Questioni di Frontiera
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Martedì 25 Luglio 2017 | 2:46

aoulia-film-commissionPer affrontare il tema delle tipologie culturali che in questi ultimi decenni hanno influenzato le letture del Sud e informato i modelli identitari legati al nuovo pensiero meridionalistico (meridiano o mediterraneo)[1], sarà necessario adoperare un metodo di ricerca estraneo alle traiettorie lineari e ai paradigmi di uno storicismo tradizionale. 

Alle letture più o meno codificate che all’individuazione della genesi dei fenomeni fanno seguire l’illustrazione su larga scala delle continuità, degli sviluppi e delle trasformazioni («gli inizi e le fini»), dovremmo scegliere di sostituire la ricostruzione delle discontinuità e dei «mutamenti impercettibili». Quelle che Foucault chiamava «nascite silenziose, […] corrispondenze lontane, […] persistenze che durano ostinatamente sotto i cambiamenti apparenti, […] lente formazioni che si avvalgono di cieche complicità, […] quelle figure globali che a poco a poco si intrecciano e all’improvviso si condensano nella punta di diamante dell[e] oper[e]»[2].

Si tratta di una revisione sostanziale della «storia delle idee», nella direzione di un’attitudine metodologica che sappia intrecciare in questo caso lo studio delle strategie discorsive di lunga durata che hanno lavorato intorno all’identità meridionale (le genealogie), con l’analisi differenziale della loro disposizione capillare e «microfisica» (una «descrizione sistematica di un discorso-oggetto»), nel far emergere «tra gli interstizi dei grandi monumenti discorsivi il terreno friabile sul quale essi poggiano […], le lingue fluttuanti, […] le opere informi, […] i temi non collegati»[3]. Nella vocazione «archeologica» e strategica di un sapere che intenda definire «i discorsi nella loro specificità […], seguirli lungo le linee di contorno per meglio sottolinearle»[4], verrebbero squadernati i rapporti di forza e gli interscambi variabili tra il campo letterario emergente e le dinamiche politico-culturali delle (auto)rappresentazioni del Sud in età contemporanea, insieme ai «piccoli fatti veri», le tappe mal note che ne segnano segretamente l’articolarsi storico nel corso del tempo. Le traiettorie della fortuna critica, le scelte di politica economica (il marketing, l’«economia della cultura») e i processi che investono ruolo e funzione dei gruppi intellettuali riconosciuti – relazioni, tradizioni e punti di tangenza, dinamiche generazionali e opzioni stilistiche e letterarie; insieme con una pluralità il più possibile variegata di fonti e tracce che sappiano restituire il senso di «quel rumore collaterale, di quella scrittura quotidiana di breve durata che non raggiunge mai lo statuto di opera o ne viene subito estromessa: analisi delle sottoletterature, degli almanacchi, dei giornali e delle riviste, dei fuggevoli successi, degli autori inconfessabili»[5].

I processi di elaborazione dell’identità del Sud sono storicamente connessi all’azione delle élite e dei gruppi colti meridionali che si trasformano, sin dal periodo pre-unitario[6], in «ingegneri» o costruttori di paradigmi e strategie discorsive di marca identitaria, la cui funzione va rintracciata sul piano ideologico-politico e delle espressioni artistiche (letterarie). Sono oggi figure di intellettuali «residenti» o apolidi, sradicati o stanziali[7], che compiono un’opera di interrogazione a vasto raggio sulla propria identificazione sociale e culturale. Riproducono direttamente o indirettamente forme ereditate di una rappresentazione simbolica del Sud, organiche alla riproduzione di topoi e idee ricevute ormai plurisecolari (lo statu quo); ovvero scardinano e rinnovano le tradizioni per rilanciare l’efficacia conoscitiva di una letteratura (di una cultura) «provinciale» o «periferica». Per seguirne le evoluzioni e gli esiti contemporanei a partire dagli anni Settanta, è necessario fissare in sintesi le fasi nelle quali si distende l’attività di questi gruppi intellettuali, nel confronto con le spinte politico-economiche, con le dinamiche sociali che caratterizzano lo sviluppo discontinuo della questione meridionale e nel contesto locale (sovranazionale) della postmodernità.

