<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Questioni di Frontiera &#187; cultura</title>
	<atom:link href="http://www.noaweb.it/index.php/argomenti/cultura/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.noaweb.it</link>
	<description>Questioni di Frontiera - Formazione e Ricerca</description>
	<lastBuildDate>Thu, 21 Apr 2011 21:09:38 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.4</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>L&#8217;uomo rosso che salvò il mondo</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2011/03/04/luomo-rosso-che-salvo-il-mondo/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2011/03/04/luomo-rosso-che-salvo-il-mondo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 01:15:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[guerra fredda]]></category>
		<category><![CDATA[guerra nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Mutual Assured Destruction]]></category>
		<category><![CDATA[petrov]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Sovietica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2577</guid>
		<description><![CDATA[1. Questa è la storia del compagno Stanislav Petrov,
tenente colonnello dell’Armata Rossa nei pressi di Mosca.
Mutual Assured Destruction
Andropov in parangoscia da reparto geriatrico
Mutual Assured Destruction
Reagan sa cos&#8217;è “l’Impero del Male”
Reagan sei come Darth Vader
Sei come Hitler
ma la Nomenklatura è in para dura
RYAN
Scatta l’Operation RYAN
(LaRouche sapeva come fare paura,
ma chi ha paura di chi?)
Vi siete mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2578" title="mad" src="http://www.noaweb.it/public/mad-300x159.jpg" alt="mad" width="168" height="140" />1. Questa è la storia del compagno Stanislav Petrov,<br />
tenente colonnello dell’Armata Rossa nei pressi di Mosca.<br />
Mutual Assured Destruction<br />
Andropov in parangoscia da reparto geriatrico<br />
Mutual Assured Destruction<br />
Reagan sa cos&#8217;è “l’Impero del Male”<br />
Reagan sei come Darth Vader<span id="more-2577"></span><br />
Sei come Hitler<br />
ma la Nomenklatura è in para dura<br />
RYAN<br />
Scatta l’Operation RYAN</p>
<p>(LaRouche sapeva come fare paura,<br />
ma <em>chi ha paura di chi</em>?)</p>
<p>Vi siete mai chiesti cosa potessero fare un’armata di Pershing II in Germania Occidentale?</p>
<p>2. Questa è la storia del compagno Stanislav Petrov<br />
rinchiuso nel suo bunker segreto<br />
una notte di settembre del 1983.</p>
<p>- Tenente Petrov<br />
- Agli ordini, Signore<br />
- Il tuo compito è avvertici del “primo colpo”<br />
- Agli ordini, Signore<br />
- Non puoi sbagliare, Petrov</p>
<p>Si accende una spia rossa sul computer,<br />
una piccola spia rossa da qualche parte<br />
laggiù nel Montana<br />
l’hangar si è aperto<br />
l’ICBM sale<br />
count-down</p>
<p>3. Ci stanno attaccando?, pensa Petrov<br />
Gli americani ci stanno attaccando?<br />
Abbiamo ventimila testate atomiche, fra noi e loro<br />
Che devo fare?<br />
Perché si è accesa quella maledetta spia rossa?</p>
<p>Mutual Assured Destruction<br />
Andropov prende i tranquillanti del Kgb<br />
Mutual Assured Destruction<br />
Reagan ha consiglieri Neocon</p>
<p>“Perché gli americani hanno lanciato un solo missile contro l’Unione Sovietica?”</p>
<p>Questo si chiede il tenente Petrov in quei momenti di grande concitazione.<br />
Nervi saldi<br />
Accademia militare di Mosca<br />
Scacco al re. Apertura pedone, alfiere e cavallo.<br />
La logica di un militare che sa riconoscere il bene dal male.<br />
Resiste alla tentazione e non dà l’allarme.<br />
Respira e prende tempo.<br />
Vuol salvare il mondo, non distruggerlo.</p>
<p>Lo salva.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2011/03/04/luomo-rosso-che-salvo-il-mondo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;invenzione della nostalgia, l&#8217;identità e il &#8220;marketing meridiano&#8221;</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/30/linvenzione-della-nostalgia-lidentita-e-il-marketing-meridiano/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/30/linvenzione-della-nostalgia-lidentita-e-il-marketing-meridiano/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 12:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[leone de castris]]></category>
		<category><![CDATA[marketing culturale]]></category>
		<category><![CDATA[nicola la gioia]]></category>
		<category><![CDATA[notte della taranta]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero meridiano]]></category>
		<category><![CDATA[pier vittorio tondelli]]></category>
		<category><![CDATA[provincia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Puglia]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Rubini]]></category>
		<category><![CDATA[vendola]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2382</guid>
		<description><![CDATA[Per affrontare il tema delle tipologie culturali che in questi ultimi decenni hanno influenzato le letture del Sud e informato i modelli identitari legati al nuovo pensiero meridionalistico (meridiano o mediterraneo)[1], sarà necessario adoperare un metodo di ricerca estraneo alle traiettorie lineari e ai paradigmi di uno storicismo tradizionale.  
