Questioni di Frontiera
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Giovedì 23 Novembre 2017 | 10:57

worlddi Paolo Pettinato*. Pubblichiamo la ricerca vincitrice dei Seminari realizzati da QF presso l’Università di Roma Tor Vergata nel 2010. Il progetto indaga sul concetto di “letteratura mondiale”, verso la definizione di una nuova “letteratura migrante”. Nelle prossime settimane, le interviste inedite a Nora Moll, Toni Migrash, Bozidar Stanisic, Sarah Zhura Lukanic. La lingua come confine letterario. La lingua è il primo segno di riconoscimento di una comunità. Nelle questioni identitarie precede per importanza tutte le altre componenti che determinano il senso di appartenenza di più individui tra loro.  Per questo motivo il binomio lingua/identità è inscindibile. Infatti la lingua attira una particolare attenzione all’interno dei programmi scolastici, proprio perché permette la coesione e la compatibilità del tessuto sociale, il quale senza di essa si vedrebbe sfaldato e inefficiente, e in fin dei conti improduttivo e incapace di muovere le funzioni che ha creato e di cui ha bisogno. Ma come si insegna una lingua? Attraverso la letteratura. La coincidenza tra le Lettere e la lingua è evidente, e in Italia più che in altri paesi ha dato vita ad un percorso univoco. Quindi ripercorrere la storia della letteratura italiana significa, implicitamente, ripercorrere la storia della lingua italiana e tramandarne la conoscenza.

Ma rimane una questione irrisolta: posta la solidarietà esistente tra lingua e letteratura, siamo condannati a far coincidere la codificazione coatta e utilitaristica (più che giusta) della prima con un confinamento antistorico e ideale della seconda? È obbligatorio far quadrare i conti, e cioè nazionalizzare una produzione artistica e intellettuale pur di non metterne in discussione il ruolo gregario che le è stato da sempre attribuito? Mettere in discussione la nazionalità della letteratura può apparire stravagante, ma risulterà più che legittimo se andremo a considerare il termine “letteratura” nella sua accezione più ampia: letteratura come insieme di tutta la produzione scritta riguardante un ambito conoscitivo.

Ci accorgeremo così che una forzatura storica sui testi giuridici non è mai avvenuta e che, sebbene la sua peculiarità nazionale, accoglie nelle proprie memorie esperienze che vanno oltre i confini dello stato; la letteratura economica mantiene la propria specificità territoriale, assume una postura nazionale, ma non occluderà mai le strade che portano a una comprensione dei fenomeni più complessiva e realistica; la letteratura medica ha una tradizione nazionale e locale, ma non mortificherà mai le sue potenzialità nazionalizzando un sapere che sempre è stato e sempre sarà di portata mondiale. Ragionando sul problema in questo modo, risulterà forse più stravagante pensare la letteratura italiana come una cosa tutta e solo italiana.

La traduzione. Per rispondere all’esigenza di liberare la letteratura dalle gabbie delle lingue nazionali è stata proposta la strada della traduzione. In effetti questa sembra essere l’unica soluzione per riuscire ad immaginare un macrosistema letterario veramente mondiale, o perlomeno sovranazionale. Questa scelta è stata canzonata da molti, giudicata a volte troppo fantasiosa, altre leziosa e poco realistica, se non estetizzante. Ma stupisce tanta sfiducia nei confronti di una tecnica millenaria e gemella delle lingue stesse. La traduzione è un mezzo comunicativo del quale si è avvalsa l’umanità intera in qualsiasi ambito e che ritroviamo nelle nostre vite continuamente. Le altre scienze non hanno alcun pudore nell’uso di questo mezzo. Inoltre la pratica traduttiva risulta essere un problema più per i critici che per gli artisti stessi: Ungaretti, Montale, Fenoglio, Pavese e molti altri ancora si sono impegnati con convinzione nella traduzione di testi stranieri, dando vita a esperienze importanti per il loro percorso individuale e per quello della stessa letteratura italiana. La traduzione non sostituisce le lingue né le annulla, ma le afferma tutte insieme: non è retorica.

