Questioni di Frontiera
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Sabato 23 Settembre 2017 | 1:59

1 di Clara Mitola. Un sabato mattina di fine di marzo. Cielo coperto di nuvole, stracci di nuvole battuti dal vento, luce opaca e traffico, eccessivo per un sabato mattina. Un taxi sfreccia lungo strade secondarie, diretto al Museo della Letteratura di Bucarest, nel cuore della città (Bulevardul Dacia).

Sui sedili posteriori del taxi ci sono io, annoiata e preoccupata, ad ascoltare gli irripetibili commenti del taxista in merito al traffico, al tempo e al mio ritardo (gli ho chiesto di portarmi a destinazione il prima possibile). Qualche altro minuto e raggiungiamo il Bulevard del Museo dove mi aspetta qualcuno, un poeta per l’esattezza, un profondo conoscitore di Bucarest all’occorrenza, un ritardatario nel caso specifico. Non me ne stupisco. Pare si tratti di una peculiarità “latina”. Il mio uomo si chiama Paul[1] e dopo una rapida stretta di mano e rapide scuse, mi conduce lungo un vialetto giusto accanto al Museo. Conosco la strada e la successiva rampa di scale sulla destra, che ci porta sottoterra fino alla crâșma del Museo della Letteratura. Si tratta di una taverna, pochi tavoli e poche finestre, foto e testi incorniciati inchiodati alle pareti, il posto in cui più di una generazione di scrittori e poeti ha letto, scritto, discusso e bevuto. Soprattutto bevuto. Soprattutto discusso.

Ci sistemiamo al tavolino nell’angolo e cominciamo a parlare a voce bassa senza un reale motivo. Il locale è deserto. È un sabato mattina di fine marzo. La conversazione parte da una definizione. Bucarest, “la città in cui si incontrano gli uomini che lasciano la propria di città. Un luogo d’incontro. Un crocevia attraversato da due milioni di bucureșteni. Tre milioni di persone in realtà, ad incontrarsi sulle sue strade”.

D: In senso strettamente estetico, Bucarest sembra abbia raccontato molte storie, come se il caos urbanistico che la rende così unica abbia molto da dire. Credi sia vero?

R: Bucarest ha raccontato molto, e molto altro ancora ha da raccontare. Molti sono stati i cambiamenti, alcuni particolarmente drammatici, vere e proprie stangate, dolorose per chi viveva e amava la città. Di certo il primo colpo è stato il terremoto del 1977, il primo vero cambiamento architettonico, con la città ridotta in macerie e moltissimi palazzi di regime costruiti in modo scadente che non hanno retto. È morta molta gente.

D: E poi Ceaușescu…

R: … e poi Nicu Ceaușescu e gli enormi quartieri operai fatti tra gli anni ’70 e ’80, sul modello coreano e cinese… megalomania! E anche Casa Poporului e tutta la zona intorno a Piața Unirii, Bulevardul Unirii. Lì c’era uno dei quartieri più belli di Bucarest – tutte case con giardino, ville d’inizio Novecento – e lo vedi anche tu che misure ha, quanto è grande. Immagina cosa ha significato radere a suolo un intero quartiere per costruire quella mostruosità.

D: E con Casa Poporului, così enorme e visivamente indimenticabile, che tipo di rapporto c’è oggi?

R: Non si può abbattere perché i costi sarebbero esorbitanti… abbatterla ora sarebbe una follia com’è stato costruirla! E in ogni caso, anche se è vero che la si vede quasi da tutta la città – è gigantesca e poi è costruita su un’altura -, per noi, nei nostri cuori non ha più alcun valore. È il palazzo del governo adesso, e in generale abbiamo dimenticato i simboli comunisti da molto tempo.

D: A proposito di simboli, la città è piena di richiami, oggetti della memoria pre e post rivoluzionaria. Penso che questa sia la viva voce di un passato non del tutto passato. Se poi aggiungiamo il fatto che qui si è saltati dal comunismo al capitalismo…

R: Sì, il passaggio è stato questo ed è stato assolutamente caotico. Nell’ultimo periodo di regime, non si faceva più nulla, non accadeva nulla, quasi non si lavorava  – i magazzini alimentari per esempio, erano vuoti -, e per di più con la censura nemmeno si poteva entrare in contatto con quello che c’era oltre i confini del paese. L’unico effetto positivo sono stati i cenacoli spontanei in cui ci organizzavamo: se qualcuno riusciva – non so come – a procurarsi una copia di un libro straniero, ad esempio, ci si riuniva tutti ad ascoltare il racconto e le impressioni di chi l’aveva letto! L’obbligo a restare in uno spazio culturale – e generale – serrato, opprimente e nazionalista ci ha reso più socievoli tra noi e curiosi del nuovo. Con la rivoluzione è cambiato tutto: di colpo eravamo come bombardati dalle informazioni – nascevano giornali e riviste ad una velocità impressionate -, dalle novità e naturalmente dalle merci provenienti dall’occidente. Immagina che nei primi negozi in cui si vendevano prodotti occidentali c’erano sbarre di ferro intorno alle vetrine!

