una vicenda politicamente controversa come le foibe? Negli ultimi sessanta anni del dopoguerra il fenomeno è stato in larga misura emarginato soprattutto a causa delle divergenti opinioni politiche che ne contrastavano eventuali approfondimenti.
Da un lato troviamo “la tragedia dei vinti”: le vittime delle foibe uscite sconfitte perché appartenenti all’ideologia fascista, a cui la politica italiana postbellica negò la libertà di espressione; dall’altro gli oppositori del regime mussoliniano emancipati dopo il Ventennio di repressioni.
Le cause che hanno scatenato tale violenza vanno ricercate nella composizione etnico- sociale dell’Istria. La popolazione slovena e croata ritiene che il fenomeno sia dovuto a una resa dei conti dopo il Ventennio, che ha seminato discriminazione e oppressione lungo il confine orientale italiano causando rivalse e desiderio di vendetta nei confronti di esponenti del governo fascista locale. Le testimonianze degli esuli invece rappresentano l’evento come un accanimento dell’emergente politica comunista di Tito contro la popolazione italiana istriana e dalmata dovuto all’odio anti-italiano. Si può dunque ritenere che si siano formate due storiografie nazionali in cui la storia dell’altro da sé continua ad avere una connotazione negativa?
Il contesto storico socio-culturale descritto da M. Verginella, docente di storia all’Università di Lubiana, in Fojbe. Primer prihopatološke recepcije zgodovine (Foibe. Esempio di percezione psicopatologica della storia) investe gli anni dal 1918 al 1922, anni che determinano la dissoluzione dell’impero austro-ungarico e l’annessione del Litorale austriaco (territorio lungo il confine orientale) al Regno d’Italia, provocando un vasto fenomeno di migrazioni di popoli in due direzioni. Trieste diventa centro di gravità di flussi migratori provenienti dalle regioni del Regno d’Italia attratti dalle prospettive lavorative, mentre un numero sostanzioso di sloveni e croati, intimoriti dalla nascente minaccia fascista, abbandona il Litorale e si sposta nel Regno SHS.
Inizialmente la politica di denazionalizzazione attuata dal regime fascista è previdente nonostante siano già comparsi atti intimidatori e eventi di violenza. Dopo il 1922 il governo di Mussolini legittima tutte le pratiche di discriminazione nei confronti degli “slavi”, definiti “alloglotti”: italianizzazione della toponomastica e dei cognomi di origine slovena e croata, proibizione dell’uso della lingua nelle scuole e nelle chiese. Il discorso che Mussolini pronuncia durante la sua visita a Pola (Pula) nel 1920 parla chiaro: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del Bastone. I confini della Patria devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche. Io credo che si possano più facilmente sacrificare 500000 sloveni e croati barbari che 50000 italiani”.
La repressione porta la popolazione slovena e croata a manifestazioni del proprio dissenso anche attraverso atti terroristici e alla formazione di organismi clandestini di lotta di liberazione. A seguito dell’aggressione della Jugoslavia nel ’41 da parte delle forze dell’Asse e l’annessione italiana della provincia di Lubiana, si sviluppa nelle regioni interne della Slovenia il movimento di resistenza militare partigiana, che si diffonde presto anche verso il Litorale; qui presenta elementi in maggioranza sloveni e croati e in minoranza italiani; la maggior parte della popolazione italiana gli è tuttavia avversa. La composizione etnica e sociale riferisce che fino alla seconda guerra mondiale gli italiani sono la maggioranza della popolazione istriana che abita le maggiori città ed appartiene prevalentemente alla borghesia. Le campagne sono invece disseminate di paesi sloveni e croati.
Il fenomeno delle foibe viene legato ad un tentativo di occupazione del territorio istriano da parte dei comunisti di Tito (i cosiddetti “titini”) e alla diffusione del comunismo a cui gli Italiani non erano favorevoli. Secondo le vittime le foibe sono una pulizia etnica, secondo i carnefici una resa dei conti politica; molte prove testimoniano a favore degli ultimi (nelle foibe hanno trovato morte anche molti sloveni e croati, colpevoli di non appoggiare il regime comunista o sospettati di collaborazione, i “domobranci”). Il fatto viene ammesso dall’ultimo libro di F. Sessi dedicato a Norma Cossetto: Foibe Rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ‘43”; l’autore dice esplicitamente che le infoibazioni erano pratica comune già tra i fascisti, verità comprovata da molti altri studiosi ma clamorosamente smentita in R. Mondoni in La verità per la riconciliazione. Il sacrificio di Norma Cossetto nella tragedia dei giuliani-fiumani-dalmati.