Sarebbe possibile in quest’ottica ripercorrere brevemente la ricca fenomenologia che dal 1970, anno della costituzione delle Regioni (e della morte di Vittorio Bodini), porta per tutto il decennio ad una proliferazione di convegni e iniziative che, anche a livello accademico, s’incentrano sul riconoscimento del policentrismo (non localismo) entro cui si articola l’organizzazione della cultura letteraria su scala nazionale[8].

E mettere in circolo questa spinta dall’alto, per così dire, con i fenomeni più o meno sotterranei di rivendicazione del valore positivo della «marginalità», nelle forme dell’anonimato, del folk revival[9] o della «scrittura liberata», la ripresa sui generis della letteratura neo-dialettale. E anche le iniziative militanti, di carattere avanguardistico o politico-culturale, più o meno sommerse, ad opera di nuove generazioni di intellettuali meridionali che tentano di rivendicare e conquistare spazio nel panorama sclerotizzato dei posizionamenti del tempo. Conviene poi traguardare questa stagione stratificata fatta di attivismi e militanze, tra dispersione e aggregazione, all’altezza degli esiti politici, disilludenti e infausti di quella fase storica, nella quale inizia ad apparire la parola-feticcio dell’«autonomia» (oggi federalismo), e che termina proprio con il collasso in Italia del tessuto civile e delle istituzioni democratiche e solidali che ne dovrebbero essere l’indispensabile corollario.

Si origina in questo frangente storico, tra la fine degli anni Settanta e lungo il decennio successivo[10], una discontinuità sostanziale che condizionerà gli immediati sviluppi della costruzione identitaria ispirata al nuovo pensiero meridiano. L’utopia concreta dell’autonomia regionale, intesa come conquista e sfida politico-amministrativa ereditata dai movimenti anti-sistemici del ’68, frana di fronte alla neo-formazione di blocchi sociali e potentati locali, nel quadro dei fenomeni conclamati di corruzione politica, dello strapotere anche economico delle mafie e in un degrado culturale più o meno diffuso (riprende l’emigrazione intellettuale verso i poli culturali del centro-nord): “La direzione è presa: non solo la Cassa del Mezzogiorno cessa le sue attività, ma viene avviata la dismissione dell’industria di Stato. […] Il divario tra Nord e Sud non è scomparso, mentre i flussi della spesa pubblica hanno prodotto molto più che dinamismo economico, assistenza, parassitismo e clientelismo. Al vecchio blocco agrario si è venuto sostituendo un blocco sociale nel quale il peso di figure non produttive e dipendenti dal flusso delle risorse pubbliche è diventato sempre più forte. Laddove non arriva più lo sviluppo, arrivano le risorse destinate ad organizzare il consenso ai grandi partiti di massa, e in  particolare a quelli di governo. È in quegli anni che inizia a ribaltarsi l’immagine del Sud: esso non è più arretrato, ma dipendente e parassitario”[11].

Non è per caso che,  come ho già fatto notare, la ripresa di un attivismo meridionalistico, ormai nelle forme compiutamente meridiane, coincida per tutto il decennio Novanta con il clima vacuo, ma allora seducente, delle speranze civili legate al «governo dei sindaci» (le «primavere»), nel contesto più ampio delle riforme elettorali e della (mancata) «rivoluzione liberale» e morale che coronava il sostanziale fallimento del ricambio della classe politica. È il periodo nel quale gli eventi globali, dall’economia alla geopolitica, insieme alle metamorfosi del ceto dirigente e ai cambiamenti del sostrato antropologico della società nazionale (i leghismi e il compiersi del berlusconismo), investono prepotentemente e per vie capillari i contesti locali delle periferie e delle province: dando l’impressione di una fase schizofrenica e contraddittoria, nella quale i segni dello sfaldarsi della dialettica politica e del tessuto sociale convivono con i fermenti culturali che come in passato continuano a percorrere sottotraccia quei luoghi [12], insieme alle politiche di investimento pubblico e sostenibile (in un’ottica europea).

