Questioni di Frontiera
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Sabato 23 Settembre 2017 | 1:58

iraq-iran-odometer2di Maria Teresa Lenoci. Il termine “neocon” è un’abbreviazione della parola “neoconservatorismo” e sta a indicare il movimento politico nato negli Stati Uniti d’America dall’ideologia di un manipolo di pensatori delusi dal modo di fare politica della sinistra, e soprattutto della New Left, il movimento di contestazione studentesca per i diritti civili degli anni ‘60. Leggenda vuole che il movimento sia nato nella caffetteria del City College di New York, verso la fine degli anni Trenta, dove un gruppo di giovani intellettuali ebrei, compagni di studi, si incontravano per dibattere sulle varie versioni del trotzkysmo. Questa è la loro storia.

Premessa. Sono stati definiti in tanti modi: “parassiti”, “un’infezione che ritorna”, gli “architetti del mondo”, la “nuova frontiera della destra americana”. Spesso si muovono nell’ombra e nonostante le tante cadute e i vari inciampi il fatto che restino vivi ancora stupisce. Non si sa quanti siano: c’è chi dice 64, chi 17, chi solo 6. Si passano la loro carica di padre in figlio quasi fosse ereditaria e la loro fede politica come una strana formula da tramandare solo oralmente. Hanno influito come nessun movimento politico moderno sulla cosa pubblica degli ultimi trent’anni e continuano ad espandersi. Per alcuni sono “cattivi e vendicativi”, per altri solo “un modello da ammirare”, in quanto restano fedeli al proprio credo e sempre pronti ad esercitare diritto di critica. Sono i neoconservatori, gli influenti membri di un movimento politico (il neoconservatorismo, appunto) che ha prodotto ferrati policy maker della cosa pubblica a stelle e strisce, una corrente a più riprese definita l’astro nascente della politica americana. Passati spesso e volentieri dalle stelle alle stalle e ritorno hanno subito una serie infinita di discese e risalite lungo la serie di parabole che è la loro intensa vita politica. Nonostante questo i neocon non hanno una teoria politica ben definita, ma piuttosto hanno subito delle mutazioni genetiche nel tempo come conseguenza dell’assestamento all’ambiente ed alla selezione naturale applicata dall’adattarsi della politica americana ai corsi e ricorsi storici. Spesso aspramente criticati, a volte fortemente lodati. La loro morte è stata già annunciata più volte e ancor più spesso smentita dai fatti. Ma cosa e chi sono veramente i neocon? In questo studio cercheremo di tracciarne un profilo il più possibile affidabile e dettagliato, con tutte le comprensibili difficoltà che incontra lo studioso che deve confrontarsi con qualcosa di posticcio e ancora non ampiamente definito.

1. Le origini della nuova destra americana. Il termine “neocon” è un’abbreviazione della parola “neoconservatorismo” e sta ad indicare il movimento politico nato negli Stati Uniti d’America dall’ideologia di un manipolo di pensatori delusi dal modo di fare politica della sinistra (e soprattutto della New Left, movimento di contestazione studentesca per i diritti civili sviluppatosi negli anni ‘60). La leggenda vuole che il movimento sia nato nella caffetteria del City College di New York, verso la fine degli anni Trenta, dove un gruppo di giovani intellettuali ebrei, compagni di studi, si incontravano per dibattere sulle varie versioni del trotzkysmo; il loro unirsi, come risposta alla minaccia mondiale del fascismo confluì poi nel movimento dei New Deal Democrats.  Negli anni della Guerra Fredda i neocon, pur disprezzando la caccia alle streghe intrapresa dal senatore Joseph McCarthy, criticarono la deriva a sinistra del partito democratico, sponsorizzando un nuovo corso che non facesse ricorso al sentimento amichevole nei confronti dell’Unione Sovietica.

Ma è negli anni ’60 che si radica questa nuova ideologia. Tre sono i fattori che fanno in modo che un gruppo di intellettuali ebrei americani decidano di allontanarsi dall’area liberal del Partito Democratico, e di creare un nuovo movimento politico, che da allora avrebbe continuato a cavalcare l’onda dell’attualità statunitense. Il primo fattore scatenante è stato la Guerra Arabo-Israeliana del 1967 che provocò l’isolamento di Israele all’Assemblea delle Nazioni Unite. Il secondo è la guerra del Vietnam che provocò il diffuso timore che gli Stati Uniti potessero ritirarsi dai loro impegni internazionali (anche nei confronti di Israele) schiacciati in un conflitto da cui risultò particolarmente difficile venir fuori. L’ultimo fattore è la rottura dell’alleanza tra gli ebrei americani e gli afroamericani nella lotta per i diritti civili, in cui fino ad allora avevano marciato insieme. La somma di questi tre fattori ha provocato il disincanto di un gruppo di ebrei americani verso le politiche della madrepatria nei confronti di questioni delicate come l’influenza delle Nazioni Unite e il Terzo Mondo. Per questo Irving Kristol, uno dei padri fondatori del movimento ha descritto un neoconservatore come “un liberal che è stato rapinato dalla realtà.”  Questo gruppetto di ideologi decide di mettersi assieme e, come vedremo, di cambiare le sorti degli Usa utilizzando una sottile azione di lobbying (tanto che Kristol ha sempre negato l’esistenza del neoconservatorismo, come movimento ben definito).

Nei primi anni Settanta i neoconservatori si distinguono sulla scena politica americana perché condividevano con la sinistra lo strenuo sostegno del welfare state, ma erano al tempo stesso fortemente anticomunisti e perciò in questo allineati con la politica estera del presidente repubblicano Nixon. L’interessamento particolare nei confronti della politica estera gli è valsa la definizione di “architetti del mondo”. Il neoconservatorismo può essere definito una “propaggine eretica del liberalismo”  che fa appello agli stessi valori e ha molti obbiettivi comuni con esso, come ad esempio la pace e l’uguaglianza razziale. Ma le politiche liberali del disarmo e delle azioni positive secondo i neoconservatori hanno minato il raggiungimento di questi obiettivi. Per questo in breve tempo gli eretici sono diventati i più acerrimi nemici del liberalismo. Il neoconservatorismo si è da subito distinto in due correnti: una centrata su questioni di politica interna e sull’interesse pubblico (in particolare sul riesaminare gli intenti della “Great Society” del 1960 e sullo stato sociale nel complesso), l’altra su questioni di politica estera e sulla guerra fredda. La prima si riuniva attorno al trimestrale fondato da Irving Kristol, The Public Interest, la seconda pendeva dalle labbra della rivista Commentary di Norman Podhoretz.

La prima voce autorevole del neoconservatorismo, però, fu Henry M. “Scoop” Jackson, senatore dello stato di Washington, democratico fortemente anticomunista e presidente del Senate Armed Service Committee, la commissione del Senato che controlla la politica militare statunitense, compreso il Dipartimento della Difesa, della Ricerca e dello Sviluppo militare e tutto il giro di potere che ad esso è correlato. Nei primi anni ’70 i neoconservatori formano una coalizione: la Coalition for a Democratic Majority stringendosi attorno al senatore Jackson. Verso la metà degli anni ’70 la Cdm si allea per la prima volta con la destra repubblicana di Donald Rusmfeld (all’epoca segretario dalla difesa di Gerald Ford). Il patto deriva dall’intenzione di “sabotare i tentativi del segretario di stato Henry Kissinger di negoziare accordi di vasta portata per la limitazione strategica degli armamenti”  insieme a un’ulteriore distensione nei confronti dell’Unione Sovietica. Inoltre assieme a Rumsfeld crearono il “Team B”, un gruppo di esperti di strategia (tra cui Paul Wolfowitz, che ritroveremo più avanti) che avrebbe dovuto rovesciare il giudizio troppo benevolo che la Cia nutriva nei confronti delle intenzioni russe. Il Cdm appoggiò la candidatura presidenziale di Jackson, poi fallita, sia nel 1972 che nel 1976. A fare affari con l’Unione Sovietica, come predicava Kissinger, che vedeva la Russia come un’altra potenza con cui instaurare un rapporto bilaterale più che come un nemico, i neocon non ci pensavano proprio. Eppure una parte dei conservatori appoggiavano Kissinger. Questi erano detti “realisti”, perché concentrati sugli interessi statali e non sulla battaglia di ideologie preferita dalla corrente emergente neocon (per questo detti “idealisti”).