Ovviamente la letteratura non è una scienza, ma un’arte. Di conseguenza, al contrario della giurisprudenza, della medicina e delle altre forme di conoscenza accumulata e condivisa, deve fare i conti con questioni prettamente estetiche, quali il ritmo, i rimandi intratestuali e intertestuali, e con questioni relative al contesto, come i modi di dire e i giochi di parole propri di ogni sistema linguistico. La traduzione può minare queste specificità. Eppure affermare questo non significa invalidare la potenza della traduzione. Si tratta di un problema relativo, poiché legato alla questione della fedeltà estetica. Se consideriamo l’arte come il risultato di scelte formali mirate alla trasmissione dei contenuti, allora l’infedeltà estetica della traduzione avrà tutte le carte in regola per svolgere il suo ruolo di conduttore. Se l’arte è invece da considerarsi come espressione solo ed esclusivamente formale, allora la traduzione non potrà mai ottenere dei risultati soddisfacenti. Tralasciando la diatriba, a dire il vero cruciale, tra i sostenitori della forma e i sostenitori del contenuto, possiamo almeno convincerci del fatto che la traduzione costituisce da molto tempo l’unico valido mezzo di comunicazione tra il presente e il passato.

Identificarsi con un’idea di letteratura sovranazionale comunicante attraverso la traduzione è quindi per molti difficile. Gli argomenti in gioco sono il vicino presente, dal punto di vista temporale, e il lontano oltre dal punto di vista spaziale. Ma le stesse perplessità spariscono se si allontana il tempo al passato e si avvicina lo spazio al qui. In questa seconda disposizione dei fattori, il problema della traduzione non esiste più e risulta spontaneo e indiscutibile usare le potenzialità di quest’ultima per unificare la letteratura del passato a quella del presente. Viene da se che i dubbi concernenti la traducibilità degli elementi estetici faccia da scudo ad una concezione fortemente territoriale della letteratura. Sia bene inteso: è corretto concepire comunicabili e connesse tra loro la letteratura latina e quella italiana, ed è corretto reputare traducibile Catullo in italiano, sebbene il ritmo, la musicalità e altri fattori artistici ne paghino le conseguenze; così è per espressioni artistiche dell’oggi altrove.

Letteratura del mondo. Accettata l’utilità del rapporto lingua e letteratura, e sganciata la seconda da una dipendenza smodata dalla prima, resta da chiedersi: se la letteratura non rispetta i confini nazionali, a cosa e a chi fa riferimento? Cominciamo con il dare una risposta tanto magnifica quanto inconcludente: la letteratura abita il mondo. Abita il mondo certo, ma come? Un errore nel quale non si deve incorrere è quello di concepire il sapere umano come un unicum compatto generato da esseri uguali, che muovono e pensano tutto secondo parametri pressoché identici. L’altro errore consiste nell’ideare specificità esatte e immutabili, che delineano differenze evidenti e storicamente ricostruibili. La concezione, per così dire, universalistica non tiene conto del fatto che la complicità del genere umano non proviene da un’insita uniformità, ma da una convivenza che impone le costanti scontro/incontro determinate dalla variabile tecnologica. Per quanto riguarda l’idea di specificità irrisolvibili, riscontriamo il medesimo errore: l’esattezza e l’immutabilità rigettano le stesse costanti e la stessa variabile, con il risultato di rifiutare il presente e di codificare continuamente un passato ideale, epurando eventi che non coincidono con l’idea, oppure inglobandoli nella stessa. Quindi la letteratura abita il mondo fisico, le regioni, i computer, i treni, l’economia. Per queste ragioni la letteratura non può essere nazionale, ma non può neanche essere considerata universale: è mondanamente mondana, figlia e forse schiava dei suoi tempi.

Concepire la letteratura come un’arte sovranazionale, oltre che essere un atto di onestà, è un modo per comprendere meglio i suoi legami con la cultura, nel senso più esteso del termine. La letteratura infatti, come le altre arti, è pensata da molti come un insieme di autori e di movimenti gerarchizzato al suo interno, e assume nei riquadri degli storiografi e dei critici, sembianze compatte, movimenti consequenziali e razionalmente codificabili: definite le regole, dette canone, scelti i titolari, detti modelli, stabilito il campo, detta nazione, la squadra è fatta. Ma la letteratura non è un campionato e nemmeno un campionario: è espressione indiretta della società e non può in alcun modo rendersi autonoma da essa. Se quindi la società e la cultura non possono essere ristrette entro un ambito nazionale, non lo si può fare neanche con la letteratura.