L’operazione virtuosa che sottende i «progetti Urban» (1994-1999), ad esempio, in linea con le direttrici ispirate al lavoro di un manager pubblico illuminato come Fabrizio Barca, trasforma e restaura il volto dei centri storici meridionali ricorrendo all’utilizzo responsabile dei fondi comunitari (i Fondi Europei di Sviluppo regionale) [13]; ma quell’attività più o meno significativa di maquillage, differente per tradizioni e aree di «innesto», dovrà misurarsi con la realtà materiale dell’emigrazione di massa che si riversa dall’Africa mediterranea e dall’Europa ex comunista (è dell’estate del 1991 lo sbarco a Bari di ventimila albanesi dalla Vlora), nello scenario delle stragi mafiose del 1992-93 e dell’incendio del Teatro Petruzzelli (1991). Le risposte e la partecipazione della società civile variano anche qui a seconda delle aree e delle culture ereditate, mentre i successi nella lotta alla malavita organizzata di ambito locale (contrabbando e Sacra Corona Unita) si intrecciano con l’emergere di nuovi gruppi terroristico-mafiosi provenienti dall’ex Urss in rovina e dai Balcani sradicati dalle guerre interne. Intanto, in questo contesto in forte mutazione, sulla scia del lavoro di Cassano e di altri intellettuali legati agli ambienti riformisti – umanisti e scienziati dell’economia o della politica –, si dà vita a una nuova stagione di riflessioni e interventi sull’immagine del Sud, che trovano spazio e accoglienza, come s’è visto in precedenza, negli ambienti editoriali su scala nazionale.

È dunque una fase di ridefinizione delle frontiere che interessa anche l’attività dei gruppi intellettuali meridionali. Attraverso una sperimentazione oggettivamente fervida e vivace di nuove mediazioni e metodologie di ricerca, che andrebbero comunque storicizzate nell’ambito della storia culturale contemporanea (postmodernista), si procede a un ripensamento radicale dell’identità meridiana mettendo «in discussione l’assunto principale della questione meridionale» (la rappresentazione ereditata del Sud come condizione patologica di ritardo e dipendenza), insieme alle «immagini trionfalistiche ed ecumeniche della modernità»: “La coincidenza di progresso e sviluppo s’incrina, si fanno visibili tutti gli effetti perversi di una crescita fuori controllo e appare legittimo parlare anche di ‘miseria dello sviluppo’. Si congiungono la crisi di tutte le ‘grandi narrazioni’ e lo slancio della filosofia postcoloniale, il nuovo protagonismo di altre aree del pianeta che impone la necessità di provincializzare l’Europa. Al suo interno il Sud ha uno statuto diverso se non opposto a quello essenzialmente negativo attribuitogli negli altri paradigmi […]. [Si] propone un’idea del Sud come forma di vita dotata di una sua specifica dignità, capace di liberarsi da ogni complesso d’inferiorità, e quindi di leggere criticamente alcuni aspetti cruciali della modernità, in particolare le devastazioni prodotte dal fondamentalismo del mercato e dall’assunzione della competizione come valore fondante”.[14]

Dentro questo complesso quadro di riferimenti, qui soltanto abbozzato – capace di influenza a livello delle élite culturali, di ristretti settori politici e dirigenti, e nel campo magmatico dei movimenti antagonisti –, prende corpo una fenomenologia diversificata ma omogenea, come effetto del riposizionamento variabile degli intellettuali (più o meno giovani) impegnati nella ridefinizione della questione meridionale. Si tratta di un «sistema gravitazionale» articolato che coinvolge l’accademia e l’editoria, la stampa e gli apparati culturali, e si presenta con i tratti di un sapere tendenzialmente a-ideologico (dichiaratamente «post-ideologico»).

Ora il contesto del lavoro intellettuale si fa più ampio, in linea con la necessità di ripensare il Sud nell’orizzonte dei cambiamenti nazionali e globali. E comprende, oltra a Laterza, gli editori vicini al riformismo di sinistra, non solo locali, da Donzelli a Meltemi, pronti a recepire e promuovere le parole d’ordine del nuovo pensiero meridiano, con tutti gli addentellati e le revisioni del caso; una galassia di riviste come “Meridiana” e centri studi come l’Imes (Istituto meridionale di Storia e di Scienze sociali) fondato nel 1986 dallo storico Piero Bevilacqua; l’attività permanente di Goffredo Fofi e, infine, i primi esperimenti antologici sulla «nuova» narrativa meridionalistica [15], che coinvolgono le generazioni più giovani di scrittori e giungono alla ribalta nazionale nel 2000 con la pubblicazione presso Einaudi della raccolta Disertori (nella collana Stile libero, la stessa di Gioventù cannibale, 1996).

