Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 10:33

migranti di Pettinato brothers*. Nati in Italia da matrimoni misti, arrivati insieme al progetto migratorio dei genitori o per un autonomo percorso di crescita dopo la maggiore età, bambini e ragazzi che generalmente sfoggiano vistose pronunce romanesche, bergamasche, siciliane, vengono inglobati nella categoria di “seconde generazioni di immigrati”. La definizione - che non riesce a contenere né gli individui nati nella terra d’origine dei genitori (i quali, semmai, dovrebbero essere considerati migranti tout court), né quelli nati in Italia, visto che non sono emigrati da nessun luogo - sembra servire piuttosto a estendere i segni dell’estraneità e della diversità  anche a quanti condividono fin dall’infanzia lingua, abitudini, istruzione del paese scelto dalla propria famiglia.

Un’espressione linguistica comoda per i parlanti, un alibi per chi deve decidere in materia di cittadinanza, forse un ostacolo all’integrazione. Del resto, i primi ad accettare tale inclusione sono proprio loro, i “2G”. Ne è un esempio l’inserto mensile “Yalla Italia” del settimanale no-profit Vita, uscito per la prima volta nel 2007 come risultato dell’esperienza di riflessione e formazione compiuta da alcuni dei ragazzi dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia nel “programma integrazione” di alcune scuole di Milano.

La rivista sembra scontare una sorta di “peccato originale” dal punto di vista metodologico e sostanziale: nell’impostazione di partenza la variabile generazionale si interseca con quella identitaria, e il dialogo contempla le dicotomie noi-loro, società d’arrivo-famiglia di origine.

La presenza, sul suolo italico, di figure frontaliere e duplicemente intermedie come i giovani nati da famiglie di migranti, potrebbe servire ad ampliare il tradizionale concetto di “identità nazionale” che rischia altrimenti di divenire obsoleto e inadatto a rispondere alle nuove e incalzanti richieste della cosiddetta globalizzazione. Allo stesso tempo, parlare semplicemente di integrazione, come fanno gli stessi redattori di Yalla Italia, rischia di diventare un nonsense se ci riferiamo a persone nate o cresciute in Italia, e può non bastare anche guardando ai ragazzi giunti qui in piena adolescenza o durante la prima giovinezza.

Un discorso che voglia essere esaustivo non può ignorare la mescolanza di realtà culturali fra le quali quella italiana è una fra molte; e deve considerare la forza centripeta che la condivisione della lingua, dei modelli di riferimento, dei luoghi di inculturazione può esercitare. Sarebbe dunque più utile parlare di generazioni creole, includendo anche le italiane, se non altro per aprire la strada a un diverso modo di intendere la relazione interculturale, e dunque per affermare un modello culturale che non avalli, ancora una volta, le astrazioni del melting-pot o del multiculturalismo.
In tal senso, tornando a Yalla Italia, il progetto editoriale appare poco lungimirante. I redattori, divisi fra le tacite richieste di assimilazione e l’affermazione della propria diversità, si raccontano a noi italiani attingendo all’esperienza personale,  affrontando tematiche che coincidono con il loro vissuto più o meno quotidiano, e mantenendo un punto di vista interno al mondo arabo-musulmano, pur ribadendo il loro essere “italiani”. Ogni tema è trattato per la specificità che assume in relazione alla precisa location culturale e religiosa, e lo sguardo che osserva è filtrato dalla doppia appartenenza.

“Ridere da musulmani”, “Il bello del Ramadan”, “La televisione senza velo”, “Noi, la fede e l’amore”, “L’islam e l’autocritica. I coraggiosi”, “Hijab & jeans”: sono alcuni dei titoli che possono chiarirci come il desiderio di fondo, l’obiettivo principale degli scritti, sia quello di far conoscere dall’interno un mondo che continuamente viene posto sotto accusa, intorno al quale si addensano pregiudizi e paure. Paradossalmente, però, quest’obiettivo, una volta raggiunto, sembra confermare lo stereotipo della chiusura e della differenza, e riduce il discorso sull’integrazione a un dibattito fra noi italiani e singole alterità.

Tralasciando il limite di questa sorta di rigidità nelle vedute di Yalla Italia, è fuori dubbio che gli autori sappiano fornire lo spunto per una riflessione sulle trasformazioni del nostro paese meno inquinata da ideologismi, da paure popolari e dalle notizie di cronaca spesso selezionate e amplificate dai media, o deformate dai programmi elettorali.