D: Tornando alla città…

R: La rivoluzione è stata fatta qui a Bucarest, innanzitutto in quanto capitale politica e amministrativa. Certo, c’è stata Timișoara e Brașov, e ci sono stati anche piccoli centri in cui non si è esploso un solo colpo, diversamente da quanto è accaduto qui. È Bucarest il posto in cui si è lottato, Bucarest ha sopportato le atrocità maggiori e il maggior numero di morti, oltre a vedere il coraggio umano. A Bucarest ci siamo scontrati frontalmente con chi difendeva il vecchio sistema, mentre noi volevamo…  pensavamo ad un comunismo dal volto più “umano”, se così si può dire. La rivoluzione potrebbe essere il terzo colpo, il terzo cambiamento forte. C’è un palazzo in Piața Revoluții (nella foto), mezzo distrutto durante la rivoluzione e oggi conservato in modo particolare: della vecchia struttura è rimasto solo il perimetro, la facciata in muratura, e all’interno come incastrata c’è una struttura in vetro. Quello era il luogo in cui la securitate portava gli arrestati, la gente che perseguitava. Lì dentro sono morte molte persone e la Romania post rivoluzionaria lo vuole ricordare.

D: La securitate resta un nodo centrale ancora oggi. Perché?

R: Perché i securiști, gli agenti della securitate, anche dopo l’89 sono rimasti impuniti. Prima ho detto che il passaggio dal comunismo al capitalismo è stato caotico, ma non immediato: l’anno successivo, il 1990, è stato di immobilità da questo punto di vista. Nel ’91 abbiamo visto i primi mutamenti economici, tra il ’94 e il ’95 si sono aperte in modo evidente le prime disparità sociali, in cui la maggioranza restava in povertà e un manipolo di imprenditori si arricchiva senza limiti. Quei pochi ricchi erano ex securiști. Mentre noi eravamo ancora in piazza, gli ex securiști facevano i primi affari con l’occidente e si arricchivano… e noi eravamo ancora in Piața Universității a urlare. La  securitate resta una questione non solo indimenticabile ma impossibile da risolvere, dal momento che i suoi ex agenti oggi sono ancora più intoccabili di quanto non lo fossero in passato. Come uomini d’affari, sono ancora più potenti e al sicuro di prima. La verità è che molte cose sono cambiate più nella forma che nella sostanza…

La nostra conversazione non va molto più in là. Paul tocca ancora l’argomento economico, parlando di “furto indiscriminato e generale”, della poca attenzione rivolta alla crescita del paese, al turismo e alla cultura. Ci salutiamo poco dopo e mentre aspetto il troleibuz 77 in Piața Romana, il mio punto di vista si incrina appena. Nessuna epifania né verità scoperta all’improvviso, più che altro una sorta di fruscio di fondo che sporca la percezione del tempo, quello fatto di grandi eventi ai quali ispirarsi, a cui pensare. Un tempo importante che passa e cambia i connotati agli oggetti e alle persone, come una cascata d’acqua che scroscia violenta ma non lava, non cura, non porta i rifiuti a valle. È una sensazione leggera e amara. Anche questo è Romania.


[1] Paul Vinicius è nato nel 1953. Membro dell’Unione degli Scrittori Romeni, è poeta, drammaturgo e giornalista, tra i membri fondatori del cenacolo Universitas nel 1990, attualmente redattore per le edizioni del Museo Nazionale della Letteratura Romena.

(fine)

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Vivere a Bucarest. Un reportage dalla Romania di Clara Mitola

Bucarest è una città multiforme, monolitica come un bloc socialista e inaspettata come una frana, impantanata, luccicante. Puoi solo amarla o odiarla perché qui non c’è spazio per l’accettazione passiva. Puoi intuirla. È caotica, esagerata, concentrata. Mi ha accolto con polvere e sole d’aprile, temperature inaspettate, colori saturi. Ci sono arrivata con una borsa di studio in traduzione letteraria e con una manciata di nomi e titoli quasi sconosciuti. Una lista vuota in una città ignota e terribilmente grande. L’impatto è stato elettrico, un assedio sensoriale e da dieci mesi vivo qui, in continuo adattamento e stupore.