Ma per tutta la seconda metà degli anni Novanta, fino al decennio successivo, si dovrebbe parlare non tanto di un consolidamento o di un approfondimento (auto)critico di quell’orizzonte di pensiero, di una verifica collettiva della sua tenuta alla prova della politica, quanto di un vero e proprio revival etnico-meridiano[16] che interessa il cinema e le nuove leve di un’intellettualità come sempre diffusa e dispersa, impegnata nelle sperimentazioni artistiche, musicali e letterarie – spesso in una coabitazione più o meno conflittuale con le tradizioni di riferimento e con i più anziani maestri «residenti». Sono gli anni dell’esplosione turistica che investe zone sensibili come il Salento (non a caso terra o «sub-regione» dalla forte e marcata identità, spendibile ora in termini di intrattenimento e acculturazione di massa), nel quale, sotto il governo Fitto, prima ancora della nuova sinistra vendoliana, si esercita e si consolida un esperimento vincente di marketing applicato proprio a quella costruzione identitaria di segno alternativo, che era stata propugnata e rivendicata dal pensiero meridiano (nelle forme più massificate, ricettive e commerciali: la Notte della Taranta)[17].

La strada ancora una volta è tracciata, e il pragmatismo virtuoso di alcune esperienze avviate nel corso del mandato di Vendola (i «distretti della creatività» e l’Apulia Film Commission di origini piemontesi) non fanno che rinnovarne esiti e sviluppi, magari utilizzando parole-chiave più colte e raffinate, e tentando di creare un (fragile) indotto per il progetto-feticcio di un turismo «alto» (destagionalizzato) e per assorbire il precariato creativo e intellettuale del territorio. Permane la sensazione di un panorama vario e conflittuale, nel quale la cronica lentezza nel «fare rete» e nell’innescare un dialogo concreto tra esperienze provinciali isolate – tra mondo accademico e cultura dal basso, istituzioni e creatività spontanea – si sovrappone al decadimento culturale diffuso (alla disoccupazione giovanile e alla crisi sociale) che certo non è risolto dalla ripresa turistica; e i rischi (i limiti) di un marketing omologante delle identità locali, di cui insieme si è vittime e spettatori, artefici e testimoni passivi, convivono con la fragile vitalità dell’editoria locale, ma anche con forme avvedute di recupero e valorizzazione del patrimonio storico delle tradizioni popolari (il misconosciuto Archivio sonoro della Puglia e della Basilicata, le attività della Biblioteca del Consiglio regionale, l’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea).

Nel campo letterario, nel dialogo sintomatico che quasi costitutivamente certa cultura letteraria meridionale (il romanzo) intrattiene con l’industria del cinema contemporaneo, questa nuova e contraddittoria tensione identitaria viene declinata in forme o tipologie plurali, diversificate e distinte. Ma per definirne tendenze o prospettive, in questo ragguaglio sintetico e provvisorio, sarà indispensabile intrecciare l’analisi delle forme e delle scelte stilistiche con una lettura più articolata delle nuove produzioni intellettuali «meridiane», nell’orizzonte complesso del sistema culturale dentro cui esse agiscono e si inseriscono.

Sono due le tematiche centrali attorno a cui ruota l’attività letteraria che può rientrare nei confini (sfaccettati e frastagliati) della narrativa meridiana contemporanea[18]. Qui si sorvola sulle differenze sostanziali che intercorrono tra scrittori e artisti appartenenti a diverse generazioni, «residenti» nelle terre di cui narrano, ovvero distanti, «fuorisede» o «esiliati» per effetto dell’emigrazione intellettuale. Tuttavia, è possibile individuare negli snodi tematici del ritorno e della devianza i tratti che tengono assieme esperienze diversificate, che in qualche caso si intrecciano o convivono anche nel corso degli stessi percorsi di ricerca.