Con l’elezione di Jimmy Carter, nel 1977, i neoconservatori si preoccuparono della forte importanza data dal futuro presidente nella campagna elettorale alla promozione dei diritti umani e alla distensione nei confronti dell’Urss. Il Cdm diventato nel frattempo Cpd (Committee on the Present Danger) portò avanti una “filosofia unilaterale di mantenimento del potere attraverso la forma militare”, al contempo puntando tutto sulla strenua difesa di Israele (e quindi sulla necessità di inviargli aiuti militari). I neoconservatori e i repubblicani che componevano il Cdp erano legati e appoggiati all’industria della difesa, il principale e maggior beneficiario di una nuova corsa agli armamenti. Al contempo i neoconservatori strinsero amicizia con la destra cristiana preoccupata per la perdita dei valori tradizionali dettata dall’elite liberale e la deriva  verso un eccessivo relativismo culturale. La maglia dei neoconservatori si infittisce quando stringono alleanze anche con il governo israeliano del Likud. Un doppio filo quello con i cristiani americani da un lato e con il Likud dall’altro per cui i neocon iniziarono ad attirarsi le prime critiche.

Nel 1979 il Cpd raccoglie un altro membro, Ronald Reagan che di lì a due anni diventerà Presidente. “Appena eletto Reagan nomina 33 membri del Cpd nella sua amministrazione, più di 20 dei quali in posizioni legate alla sicurezza nazionale. Coloro che non entrarono nell’amministrazione crearono il Committe for the Free World, presieduto dalla neoconservatrice Midge Decter (moglie di Norman Podhoretz) e da Donald Rumsfeld , lanciarono una campagna per promuovere l’aggressiva politica militare dell’amministrazione Reagan, la Strategic Defense Initiative (conosciuta anche come il programma “Guerre Stellari”) e la cosiddetta “Dottrina Reagan”, che sponsorizzava i gruppi ribelli che cercavano di rovesciare governi del Terzo Mondo, incluso l’Afghanistan, l’Angola e il Nicaragua.”

Verso la metà degli anni ’80 una nuova generazione di neocon (Elliot Abrams e Carl Gershman) decise di non appoggiare nessun tipo di dittatura e l’amministrazione finanziò indirettamente la caduta dei regimi cileno e filippino. I risultati di questo coinvolgimento non tardarono ad arrivare. Reagan abbandonò la politica dell’equilibrio delle forze con l’Urss e passò ad un militarismo aggressivo, spalleggiato dai think tank neoconservatori. Ma a fine mandato i neoconservatori rimasero delusi dai rapporti che Reagan intrattenne con il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov e lasciarono il governo. Nel 1989 con l’avvicendamento tra Reagan e George Bush Sr solo il segretario alla Difesa Dick Cheney  (il famoso vicepresidente di Bush figlio) confermò l’incarico a due necon: Paul Wolfowitz, sottosegretario per le Politiche, e I. Lewis “Scooter” Libby, suo vice.

Con il crollo dell’Unione Sovietica i neocon non si scoraggiarono, nonostante prematuramente Podhoretz nel 1990 li reputi uccisi da questa vittoria sul comunismo, per mancanza di questioni in politica estera su cui prendere posizione. Ma i falchi neocon erano già pronti ad andare avanti e proposero di sfruttare l’opportunità e rimodellare il mondo a immagine e somiglianza degli Usa. In questo intento si scontrarono con i cosiddetti “paleoconservatori” guidati da Pat Buchanan che aberravano una guerra contro l’Iraq. I neocon non vedevano di buon occhio la deferenza con cui Bush padre trattava gli organismi multilaterali. Alla guida del Dipartimento della Difesa, però, c’erano due esponenti dei neocon che spinsero affinchè si prevenisse il riemergere di un nuovo rivale, con una politica estera forte e giustificando così azioni preventive contro paesi che stavano sviluppando armi di distruzione di massa. I due, William Kristol, figlio di Irving (editore di uno dei principali giornali neocon, “The National Interest”, da lui fondato nel 1985, ex trozkista, forte sostenitore di un ruolo imperiale degli Usa durante la guerra in Vietnam) e Robert Kagan, si attirarono molteplici critiche e furono messi a tacere.

Verso la metà degli anni ’90 neocon, conservatori sociali ed esponenti della destra tradizionale cristiana crearono il Project for the New American Century (Pnac) “con l’intento dichiarato di promuovere e mobilitare sostegno alla leadership globale dell’America.” Il Pnac mise sotto pressione il presidente Bill Clinton, che però non condivideva il loro modo di vedere le cose e aveva altro a cui pensare sul fronte della politica interna e dei problemi causati dalla globalizzazione (cambiamento climatico, diffusione dell’Aids, ecc). Ma i fondatori del Pnac, William Kristol e Robert Kagan non si arresero e la loro occasione arrivò con le elezioni presidenziali del 2000 e l’avvento di Bush figlio. Ma fu soprattutto l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 che diede ai neocon il pretesto per realizzare quello che avevano tanto auspicato nel decennio precedente. La messa in atto di un’ambizione mirata a fare dell’America l’unica superpotenza mondiale era, infatti, alle porte.

1.1 Identità atlantica: il pensiero neocon. I neocon hanno quattro principi fondamentali. Innanzitutto sono moralisti convinti: hanno sempre criticato atti di aggressione compiuti da qualsiasi tipo di dittatore (Hussein, Milosevic, Stalin). In secondo luogo come i liberali sono internazionalisti e non solo per motivi morali. In terzo luogo credono nell’efficacia dell’uso della forza militare. E infine credono nell’esportazione della democrazia, una democratizzazione legata a doppio filo con la violazione dei diritti umani sin dall’epoca Reagan.

Thomas Donnelly in “Rebuilding America’s Defence” (uno dei testi che sarà poi alla base della cosiddetta Dottrina Bush ) scrive: “secondo qualunque metro politico, economico, militare, culturale, ideologico, di potere nazionale, gli Stati Uniti non hanno rivali, non solo oggi nel mondo ma, si potrebbe sostenere nella storia umana.”  Per questo l’America ha la responsabilità morale di mantenere la pace nel mondo ed espandere il dominio dei principali valori americani anche, se necessario, attraverso interventi militari mirati a promuovere i “cambiamenti di regime”, prima che gli “stati canaglia” minaccino l’America e i suoi alleati. Una convinzione questa che affonda le radici nel pensiero puritano che giustificò anche la colonizzazione del Nuovo Mondo.

Dal punto di vista della politica estera, perciò, “i neoconservatori s’inseriscono nella tradizione dell’internazionalismo conservatore tipico del pensiero di Theodore Roosevelt , di cui i neoconservatori riconoscono esplicitamente l’influenza ideologica.”  L’internazionalismo conservatore a sua volta s’inserisce in una tendenza internazionalista che proprio per portare a termine la missione redentrice, animata dal senso di superiorità degli Usa, predilige l’intervento nelle questioni internazionali per esportare la democrazia e la libertà. “Roosevelt immaginava un mondo in cui “le nazioni civilizzate” si sarebbero assunte l’onere di impedire “illeciti cronici” che allentassero “i legami della società civilizzata”.”  I neocon, però, vanno ancora oltre Roosevelt e sostengono la necessità degli interventi preventivi derivanti dalle minacce terroristiche internazionali che si concretizzano in quei regimi tirannici in cui trovano rifugio i terroristi. Questi regimi, fondati sull’oppressione e sulla violenza, potrebbero sentirsi minacciati dai valori positivi di cui gli Usa si fanno portatori e perciò tentare di nuocere a questi ultimi per dimostrare quanto siano vulnerabili. Per impedirlo gli Usa devo intervenire preventivamente promuovendo il “cambiamento di regime”.

Molti ritengono che questa teoria neocon derivi dal pensiero di Leo Strauss. Filosofo tedesco di origini ebraiche emigrato negli Usa alla vigilia dell’ascesa al potere di Hitler, Strauss sosteneva che: “la democrazia […] espansionista per natura, potrebbe dover affrontare la tirannia facendo ricorso all’uso della forza.”  La democrazia deve essere esportata, secondo Strauss, perché il mondo per le democrazie occidentali sia finalmente sicuro.

Il filo comune che ha influenzato la visione della politica estera resta comunque l’Olocausto e l’incapacità che le democrazie hanno dimostrato nei riguardi della crescente minaccia tedesca, ratificata da una dannosa politica di appeasement nei confronti di Hitler.  Ovviamente la stessa politica portata avanti nei confronti di Saddam Hussein infervorava molto i neocon. Essere percepiti all’estero come deboli per i neocon significava tornare alle scelte sbagliate compiute dai vertici europei contro il nazismo negli anni ’30. Per evitare il ripetersi della storia la necessità era quella di dotarsi di un apparato militare senza rivali.