E bisogna aggiungere: tra regole, titolari e campo nasce il gioco, ma qual è l’oggetto della contesa? Nel calcio si usa il pallone. Porre al centro di un’arte l’elemento distintivo e differenziante è come scegliere di giocare con delle stupende e inestimabili pigne dell’Aspromonte. Esercitarsi con mirabili fatiche e diventare i più importanti giocatori di “calcio alla pigna”: soli e contenti. Rendiamo meglio il concetto: la pigna può essere la lingua italiana oppure lo sfondo storico italiano; il pallone possono essere i generi, i temi, le geografie. Scrivere una storia della letteratura seguendo la linea dei generi, come ha fatto ad esempio Luperini con il suo La scrittura e l’interpretazione, significa riuscire ad inquadrare l’evoluzione storica reale di una letteratura rintracciando la complicità o la dissonanza con altre letterature, che con gli stessi generi si confrontano ma in modo differente. Affrontare uno sfondo geografico come quello mediterraneo significherebbe riallacciare percorsi che da secoli si incontrano e influenzano senza che nessuno se ne accorga.

Letteratura e geografia. Il problema della nazionalità è da sviluppare quindi sul campo territoriale. La traduzione afferma la comunicabilità e la condivisione del sapere come pratiche basilari e non secondarie, ma non esclude la nazionalità delle letterature. Per superare l’identità di spazio politico e spazio letterario è necessario tracciare nuove geografie letterarie. Come per la traduzione, anche per quanto riguarda la lettura geografica del fenomeno artistico la letteratura arriva per ultima: gli studi economici, giuridici, storici e perfino quelli politici hanno già da tempo impostato delle proprie geografie autonome da quelle nazionali. Per quanto riguarda la letteratura è stato Durisin a teorizzare un primo modo per poter decostruire la coscienza nazionale e nazional-centrica della letteratura, sostituendo al parametro nazionale-istituzionale-politico il parametro geografico, focalizzando il discorso sulla regione letteraria «al di là delle frontiere della letteratura nazionale tradizionale».

Nasce così la possibilità di intendere la letteratura e i suoi processi evolutivi attraverso coordinate ben più ampie e, soprattutto, di sostituire al principio di “identificazione” a circuito chiuso il principio di relazionalità a circuito aperto. Si parlerà quindi di vaste aree geografiche che determinano la formazione di “comunità interletterarie” o “centrismi interletterari”: con queste definizioni è possibile pensare delle vie di mezzo tra la letteratura nazionale e quella mondiale. Ad esempio, in questi termini, non sarà più possibile suddividere in sottocategorie etniche e nazionali le letterature che si sono sviluppate attorno alla comunità interletteraria e tricontinentale del Mediterraneo.

Pensare la letteratura in questo modo significa superare il pregiudizio più complesso: l’appartenenza. In effetti le impostazioni dominanti tendono a concepire il sistema letterario secondo le linee della continuità e della coincidenza. Nasce così l’idea di una comunità che tramanda valori stabili e primari, i quali fungono da selettori fra ciò che è “noi” e ciò che non può esserlo: in una parola, identità. Ma la realtà storica smentisce costantemente questo principio e afferma il suo il principio opposto, la diversità. Tutto ciò che riguarda l’uomo è in effetti caratterizzato dal costante incontro di elementi – ideali e materiali – diversi, che produce delle sintesi momentanee a loro volta tendenti all’incontro con altre sintesi, in un processo circolare del quale non è possibile individuare l’inizio né immaginare la fine.

Così la politica è il frutto della commistione di vari modi di gestire la comunità, l’economia  il risultato della competizione tra modi di produzione, e via dicendo fino ai modi di abitare il territorio oppure di cucinare. Come questi anche la letteratura è un ibrido in continuo cambiamento. Ma l’idea egemone di letteratura vuole protrarre l’immagine di una produzione nazionale stabile, in relazione alla quale le novità e le varianti costituiscono l’eccezione, quando invece esse non sono altro che regola.

Storiografie nazionali. Va precisato che una critica di questo tipo è riferita alla modalità di divulgazione scolastica della materia, non di certo agli studi in sé, che esplorano ormai da tempo progetti così ambiziosi. Infatti il problema della nazionalizzazione della letteratura si pone solo se parliamo del surrogato che di essa offrono gli studiosi nei libri di testo o nelle edizioni per le edicole. In questi spazi la letteratura non ha più un valore intimo o di ricerca, ma assume un ruolo più impegnativo, identitario indubbiamente. Da molto tempo ci si interroga sul ruolo dell’arte nella società, sulla sua politicità, sulle sue possibilità d’intervento: le risposte non possono che essere partigiane e il dilemma non si dissolverà mai. Ma più semplice è comprendere il peso di un testo scolastico che con impliciti parametri storiografici delinea e stabilisce i tratti fondamentali della cultura di una nazione: qui si rende evidente il contatto tra la letteratura e la cultura in senso lato. Già E. W. Said in Cultura e Imperialismo proponeva maggiore accortezza nella scrittura delle antologie e dei manuali, spesso inconsci portatori sani di nazionalismo e xenofobia.