Le eliminazioni e gli occultamenti di cadaveri in queste voragini naturali ricoprono due fasi: una che va dall’8 settembre alla fine dell’ ottobre ‘43. La morte di Norma Cossetto si inserisce proprio in questo breve intervallo di tempo. La seconda ondata di terrore si scatena invece dopo la fine della guerra; dalle ricerche effettuate le sparizioni e le infoibazioni non si fermano fino al ’47. La fine della guerra segna anche l’esodo degli Italiani che, in precaria situazione in quanto “optanti” (hanno la possibilità di optare per la cittadinanza jugoslava, o di aderire a quella italiana rinunciando ai propri averi) si sentono quasi costretti a migrare verso l’Italia che li accoglie senza benvenuto, ridimensionando per motivi di opportunità politica le loro difficoltà.
Benché l’istituzione di un giorno per ricordare le atrocità delle foibe sia un giusto riconoscimento, sono molteplici gli argomenti riportati dagli esuli che non convincono sempre: la superficialità con cui viene usato il termine “slavo”, che dimostra l’indifferenza o l’incapacità di distinzione tra un popolo sloveno e uno croato; la nomenclatura attribuita alla popolazione slovena e croata di “barbarie slava”, “orde balcaniche”, “belve slavo-comuniste”, ecc.; i termini tragici con cui si rappresentano le violenze compiute dai partigiani, la descrizione inverosimile della natura pacifica e ingenua degli italiani accompagnata da un eccessivo sentimentalismo vittimista, fino all’esasperazione e al paragone con altre stragi di maggiore portata.
In merito alla situazione precipitata all’indomani dell’armistizio del ’43, si veda l’articolo pubblicato dal quotidiano triestino “Il Piccolo” del 15 settembre 1943 inserito nell’ opera Foibe. Un dibattito ancora aperto di R. Spazzali:
“Trieste ancora una volta da voi attende la salvezza mentre le orde balcaniche già si affacciano sulle nostre colline ed avidamente, bieche guatano la preda agognata. La memoria di Gabriele D’Annunzio e il nome di Mussolini riportino oggi lo spirito nell’atmosfera del sacrificio, dell’eroismo e della dedizione alla Patria di tutte alte virtù della razza.”
Ma come è possibile che l’odio nei confronti degli italiani sia scoppiato da un giorno all’altro? Nelle testimonianze dei sopravvissuti la parte lesa non offre soddisfacenti risposte, che invece si ritrovano almeno parzialmente nella fazione opposta: il Ventennio di repressione fascista che ha esasperato la popolazione “alloglotta” (secondo la demarcazione attribuita da Mussolini agli sloveni e croati). Soprattutto nelle interpretazioni più sentimentaliste non c’è il minimo dubbio sull’onestà e sulla bontà degli italiani contrappposte alla bestialità degli “slavi”.
In questo complesso conflitto etnico-sociale si inserisce la vicenda dell’istriana Norma Cossetto. Descritta da tutte le fonti esuli come ragazza modello, colta e intelligente, fervente fascista, studentessa all’Università di Padova, fedele alla Patria (partecipa alle manifestazione in favore della diffusione delle colonie italiane in Africa), la giovane è contraria alla violenza e non condivide il terrore che la politica mussoliniana esercita nei confronti delle popolazioni slovena e croata lungo il confine orientale.
Nonostante il curriculum impeccabile ricorre un dettaglio curioso: come si spiegano la dedizione della Cossetto ad un’ideologia politica e nazionale di cui non accetta completamente il programma politico, e la partecipazione attiva alle manifestazioni in favore alle colonie italiane in Africa, dove l’esercito fascista ha provocato stragi di morti, non condividendone l’aspetto violento? F. Sessi in Foibe Rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ‘43, ricostruisce in maniera immaginaria la scena in cui un amico di Norma le racconta la sua esperienza di insegnante in una scuola di un paese istriano abitato da croati. I bambini sono intimiditi ad esprimersi in croato, in quanto a scuola è lecito usare esclusivamente l’italiano. L’amico chiede a Norma che reazione dovrebbe avere un popolo nei confronti di chi gli proibisce di parlare nella lingua materna; la domanda agli occhi della ragazza non trova risposta. Nonostante la gravità dei fatti si può immaginare che la storia della Cossetto sia stata manipolata dalla stessa letteratura esule, mettendo da parte un’analisi critica che avrebbe portato ad una visione più matura delle vicende storiche al posto di un superficiale sentimentalismo. Ma chi era veramente Norma Cossetto?
