di Steven Millhauser. Eravamo preparati sin dall’inizio, sapevamo quello che dovevamo fare, in fondo non l’avevamo visto tutti centinaia di volte? – la bella gente di città intenta a fare affari, i programmi della tv che si interrompono di colpo, le facce in mezzo alla folla che guardano verso l’alto, una bimba che punta il dito verso il cielo, le bocche aperte, il cane che abbaia, il traffico fermo, la borsa della spesa che cade sul marciapiede, ed eccola lì nel cielo, che si avvicina…
E allora, quando finalmente accadde – perché doveva succedere per forza – tutti noi sapevamo che si trattava solo di una questione di tempo; in quel misto di terrore e curiosità sentivamo una certa calma, la calma della familiarità; sapevamo che cosa si aspettavano da noi in un momento come quello.
Dopo le dieci del mattino la storia s’interruppe per un po’. I presentatori televisivi avevano esattamente quell’aspetto che sapevamo avrebbero avuto, i volti gravi, i capelli in ordine, le spalle in tensione, ci mettevano in allarme ma assicuravano anche che tutto era sotto controllo, perché anche loro erano stati preparati per questo, in un certo senso anche loro se l’aspettavano, s’immaginavano già di vivere quel grande momento. Era indiscutibile che si vedesse qualcosa ma, allo stesso tempo, era uno sguardo inconcludente: era stato individuato qualcosa là fuori, sembrava che si stesse avvicinando alla nostra atmosfera a grande velocità, e il Pentagono monitorava attentamente la situazione. Ci chiedevano di rimanere calmi, chiusi in casa, di aspettare nuove istruzioni. Alcuni di noi lasciarono immediatamente il posto di lavoro e corsero di fretta verso casa per stare con le loro famiglie; altri rimasero attaccati di fronte alla televisione, alla radio, ai computer, e tutti parlavamo al cellulare.
Dalle finestre vedevamo la gente che da altre finestre guardava verso il cielo. Durante tutta quella mattinata abbiamo seguito le notizie ferocemente, come bambini che ascoltano un temporale al buio. Qualunque cosa ci fosse lì fuori, non sapevamo che cos’era; gli scienziati non erano ancora riusciti a determinare la sua natura. Consigliavano di avere cautela ma in realtà non c’era alcuna ragione per lasciarsi prendere dal panico: il nostro lavoro era quello di restare sintonizzati, tenere duro e aspettare ulteriori sviluppi.
Nonostante fossimo ansiosi, malgrado tremiti di nervosismo corressero come topi attraverso i nostri corpi, volevamo vederla, qualsiasi cosa fosse, volevamo esserci; dopo tutto stava venendo verso di noi, il nostro compito era di essere testimoni, come se fossimo noi i prescelti, da lì fuori, dall’altra parte del cielo.
Dopo che si era saputo che la nostra città sarebbe stata il punto di atterraggio più probabile, le troupe televisive arrivarono a valanghe. Ci domandavamo dove sarebbe atterrato: tra lo stagno delle anatre e le altalene del parco pubblico, o nel profondo dei boschi che segnavano il confine a nord della città, o forse nei terreni vicino al centro commerciale, dov’erano già in corso degli scavi, o forse sarebbe planato sull’antico grande magazzino della Main Street e si sarebbe schiantato negli appartamenti del secondo piano sopra la Pizzeria e “Caffè Mangione”, mandando in frantumi vetri e mattoni, o forse sarebbe atterrata nella superstrada e avremmo visto gli autoarticolati capovolgersi, grossi pezzi di pavimento sollevarsi in blocchi taglienti, le macchine avrebbero sbandato sui guard-rail e sarebbero rotolate giù nel terrapieno. Poco prima dell’una in punto qualcosa apparve nel cielo.
Molti di noi erano ancora a pranzo, altri erano già fuori, rimanevano inerti nelle strade e nei marciapiedi, guardando fisso qualche punto. Si sentivano pianti e grida, si vedevano braccia alzate in aria, gesti sfrenati di gente che puntava il dito. E in effetti qualcosa stava luccicando, lassù nel cielo, qualcosa stava brillando, nell’aria blu dell’estate – e qualsiasi cosa fosse, la vedevamo chiaramente.
Le segretarie negli uffici correvano alle finestre, i magazzinieri abbandonavano le casse e correvano in fretta fuori, gli operai in strada – nel loro elmetto arancione – guardavano in alto sollevando gli occhi dall’asfalto e portandosi una mano alla fronte per ripararsi gli occhi dal sole. Quello splendore lontano, quel punto che brillava, deve essere durato circa tre o quattro minuti. Poi cominciò a crescere sempre di più, fino a quando prese le dimensioni di una moneta di dieci centesimi, o forse di venticinque. Improvvisamente tutto il cielo sembrò riempirsi di punti dorati che iniziarono a cadere su di noi, come se fosse un polline sottile, una polvere gialla. Finì sui tetti in pendenza, cadde sui marciapiedi, coprì le maniche delle camicie e le superfici delle automobili. Non sapevamo che farcene.
Per circa tredici minuti quella polvere gialla continuò a venir giù. Durante tutto quel tempo non riuscivamo a vedere il cielo. Poi svanì. Il sole riprese a brillare, il cielo era sempre blu. Per tutta la durata della pioggia d’oro, ci avevano avvertito di stare attenti e riparati, di evitare di toccare quella sostanza che proveniva dallo spazio cosmico, ma tutto accadde così velocemente che la maggior parte di noi avevano strisce gialle sui vestiti e nei capelli.
Subito dopo gli le raccomandazioni arrivarono delle caute rassicurazioni: i test preliminari rivelavano che non c’era niente di tossico ma la natura della polvere gialla era ancora sconosciuta. Gli animali che l’avevano mangiata non mostravano alcun sintomo. Ci esortarono a rimanere lontani dalla polvere e aspettare i nuovi test.