La  “Storia della letteratura” pensata per le scuole non è solo una mera catalogazione cronologica di scrittori succedutisi in un determinato territorio, ma anche, implicitamente, “l’essenza della storia di una nazione” come diceva René Wellek a proposito della storiografia letteraria operata dal De Sanctis. Questi pensava la letteratura come una rappresentazione simbolica dello spirito italiano, e per questa fondamentale ragione concepì una scrittura etico-nazionale della storia della letteratura italiana. Le sue motivazioni coincidevano con un evento molto importante: l’unificazione della penisola. Da De Sanctis in poi la letteratura diventa strumento principale (istituzionalizzabile) di coesione culturale e base dello spirito civile del popolo italiano.

In questi termini la letteratura ha molto da dire sull’identità. D’altronde non esiste soluzione di continuità tra la cultura, intesa in senso lato, e la letteratura, ristretta a un corpus di opere. Se è reciproco il rapporto tra letteratura e cultura, allora entrambe costituiscono per buona parte l’identità di un popolo e di una nazione. Ma chi può sancire fin dove arriva lo spirito italico e dove si arrestano quelli magrebino o adriatico-balcanico? Proprio perché incontenibili, è difficile tracciare i confini territoriali di usi, riti, miti, detti popolari, etc. e generi, forme, tradizioni letterarie. La coincidenza del territorio di questi ultimi elementi con il territorio politico non è una realtà storica, ma una idealizzazione, una vera e propria invenzione.

Per sopperire a tale incongruenza storica, tornano spesso nelle storiografie della letteratura i concetti di “sfondo” e di “scambio”. Per “sfondo” europeo per esempio si intende un panorama letterario, politico e culturale abbastanza ampio e diversificato, che permane come un’entità che si affianca alla letteratura nazionale, ma che non la comprende effettivamente al suo interno. Con l’espressione di “scambio” si sottende invece l’esistenza di apparati culturali (nazionali) ben distinti tra loro, che con maggiore o minore frequenza barattano pratiche estetiche. Questo tipo di ragionamento può  avvenire, però, soltanto intendendo la letteratura come una pratica sostanzialmente individuale, la cui estensione si può descrivere solo in termini di “corrente” o “movimento”. In questo modo permane l’idea di identità nazionali e si perde, a ben vedere, la relazione continua e circolare esistente tra la cultura e la letteratura, poiché  si confina la seconda in un ambito autonomo dalla società.

Altro concetto prevaricante nelle scritture delle storie letterarie è quello di “influenza”. Esso è concepito come un flusso unidirezionale che si muove da A verso B, sia sull’asse spaziale sia sull’asse temporale. Quindi Ungaretti si ammalerebbe di “francesite” oppure Montale verrebbe colpito da un tremendo “raffreddore dantesco”. Implicitamente il termine “influenza” attribuisce una certa passività a B e corona di luce A: sarebbe meglio parlare di “ricezione”, termine che restituisce meglio il senso di certi processi e che coincide, in parole povere, con la volontà che ha B di prendersi un bel malanno. In Italia certe linee teoriche permangono fortemente, escluse alcune eccezioni, come il manuale già menzionato diretto da Luperini.

Problemi  di letteratura della migrazione. Il discorso fin qui fatto è servito a delineare quegli aspetti principali della storiografia che impongono una visuale ristretta del fenomeno letterario. L’effetto prodotto, sintetizzando, è quello di non offrire un panorama completo dell’arte letteraria e di restringere entro dei confini fittizi una forma di conoscenza e di espressione sovranazionale. Si è parlato di identità e finanche di implicita xenofobia. Per comprendere in modo pratico la questione è utile parlare di una forma di letteratura sviluppatasi in Italia in questo ultimo ventennio: la letteratura della migrazione.