Queste premesse secondo i neocon avrebbero aiutato gli Usa a sfruttare la situazione in Iraq per trasformare la supremazia nel mondo unipolare emersa dalla fine della Guerra Fredda in “un’era unipolare.”  Da questo punto di vista gli Stati Uniti non possono accettare i vincoli imposti dalle istituzioni internazionali (nei confronti dell’Onu i neocon nutrono una diffidenza storica che si potrebbe far risalire al 1967). L’uso della diplomazia e gli accordi bilaterali di cui spesso si avvalgono le nazioni europee fanno parte di una visione utopistica, postnazionale e di una pace perpetua kantiana che i neocon rigettano. Questo non impedirebbe, però, il ricorso in caso di necessità ad una “coalizione di volenterosi” con obiettivi  e azioni comuni decise dagli alleati che si forniscano assistenza a vicenda in casi estremi, come quello dell’Iraq.

Da questo momento in poi parte lo “scontro fra civiltà” che scatenato contro Bin Laden finisce per prendere di mira il cosiddetto “Asse del Male”, capeggiato da Hussein. Una guerra giustificata anche come mezzo per la difesa di Israele, considerato “l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente”  la cui difesa della sicurezza è considerato dai neocon un dovere morale degli Stati Uniti. Ecco allora che la rimozione del regime di Saddam Hussein si trasforma solo nel primo dei passi necessari. “L’Iraq di Saddam Hussein non è mai stato il più minaccioso di questi paesi che appoggiano il terrorismo. Quel dubbio onore spetta all’Iran –dice Micheal Ledeen all’indomani della caduta del regime iracheno- […] Sarà impossibile vincere la guerra al terrorismo fino a quando i regimi di Siria e Iran rimarranno al potere”.

1.2 Dall’Afghanistan all’Iraq. La causa scatenante del successo delle idee neoconservatrici è l’11 settembre. Dopo questo drammatico avvenimento Bush, che fino ad allora aveva mantenuto un basso profilo su decisioni di politica estera, in un governo formato da pochissimi esponenti neocon (e nemmeno in posizioni rilevanti), cambia idea. Difficile nelle sua dichiarazione di guerra contro il terrore, non identificare delle matrici neocon, che identifica la nuova minaccia nel terrorismo islamico. Dopo l’11 settembre Bush elaborò la cosiddetta “Dottrina Bush” secondo la quale le nazioni che ospitano dei terroristi vanno considerate nemiche degli Usa. In un articolo del 15 ottobre del 2001, “The Case for American Empire”, sulla rivista conservatrice Weekly Standard, Max Boot sosteneva che “la risposta più realistica al terrorismo è per l’America abbracciare il suo ruolo imperiale.” Di questa visione si fanno portatori in primo luogo il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, e poi Condoleeza Rice, il Segretario di Stato subentrato a Colin Powel, e Dick Cheney, il Vicepresidente. La reazione subitanea fu l’invasione dell’Afghanistan, roccaforte dei talebani e simbolo della lotta al terrorismo. Ma mentre la questione Afghanistan fu un plebiscito, una decisione presa cavalcando l’onda dell’indignazione collettiva, i neocon che vedevano rinascere le loro aspirazioni iniziarono a spingere su altri fronti.

In una svolta significativa dentro il movimento neoconservatore, alcuni ex-sostenitori della realpolitik come il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che aveva sostenuto Saddam Hussein durante l’amministrazione di Ronald Reagan in quanto contrappeso all’Iran post-rivoluzionario, iniziarono a bombardare l’opinione pubblica utilizzando una retorica ideologica che paragonava Hussein a Stalin ed Hitler. Il Presidente George W. Bush impersonificava nei suoi discorsi il “grande male” con Saddam Hussein che “per la sua ricerca di armi spaventose, per i suoi collegamenti con gruppi terroristici, minaccia la sicurezza delle nazioni libere, comprese quelle europee.”

A questo punto è più che legittimo aprire una piccola parentesi sulla predilezione neocon nei confronti del tema “armi”. Mario Del Pero analizza il periodo in cui il neoconservatorismo si trova a cozzare contro il realismo continentale di Kissinger. A proposito delle spese militari Kissinger premeva per una riduzione; “nondimeno Jackson [Henry, detto “Scoop” ndr] e i suoi alleati si dimostrarono refrattari ad accettare questa realtà e continuarono a spingere affinchè si seguisse la linea del keynesismo militare. In questo caso, alle convinzioni politiche, e al timore di una prossima superiorità sovietica, si aggiungevano le esigenze elettorali. Jackson rappresentava lo stato di Washington, dove aveva sede la Boeing, una delle principali beneficiarie delle commesse federali nel settore della Difesa, anche grazie all’incessante azione di lobbying dello stesso Jackson.”  Questa lobbying dei produttori di armi rimarrà una costante per tutta la storia dei neocon.

Negli scritti di Paul Wolfowitz, Norman Podhoretz, Elliott Abrams, Richard Perle , Jeane Kirkpatrick, Max Boot, William Kristol, Robert Kagan, William Bennett, Peter Rodman ed altri neoconservatori influenti nel forgiare le dottrine di politica estera dell’amministrazione Bush, ci sono frequenti riferimenti alla politica di appeasement condotta nei confronti di Hitler a Monaco nel 1938, alla quale sono paragonate le politiche di deterrenza e contenimento applicate durante la Guerra fredda nei confronti dell’Unione Sovietica e della Cina. Mentre gli esperti di politica estera incentivavano le ispezioni da parte delle Nazioni Unite i neocon facevano pressione per l’utilizzo della forza.

“Se gli Usa non si fanno avanti, non accadrà nulla; neppure le ispezioni sulle armi. In altre parole, l’America è costretta ancora una volta a svolgere il ruolo del poliziotto globale.” La teoria del globocop, il gendarme planetario, è formulata da Max Boot e pubblicata sul Financial Times (agli sgoccioli della guerra i neocon lanciano moniti quotidianamente dalle colonne dei giornali più influenti) in un articolo, che porta la data del 17 marzo 2003, dal titolo emblematico: “America’s destiny is to police the world?”. Boot continua: “Il mondo ha davvero bisogno di un poliziotto? Ovviamente sì, perché il mondo è come l’enorme New York, solo molto più grande, e con una delinquenza molto più vasta e selvaggia. […] Gli scettici risponderanno che l’America ha un passato isolazionista e nessuna voglia di giocare a Globocop. Il parlamentare Jimmy Duncan, repubblicano del Tennessee, ha protestato: ‘È una posizione tradizionale dei conservatori non volere che gli Stati Uniti siano i poliziotti del mondo’, ma le dicerie sull’isolazionismo statunitense sono notevolmente esagerate. Fin dagli albori della repubblica, i commercianti, i missionari e i soldati americani sono penetrati negli angoli più remoti della Terra. L’America ha anche una lunga storia di azione militare all’estero. Nel 1904, il presidente Theodore Roosevelt ha dichiarato: ‘Gli illeciti cronici, o l’impotenza che comporta un allentamento dei legami della società civilizzata, potrebbero infine richiedere l’intervento di una nazione civilizzata.’ […]

Sfortunatamente, il lavoro di un poliziotto non finisce mai. Anche quando ci saremo liberati del signor Hussein, altre tirannie, come la Corea del Nord e l’Iran, continueranno a minacciare la pace mondiale.” In realtà quella del poliziotto globale è una teoria che appare già nel 1991 in un documento confidenziale redatto da Wolfowitz (che spingeva per portare la Guerra del Golfo fino a Baghdad) e Libby, il Defense Planning Guidance, che gettava le basi di una grandiosa strategia militare. Nel documento si legge: “Sebbene gli Stati Uniti non possano diventare i ‘poliziotti’ del mondo, assumendosi la responsabilità di riparare a tutti i torti, ci assumeremo la responsabilità di occuparci in modo selettivo di quei torti che minacciano non solo i nostri interessi, ma quelli dei nostri alleati o amici.” Quando il Dpg venne fatto trapelare sui media si attirò una serie infinita di critiche e i due redattori (gli unici due neocon dell’amministrazione Bush senior) rischiarono di perdere il posto. Il militarismo esagerato di questo gruppo di pensatori ha sempre destato polemiche tra i pezzi grossi della difesa statunitense, che a più riprese hanno fatto notare che la maggior parte dei componenti del movimento non ha mai prestato servizio militare riuscendo a evitare la chiamata alle armi durante la guerra in Vietnam.