La sua vita è segnata da un’infanzia felice e tranquilla. Nasce nel 1920 a Santa Domenica di Visinada (Vižinada, oggi in Croazia) da una famiglia di possidenti terrieri. Il padre è Giuseppe Cossetto, rappresentante locale del governo fascista. I Cossetto impegnano nella coltivazione delle terre molti esponenti della popolazione slovena e croata locale, il rapporto nei loro confronti è buono e fiducioso anche perché la famiglia è fascista di convinzione, ma non ama il lato aggressivo e squadrista del regime. Dopo la maturità classica, Norma si iscrive all’Università degli Studi di Padova e si unisce al GUF (Organizzazione giovanile fascista). Nell’estate del ’43 si trova in Istria e sta preparando la tesi di laurea; F. Sessi racconta passo dopo passo le vicende della giovane ragazza dopo l’8 settembre, spiegando che il territorio istriano invaso dai partigiani è diventato troppo pericoloso per la libera circolazione di persone compromesse con il regime.
I membri del movimento partigiano italiano al servizio degli “slavocomunisti”, che ora possono liberamente sfogare il loro odio antifascista, entrano nell’abitazione Cossetto razziando tutto quello che possono. La servitù composta di sloveni e croati non è più fedele e la famiglia ha paura di qualche ritorsione, benché non riesca a capire quale sia il motivo di tutto questo rancore. L’autore insiste sull’inconsapevolezza di Norma della causa dell’odio, ma ribadisce nell’intervista fatta ad Andreina Bresciani, amica di Norma, che la ragazza era ferma e decisa nella sua italianità e poco propensa a stringere amicizie con persone di origine slovena o croata.
Il 26 settembre del ’43 viene chiamata al comando esecutivo partigiano e interrogata; le richieste sono due: rivelazione di informazioni sul padre recatosi precedentemente a Trieste e mai rientrato, e invito alla partecipazione alla resistenza partigiana. Il giorno seguente, il 27 settembre, viene richiamata nuovamente. Dopo un breve interrogatorio e il rifiuto di tutte le proposte, la ragazza viene detenuta; comincia così il suo martirio che terminerà qualche giorno più tardi con la morte tragica in una voragine. Le accuse mosse alla Cossetto sono l’appartenenza ad una famiglia di “possidenti” terrieri, “padroni”, “fascisti”, “capitalisti”, di cui il nuovo sistema comunista si impegna a “giustificare le ricchezze al popolo in quanto non si diventa ricchi senza rubare”.
Dopo violenze sessuali tremende, il 4 ottobre viene caricata insieme agli altri detenuti su un camion e trasportata verso la foiba di Villa Surani (šurani) vicino ad Antignana (Tinjan), una cavità profonda centotrentacinque metri. Le salme ritrovate non portano tracce di fori di pallottole o ferite da taglio mortali, il che significa che le vittime furono spinte nella foiba ancora vive. Questa è la fine ingiustificata di una ragazza la cui unica colpa era di essere stata italiana, di famiglia e fede fascista, che lei percepiva come un ideale in cui credere, benché fosse probabilmente all’oscuro delle sue pratiche persecutorie. Una ragazza pura, ma come spesso F. Sessi allude, la sua nobiltà d’animo la portò forse a un’eccessiva ingenuità, orgoglio e intransigenza. La salma viene rinvenuta quasi due mesi più tardi durante le operazioni di recupero affidate alla squadra dei vigili del fuoco del maresciallo Arnaldo Harzarich. Secondo alcune versioni, il corpo viene ritrovato pugnalato al seno e con un legno appuntito conficcato nella vagina.
Con altro tono viene descritto il passo dedicato alla giovane ragazza pubblicato nel libro Foibe. Una storia d’Italia di J. Pirjevec, docente all’Università di Koper/Capodistria, esperto di questioni balcaniche: “Nella penultima foiba esplorata, quella di Villa Surani (šurani), fu recuperata, tra 26 salme estratte, anche quella di una studentessa dell’Università di Padova, Norma Cossetto, figlia di un possidente nonché ex segretario del Fascio e podestà di Santa Domenica di Visinada. A sua volta fervente mussoliniana, iscritta alla scuola di mistica fascista e colpevole di aver respinto l’offerta dei partigiani di collaborare con il Movimento di liberazione, essa era destinata a diventare la più nota fra le poche donne finite in quel tragico modo, oggetto di “incontrollate fantasie e presunte testimonianze”. Per quanto, nel momento del recupero, il suo cadavere fosse trovato intatto e ben conservato, sebbene nudo, come testimoniò il capitano Harzari, ben presto si diffuse la voce che prima di morire fosse stata brutalmente violentata e seviziata.