Bucarest come capitale assomma e concentra in sé il buono e il cattivo dell’intera Romania, il nuovo che si avventa sul vecchio, uno stravolgimento rapido e violento come uno sparo. Dal sultanismo di Ceaușescu al capitalismo più aggressivo, dall’isteria anticomunista alla diffidenza anticapitalista, rimpianto e attesa del nuovo.

Una mescolanza di ideologie e di stratificazioni sociali tra la frenesia della gente e i vissuti individuali, impersonali, in una cornice nella quale la politica, la società e la vita quotidiana sanno ancora di vecchie abitudini

Essere un bucureștean, un cittadino di Bucarest, significa abitare probabilmente al decimo piano di un bloc, lavorare a ritmi occidentali con salario est-europeo, desiderare il cambiamento, modernizzarsi, “europeizzarsi” e poi tornare a casa, al tuo decimo piano, in un palazzo identico a quello precedente e a quello successivo, dove magari qualcuno ha rubato persino il contrappeso dell’ascensore e sei costretto a salire a piedi (gli ascensori romeni funzionano in modo differente da quelli italiani, cioè in base al peso e non alla chiusura delle porte).

Vivere come un bucureștean significa rendersi conto del fatto che spesso c’è un denominatore comune in ogni genere di questione, dall’urbanistica agli apparati statali, dalla burocrazia al randagismo, al modo di servire ai tavoli: la contraddizione. La frase “siamo in Romania” è accompagnata subito da un’alzata di spalle collettiva, come un’eco o un commento ai margini. Non si tratta solo dell’essere stranieri, perché a certe cose non ci si abitua mai, anche se sei romeno e ci sei nato: suntem în Româniă.

Bucarest non è una città facile e viverci significa fare i conti con diversità e brutture che offendono la vista, offendono i sensi e le abitudini dell’occidentale: qui i nervi scoperti sono radici latine, slave e turche fuse insieme in stabilità precaria e secolare (la lingua romena lo dimostra: grammatica latina di base, radici slave per parole che descrivono gli stati d’animo, inserti turchi per quello che ha a che fare con i soldi).

C’è uno strano equilibrio qui, un bilanciamento schizofrenico tra palazzi a vetri, case vecchie più di un secolo, comunismo e post-comunismo.

La Bella Èpoque bucureșteana, ma anche i quartieri di regime, costruiti tra gli anni ’60 e ’80 (Berceni, Aviației, Colentina, Rahova, Militari, etc.), le Mall. La storia della città è scritta, riscritta, costruita e demolita per tutta Bucarest, a strati. Tutto quello che è scampato alle manipolazioni architettoniche di Ceaușescu appartiene a un altro secolo, a un’altra Bucarest, ed è ingarbugliato, stretto e splendido (Strada Lipscani, Calea Victoriei, le ville di inizio ‘900 dei quartieri più vecchi come Cotroceni o intorno a Piața Romana), quando non sembra spuntato dal nulla o costruito a casaccio. L’impressione è che la città sia cresciuta autonomamente, come i denti del giudizio che possono spuntarti storti e confondere le simmetrie, e allora in una stessa strada è quasi normale trovare una villetta mezza distrutta in stile art nouveau addossata a uno scatolone di cemento di otto o dieci piani, costruito intorno a una chiesa e accanto al palazzo di una qualche multinazionale, in acciaio e cristalli, che domina tutto l’isolato successivo.

Lo skyline di Bucarest è il tempo che passa. È una storia di morti, di liberazioni, trionfi e cadute. La storia dei vivi e del progresso, sotto i tuoi occhi di abitante o di passante abituale, lungo un casuale percorso quotidiano. Dall’università di Bucarest in Piața Universității (sector 3), seguendo il boulevard Magheru fino in Piața Romana (sector 1), lungo i muri, sui palazzi, sulle croci ortodosse piantate al suolo, sulle barriere di plastica che dividono i cantieri urbani dal resto del suolo percorribile, si snoda un lungo corridoio architettonico di cemento che racconta gli scontri di piazza (le croci per i morti), le polemiche “revisioniste” (il rispetto per gli eroi dell’89), l’incuria, l’affarismo e una certa smaccata ansia di Occidente.