E raccontano di una rappresentazione del Sud sospesa tra la reinvenzione estetizzante, memoriale o autobiografica, e la durezza della cronaca e dell’inchiesta, tra memoria individuale e collettiva, passato e presente. È una «congiuntura di voci» molteplici, non una new wave compatta[19]. Si potrebbe prendere in considerazione una breve campionatura, perlopiù di area pugliese, che comprende, da una parte, il sapore di un vintage raffinato o fiabesco, agreste o paesano, intimo o generazionale, che emerge da alcune opere narrative e cinematografiche (da alcuni film dell’ultimo Rubini alle scritture di Mario Desiati). Il riepilogo onirico e memoriale, di una memoria «apolide» e nostalgica, ormai sradicata dalle origini, tra infanzie e maturità, fughe, ritorni e agnizioni si consuma infine sullo sfondo (etno-antropologico) di un Sud trattato – letteralmente – come «teatro di posa» (set cinematografico)[20].

‘Le generazioni nate dagli anni sessanta in poi hanno cominciato a sperimentare su di sé forme di auto-percezione e auto-definizione nuove: non più politiche, geografiche, sociali; ma appunto anzitutto generazionali, trasversali, costruite sulle proprie memorie di consumatori di merci e spettatori […]. La “nostalgia di massa” o […] “nostalgia mediale”, si configura dinque nella sua forma ideale secondo una serie di caratteristiche forti: essa, intanto, oltre a essere sostanzialmente anti-storica (cioè slegata da un rapporto di continuità col passato) è contemporaneamente individualizzante e generazionale; feticista con tendenza al gusto del brutto e del negletto; rapida nei suoi cicli di recupero; infantile o adolescenziale più che giovanilista[21]’.

Dall’altra, la forza di una scrittura e l’intensità di un lavoro intellettuale che scommettono sulla cartografia (la mappatura) di quella «feroce mutazione antropologica di larghe zone del Sud», che sconfina fatalmente nei primi decenni del nuovo millennio e in uno spazio non più circoscrivibile dal punto di vista geografico (come avvertiva Sciascia: «la palma va a Nord»). Province e periferie infestate dalle sacche persistenti delle mafie, tra residui arcaici e modernizzazione selvaggia, specole o scenari allegorici per attraversare conflitti più ampi e radicali, «nelle quali […] la letteratura di inchiesta e di denuncia si è avventurata con un passo spesso più deciso ed efficace rispetto a gran parte della ricerca istituzionale, riuscendo ad aprire squarci analitici di grande importanza»[22] – da Saviano a Leogrande[23].

All’interno di questa visuale inevitabilmente selettiva si aprono poi strade e percorsi più complessi e articolati, da indagare non solo nell’ottica del recupero sociologico, ma puntando anche sull’indispensabile valutazione critica. Ad esempio, è utile interrogare le relazioni tra questa nuova spinta identitaria che si riflette nella cultura letteraria meridionale, il sistema editoriale (il mercato) e le tradizioni di riferimento – non solo italiane.  Si pensi alle opere che si inseriscono con successo nella polimorfa e vincente «letteratura di genere» (il giallo politico di De Cataldo, il noir metropolitano e ambiziosamente allegorico di Carofiglio, eccetera – con gli inevitabili adattamenti televisivi o cinematografici).

E si punti lo sguardo su una letteratura più inquieta e ibrida, impura e disponibile agli sconfinamenti e alla sovrapposizione dei registri: romanzo di formazione ma anche saggio e trattato narrativo, racconto e investigazione a largo raggio sulla realtà storica meridionale. È una tipologia letteraria capace di farsi sguardo allargato sui vecchi e i nuovi conflitti (le «mutazioni») che nel corso del tempo intaccano il proprio vissuto insieme al territorio di provenienza, in un orizzonte etico e conoscitivo che in questo caso si lega produttivamente al tema dell’esilio e alle ragioni esistenziali del «dispatrio» (e del «ritorno»):