Prima di gettarla nella foiba, secondo una testimonianza, le amputarono anche i seni. O peggio ancora: chiusa in una stanza, sarebbe stata violentata da 17 partigiani slavi, crocifissa ad una porta e impalata. Su richiesta della sorella Licia i tedeschi arrestarono a metà ottobre 13 giovani indicati da quest’ultima come i colpevoli della morte di Norma e del padre, caduto in uno scontro con i partigiani nel tentativo di liberare la figlia con l’assistenza di un gruppo armato. Senza prove né giudizio essi furono massacrati e gettati in foiba, dopo essere stati rinchiusi per una notte intera in una cappella con la morta ormai in decomposizione, per cui tre impazzirono. Nel 1944 il nome della Cossetto fu assunto come vessillo di battaglia della Brigata nera femminile, costituita in gran parte da congiunte dei caduti. Dopo la guerra, nel 1949 le fu conferita dall’Università di Padova la laurea honoris causa. Nel 2006 ottenne dal presidente della Repubblica italiana la medaglia d’oro al valore civile alla memoria, con la motivazione: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e amor patrio.”
Roberto Spazzali, insegnante e pubblicista triestino che nell’opera Foibe. Un dibattito ancora aperto documenta le vicende storiche legate al confine orientale con lucido metodo giornalistico, scrive: “Ben altro rilievo viene dato al recupero, sempre a Villa Surani, del corpo di Norma Cossetto, figlia di Giuseppe Cossetto caduto il 4 ottobre a Castellier assieme ad un parente, il tenente Mario Bellini, in testa alla colonna della milizia proveniente da Trieste, i cui corpi vennero trovati nella foiba di Treghelizza il 16 novembre”. sara’articolo si sofferma brevemente sul tributo di sangue dato dalla famiglia Cossetto in occasione di queste tragiche giornate: oltre ai tre congiunti già citati, il fratello Eugenio con la cognata Ada Sciortino, saranno infoibati a Villa Surani, mentre altri due fratelli, Emanuele e Giovanni, sono scampati alla morte a Pisino grazie al provvidenziale arrivo delle truppe tedesche.
L’ampia letteratura di quegli anni e del dopoguerra dedicherà un costante spazio alla morte e al rinvenimento di Norma Cossetto, intrecciando ai fatti realmente accaduti incontrollate fantasie e presunte testimonianze. “Il Corriere Istriano” riporta nell’edizione del 17 dicembre la notizia dei lavori a Villa Surani (”nella foiba di Antignana sono state recuperate 26 salme”"), e due giorni più tardi quella delle esequie (”questa mattina alle ore 10 avranno luogo i funerali di otto nostri martiri”).
Proponendomi di stilare un percorso parallelo di vite sconvolte dagli orrori della seconda guerra mondiale, riporto l’intervista di una persona a me carissima: mia nonna. Nata nel 1922, anno dell’inizio ufficiale dell’era fascista, ha passato i migliori anni della vita in guerra. Solo due anni più giovane di Norma Cossetto, con lei condivide la stessa sorte di ragazza di buona famiglia, intelligente e pura, di cui l’unica colpa è essere slovena. Nasce in un piccolo paese chiamato Goče, durante il fascismo Gozze, che oggi si trova in Slovenia sudoccidentale vicino alla penisola istriana. Terza di cinque figli, frequenta scuole elementare e media esclusivamente in italiano, e la sua ’insegnante è siciliana.
Di lei mia nonna conserva un ricordo positivo di persona sensibile che comprende forse la sua inadeguatezza nel posto e la frustrazione dei bambini. Socialmente e economicamente il periodo è pervaso da un senso di pessimismo, le famiglie vivono in crisi, l’inflazione e l’indebitamento sono alle stelle. Nel ’41 la famiglia viene denunciata senza prove per collaborazione coi partigiani da una spia locale slovena e la casa in cui risiede viene bruciata nel febbraio del ‘43. Mia nonna e sua sorella vengono richiamate dal gruppo di camicie nere ad osservare la distruzione della propria abitazione. Il nucleo famigliare viene deportato in diversi campi di confino e concentramento.
Dopo una breve permanenza nelle prigioni di Gorizia e Trieste mia nonna insieme alla sorella viene mandata in confino a Frascati vicino Roma, dove rimane fino al settembre ’43. Alla domanda “che cosa facevi nel campo di confino?” la sua risposta era “niente di utile, solo estenuanti appelli, non mi sono lavata per 4 mesi ed ero infinitamente grata a una signora che mi ha dato degli indumenti intimi puliti ”. Durante la detenzione era molto dimagrita perché si mangiava una sola volta al giorno e sempre lo stesso cibo: crauti e a volte del pane. Le condizioni sanitarie erano precarie: mancavano le docce e i servizi igienici erano scavati nella terra situati agli angoli. I dormitori comprendevano fino a cento posti letto, dove i detenuti ammucchiati dormivano scomodi su brande di legno. Era permesso esprimersi solo in italiano e le conversazioni in sloveno si svolgevano di nascosto sussurrando; i deportati impauriti e nervosi erano costantemente controllati.