Nel frattempo si posava sui prati, sui marciapiedi e sui gradini dell’ingresso, ricopriva i nostri aceri e i pali telefonici. Sembrava volerci ricordare che la mattina ci saremmo svegliati dopo la prima nevicata. Dalle verande guardavamo le spazzatrici su tre ruote muoversi lentamente lungo le strade, portandosi via quella polvere in grandi tramoggie. Bagnammo l’erba dei nostri giardini, i sentieri d’ingresso, i mobili delle verande. Guardavamo in alto verso il cielo, aspettando altre notizie – sentivamo già i rapporti che dicevano “la sostanza è composta da organismi monocellulari” – e intanto cresceva anche la nostra delusione.
Avremmo voluto, eccome se lo volevamo – ma chi sapeva cosa stavamo cercando? –, avremmo voluto sangue, ossa spezzate, grida di agonia. Edifici che si sbriciolavano nelle strade e auto che bruciavano. Ci aspettavamo una mostruosa versione di noi stessi, dalla testa oblunga e dal collo affusolato come uno stelo, lucenti robot spietati con armi dai raggi mortali. Oppure nobili signori dell’universo dagli occhi teneri e gentili pronti a inaugurare una nuova e gloriosa era. Avremmo voluto terrore ed estasi – qualsiasi cosa tranne questa polvere gialla.
Si può dire che è stata un’invasione? Poco più tardi, nel pomeriggio, abbiamo saputo che gli scienziati erano tutti d’accordo: la polvere era un oggetto vivente. Alcune campionature furono spedite a Boston, Chicago e Washington D.C. Gli organismi unicellulari sembravano innocui, ma l’ordine era di non toccare niente, di tenere le finestre chiuse e lavarsi le mani. Le cellule si riproducevano per fissione binaria. Sembrava che non facessero nient’altro se non moltiplicarsi.
Il mattino dopo ci risvegliammo in un mondo coperto di polvere gialla. Giaceva sui reciti e sulle traversine dei pali telefonici. Strisce di pneumatici neri apparvero nelle strade gialle. Sbattendo le ali, gli uccelli alzarono spruzzi di polvere. Tornarono al lavoro le spazzatrici con le manichette che schizzavano sulle strade d’accesso alla città e sui prati, creando una nebbia gialla e rivelando il colore nero e verde che era rimasto sotto. In una un’ora le strade e i prati sembravano campi gialli. Linee di giallo correvano lungo i cavi e i fili telefonici.
Secondo i telegiornali, gli organismi unicellulari hanno la forma di un baccello e si nutrono per fotosintesi. Un’unica cellula, messa in una provetta illuminata intensamente, si divide a una velocità tale che la provetta si riempirà in circa quaranta minuti. Una stanza intera, ben illuminata, sarà piena in sei ore. Gli organismi si adattano con difficoltà ai nostri schemi classificativi, anche se in certi aspetti s’assomigliano all’alga verde blu. Non c’è nessuna evidenza che siano pericolosi per la vita umana o animale.
Siamo stati invasi dal niente, dal vuoto, da una polvere animata. L’invasore sembra non avere nessun’altra caratteristica se non l’abilità di riprodursi velocemente. Non ci odia. Non cerca il nostro annientamento, la nostra sottomissione e umiliazione. E non desidera neanche proteggerci da qualche pericolo, salvarci, insegnarci il segreto dell’immortalità. L’unica cosa che vuole è replicarsi. E’ possibile che prima o poi troveremo il modo per limitare la diffusione di questo intruso primitivo, o riusciremo persino di eliminarlo; ma è anche possibile che non ce la faremo e che la nostra città sparirà gradualmente sotto questo cumulo fatale. Quanto più seguiamo le notizie giorno dopo giorno, cresce la sensazione che ci meritavamo qualcos’altro, qualcosa di più audace, di più grandioso, un qualcosa più eccitante, entusiasmante focoso o feroce, qualcosa che avrebbe potuto rappresentare una rivelazione o un nuovo destino. Immaginavamo di proteggere i nostri figli decapitando i tentacoli che si allungavano nelle case attraverso le finestre in frantumi degli scantinati. Invece, scopiamo i vialetti, laviamo le verande, scrolliamo le scarpe e gli sneakers.
L’invasore è entrato nelle nostre case. Nonostante le tapparelle abbassate e le tende chiuse, adesso è in grossi strati sui tavolini e i davanzali. Sta sulle nostre televisioni a schermo piatto e sui stretti bordi dei Dvd conservati uno sull’altro. Guardiamo la polvere gialla che ricopre ogni cosa, formando leggere ondulazioni. Possiamo quasi vederla lievitare lentamente, come fa il pane. Qui e là acchiappa la luce del sole e, per un momento, ci ricorda i campi di grano. A modo suo è qualcosa di estremamente sereno e pacifico.
(The New Yorker, Febbraio 2009)
Traduzione di Fabrizia B. Maggi
Editing di Lucio Severi
Progetto grafico di Silvia Buffo

In questi giorni d’autunno una polvere gialla sta coprendo lo strato di terra dalle mie parti…non sono pollini ne tantomeno sabbia….dunque mi chiedo cosa sia…poi mi imbatto in questo articolo che parla di polvere gialla….che connessione c’è….saluti
Commento di Matteo — ottobre 6, 2010 @ 2:44 pm
io abito nella provincia di Monza e stesso problema un giorno di novembre in settimana una strana polvere gialla ha invaso le nostre strade..nessuno sembra si sia accorto di nulla.. comunque grazie alla imponente pioggia sembra essere sparito tutto. ma cos’era???
Commento di davide — novembre 19, 2010 @ 9:45 pm