La presenza degli investimenti esteri è così importante e invadente che puoi vederla a occhio nudo nei palazzi e nelle sigle luminose che hanno in cima, nelle decine di metri quadrati di pubblicità srotolati sulle facciate di altri palazzi (abitati normalmente da persone che, in sostanza, non possono più aprire le finestre), nel fatto che la presenza di un Mac Donald quasi ad ogni stazione della metro (vale a dire ogni chilometro e mezzo) è un evento scontato.

La città vive rapida anche attraverso i passaggi stretti e i cantieri che si aprono ovunque, costantemente, a cambiarle i connotati. È una corsa al rinnovamento e di corsa procede anche la maggior parte della gente, per lo meno quella che ce la fa. I bucureșteni sembrano appartenere ad una particolare tipologia di romeni. Parlano svelto e non si fidano dei tassisti (uomini di ogni sorta, taciturni, spiritosi, spaventosi e tutti affamati di soldi), sono concentrati, impegnati, imprevedibili. Disinteressati a chi gli passa accanto e pronti a slanci inaspettati. In apparenza, sembrano costituire un gruppo ancora coeso e educato a un sistema comune, unificante, quando non si frantumano nella solitudine individuale. La solitudine vive a Bucarest, a volte più che altrove.

Da quando sono qui, la domanda che più spesso mi viene rivolta è perché, perché mai da ovest trasferirsi ad est, rinunciare al benessere per risalire controcorrente fino al post-comunismo in via di sviluppo. Sono contromano nei flussi migratori scavati da un andirivieni est-ovest ventennale! La risposta di solito sconcerta italiani e romeni. La risposta è una socialità differente, più problematica ma anche più vera, più “umana”. Certo, questo non ti fa partire, però a volte ti fa restare. È incredibile pensare che la presenza o meno del benessere possa funzionare al contrario, come uno strano contrappasso in cui, banalmente, più miserabile è la tua esistenza e maggiore è il rispetto che hai per quella degli altri (naturalmente quando ne hai). Ma non è tutto, perché in questo caso, nella miseria sporca e basilare come non ne conoscevo prima, nel mutuo soccorso, sembra esserci la reazione o lo sgomento che si provano di fronte ai cambiamenti più che radicali avvenuti nell’arco di soli vent’anni. Qui lo scarto generazionale non è solo questione di numeri, riguarda l’essere nati o no “in libertà”: è del tutto normale che i figli non conoscano affatto il mondo dei propri genitori, perché è un mondo che non esiste più.

Qualcuno dice che la Romania post-comunista non ha più morale né spina dorsale. Altri pensano che le storture della dittatura non saranno mai raddrizzate, che sono endemiche, considerando i sistemi adottati, le promesse di cambiamenti non realizzati, la classe politica e dirigente che proviene dalle seconde e terze file del Partito Comunista Romeno, quando non dai ranghi militari. In generale è la Rivoluzione del 1989 il luogo in cui si sviluppa il dibattito intorno al regime e si prendono le misure di quello che è rimasto. Qualcosa è rimasto, già nel semplice rifiuto, nel parlarne o nel non parlarne.

Un paio di mesi fa, in uno dei tanti cinema di Bucarest, è stato proiettato “Autobiografia lui Nicolae Ceaușescu” (regia di A. Ujică), vale a dire un documentario-collage di tre ore con filmati ufficiali e privati (perlopiù inediti) del conducator e della sua famiglia. Il filmato d’apertura mostra i coniugi di fronte al “tribunale” rivoluzionario, lo stesso che di lì a poco li avrebbe giustiziati. Ceaușescu inizia a parlare un romeno molto scorretto e l’intera sala ha cominciato a ridere. Il vero spettacolo è stata la reazione del pubblico. Anche al di fuori delle sale, se ti fermi a parlare con un passante o con la cuoca di una tavola calda, con un tassista o con il custode di un garage, “l’eredità” di Ceaușescu alla fine torna sempre, e non importa se prende le forme del rimpianto o dell’accusa. È un po’ come Casa Poporului, la Casa del Popolo, odierno palazzo del Governo (e anche sede del Mnac, il Museo Nazionale di Arte Contemporanea), l’antica residenza dei Ceaușescu. In qualsiasi punto di Bucarest ti trovi, se sei in alto, quasi di sicuro riuscirai a vederla, perché è al centro della città, perché è enorme e minacciosa, ingombrante e quasi indimenticabile.

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