Il comando fascista adibito al controllo del campo di confino si impegnava a mantenere i detenuti nella disinformazione degli avvenimenti all’infuori della loro prigionia. Alcuni ricevevano pacchi postali dalle proprie famiglie, ma questo privilegio a lei era negato per i suoi aggravanti di collaborazione partigiana. A Frascati trascorre otto mesi, quando cominciano a girare voci di una possibile capitolazione di Mussolini. Nel settembre del ’43 sente il frastuono del bombardamento degli Alleati di Napoli, l’atmosfera si fa meno cupa e prima che il campo venga ufficialmente destituito, scappa e ritorna clandestinamente in treno a Gorizia e da lì a piedi fino al paese natio. Durante il lungo cammino supera il fronte di liberazione partigiano che si era creato dopo l’8 settembre e nelle vicinanzeincontra i carri armati nazisti. Viene nuovamente pervasa dal terrore, ma i tedeschi non prestano attenzione al suo passaggio. All’arrivo a Goče rivede ciò che rimane della casa; la sua reazione è un pianto incontrollato. Prende ufficialmente parte al movimento partigiano servendo come messaggera.
Del padre non ha notizie. Apprenderà che in seguito al settembre ’43, dopo la prigionia alla Spezia, venne deportato a Matthausen. Ritornerà a casa vivo nel febbraio del ‘44, gravemente malato e morirà dopo pochi giorni. Mia nonna conserva il libro “Sloveci v Matthausnu” (Sloveni a Matthausen) in cui è segnato il nome e la matricola del padre inserito nella lista dei sopravvissuti. La sorella con cui ha condiviso l’esperienza del campo di confino viene catturata e spedita in Germania in un campo di concentramento per la sua attività partigiana. Ritornerà a casa viva dopo la fine della guerra. Il fratello maggiore milita nell’esercito italiano e si unisce alla resistenza partigiana a Torino. Ritorna a casa, ma a seguito delle battaglie cruente tra partigiani e le fazioni fasciste ancora operanti assistite dalle milizie tedesche fugge clandestinamente verso ovest a Torino dove rimarrà per tutta la vita. Il fratello più piccolo combatte nell’esercito italiano e, dopo la denuncia per collaborazionismo, viene picchiato dal comando fascista e rinchiuso in isolamento per dieci giorni.
Il nucleo familiare si riunisce dopo la conclusione della guerra, ma è costretto a vivere ospite presso un’altra famiglia per altri sei anni, finche l’organo jugoslavo adibito alla riabilitazione dei beni immobili distrutti dalla guerra dà l’ordinanza di ricostruire la loro abitazione. Alla domanda “Qual è la tua opinione riguardo alle foibe?” lei direttamente coinvolta rispose che l’odio nei confronti del fascismo era fortissimo. La guerra crea tragedie, trasforma gli uomini in bestie; nessuno ha il diritto di minimizzare o di giustificare le proprie colpe. Secondo lei le foibe sono state una conseguenza della repressione fascista, ma sono ingiustificabili per tutti quelli che senza colpa sono deceduti.Aggiunse che la Jugoslavia rappresentò per lei la possibilità di vivere senza persecuzioni e di esprimersi nella propria lingua. La sua estrazione sociale e l’appartenenza alla classe operaia la resero tuttavia immune dalle ripercussioni che il governo di Tito ebbe verso individui di classi sociali diverse.
Quelle di Norma Cossetto e di mia nonna sono due esperienze distinte in contrapposte fazioni ideologico-politiche ma indissolubilmente legate dallo stesso contesto storico. Si può dunque ritenere che una abbia sofferto più dell’altra? Per affrontare adeguatamente fatti così preoccupanti è auspicabile domandarsi il perché di certi avvenimenti e ricercare la causa all’origine. Al fine di ridare una memoria collettiva che si basi sulla conoscenza storica degli eventi, al di là di ogni strumentalizzazione a cui è esposto l’uso pubblico del passato, è opportuno battersi per animare criticamente le coscienze dando spazio all’esposizione dei fatti realmente accaduti da ambedue le parti; solo così si pongono le basi di verità per la riconciliazione.

brava, uno spunto interessante per una vicenda poco nota.
Commento di Shane Kennedy — febbraio 3, 2010 @ 12:04 am