Alle letture più o meno codificate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2401" title="aoulia-film-commission" src="http://www.noaweb.it/public/aoulia-film-commission1-300x168.jpg" alt="aoulia-film-commission" width="180" height="142" />Per affrontare il tema delle tipologie culturali che in questi ultimi decenni hanno influenzato le letture del Sud e informato i modelli identitari legati al nuovo pensiero meridionalistico (<em>meridiano</em> o <em>mediterraneo</em>)[1], sarà necessario adoperare un metodo di ricerca estraneo alle traiettorie lineari e ai paradigmi di uno storicismo tradizionale.  <span id="more-2382"></span></p>
<p>Alle letture più o meno codificate che all’individuazione della genesi dei fenomeni fanno seguire l’illustrazione su larga scala delle continuità, degli sviluppi e delle trasformazioni («gli inizi e le fini»), dovremmo scegliere di sostituire la ricostruzione delle discontinuità e dei «mutamenti impercettibili». Quelle che Foucault chiamava «nascite silenziose, […] corrispondenze lontane, […] persistenze che durano ostinatamente sotto i cambiamenti apparenti, […] lente formazioni che si avvalgono di cieche complicità, […] quelle figure globali che a poco a poco si intrecciano e all’improvviso si condensano nella punta di diamante dell[e] oper[e]»[2].</p>
<p>Si tratta di una revisione sostanziale della «storia delle idee», nella direzione di un’attitudine metodologica che sappia intrecciare in questo caso lo studio delle strategie discorsive di lunga durata che hanno lavorato intorno all’identità meridionale (le genealogie), con l’analisi differenziale della loro disposizione capillare e «microfisica» (una «descrizione sistematica di un discorso-oggetto»), nel far emergere «tra gli interstizi dei grandi monumenti discorsivi il terreno friabile sul quale essi poggiano […], le lingue fluttuanti, […] le opere informi, […] i temi non collegati»[3]. Nella vocazione «archeologica» e strategica di un sapere che intenda definire «i discorsi nella loro specificità […], seguirli lungo le linee di contorno per meglio sottolinearle»[4], verrebbero squadernati i rapporti di forza e gli interscambi variabili tra il campo letterario emergente e le dinamiche politico-culturali delle (auto)rappresentazioni del Sud in età contemporanea, insieme ai «piccoli fatti veri», le tappe mal note che ne segnano segretamente l’articolarsi storico nel corso del tempo. Le traiettorie della fortuna critica, le scelte di politica economica (il marketing, l’«economia della cultura») e i processi che investono ruolo e funzione dei gruppi intellettuali riconosciuti – relazioni, tradizioni e punti di tangenza, dinamiche generazionali e opzioni stilistiche e letterarie; insieme con una pluralità il più possibile variegata di fonti e tracce che sappiano restituire il senso di «quel rumore collaterale, di quella scrittura quotidiana di breve durata che non raggiunge mai lo statuto di opera o ne viene subito estromessa: analisi delle sottoletterature, degli almanacchi, dei giornali e delle riviste, dei fuggevoli successi, degli autori inconfessabili»[5].</p>
<p>I processi di elaborazione dell’identità del Sud sono storicamente connessi all’azione delle élite e dei gruppi colti meridionali che si trasformano, sin dal periodo pre-unitario[6], in «ingegneri» o costruttori di paradigmi e strategie discorsive di marca identitaria, la cui funzione va rintracciata sul piano ideologico-politico e delle espressioni artistiche (letterarie). Sono oggi figure di intellettuali «residenti» o apolidi, sradicati o stanziali[7], che compiono un’opera di interrogazione a vasto raggio sulla propria identificazione sociale e culturale. Riproducono direttamente o indirettamente forme ereditate di una rappresentazione simbolica del Sud, organiche alla riproduzione di topoi e idee ricevute ormai plurisecolari (lo statu quo); ovvero scardinano e rinnovano le tradizioni per rilanciare l’efficacia conoscitiva di una letteratura (di una cultura) «provinciale» o «periferica». Per seguirne le evoluzioni e gli esiti contemporanei a partire dagli anni Settanta, è necessario fissare in sintesi le fasi nelle quali si distende l’attività di questi gruppi intellettuali, nel confronto con le spinte politico-economiche, con le dinamiche sociali che caratterizzano lo sviluppo discontinuo della questione meridionale e nel contesto locale (sovranazionale) della postmodernità.</p>
<p>Sarebbe possibile in quest’ottica ripercorrere brevemente la ricca fenomenologia che dal 1970, anno della costituzione delle Regioni (e della morte di Vittorio Bodini), porta per tutto il decennio ad una proliferazione di convegni e iniziative che, anche a livello accademico, s’incentrano sul riconoscimento del policentrismo (non localismo) entro cui si articola l’organizzazione della cultura letteraria su scala nazionale[8].</p>
