di Flavia Montecchi. L’attore è il “mentitore”, scrive Emma Dante (nella foto una scena tratta da Le Pulle): mente ai suoi personaggi e mente per vivere ed essere creduto nel grande teatro del mondo. Emma Dante è una preziosa intelligenza del teatro italiano, meridionale, siciliano. Diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, nel 2004 ha vinto il Premio Gassman come migliore regista italiana. L’abbiamo intervistata per parlare del suo lavoro e dello stato dell’arte teatrale nell’Italia dei nostri giorni.
Per il settimo anno consecutivo hai presentato Rossofestival. Uno studio del tuo Le Pulle ti ha vista in scena tra colori e parole di transessuali che vivono fieri all’ombra dei sobborghi e delle periferie del mondo. Com’è andato lo spettacolo?
Bene, bene, direi piuttosto bene! Il teatro era pieno e il pubblico entusiasta! E’ difficile che Caltanissetta ospiti nostri spettacoli, anzi diciamo che non li ospita quasi mai. Sono spesso in giro per l’Europa e in Italia, per loro è stato un momento unico perché unico il nostro intervento. E’ bello vedere che il pubblico ci segue. Essendo un frammento, inoltre, uno studio, non ha avuto una fine e molti andavano via incuriositi ma soddisfatti.
Hai descritto le Pulle come figure “ambigue e favolose”, esseri “che non siamo ancora in grado di accettare”. Cosa intendi e perché le Pulle sono tanto affascinanti?
Il nostro non è un paese laico, è tutt’ora pieno di tabù e restrizioni morali al contrario degli altri paesi europei. I miei personaggi, le Pulle, sono personaggi al limite rispetto alle convenzioni, a ciò che disegna la Società. Sono liberi di esprimersi, hanno il coraggio di essere liberi e la libertà fa paura. Disturbano perché sono veri, dunque favolosi.
Oggi Rossofestival è un evento maturo, le storie che prima venivano portate in scena con il realismo polemico di un teatro narrativo sono diventate metafore di una surrealtà che prende la scorciatoia del doppio senso. Un modo per farci aprire gli occhi sul mondo. Credi che gli obiettivi che avevi quando è nato il festival sono stati raggiunti?
Certamente. Il pubblico è numeroso ogni anno, viene ad assistere alle serate e vive il Festival. Lo riconosce e questo è importante; c’è una sorta di formazione del pubblico, di educazione a ciò che vede e c’è riscontro proprio nella loro presenza! Senza contare poi che il Festival ha goduto e può godere della presenza di artisti come Ascanio Celestini, già con noi nel 2004, Raffaele Sanzio o ancora Claudio Collovà. Porto compagnie di difficile reperibilità per Caltanissetta e questo perché il Festival funziona.
Qualche hanno fa hai detto di “giocare con il teatro come se giocassi con la mia vita”. Il teatro e la vita hanno un esistenza parallela, l’una mette in mostra l’altra e viceversa, anche se poi la vita è comunque “la resa dei conti”. Come mai ha usato il termine “giocare”?
Quando faccio teatro voglio divertirmi, per questo gioco. Gioco con il teatro come un bambino gioca con un giocattolo. I bambini sono curiosi, prendono in mano i loro giochi e li smontano, li aprono, li tormentano e qualche volta rischiano anche di romperli ma a loro non importa, hanno fatto quello che volevano fare. Ecco io faccio la stessa cosa; smonto il teatro, ci gioco, lo rimonto come voglio e a modo mio: qualche volta può venir fuori una cosa non bella, ma qualche altra no.