Spingendo sulla presunta presenza sul suolo iracheno di armi di distruzione di massa, sulle violazioni delle no-fly zones e dei diritti umani, sulla necessità dell’instaurazione della democrazia, Bush e i neocon riescono a fondare la famosa “Coalizione dei volenterosi”, una collezione di paesi alleati favorevole all’invasione dell’Iraq, che il 20 marzo 2003 irrompe nel paese. In tre settimane gli americani riescono a conquistare Baghdad, ma in realtà il processo di pacificazione si è dimostrato molto più difficile del previsto da raggiungere e nonostante in Iraq si siano svolte le elezioni la situazione ancora oggi non si è normalizzata. Come sappiamo, per la guerra in Afghanistan è andata peggio, dato che il conflitto si può dire non sia mai terminato. Entrambe le guerre hanno causato gravissime perdite economiche e umane agli Usa e non pochi guai ai necon. Profetica questa dichiarazione di Pat Buchanan del 2003: “Sono stati i neoconservatori che hanno venduto a questo paese l’idea che l’Iraq avesse un enorme arsenale di armi di distruzione di massa, che l’Iraq fosse coinvolto nell’11 settembre, che Saddam Hussein avesse legami con al-Qaeda, che la guerra sarebbe stata una ‘passeggiata’, che saremmo stati accolti come liberatori, che la guerra avrebbe provocato una rivoluzione democratica in Medio Oriente. Se la panna dovesse inacidirsi, i neoconservatori verranno accusati di averci ‘portato’ in guerra con le menzogne.”  Il visionario modo di vedere le cose neoconservatore è stato criticato duramente da più fronti. I neocon si sono eclissati per qualche anno, tanto che molti studiosi credevano il movimento defunto. L’eredità lasciata agli americani dalla guerra in Iraq si fa sentire ancora oggi, finchè il termine “neoconservatore” non ha assunto una connotazione negativa e spregiativa ed è stato usato per identificare la politica estera aggressiva di Bush.

La spaccatura all’interno del conservatorismo si è fatta profonda: da un lato i neoconservatori, tacciati di aver spinto George Bush al conflitto, dall’altro i paleoconservatori isolazionisti che da sempre si oppongono alle guerre intraprese dagli Usa. Finchè nel 2009 non si è affacciato alla soglia della politica americana un nuovo movimento, questa volta ultraconservatore, che si chiama Tea Party Movement  e propone una forte riduzione della spesa pubblica e delle tasse, impersonificato nella ex candidata alla vice presidenza nel 2008, Sarah Palin (aiutata a diventare un fenomeno politico proprio dal figlio di Irving Kristol, Bill). E allora le idee neocon che per la rivista Foreign Policy ormai “giacciono sepolte nelle sabbie irachene” hanno rifatto capolino. Il pensiero neocon potrebbe essersi trasferito in quello del Tea Party, ma in realtà per alcuni non è mai finito e continua a premere dalle pagine delle sue riviste e attraverso i suoi pensatoi sulle questioni della politica americana, soprattutto estera, cercando sempre nuove minacce alla superemazia americana, come ad esempio l’Iran di Ahmadinejad. Ma per alcuni studiosi i neocon hanno intenzione di spingersi ancora più in là e puntare alla conquista dell’Europa, lavorando sottobanco ad una strategia per spaccarla dall’interno. Lo stesso Robert Kagan nel 2003 nel libro “Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale” paragona gli Usa a Roma, proiettati a dominare il mondo per i secoli a venire, e l’Europa alla Grecia sopraffatta dalle sue stesse divisioni interne. Nei confronti di quest’ultima i neocon mostrano un certo disprezzo, data l’incapacità, essendo un’entità politica a più teste, di riuscire negli intenti comuni di difesa dei diritti umani, lasciando che alla fine della fiera siano sempre gli Usa a sporcarsi le mani. Per gli apocalittici i neocon mirano a costruire un impero statunitense sul mondo, prendendosi la rivincita sulla Russia con la costruzione del fantomatico gasdotto “Nabucco” , che scavalchi il monopolista sul fronte energetico, e costruendo una “Grande Asia Centrale” dalle rovine delle guerre afgana e irachena, aggirando la pericolosa minaccia cinese.

2. Principi e caratteristiche del pensiero neocon. “Il catalogo delle idee dei neocon è questo: unilateralismo interventista degli Stati Uniti (definito anche internazionalismo conservatore); ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite; idea della missione redentrice degli Usa; assolutismo morale e idea della preminenza dei valori ‘americani’ in un’ottica di scontro delle civiltà; stretto legame tra le sorti di Israele – considerato l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente – e la politica estera statunitense; in relazione all’istituzione della Corte Penale Internazionale, nozione della indiscutibilità della sovranità statunitense in tutte le sue espressioni; disprezzo nei confronti dell’Europa (in sostanza, il loro discorso è: gli europei parlano di difesa dei diritti, ma quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa); politica ‘ostile’ nei confronti di Paesi antagonisti (la Cina in primis).”

Ma oltre alle questioni di politica estera, alla visione manichea del mondo e allo sciovinismo, i neocon premono anche molto sulle questioni “domestiche”. Innanzitutto non simpatizzano per il “big government” e sono ostili verso l’influenza della religione nella politica e nel governo. Sono consapevoli del potere che un governo forte ha sulle masse, ma una cosa pubblica troppo invadente è da loro sempre deprecata (fece propria questa teoria soprattutto Ronald Reagan durante il suo mandato; nel discorso di insediamento del 1985 disse di aver iniziato nel primo mandato a “ridurre le dimensioni del governo e la sua ingerenza nella vita delle persone” e di voler continuare sulla stessa linea). Mentre tutto il mondo li ha ribattezzati neocon loro amano definirsi liberal . I primi neocon, infatti, erano fondamentalmente liberal, strenui ammiratori di Franklin Delano Roosevelt.

In contrasto con i conservatori tradizionali i neoconservatori sono a favore del globalismo, alla minimizzazione delle istanze religiose e delle differenze, ed è improbabile che si oppongano attivamente all’aborto e all’omosessualità. Sono in disaccordo con i conservatori su questioni come le richieste degli insegnanti, la separazione dei poteri, l’unità culturale e l’immigrazione perché sostengono la necessità di una minore invadenza dello stato nella cosa pubblica, una migliore qualità dell’istruzione e difendono il diritto alla vita.

Irving Kristol dice: “In precedenza, democrazia significava una forma di regime politico intrinsecamente turbolento, con “ricchi” e “poveri” impegnati in una lotta di classe senza fine e profondamente distruttiva. […] Presupposto base del neoconservatorismo è che, come conseguenza della diffusione della ricchezza tra tutte le classi sociali, una popolazione di proprietari e contribuenti diverrà, col tempo, sempre meno vulnerabile di fronte alle illusioni egualitaristiche e ai richiami demagogici, e sempre più interessata alle questioni economiche fondamentali.”  Sempre Kristol spiega come i neoconservatori trovino “una guida intellettuale nella saggezza democratica di Tocqueville.” “Ma” –continua il padrino del movimento neocon – “nell’Amerca di oggi i neoconservatori si sentono a proprio agio solo fino a un certo punto. Il continuo declino della nostra cultura democratica, che affonda a livelli di volgarità sempre peggiori, unisce i neoconservatori con i conservatori tradizionali, ma non con quei conservatori livertari che sono conservatori in campo economico ma in nessun modo interessati alla cultura. Il risultato è un’alleanza alquanto inaspettata tra i neoconservatori, tra i quali figurano un buon numero di intellettuali laici, e i tradizionalisti religiosi. Sono schierati insieme su questioni che riuardano la qualità dell’istruzione, i rapporti tra Chiesa e Stato, la regolamentazione della pornografia e così via, tutte cose considerate pienamente degne dell’attenzione del governo. Poiché ora il partito repubblicano ha una base elettorale sostanziale tra le persone religiose, tutto ciò dà ai neoconservatori una certa influenza e persino un certo potere. E siccome in Europa il conservatorismo religioso si trova in una posizione di estrema debolezza, anche i neoconservatori sono troppo deboli.” I neocon, inoltre, favoriscono uno stato forte e attivo negli affari mondiali.

I neoconservatori tendono a minimizzare o a sopravvalutare il significato delle credenze religiose nei conflitti e nella politica, così come nel sostenere l’installazione della democrazia nei paesi musulmani, con poco riguardo per le credenze e le pratiche islamiche. Sulla questione religiosa furono in partenza influenzati dalla dichiarazione di Strauss che diceva: “Una società secolarizzata è la peggiore cosa possibile perché porta a individualismo, relativismo e liberalismo, proprio quei tratti che possono favorire il dissenso che a sua volta potrebbe indebolire pericolosamente la capacità della società di far fronte alle minacce esterne.”  I neoconservatori appoggiano una fede idealistica nel progresso sociale e nell’universalità dei diritti umani, unita all’anti-comunismo. Sostengono che vi è un desiderio universale di vivere in una società tecnologicamente avanzata e prospera e che la democrazia liberale è uno dei sottoprodotti dell’ammodernamento. Le posizioni dei neoconservatori sulle questioni sociali sono mescolate con alcune partecipazioni finanziarie con le posizioni dei libertarian  su problemi sociali, ed è improbabile che si accordino con i conservatori religiosi su questioni come l’aborto, la preghiera a scuola e il matrimonio omosessuale. Altri neoconservatori più straussiani tendono ad andare più d’accordo con i conservatori religiosi e culturali sulle questioni sociali. I neoconservatori si differenziano dai Libertarian in quanto i neoconservatori tendono a supportare la politica del “big government” per raggiungere i propri obiettivi.