E’ invece un affresco capace di descrivere la “banale straordinarietà” di quello che accade quotidianamente fra le pareti domestiche, i banchi di scuola o dei mercati, nei luoghi di lavoro, dove la tanto temuta diversità diventa il canovaccio sul quale imbastire battute e trovate comiche, e dove i pregiudizi e gli stereotipi, le grandi e piccole difficoltà, sono un pretesto per fare esercizio di autoironia.
Proprio perché il cuore di Yalla Italia è nel tentativo dei redattori di far quadrare la propria specificità con l’italica “normalità”, quando si tocca un tema delicato e controverso come quello della cittadinanza, ironia e comicità lasciano il passo all’amarezza. Il numero dedicato a tale questione è eloquente fin dal titolo: “Siamo italiani, ma dimezzati”. Secondo l’articolo 4 della legge sulla cittadinanza (5 febbraio 1992), uno “straniero” nato e vissuto ininterrottamente in Italia può ottenere la cittadinanza al compimento del diciottesimo anno d’età. Se qualcosa va storto percorrendo i lunghi, bui e tortuosi corridoi burocratici italiani, lo “straniero” può vedersi dare il foglio di via per il “paese d’origine”.
Lo stato di precarietà materiale e psicologica, le rinunce, l’incasellamento entro categorie estranee al proprio vissuto, l’esclusione da un fondamentale diritto civile come il voto, sembrerebbero appositamente finalizzati a spegnere qualsivoglia sentimento di appartenenza nazionale. L’Italia  permette che esistano all’interno della sua società fantasmi, cittadini part-time, italiani precari. La cosa paradossale è che questo paese, dove si è sempre combattuto per far attecchire i semi dell’amor patrio, dove il senso dell’appartenenza nazionale latita, spesso trova i suoi i paladini proprio in queste figure di mezzo (così come accadeva e accade tuttora per i migranti italiani), per le quali il risiedere qui è frutto di una scelta, oppure un atto di fede – vista la contropartita – più che una consuetudine inveterata, irriflessa.
Una nuova e variegata generazione di italiani sta crescendo, protesa verso un futuro tutto da decidere, sì guardando anche altrove, ma che si decide qui. Conviene continuare a ignorarne l’esistenza?

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Sulle bocche di tutti, tra bar e aule universitarie, giornali e programmi televisivi, l’espressione più usata per definire i figli dei migranti è una sola: “seconda generazione di immigrati”. La forza di questa definizione è quella di permettere l’immediata identificazione dell’oggetto, qualunque sia il lettore/interlocutore cui ci si rivolge. È un esempio evidente di “senso comune”. Ma se ne esploriamo il contenuto semantico, capiamo che qualcosa non quadra. Tale frase non è altro che  la configurazione di partenza dello ius sanguinis tanto discusso.

Per affrontare la questione si adotterà un’analisi linguistica – potremmo chiamarla una forma di filologia politica applicata alle parole che sono al centro del dibattito pubblico -, partendo dalle considerazioni del professore Armando Gnisci, uno degli intellettuali più impegnati sul fronte dello studio delle migrazioni.

Nel campo delle lettere esistono dei postulati scientifici condivisi, come la grammatica e i segni carichi di significato. Mentre la grammatica ha uno statuto quasi totalmente convenzionale e quindi più stabile, i segni rispondono alle esigenze della comunicazione diretta prima ancora che a quelle della convenzione, e per questo sono più facilmente soggetti al cambiamento, nel tempo e nello spazio. La linguistica ha ormai affermato il principio per il quale è regola ciò che è in uso e non ciò che è in teoria; ragione per la quale se un termine secolare mantiene la sua forma ma cambia il suo contenuto, verrà poi tradotto nella normativa linguistica anteponendo la sua ultima significanza a quella precedente, relegando quest’ultima in uno spazio secondario.

Tutto questo per arrivare a chiedere: la parola “immigrato” conserva ancora tra i parlanti il significato di «1 (p. pass.) immigrare. 2 (agg.) che, chi si è trasferito in un paese diverso dal proprio (spec.) per cercare un lavoro» – secondo la definizone che ne dà De Mauro, Il dizionario della lingua italiana? Secondo la normativa, come si evince dal passo appena citato, non sembrerebbe. Per quanto riguarda la sfera sociale siamo obbligati a dare un giudizio parziale: per ora è condivisibile l’idea che una mutazione del significato non sia ancora avvenuta. Però è in via di formazione la potenziale sostituzione del giudizio culturale alla constatazione territoriale, e quindi la sovrapposizione del significato di “strano/diverso” a quello di “straniero”.

Ma non è da pensare che tale sovrapposizione possa sedimentarsi e assumere un valore tanto forte da resistere al tempo: infatti, se tale possibilità ha preso o prenderà piede, conserverà comunque una precipua utilità congiunturale, quindi decadrà al termine della stessa. In ogni caso l’equazione “immigrato = diverso” non è esatta dal punto di vista linguistico.

«Generazione: 1) […] processo di riproduzione; […] 3a) l’insieme degli individui appartenenti a una famiglia che hanno lo stesso grado di discendenza da un capostipite comune». Le altre definizioni offerte da De Mauro si riferiscono o ai gerghi scientifici o al lasso temporale. Nelle definizioni citate quello che emerge subito è l’aspetto genetico: riproduzione e discendenza. Di conseguenza possiamo dedurre che per “seconda generazione di immigrati” si intenda: a) il risultato di una ri-produzione, e quindi la trasmissione biologica della capacità di «trasferirsi in un paese diverso dal proprio (spec.) per cercare un lavoro»; b) il mantenimento di uno status familiare fondato sul «trasferirsi in un paese diverso dal proprio (spec.) per cercare un lavoro» riconducibile a un capostipite comune. Due possibilità alle fondamenta prive di senso.

La terza possibilità (riprendendo l’accezione deviata di “immigrato”) è che si intenda dire “seconda generazione di strani/diversi” che tramandano la loro stranezza-diversità per via sanguinea. In tutte queste soluzioni ciò che permane certamente è il principio fondante dello ius sanguinis. Pertanto, qualunque sia la posizione ideologica e politica del parlante/scrivente, usando l’espressione “seconda generazione di immigranti” non si farà altro che avallare i principi della giurisdizione fondata sul sangue e non sul territorio, producendo grande clamore per questioni probabilmente irrilevanti, ma facendo passare in sordina il nocciolo del razzismo.

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*Miryam e Paolo Pettinato frequentano i seminari QF a Tor Vergata.

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