‘È impossibile non notare, in questa congiuntura di voci, almeno due fenomeni ricorrenti. Il primo è la lontananza: quasi tutti gli autori […] (io per primo) vivono la propria terra attraverso una distanza che, se da una parte toglie qualcosa alla conoscenza degli occhi, dall’altra può offrire allo sguardo dell’anima uno sguardo più acuto e dolente (c’entra la nostalgia? Forse, ma anche molto di più: il bisogno di emancipazione, la perdita dei legami, la ferita dell’esilio). È insomma, in molti casi, una letteratura apolide, anche quando esalta le proprie radici. Il secondo fenomeno riguarda la modernizzazione: nel resto del Paese, la trasformazione culturale e paesaggistica è avvenuta mediante una progressiva sostituzione degli scenari. Attraversando la Puglia, invece, è evidente la sovrapposizione, l’intreccio, la convivenza tra vecchio e nuovo, tra natura primitiva e un intervento umano così violento da essere già, in partenza, definibile degrado. In questa simultaneità […] c’è una rappresentazione del conflitto: conflitto sociale, ma anche interiore. Impossibile non vedere […] una potente metafora di quella coesistenza tra bene e male, tra il sublime e l’abbietto, tra la grazia e il peccato, a cui da sempre si radica il lavoro dello scrittore’[24].

Si direbbe che l’ipostasi meridiana dello «scambio» e degli «sconfinamenti» – vero e proprio slogan politico-culturale capace di straordinaria influenza presso le istituzioni culturali e nel senso comune, nella mentalità e nelle forme del conoscere di area neo-meridionale – trovi qui la sua declinazione più interessante (una possibile funzione politica): nella forma e nella formazione di alcune esperienze intellettuali e di certe scritture sfuggenti a troppo comode classificazioni, nelle quali l’attraversamento dei generi e dei linguaggi, degli stili e dei modelli culturali (la qualità letteraria di marca sperimentale) si fa esercizio critico-conoscitivo di decifrazione dell’esistente.

La tipologia del romanzo di formazione (di «iniziazione»), ad esempio, che percorre la narrativa di Lagioia e D’Amicis, in un viaggio a ritroso nelle Puglie degli ultimi decenni[25], convive con una pluralità considerevole di generi adoperati: epica e favola pulp, apocalittica o allegorica, satira sociale e «poema cavalleresco». È una letteratura «debordante», al di là dei confini tradizionali di pertinenza, nei continui cambi di registri, tra dissonanze e lirismi, tragico e grottesco, nell’espressionismo nitido e pietoso dell’uno, ovvero nella scrittura più mentale, analitica e prolissa di Lagioia.

E piega le ragioni dello stile all’istituzione di forme nuove e inedite, riconducibili a un’idea (politica) di romanzo storico sul presente, a un lavoro intellettuale che intreccia con maturità e rigore la scrittura narrativa all’attività saggistica e all’intervento culturale[26]. Qui la microstoria e i riflessi del vissuto autobiografico dialogano e si misurano con le ferite del tempo e con le esistenze anonime di figuranti o comparse; i destini individuali si collegano alle parabole dei blocchi sociali e agli snodi dell’immaginario e della storia culturale (gli anni Settanta-Ottanta), che segnano le origini delle mutazioni della società meridionale contemporanea – (ri)vissuta, per certi versi, come laboratorio o «metafora» dell’identità nazionale, della storia italiana attuale.

«La scrittura in provincia dovrebbe assomigliare a filo spinato, leggerla dovrebbe far male come se la mano stringesse il filo spinato e l’accompagnasse»[27]. A essere chiamata in causa è un’idea di letteratura intesa come esperienza e produzione intellettuale – da contestualizzare all’interno delle istituzioni culturali e della storia sociale – che diffonde in termini comunitari un’immagine storica, e perciò conflittuale, del presente (dell’identità meridionale). Promuove o contiene i presupposti di metodo per un lavoro critico di conoscenza storica del reale, che vale come orizzonte di un sapere alternativo alle innumerevoli metamorfosi che, anche sul piano della costruzione e del «consumo» identitario, assume l’immarcescibile pensiero debole nella cultura italiana contemporanea: «L’autonomia della cultura, del pensiero che si fa debole per predicare un mondo senza contraddizioni, sembra del tutto funzionale alla crisi non critica dell’attuale organizzazione della società»[28].

NOTE

[1] Cfr. la recente messa a punto proposta da F. Cassano, Tre modi di vedere il Sud, Bologna, Il Mulino, 2009.

[2] M. Foucault, Archeologia e storia delle idee, in Id., L’archeologia del sapere, Rizzoli, p. 183.

[3] Ivi, p. 181.