Rispetto ai conservatori i neoconservatori tendono a prestare maggiore attenzione in materia di cultura e tutto ciò che concerne i mass media, la musica, l’arte, la letteratura, il teatro, il cinema e più recentemente la tv e Internet, perché credono che una società si definisce ed esprime i suoi valori attraverso questi mezzi. Per i neocon la società contemporanea è afflitta da una deriva amorale, testimoniata dalla diffusione di film, videogiochi e programmi tv sessualmente espliciti, musica pop che è piena di oscenità (anche per questo hanno sempre premuto per una maggiore regolamentazione in termini di pornografia). La consuetudine che uomini e donne non sposati vivano insieme e abbiano dei figli per i neocon è una espressione di questa pericolosa deriva. Questi comportamenti sono indicatori della profonda crisi culturale che affligge la civiltà occidentale. L’Illuminismo così come la controcultura diffusasi negli anni ‘60 hanno messo in discussione la religione e i valori dipingendoli come antiquati, irrilevanti e reazionari. L’uomo moderno non ha un senso per cui vivere e perciò si rifugia nell’uso smodato di farmaci, alcool e violenza. La religione è l’unico collante sociale, anche se non mancano casi di fanatismo ed estremismo. Per questo i neoconservatori credono nel principio della separazione tra Chiesa e Stato, come sancito nel primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Un principio che però il liberalismo moderno ha perseguito all’estremo, bandendo la religione dalla vita pubblica. Ovviamente tramite l’appoggio alle istanze dei tradizionalisti religiosi il neoconservatorismo acquisisce moltissimo potere e una certa influenza.

I neoconservatori ritengono inoltre che l’ideale liberale moderno di diversità culturale, o multiculturalismo – il principio non solo di tollerare ma anche di rispettare le diverse religioni e culture e incoraggiarle a coesistere armoniosamente – tende a minare la cultura di qualsiasi paese cerchi di metterla in pratica. Dal punto di vista culturale, infatti, sono abbastanza conservatori e oltre a deprecare l’eccessivo relativismo morale della società contemporanea sostengono che la guerra culturale abbia dimensioni globali e minacci l’intera civiltà giudaico-cristiana. Le basi per questa convinzione furono gettate quando i neoconservatori iniziarono a stringere legami con la destra cristiana e i “conservatori sociali” molti dei quali erano identificati con la cosiddetta “New Right” preoccupata per la caduta dei valori culturali per mano dell’elite liberale. Il conservatorismo sociale tra l’altro porta avanti lotte strenue contro l’aborto, l’eutanasia e il matrimonio gay, proponendo invece politiche generose nei confronti della famiglia, considerata la cellula fondamentale della società. Questa corrente politica sostiene una riaffermazione dei valori cristiani come fondamento dell’Occidente in uno scenario che vede l’espansione dell’Islam. L’eventuale declino dei valori cristiani viene vissuto come una potenziale minaccia in quanto porterebbe alla scomparsa del modello culturale occidentale basato sulla democrazia e sulla libertà.  In questa prospettiva si possono trovare delle analogie con il pensiero di Leo Strauss in tema di scrittura reticente, una teoria di filosofia politica che si oppone al positivismo e rilancia la tesi della superiorità degli antichi sui moderni. Infatti per Strauss cultura e moralità sono un prodotto dei filosofi e che solo il filosofo legislatore è colui il quale si può occupare di giustizia.

I neocon in politica economica propongono un taglio netto delle aliquote fiscali per stimolare sviluppo e crescita, di cui Irving Kristol ha gettato le basi: “Una ‘nuova’ economia sta sorgendo. Basata sulla critica delle teorie keynesiane avanzate dalla scuola monetarista, successivamente rielaborata (in modo piuttosto eterodosso) nelle opere di economisti come Robert Mundell ed Arthur Laffer, e vigorosamente pubblicizzata da Jude Wanniski del The Wall Street Journal e dal Rappresentante al Congresso Jack Kemp, si trova ancora in stato embrionale e il mondo non ne ha ancora propriamente realizzato l’esistenza. […] Si utilizzano gli apici per il termine ‘nuova’ poiché in verità gran parte della ‘nuova’ economia è piuttosto vecchia – vecchia quanto Adam Smith, si può dire. Si concentra sulla crescita economica, piuttosto che sul concetto di equilibrio e disequilibrio, e vede la crescita seguire una libera risposta del libero mercato agli incentivi economici (ad esempio gli investimenti, il lavoro duro, eccetera) […] al momento e nelle presenti circostanze, gran parte dell’enfasi è posta dalla ‘nuova’ economia sulla necessità di un taglio sostanziale ed orizzontale alle tasse, poiché è l’alto livello di tassazione che impedisce l’aumento degli incentivi.”

I neocon aborriscono la concentrazione dei servizi erogati dallo stato tipica del welfare state. Come diceva Irving Kristol nel 1976: “I nostri esperti di urbanistica, i pianificatori e gli scienziati sociali in generale […] sono persone convinte del fatto che, se impiegati a tempo pieno ed adeguatamente finanziati, potranno con successo mettere a frutto quell’arte che renderà tutti più sani, più ricchi e più felici. Il Congresso ha prestato loro ascolto, ed ha formulato la legislazione seguendo i loro progetti; ora ci è stato presentato il conto. Sono queste attività – nell’ambito dell’istruzione, del risanamento urbano, dell’igiene mentale, del welfare – a costituire le escrescenze dello Stato sociale propriamente concepito. Sono questi i programmi che, oltre ad essere inefficaci e richiedere una burocrazia sterminata ed incomprensibile, disonorano lo Stato sociale.”

I neocon ritengono che i mercati sono un efficiente luogo in cui allocare beni e servizi. Non sono sostenitori strenui del capitalismo del libero mercato. Come ha osservato Kristol il capitalismo merita due urrà, non tre, perché il suo carattere innovativo produce sconvolgimenti sociali quasi costanti. Il capitalismo, infatti, presuppone contraddizioni culturali perché incita a risparmiare e a investire al tempo stesso e attraverso tecniche pubblicitarie e di marketing incoraggia a spendere e a non prestare attenzione al futuro. Il capitalismo non regolamentato, crea grande ricchezza accanto a condizioni di estrema povertà, premia alcuni e lascia indietro altri. Per questo può creare le condizioni che causano il conflitto di classe, disordini e instabilità politiche. Per ridurre queste disparità i neocon sostengono l’imposta sul reddito, l’imposta di successione, il moderno stato sociale e altri strumenti mediante i quali si potrebbe coprire con una rete di sicurezza sociale i membri meno fortunati della società. Al tempo stesso i neocon sostengono che i programmi di assistenza sociale possono e spesso creano dipendenza e compromettono l’iniziativa individuale. Tali programmi dunque dovrebbero mirare a fornire solo assistenza temporanea o di breve durata. L’obiettivo dei programmi sociali e della politica fiscale non dovrebbe essere livellare le differenze tra gli individui e le classi. I neocon sostengono di favorire l’equità di opportunità, non la parità di risultati. Per questo ritengono che il welfare state debba essere ridimensionato, perché con il tempo è divenuto troppo grande e troppo generoso. Per questo a metà degli anni ’90, proposero il programma “workfare” che prevedeva di spostare le persone che beneficiavano delle misure del welfare in una lista di forza lavoro da cui attingere. La regolamentazione del welfare attraverso forme di associazionismo più o meno esistenti non è che una delle proposte di politica economica che i neoconservatori hanno portato avanti. Con la politica economica reaganiana, infatti, condividono alcuni principi fondamentali: innanzitutto la teoria della supply side economy, che enfatizza il ruolo dell’offerta nello stimolare la crescita economica; quindi ovviamente spingono per l’incremento delle spese militari e, inoltre, di concerto hanno sempre preso posizione a favore della costruzione dello scudo spaziale, dati gli interessi economici e geostrategici che esso mette in campo.