Essa nasce in seguito allo spostamento epocale avvenuto nel corso degli anni Novanta di una massa di persone dal Sud e dall’Est del mondo verso l’Italia. Da un punto di vista letterario l’evento è straordinario, perché nel corso di pochi anni la letteratura prodotta dai migranti aumenta vertiginosamente, soprattutto nelle forme dell’autobiografia e della testimonianza. Nascono case editrici votate a questo tipo di pubblicazioni, non mancano interventi giornalistici e presto musica, teatro e cinema accolgono artisti stranieri nei loro ambiti di pertinenza. In pochi anni da questo humus nascono scrittori e poeti di professione, intellettuali che pensano in una lingua e scrivono in un’altra.

Si è parlato di “forma di letteratura”. In effetti la produzione dei migranti è stata a lungo considerata come una sorta di sottogenere letterario imperniato sul tema della migrazione e in esso confinato. Autobiografie e testimonianze, nulla di più. Una lettura di questo  tipo è da considerarsi riduttiva se si considera il fatto che in molte di queste esperienze artistiche l’evento storico-biografico, ovvero la migrazione, non è stato tanto un argomento quanto un motore, un punto luce, una peculiarità esistenziale per gli autori.

Il risultato che si è avuto da questo tipo di fraintendimento è stato duplice: da un lato scrittori e teorici hanno chiaramente fatto riferimento al movimento dei migrant writers, ovvero a un modo di intendere la scrittura e la migrazione come elementi fortemente legati fra loro, e che negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi europei ha già conosciuto esperienze importanti; dall’altro molti scrittori hanno tenuto a puntualizzare sì la loro condizione di migranti per quanto riguarda l’aspetto biografico, ma anche a rendere indipendente la loro produzione da un’etichetta che non sentivano propria, promuovendo piuttosto l’immagine dello scrittore tout court spesso avvalorata della critica. Una soluzione del dibattito non può aversi.

Le stesse problematiche sono sorte in passato all’interno dei gruppi di intellettuali gay e lesbiche, fra le femministe e fra i negri. Ma la questione cruciale, dal nostro punto di vista, non è tanto quella di capire se una scrittrice è più lesbica o più tout court, quanto quella di poter stabilire se categorie alternative come queste sono in grado o meno di abbattere la concezione tradizionale della letteratura. Tornando alla letteratura della migrazione, è importante scegliere tra una letteratura generalista e una fatta di tante minoranze, e capire se un approccio di questo tipo può superare atteggiamenti deleteri da un punto di vista sociale. In questi termini la letteratura della migrazione è da ritenersi fondamentale per lo svolgimento della vita democratica, poiché è espressione diretta della parte di popolazione ad oggi più debole.

Il discorso sulla letteratura della migrazione abbraccia un ambito di riflessione molto ampio e diversificato. Innanzitutto la leva culturale di questa concezione supera di gran lunga le questioni prettamente letterarie inerenti l’estetica e l’inventiva e colloca il proprio fuoco su temi di portata propriamente filosofico-storica. Un approccio di questo genere mira ad esempio a definire la migrazione come un elemento costitutivo dell’umanità, e non più eccezionale, poiché l’uomo si è distinto dagli altri animali per la duttilità migratoria e per la speciale capacità di adattamento al territorio. La scienza avvalora largamente un discorso di questo tipo, e i recenti studi dell’antropologo italiano Cavalli-Sforza hanno definitivamente appesantito il piatto della migrazione e alleggerito quello della stanzialità nel discorso sull’uomo. Da un punto di vista storico la migrazione è, invece, posta non più come un evento circoscrivibile nel tempo, ma come una costante ciclica che si ripropone da sempre e sempre si manifesterà: così al centro della riflessione storica non sarà più,  ad esempio,  la caduta dell’Impero Romano, quanto lo spostamento delle popolazioni orientali verso l’Ovest. Lo spostamento delle masse è il motore umano che ha generato l’ordine attuale delle società, e che smuoverà lo stesso verso nuove strutturazioni. Per intendere la portata di un ragionamento di questo tipo bisogna pensare al fatto che la cultura, e nello specifico la memoria storica, è patrimonio delle società statiche, e che pertanto tenderà sempre a mantenere una posizione conservativa nei confronti di questi temi. Siamo molto vicini alle speculazioni sulla subalternità di Antonio Gramsci (dal quale è tratto l’esempio precedente sulla caduta dell’Impero Romano) e sul dominio culturale indagato da Foucault.

(Paolo Pettinato è Junior Research di Questioni di Frontiera)

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