[4] Ivi, p. 184.

[5] Ivi, p. 181.

[6] Cfr. il brillante e acuto lavoro di N. Moe, Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del Mezzogiorno, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2004.

[7] Cfr., come d’esempio, D. M. Pegorari, Les barisiens. Letteratura di una capitale di periferia (1850-2010), Bari, Stilo editrice, 2010.

[8] Mi riferisco agli studi di Carlo Dionisotti e alle attività dell’Aislli (Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana), a partire dal convegno su Culture regionali e letteratura nazionale tenuto a Bari nel 1970.

[9] Sugli esiti conflittuali negli anni Settanta (e oltre) delle ricerche intorno alle tradizioni popolari (sul «rumore» di fondo e il clima di quegli anni), si leggano le annotazioni di Diego Carpitella, La musica di tradizione orale (folklorica): «Il folk-revival: movimento nato, forse, con “buone intenzioni” ma trasformatosi, lungo la strada, divenendo ossequiente alla logica dei profitti e dei consumi. Il folk-singer si presenta come un intermediario (o sensale) di cultura, tra quella egemone e quella popolare. […] Questi intermediari e sensali di cultura […], nella loro ansia apparentemente disinteressata di divulgare la “voce del popolo”, organizzano sommari safari etnofonici, durante i quali con il magnetofono depredano, a fine settimana, paesi e paesini, per poi ri-fare, ipso facto, quello che hanno ascoltato, e consumarlo “nel giro” dei mass-media» (in Ricerca e catalogazione della cultura popolare, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, 1978, pp. 18-20, p. 19).

[10] Cfr. G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Roma, Donzelli, 2009.

[11] F. Cassano, Tre modi di vedere il Sud, cit., p. 17 e p. 65.

[12] È il caso di richiamare il lavoro di ricognizione compiuto da Pier Vittorio Tondelli (in particolare sulle province italiane) nel corso del suo Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, Milano, Bompiani, 2001 (1990).

[13] Per un’analisi degli esiti sociali e strutturali relativi a quella stagione di finanziamenti europei: «Nonostante la tardiva presa di coscienza, intorno agli anni Ottanta, delle grandi potenzialità del nostro mezzogiorno […], i molti cantieri aperti attraverso le ingenti risorse finanziarie messe a disposizione delle regioni del Sud e delle Isole dai fondi strutturali europei – in particolare nell’ambito del Quadro Comunitario di sostegno 2001-2006 – pur con determinati esiti molto positivi, non hanno ancora prodotto risultati di rilievo, riscontrabili con criteri obbiettivi, in termini di riequilibrio generale. […] Si conferma quindi lo scandalo di un’Italia meridionale da sempre fucina di talenti e di innovazione […], e incapace di trattenere i suoi artisti dando loro adeguate possibilità di lavoro in quello stesso settore in cui eccellono, tanto da costringerli in buona parte ad emigrare», C. Bodo, Lo sviluppo culturale del Mezzogiorno: il ritardo in cifre, in “Economia della cultura”, 2, 2009, p. 168 e p. 178.

[14] F. Cassano, Tre modi di vedere il Sud, cit., pp. 50-52. Che fa riferimento, in una costellazione di autori e pensieri di diversa estrazione, ai lavori di ambito post-colonialista di D. Chakrabarty, Provincializzare l’Europa (2004); J. Goody, Il furto della storia (2008), fino alle teorie sulla decrescita di Serge Latouche che iniziano a circolare in Italia proprio durante gli anni Novanta.

[15] Cfr. Luna nuova. Scrittori del sud, a cura di G. Fofi, Roma, Argo, 1997; Sporco al sole, a cura di G. Cappelli, M. Trecca e E. Verrengia, Nardò (Le), Besa, 1998 (2007).

[16] In un percorso che inizia su scala globale a partire dagli anni Sessanta e nell’accezione di A. D. Smith, Il revival etnico, Bologna, Il Mulino 1984 (1981): «Tramontata la grande stagione dei movimenti, l’etnicità si ripresenta come ideologia delle classi medie che, soprattutto negli ambienti accademici, aspirano alla promozione sociale; o nella forma della disseminazione di rivendicazioni e conflitti spesso privi di reale antagonismo sociale e di progettualità politica; ovvero nella variante edulcorata di “etnico è bello”, cioè un pluralismo culturale all’acqua di rose che ancora una volta maschera la gerarchizzazione sociale, l’accesso ineguale alle risorse e al potere, la virulenza del razzismo», R. Gallissot, M. Kilani, A. Rivera, L’imbroglio etnico, Bari, Dedalo, 2007 (1997), p. 146.