3. I think tank e la pressione sull’opinione pubblica. “Negli anni Ottanta, i neocon entrarono nel mondo delle fondazioni di destra e, grazie ai finanziamenti che portavano con loro, si impossessarono dell’establishment intellettuale del Great Old Party, costruendo contemporaneamente, a loro esclusivo vantaggio, un’elaborata infrastruttura istituzionale meglio finanziata – e più militante e monocromatica – di qualunque istituzione analoga sia schierata a sinistra. Questa struttura ha come epicentro l’American Enterprise Institute, ma si irraggia lontano fino a raggiungere istituzioni quali l’Hudson Institute (rifugio di due neocon rimasti ammaccati sotto l’amministrazione Bush, Douglas Feith e I. Lewis “Scooter” Libby) e la Fondazione per la difesa delle democrazie, diretta dal neocon Clifford May. Persino il Council on Foreign Relations, istituzione vecchio stile dell’establishment che incarna proprio quei valori – diplomazia, moderazione, rispettabilità – tanto aborriti dai neocon, offre rifugio a due di loro: lo storico militare Max Boot ed Elliott Abrams, il funzionario di Stato ai tempi delle amministrazioni Reagan e Bush che venne giudicato colpevole di aver mentito al Congresso in merito allo scandalo Iran-contras (Bill Kristol, all’epoca capo dello staff del vicepresidente Dan Quayle, aiutò Abrams ad avere il perdono presidenziale).”

Il discorso sui think tank  neocon è complesso e articolato, in quanto sono davvero molti i gruppi di interesse nati sulle solide fondamenta del pensiero neoconservatore.  Come si era intuito l’AEI (American Enterprise Institute) può essere considerato uno dei bastioni della destra neoconservatrice. Fondato nel 1943, ha sede a Washington e ha esercitato una notevole influenza nei circoli politici statunitensi. I maggiori esponenti neocon sono resident fellows all’Aei: Thomas Donnelly, Jeane Kirkpatrick, Irving Kristol, Joshua Muravchick e Richard Perle. Durante la guerra fredda questo think tank ha criticato aspramente la politica di distensione sostenuta dai realisti nei confronti dell’Urss. Anche Bush ha ammesso candidamente nel 2003 di fare ricorso ai cervelli dell’Aei per portare a termine le sue strategie.

Punta di diamante del movimento neocon è il Project for the New American Century. Gruppo di pressione fondato nel 1997 da un manipolo di influenti personaggi della destra americana (neocon, rappresentanti dell’industria militare, esponenti della destra tradizionale e cristiana) punta a “mobilitare sostegno a favore di una leadership globale degli Stati Uniti”. Molti dei firmatari della dichiarazione dei principi del Pnac hanno ricoperto cariche di alto livello nell’amministrazione Bush. Presieduta da William Kristol, editore del Weekly Standard, conta tra i suoi membri e sostenitori tutti i più importanti rappresentanti del movimento neocon. Non produce spesso pubblicazioni proprie, quindi non si può considerare un vero e proprio think tank, ma tutti i suoi affiliati appartengono a pensatoi di destra. Il Pnac è ospitato nelle sedi dell’Aei e auspica ad un “ritorno a una politica reaganiana di potere militare e lucidità morale.”

L’Hudson Institute, come già detto, è un altro influente think tank neoconservatore. Tra i suoi membri anche Norman Podhoretz, uno dei padri del movimento neoconservatore e Meyrav Wurmser (direttrice del Centro per le politiche mediorientali). Tra i suoi associati Francis Fukuyama . Vanta diversi programmi di ricerca su politiche economiche, di sicurezza e di welfare. Organizza seminari e conferenze sulla politica estera statunitense. Risale al 1973 il Jinsa (Jewish Institute for National Security Affairs) rivolto a rafforzare i legami tra comunità politica e militare statunitense e quella israeliana. Mantiene stretti rapporti con i neocon di cui sposa tutte le tesi sulla politica estera e militare. Nel suo Advisory Board siedono Jeane Kirkpatrick, James Woolsey, Richard Perle. Promuove viaggi di studio in Israele e scambi tra funzionari del Pentagono e dirigenza politica israeliana. Cura diverse pubblicazioni tra cui l’Observer, trimestrale dedicato ai rapporti Israele-Turchia, e il Journal of International Security Affair, semestrale di affari internazionali che riflette la visione geostrategica neocon.

Dichiaratamente finalizzato alla promozione degli interessi americani in Medio Oriente il Middle East Forum (Mef) fu fondato nel 1990 da Daniel Pipes, che ne è anche il direttore. Pubblica Middle East Quarterly, Middle East Intelligence Bulletin, oltre che mettere a disposizione una lista di esperti da contattare per programmi tv e radio, seminari e conferenze sulle tematiche mediorientali. Inoltre offre l’esclusivo servizio del Campus Watch, un sistema di monitoraggio di scritti e lezioni fatti nei campus americani sulle tematiche mediorientali.  Americans for Victory over Terrorism (Avot) è un progetto lanciato nel 2002 da William Bennet, ex segretario dell’Istruzione nell’amministrazione Reagan. Finalizzato a “lanciare una campagna per difendere la guerra al terrorismo dell’America […] Avot porterà la sua campagna laddove ce n’è più bisogno, nei campus, nei seminari, sulle pagine editoriali e in altri canali tematici.” Avot in ebraico significa “saggezza dei padri” e si fa promotore di una visione della guerra al terrorismo basata sulla superiorità morale degli Usa. Tiene conferenze presso i più prestigiosi campus statunitensi, accolti non sempre favorevolmente soprattutto tra gli studenti contrari alla guerra. Tra i consiglieri anche James Woolsey, ex direttore della Cia (ai tempi di Bill Clinton, 1993-95) uomo molto vicino a Richard Perle e coinvolto in affari con la British Aerospace e la Titan Corporation.

Il Center for Security Policy (Csp) racchiude in un motto la sua missione: “Pace through Strength”. Fondato nel 1998, con sede a Washington, è specializzato nell’analisi di affari militari e della politica della difesa. Si rivolge alla comunità politica, alla stampa e all’opinione pubblica in genere. Il Csp è presieduto da Woosley ed è in stretto contatto con il Pentagono e con i principali appaltatori militari. Sempre Woosley tra i fondatori della Cdi (Coalition for Democracy in Iran), assieme a Micheal Ledeen nel 2001. Obiettivo dichiarato: mobilitare l’opinione pubblica e la comunità politica a sostegno di un intervento militare in Iran volto a promuovere un cambiamento di regime. Con sede a Washington, vanta forti legami con Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo shah iraniano. Ovviamente appoggia l’inclusione dell’Iran nel cosiddetto “Asse del Male” (assieme a Iraq e Corea del Nord) ed ha esercitato notevoli pressioni sul Congresso per l’approvazione dell’Iran Democracy Act, che avrebbe dovuto concedere aiuti finanziari ai gruppi dell’opposizione iraniana che volevano rovesciare il regime. È stato fondato nell’autunno del 2002, invece, il Committee for the Liberation of Iraq per “promuovere programmi e politiche per liberare il popolo iracheno dalla tirannia di Saddam Hussein.” Dopo l’invasione dell’Iraq ha cessato le sue operazioni che consistevano in articoli e pubblicazione dei propri membri (il gotha del neoconservatorismo: Robert Kagan, Jeane Kirkpatrick, Richard Perle, ecc) per premere sull’opinione pubblica sulla legittima invasione dell’Iraq.

Risale al 1976, invece, la fondazione dell’Ethics and Public Policy Center (Eppc), anello di congiunzione dei rapporti tra la destra cristiana e i neocon. Presieduta negli anni ’90 da Elliott Abrams, prima che questi assumesse la carica di direttore del National Security Council per il Medio Oriente, sostiene diversi progetti incentrati su politica estera, biotecnologie, Islam e rapporti tra media e religione. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre è stata creata la Fdd (Foundation for the Defense of Democracies) con la finalità di combattere il terrrorismo e promuovere la libertà attraverso la ricerca, l’educazione e la comunicazione. La Fdd offre borse di studio per seguire corsi sul terrorismo, gestisce seminari e propone letture consigliate dalle pagine del suo sito. Quando serve fa sentire dalle pagine di autorevoli quotidiani la sua voce (ad esempio sulla questione israeliana).

Bisogna tornare al 1977 per ritrovare le origini dell’Us Committee for a Free Lebanon (Uscfl) che si profonde in campagne per la promozione di un ruolo forte degli Stati Uniti in Medio Oriente, soprattutto nei confronti di Iran e Siria. Lavora in stretta collaborazione con il Mef e tra i suoi membri spiccano tutti i nomi più importanti dell’entourage neoconservatore. Di più recente creazione, invece, l’Us India Institute for Strategic Policy (Usinisp) che si propone di rafforzare i rapporti di collaborazione strategica fra Stati Uniti e India, con l’obiettivo di contenere la minaccia dell’espansione cinese (uno degli obiettivi strategici della politica esterna neocon). L’Usinisp paventa la minaccia che un asse Cina-Pakistan-Corea del Nord circondi l’India e indebolisca gli obiettivi strategici della regione. Ritiene, inoltre, l’India un alleato naturale nella lotta al terrorismo.

