di Annarita Pavone. Francesco Puccio giorni fa ha presentato anche a Bari il suo romanzo Stelle fuori posto (2010, Albatros). A metà strada tra invenzione e autobiografia, tra immagini e profumi nostalgici della terra del Cilento da cui l’autore proviene, il romanzo racconta la storia di Sergio, venticinquenne campano laureato in Lettere, che si ritrova catapultato a Roma per sei mesi, insegnante precario agli esordi in una scuola privata. Sergio è un tipo non proprio brillante, incurante del tempo che passa e delle esortazioni passate di Clara, il suo grande amore, emblema invece di coraggio e intraprendenza. Lei che arrivava ovunque, dando un senso alle cose; lui sempre dietro, inetto e immobile.
Lei lo lascia e si trasferisce altrove per realizzare il suo futuro, dopo aver atteso invano che qualcosa cambiasse in lui. Il personaggio non fa che ripercorrere la sua esperienza romana di cinque anni prima: l’arrivo nella capitale, le lezioni a ragazzi di sei, al massimo sette anni più giovani. Sono ragazzi apatici, annoiati e indifferenti; tra loro qualche bullo con cellulare in mano e feste a base di alcool e fumo. Ragazzi senza dialettica; giornate parcheggiate in una scuola privata dove, pagando parecchi euro l’anno, si può ottenere il diploma. E forse è proprio questo che li appiattisce di fronte alle loro stesse passioni.
Ci sono giornate sorprendenti in cui Sergio, con entusiasmo, riesce ad accendere piccoli fuochi nelle loro anime, conquistandoli con la letteratura: “Oh, professo’ […] sti Greci c’avevano proprio un bel modo de pensa’…”. Altre tuttavia in cui nessuno sforzo merita di essere speso per innescare in loro qualcosa che, almeno vagamente, assomigli a un ragionamento.
Lungi dal presentare gli studenti come una folla di esseri solo inclini a bivaccare, l’autore offre spunti di riflessione sull’intero sistema d’istruzione italiano, nonché sul riconoscimento dell’importanza della professione dell’insegnante. Non c’è dubbio che l’insegnante più bravo resta colui che riesce ad entusiasmare i suoi allievi, a smuoverne interessi e passioni, e che in mezzo ai banchi di scuola li aiuta a individuare il giusto posto in cui, come stelle, continuare a brillare. I programmi, si sa, sono sempre gli stessi: ciò che cambia è solo il modo di raccontare le cose.
Questo resta probabilmente il lavoro più bello del mondo, il cui vantaggio maggiore è quello di poter continuare ad essere uno studente, approfondendo, continuando a studiare e a farsi sopraffare dalla bellezza della conoscenza. La conoscenza non solo delle discipline ma soprattutto di quei singoli mondi, di quelle stelle fuori posto che hanno da qualche parte delle storie da raccontare ma non sanno come.
Il punto è che questa semplice storia parla anche di tanti giovani adulti: i laureati del nostro paese, accompagnati nella costruzione del loro futuro da troppa incertezza. Sergio stesso, come i suoi ragazzi ,è anche lui una stella fuori posto. Da sempre immobile, con la paura del mondo addosso, in silenzio, piuttosto ad aspettare che gli altri decidano per lui, ripensando a Clara, quella “assegnata”, così lontana eppure così presente, che aveva sempre voluto che lui fosse quel che aveva dentro. Anche lui, come i suoi ragazzi, come uno di loro, nell’ultimo giorno di scuola si tuffa nella fontana. È l’inizio della vacanza e la liberazione dell’anima. Tutto ha un sapore nuovo e migliore: è la consapevolezza che non si può restare immobili per la paura del distacco.

Splendida presentazione del libro, ma ancor di più, splendida analisi della realtà che viviamo. Complimenti!!!!
Commento di Margherita Terrusi — agosto 10, 2010 @ 11:59 pm