[17] Dentro una vasta bibliografia (anche di ambito locale) che riflette sul fenomeno salentino, si segnala, tra gli altri contributi, l’interessante ottica interpretativa proposta da G. Pizza, Politic of memory in 2001 Salento. The re-invention of tarantism and the debate on its therapeutical value, in “AM. Rivista della società italiana dell’antropologia medica”, 13-14, 2002, pp. 223-236.

[18] Si rimanda a D. Carmosino, Uccidiamo la luna a Marechiaro. Il Sud nella nuova narrativa italiana, Roma, Donzelli, 2009; e alle progressive messe a punto di F. La Porta: da Narratori di un Sud disperso, Napoli, L’Ancora del Mediteraneo, 2000; alla recente antologia È finita la controra. La nuova narrativa in Puglia (a cura di), Lecce, Manni, 2009: «Al di là di ogni enfasi si tratta di un processo reale che interessa le arti, la letteratura, il sapere tutto, e che va nella direzione, sottolineata dal sociologo Franco Cassano, di una “pugliesità mediterranea”, di una identità regionale aperta a traffici e scambi con il Sud dell’Europa (come mostrano, tra l’altro, anche i recenti romanzi di Raffaele Nigro, melfitano poi “baresizzato”», p. 9.

[19] Cfr. C. D’Amicis, La letteratura apolide di noi pugliesi lontani dalla nostra terra, in www.affaritaliani.it (26 ottobre 2009): «Non amo che gli scrittori si riconoscano in manifesti più o meno programmatici: anche quando non c’è malizia […], in certe operazioni mi pare di riconoscere una determinazione a prendere posizione, a definirsi, o addirittura a storicizzarsi, che poco ha a che fare con la precaria e magmatica ricerca identitaria che, per me, è alla base dello scrivere».

[20] Mi riferisco per semplificare al romanzo di M. Desiati, Il paese delle spose infelici (Milano, Mondadori, 2008) e al film di S. Rubini, L’uomo nero (2009): «Torno sempre a girare in Puglia perché è il teatro di posa che conosco meglio e lì mi viene più facile inscenare anche quel che ho pensato ed è successo altrove», “Rubini: un film per chiudere i conti con mio padre, intervista con E. Marrese”, in “Il Venerdì – La Repubblica”, 27 novembre 2009, p. 70.

[21] E. Monreale, L’invenzione della nostalgia. Il vintage nel cinema italiano e dintorni, Roma, Donzelli, 2009, p. 3 e p. 11.

[22] F. Cassano, Tre modi di vedere il Sud, cit., p. 71.

[23] A. Leogrande, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Milano, Mondadori, 2008; Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali, Roma, Fandango Libri, 2010 (Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2003) – ma si rinvia anche alla sua attività di scrittore-giornalista (di «scrittore-intellettuale») spesa su riviste e quotidiani (da “Lo Straniero” al “Corriere del Mezzogiorno”).

[24] C. D’Amicis, La letteratura apolide di noi pugliesi lontani dalla nostra terra, cit.

[25] Alludo ai romanzi di N. Lagioia, da Occidente per principianti, Torino, Einaudi 2004, a Riportando tutto a casa, Torino, Einaudi, 2009; e di C. D’Amicis, La guerra dei cafoni, Roma, Minimum Fax, 2008, fino al recente La battuta perfetta, Roma, Minimum Fax, 2010.

[26] Mi riferisco anche qui all’attività di «scrittori-intellettuali», non superficiale né di routine, che D’Amicis e Lagioia svolgono in parallelo alla scrittura narrativa, con interventi e lavori su stampa, radio, quotidiani e periodici.

[27] M. Magliani, Provincere o morire, in www.nazioneindiana.com, 28 maggio 2010.

[28] A. Leone de Castris, Un’idea della cultura del Novecento, cit., p. 174.

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