Ma chi sono i finanziatori di questo complesso movimento? Tre le fondazioni principali: Bradley Foundation, Henry Jackson Society (che ha ramificazioni anche in Europa) e Foundation for Defence of Democracies (che annovera tra i membri tutti i principali neocon compreso Bill Kristol). Le due principali pubblicazioni neocon, oltre a quelle veicolate dalla composita rete di organizzazioni di cui si fregiano, sono Commentary e The Weekly Standard. Commentary è un mensile, il cui attuale editore è John Podohretz (che scrive anche sul New York Times), preceduto dal padre Norman uno dei fondatori del movimento. Il magazine fu fondato nel 1945 dall’American Jewish Committee come successore di Contemporary Jewish Record dopo la morte del suo editore. La missione dichiarata era quella di fare da cassa di risonanza al pensiero degli ebrei liberali e farlo conoscere al maggior numero di persone possibile. Attraverso le sue pagine, quindi, si possono leggere tutte le tappe della storia neocon dallo spostamento a destra all’anti-comunismo sfrenato fino alle pressioni per intraprendere una guerra in Iraq. Di Commentary è stato scritto che “nessun altro giornale del mezzo secolo passato è stato così consistentemente influente, o centrale, nei più importanti dibattiti che hanno trasformato la vita politica e intellettuale degli Stati Uniti.” The Weekly Standard esce due volte al mese. Il suo editore è William Kristol. Fondato nel 1995 ha la sua sede a Washington e di qui raccoglie tutti gli scritti dei più grandi pensatori neocon per pubblicarli e renderli noti. Inoltre, raggiunge il suo pubblico anche dalle pagine del blog Daily Standard di John McCormack.

4. Effetti della politica neocon negli ultimi 30 anni. Se dovessimo tracciare una linea e tirare le somme sul neoconservatorismo attuale non potremmo non tener conto dei cambiamenti che esso ha subito. Dalla visione di Strauss, infatti, il pensiero neocon si è molto evoluto mantenendo al contempo dei capisaldi. “Il neoconservatorismo ha saputo creare un’ampia zona di consenso, trasversale ai due schieramenti, che ha recuperato l’uomo e la famiglia, il capitalismo moderato e la fede nella bandiera.” Un pensiero che però rischia di rimanere al palo se non si adegua.

“Al contrario del conservatorismo tradizionalista e della destra statunitense, che negli ultimi decenni si sono già concentrati sulla rielaborazione filosofica delle proprie dottrine, è infatti possibile riscontrare una certa stanchezza intellettuale nelle proposte originali – con la notevole eccezione della politica estera, beninteso – che guidano il ricambio generazionale della prospettiva neoconservatrice; ricambio generazionale che tra l’altro si prospetta inevitabile, vista l’età non proprio acerba dei grandi appartenenti alla prima generazione di neoconservatorismo – Irving Kristol [che nel frattempo è morto, ndr], Michael Novak e Norman Podhoretz. Questa persuasione dovrà guardarsi allo specchio, come già coraggiosamente fece negli anni Settanta e Novanta, per mantenere il proprio peso ed autorevolezza all’interno della vita politica statunitense.”

Un neoconservatore di terza generazione (pentitosi e poi tornato all’ovile) è il politologo Francis Fukuyama che ha innescato un processo di ripensamento del movimento.
“Fukuyama constata la difficoltà nel trovare soluzioni rapide all’impasse a cui il neoconservatorismo talvolta ha portato in politica estera, come la situazione in Iraq ed ancor più in Afghanistan; l’autore richiama per questo motivo i neoconservatori ai principi chiave della Presidenza Reagan negli anni Ottanta, le cui basi restano ancora attuali. Tra queste, Fukuyama ricorda la preoccupazione per la democrazia e i diritti umani; la convinzione che l’America debba usare il proprio potere per scopi morali; lo scetticismo verso le istituzioni e legislazioni internazionali per risolvere le gravi questioni di sicurezza che affliggono il mondo oggi; ed infine la certezza che la pianificazione sociale su larga scala non consegua gli scopi che si prefigge, ed in più porti a conseguenze inaspettate e ostili, minando dunque i propri obiettivi dichiarati. Per risolvere lo iato creato dallo stesso neoconservatorismo, in bilico tra la condanna della pianificazione sociale e la tentazione di costruire un nuovo ordine mondiale, Fukuyama chiede cautela in politica estera.”

Lo studioso propone un nuovo progetto neocon che prevede: “un sistema multilateralista multiplo, pur sempre con al centro l’America, che sia in grado di indirizzare il mondo verso equilibri più benevoli; che riveda il modello delle Nazioni Unite affinché sia in grado di agire attraverso meccanismi orizzontali di accountability, senza per questo sostituire la sovranità nazionale con un governo globale; e che promuova lo sviluppo politico ed economico di ogni nazione, se possibile senza ricorrere alla preventive war.”

L’aumento della spesa militare previsto da Obama ha fatto ben sperare i neocon nei primissimi mesi del suo mandato, ma la politica della diplomazia messa in campo nei confronti delle minacce asiatiche ha demolito ben presto le false speranze della Nuova Destra. Il candidato repubblicano nel 2008, John McCain, invece, aveva sposato volentieri la causa dei neoconservatori (che forti delle loro lobby premevano su vari fronti). Obama e McCain condividevano in campagna elettorale alcuni punti di vista del movimento neocon:  “Un Presidente [Obama, ndr] che, proprio come John McCain, si è dichiarato intenzionato a chiudere Guantanamo ed ad abolire le torture in America; che personalmente è contrario all’aborto, ma non vuole privare le donne della possibilità di scegliere; che nutre una profonda fede, pur non reputando che il religiously informed argument debba inderogabilmente far parte delle decisioni politiche dell’America; che mette la sicurezza degli Stati Uniti al primo posto, auspicando un maggiore coinvolgimento del proprio paese in Afghanistan e caldeggiando la linea dura contro il terrorismo; che vuole fortemente una soluzione alla questione palestinese, pur sostenendo imprescindibilmente il diritto alla sopravvivenza ed alla sicurezza di Israele; che è disposto a dialogare con l’opposizione per una nuova e più giusta concezione di welfare; e che intende promuovere i diritti umani nel mondo. Queste sono posizioni che il neoconservatorismo, prima di Barack Obama, ha sostenuto e contribuito a radicare saldamente all’interno della tradizione politica statunitense.”  Sembra che anche nella nuova amministrazione, benché democratica, si continuino a covare idee neocon. Si chiama Frederick Kagan, il figlio minore di Donald e fratello di Robert, che tramite l’AEI è riuscito a fare pressioni per il surge, ossia un aumento delle truppe impiegate in Iraq a inizio 2010.

Se guardiamo indietro non possiamo non constatare come l’arte della persuasione neocon messa in campo ad ogni svolta storica importante abbia finito per influenzare la politica americana degli ultimi trenta anni su moltissimi fronti, incidendo sul modo di far politica americano e sulla nazione stessa. Come una formica industriosa il neoconservatorismo ha lavorato alle fondamenta di una costruzione che si dimostra solida, perché attinge ad un bacino bipartisan, e che affronta cedimenti strutturali più o meno evidenti edificando ogni volta nuovi pilastri che rendono l’edificio sempre più ampio e ben piantato al suolo. Buchanan ha paragonato il movimento neoconservatore ad una marea che è calata quando l’opinione pubblica ha appreso i veri motivi per cui è stata intrapresa la guerra in Iraq. Ma allo stesso tempo, proprio come una marea, questo movimento ha la capacità di riemergere, spesso a distanza di anni. Per affrontare ogni volta nuove sfide i neocon si fanno trovare pronti. Per dirla con le parole di Irving Kristol (quando aveva ormai accettato la scomoda etichetta di neocon a differenza di altri esponenti di spicco come Wolfowitz e Richard Perle che l’hanno sempre respinta):  “Neoconservatorismo è quello che lo storico di tarda epoca jacksoniana, Marvin Meyers, ha chiamato “persuasione”, che si manifesta nel tempo, ma in modo irregolare, qualcosa il cui significato potremo chiaramente intravedere solo a posteriori.”

