di John Negroponte. La presenza dell’esercito statunitense in Iraq è giunta al termine, ed è probabile che tutte le truppe vengano ritirate entro la fine del prossimo anno. Ma sarà necessario un forte sostegno anche nelle settimane e nei mesi a venire, perché il paese non scivoli nuovamente nel caos e nel conflitto. Giovedì, l’ultima brigata dell’esercito Usa lascerà l’Iraq passando per il Kuwait, rispettando in tal modo l’impegno preso dal presidente Barack Obama di ritirare tutti i 50.000 soldati americani da un paese con cui gli Stati Uniti sono diventati intimamente, e dolorosamente, familiari nel corso degli ultimi sette anni e mezzo.
I soldati e i marines restanti rimarranno in Iraq fino al 31 dicembre 2011, per la formazione ed il sostegno di altri progetti. Anche se non si può del tutto escludere come possibilità, sembra piuttosto improbabile che la loro presenza sia estesa oltre tale scadenza. Imperativi politici dettati sia dall’Iraq che dagli Stati Uniti sembrano lavorare contro questa possibilità, anche se ci sono coloro che in entrambi i paesi sostengono che la presenza di un contingente residuo a lungo termine degli Stati Uniti sia necessario.
Dopo essere atterrato a Baghdad come ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq alla fine del giugno del 2004, trovo sia un risultato davvero notevole e positivo avere la possibilità di guardare ad un giorno non troppo lontano, ossia quando le forze di sicurezza irachene saranno in grado di assumersi la piena e completa responsabilità della sicurezza del loro paese. Al momento del mio arrivo, le forze di sicurezza irachene erano da considerarsi, per tutti gli scopi pratici, inesistenti. C’era, per esempio, solo uno – sì, uno – battaglione dell’esercito iracheno ed era composto da vari elementi etnici e settari. Oggi, ci sono circa 600.000 forze di sicurezza irachene e sono stati compiuti passi avanti importanti fornendo al paese un tipo d’organizzazione della sicurezza nazionale che non ha solo un carattere partigiano. Questo risultato non certo trascurabile ci è costato sette anni per poter vedere la luce e solo dopo aver vissuto qualche falsa partenza e momenti davvero pericolosi.
A seguito del bombardamento della moschea di Samarra nel 2006 e la conseguente lotta settaria, quelli di noi che occupavano l’Iraq non avrebbero potuto immaginare l’inversione drammatica delle fortune che si sarebbe verificata nei successivi due anni – la morte del leader di al Qaeda in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, la liberazione di Bassora da parte dell’esercito iracheno, e l’estensione dell’autorità governativa al paese per intero. Dal 2008, questi miglioramenti hanno fornito al governo dell’Iraq la necessaria fiducia in se stesso per negoziare le modalità di ritiro che sono ora in corso di attuazione.
Ma può davvero l’Iraq ritenersi stabile una volta che le truppe Usa saranno completamente ritirate? Anche se non vi sono garanzie, le prospettive per la sicurezza e la stabilità in Iraq successivamente al 2011 appaiono di certo migliori di quelle che sono state garantite nel recente passato. L’esercito iracheno ha ora circa 200 battaglioni di combattimento addestrato, con un incremento formidabile rispetto ai giorni cupi del 2004, quando sono arrivato qui, e sono sparsi in tutto il paese. Lo spettro di un avvelenamento delle fila dei militari iracheni e delle forze di polizia, provocato dai settarismi, resta la minaccia più grave, da cui stare in guardia. Ma i progressi compiuti dopo l’impennata del 2007 nel considerare l’esercito e la polizia come istituzioni di carattere nazionale sono stati incoraggianti. La vigilanza e la maturità politica saranno necessarie per garantire che questa tendenza positiva continui.
Tratto da Foreign Policy
Traduzione di Maria Grazia Gallù