Bibliografia

1. Il trotskismo è l’ideologia politica che fa riferimento al pensiero di Lev Trotsky, candidato alla successione di Lenin, il cui concetto principale era quello della rivoluzione permanente, cioè la propagazione della rivoluzione socialista in tutto il mondo.
2. Un movimento politico che strettosi attorno all’idea del New Deal di Roosevelt, ha sempre supportato i candidati democratici alle presidenziali dal 1932 al 1968.
3. Cit. in Lobe, J. e Olivieri, A. (a cura di) [2003], I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Milano, Feltrinelli, pag. 10.
4. Di J. Muravchic, “The Past, Present and Future of Neoconservatism”, ottobre 2007, Commentary.
5. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 12.
6. Una piccola nota biografica cit. in disinformazione.it tratto dal libro di Lough,  T. [2004], Censura. Le notizie più censurate del 2003:  “Segretario della difesa sotto George W. Bush, Rumsfeld è socio fondatore del PNAC. È tra gli uomini con le più forti conoscenze politiche in America, e pianificatore dell’invasione dell’Iraq. Ogni dettaglio sulla ricostruzione del dopoguerra deve essere discusso con Rumsfeld. Come inviato speciale di Ronald Reagan in Iraq negli anni ’80, durante la guerra tra Iran e Iraq, ha incontrato Saddam Hussein per discutere della costruzione di un oleodotto per conto della Bechtel, mentre l’Iraq e l’Iran usavano gas asfissianti l’uno contro l’altro. Rumsfeld lavorava allora per il segretario di stato di Reagan, George Shultz, che divenne vice presidente della Bechtel, attualmente uno dei principali concorrenti che vogliono assicurarsi gli appalti del governo Usa per la ricostruzione dell’Iraq.”
7. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 15.
8. Sempre secondo disinformazione.it. “Dick Cheney: segretario della difesa sotto George H.W. Bush, fino all’inizio del 1993. Attualmente Vice Presidente, Cheney è un membro fondatore del PNAC ed è stato membro del consiglio direttivo del JINSA; ha sostenuto l’attuazione del cambio di regime in Iraq per oltre un decennio. È stato presidente e amministratore delegato della compagnia petrolifera Halliburton. L’affiliata dell’Halliburton, la Kellogg Brown & Root (KBR), si e’ assicurata contratti per il valore di 7 miliardi di dollari dall’U.S. Army Corp of Engineers per il recupero dei pozzi petroliferi iracheni in fiamme. È un membro del consiglio di amministrazione dell’American Enterprise Institute e ha contatti con la Chevron, per la quale ha condotto le trattative per la costruzione di un oleodotto nel Mar Caspio.”
9. Dottrina Bush è il nome dato a un insieme di linee guida di politica estera rivelate dal presidente George Bush durante un suo discorso all’accademia militare di West Point il 29 gennaio 2002. In questa occasione parlò per la prima volta di “Asse del Male” costituito da Iran, Iraq e Corea del Nord (tutti in buoni rapporti con la Cina). Prese nel loro insieme queste linee guida segnano l’avvio di una nuova fase nella politica americana, con grande rilevanza data alla guerra preventiva, alla superiorità militare, all’azione unilaterale, e all’impegno nell'”estendere democrazia, libertà e sicurezza in tutte le regioni” del mondo. Questa politica è stata ufficializzata nei documenti della Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti del settembre 2002 ed ha fornito il contesto politico per la guerra in Iraq. La guerra preventiva è un concetto non compatibile con le costituzioni europee che ammettono la guerra di sola difesa. Questa dottrina sorprendentemente ricalca le principali conclusioni del report Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for a New Century pubblicato dal Pnac (think tank neocon) nel 2000.
10. T. Donnelly, “La riforma della difesa per il momento unipolare”, in Lobe e Olivieri, op. cit.
11. All’interno della corrente interventista, però, non si può dimenticare che nella storia americana si è distinta la teoria dell’internazionalismo liberale dei presidenti Woodrow Wilson e Franklin D. Roosevelt, difensori convinti degli accordi multilaterali e delle leggi internazionali. A queste due facce della stessa medaglia storicamente si contrappone, invece, la tendenza più isolazionista che vede gli Usa semplicemente come un esempio che le altre nazioni possono seguire.
12. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 21.
13. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 22.
14. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 23.
15. Donald Kagan, padre di Robert, dichiara di essersi spostato più a destra proprio in seguito agli avvenimenti della seconda guerra mondiale, così come più tardi (1977) Norman Podhoretz criticherà la politica distensiva dei democratici nei confronti dell’Unione Sovietica e ancora più tardi (1997) Irving Kristol bollerà come politica di appeasement anche i processi di pace intrapresi per risolvere il conflitto israelo-palestinese.
16. R. Kagan e W. Kristol, “Il pericolo odierno”, in Lobe e Olivieri, op. cit.
17. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 37.
18. M. Ledeen, “Una guerra politica per rimuovere i signori del terrore in Siria e Iran”, in Lobe e Olivieri, op. cit.
19. Del Pero, M. [2006], Henry Kissinger e l’ascesa dei neoconservatori: alle origini della politica estera americana, Bari, Laterza, pag. 116.
20. Di lui il sito disinformazione.it riporta questa biografia: “Membro chiave del JINSA e importante esponente dell’American Enterprise Institute (AEI). Insieme a James Woolsey, presiede la Foundation for the Defense of Democracies. Perle è stato presidente del Defense Policy Board dal quale ha dato le dimissioni in seguito allo scandalo per il conflitto d’interesse relativo alle sue connessioni imprenditoriali, ma fa tuttora parte dell’ente. Perle ha offerto consulenze per i clienti della Goldman Sachs, una società d’investimento, sulle opportunità d’investimento nel dopoguerra in Iraq. È inoltre un dirigente della Autonomy Corp., un’azienda di software che ha molti clienti al Pentagono. L’Autonomy prevede un forte aumento dei suoi profitti dopo la fine della guerra in Iraq.”
21. Buchanan P., Is the Neoconservative Movement Over?, articolo apparso su “The American Conservative”, 16 giugno 2003, cit. in Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 41.
22. Nome ironico con cui gli statunitensi indicarono una rivolta fiscale dal 1773, quando alcuni coraggiosi cittadini di Boston rovesciarono in mare tonnellate di tè inglese per protestare contro le tasse eccessive ed ingiuste imposte dalla corona britannica. L’acronimo “Tea” usato come “Taxed already enought” per i grandi eventi di piazza che, dal 2009, uniscono folle di cittadini contro le tasse, contro gli sprechi e contro l’interventismo economico del governo federale. I punti fondamentali su cui spingono sono: decentramento, tematicità, trasversalità ed indipendenza. Da essere esterni ai partiti e non allineati i vari Tea Party si sono aggregati in un movimento candidandosi anche alle elezioni. Più critici rispetto ai neocon su alcune situazioni (ad esempio la riforma sanitaria) aborriscono il “Big Government” in tutte le sue forme.
23. Metanodotto che preleverà il gas dai giacimenti del Mar Caspio per portarli attraverso Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, fino al cuore dell’Europa in Austria. Il progetto è finanziato dall’Unione Europea e appoggiato dagli Usa (che osteggiano il progetto concorrente italo-russo “South Stream”).
24. Questa teoria cospirazioni sta si può trovare nel libro di Spaventa, A. e Saulini, F. [2003], Divide et impera: la strategia per spaccare l’Europa, Roma, Fazi.
25. Cfr. la voce “Neoconservatori” di Francescomaria Tedesco, Rivista Jura Gentium.
26. Il termine liberal indica un liberalismo progressista molto attento alle questioni sociali, ma al tempo stesso geloso custode del rispetto dei diritti individuali.
27. Tratto da “I neoconservatori spiegati dal loro padrino”, Il Foglio, 19 agosto 2003.
28. “Neocon’s 14 Principles”, www.democrats.com.
29. Il libertarianismo è una dottrina politica economica adottata negli anni ’70 dal Partito Libertario che difende il capitalismo puro e si batte contro ogni intervento dello Stato sia nel campo economico che in quello sociale.
30. Di Margolick D., “I neoconservatori sono tornati perché l’America ha bisogno ancora di loro”, 3 febbraio 2010, L’Occidentale.
31. Letteralmente serbatoio di cervelli, “istituzioni dedite all’analisi, alla ricerca e alla disseminazione attraverso pubblicazioni, articoli, seminari e altri eventi di carattere culturale.” (Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 149).
32. Politologo, il suo più celebre saggio politico risale al 1992 e si intitola The end of History and last men. Finita l’epoca delle ideologie (ovvero tramontato il comunismo) secondo Fukuyama finiva anche la storia. Dopo aver decapitato il comunismo, la liberal-democrazia doveva diventare l’ultima vittoriosa forma di governo insieme al capitalismo. A questa visione rosea rispose l’anno dopo Samuel Huntington, altro politilogo sotto l’influenza neoconservatrice, con un’altra celebre teoria: il “Clash of civilization”. “La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro.”
Richard Pells cit. in Friedman M. [2005], Commentary in American Life, Philadelphia, Temple Up.
33. Alia K. Nardini [2009], Neoconservatorismo americano. Ascesa e sviluppi, Catanzaro, Rubettino.
34. Nardini, op. cit.
35. Nardini, op. cit.
36. Di I. Kristol, “The Neoconservative Persuasion”, 15 agosto 2003, The Weekly Standard.

(Maria Teresa LeNoci è senior research di Questioni di Frontiera)

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