<p>E mettere in circolo questa spinta dall’alto, per così dire, con i fenomeni più o meno sotterranei di rivendicazione del valore positivo della «marginalità», nelle forme dell’anonimato, del folk revival[9] o della «scrittura liberata», la ripresa sui generis della letteratura neo-dialettale. E anche le iniziative militanti, di carattere avanguardistico o politico-culturale, più o meno sommerse, ad opera di nuove generazioni di intellettuali meridionali che tentano di rivendicare e conquistare spazio nel panorama sclerotizzato dei posizionamenti del tempo. Conviene poi traguardare questa stagione stratificata fatta di attivismi e militanze, tra dispersione e aggregazione, all’altezza degli esiti politici, disilludenti e infausti di quella fase storica, nella quale inizia ad apparire la parola-feticcio dell’«autonomia» (oggi federalismo), e che termina proprio con il collasso in Italia del tessuto civile e delle istituzioni democratiche e solidali che ne dovrebbero essere l’indispensabile corollario.</p>
<p>Si origina in questo frangente storico, tra la fine degli anni Settanta e lungo il decennio successivo[10], una discontinuità sostanziale che condizionerà gli immediati sviluppi della costruzione identitaria ispirata al nuovo pensiero meridiano. L’utopia concreta dell’autonomia regionale, intesa come conquista e sfida politico-amministrativa ereditata dai movimenti anti-sistemici del ’68, frana di fronte alla neo-formazione di blocchi sociali e potentati locali, nel quadro dei fenomeni conclamati di corruzione politica, dello strapotere anche economico delle mafie e in un degrado culturale più o meno diffuso (riprende l’emigrazione intellettuale verso i poli culturali del centro-nord): &#8220;La direzione è presa: non solo la Cassa del Mezzogiorno cessa le sue attività, ma viene avviata la dismissione dell’industria di Stato. […] Il divario tra Nord e Sud non è scomparso, mentre i flussi della spesa pubblica hanno prodotto molto più che dinamismo economico, assistenza, parassitismo e clientelismo. Al vecchio blocco agrario si è venuto sostituendo un blocco sociale nel quale il peso di figure non produttive e dipendenti dal flusso delle risorse pubbliche è diventato sempre più forte. Laddove non arriva più lo sviluppo, arrivano le risorse destinate ad organizzare il consenso ai grandi partiti di massa, e in  particolare a quelli di governo. È in quegli anni che inizia a ribaltarsi l’immagine del Sud: esso non è più arretrato, ma dipendente e parassitario&#8221;[11].</p>
<p>Non è per caso che,  come ho già fatto notare, la ripresa di un attivismo meridionalistico, ormai nelle forme compiutamente meridiane, coincida per tutto il decennio Novanta con il clima vacuo, ma allora seducente, delle speranze civili legate al «governo dei sindaci» (le «primavere»), nel contesto più ampio delle riforme elettorali e della (mancata) «rivoluzione liberale» e morale che coronava il sostanziale fallimento del ricambio della classe politica. È il periodo nel quale gli eventi globali, dall’economia alla geopolitica, insieme alle metamorfosi del ceto dirigente e ai cambiamenti del sostrato antropologico della società nazionale (i leghismi e il compiersi del berlusconismo), investono prepotentemente e per vie capillari i contesti locali delle periferie e delle province: dando l’impressione di una fase schizofrenica e contraddittoria, nella quale i segni dello sfaldarsi della dialettica politica e del tessuto sociale convivono con i fermenti culturali che come in passato continuano a percorrere sottotraccia quei luoghi [12], insieme alle politiche di investimento pubblico e sostenibile (in un’ottica europea).</p>
<p>L’operazione virtuosa che sottende i «progetti Urban» (1994-1999), ad esempio, in linea con le direttrici ispirate al lavoro di un manager pubblico illuminato come Fabrizio Barca, trasforma e restaura il volto dei centri storici meridionali ricorrendo all’utilizzo responsabile dei fondi comunitari (i Fondi Europei di Sviluppo regionale) [13]; ma quell’attività più o meno significativa di maquillage, differente per tradizioni e aree di «innesto», dovrà misurarsi con la realtà materiale dell’emigrazione di massa che si riversa dall’Africa mediterranea e dall’Europa ex comunista (è dell’estate del 1991 lo sbarco a Bari di ventimila albanesi dalla Vlora), nello scenario delle stragi mafiose del 1992-93 e dell’incendio del Teatro Petruzzelli (1991). Le risposte e la partecipazione della società civile variano anche qui a seconda delle aree e delle culture ereditate, mentre i successi nella lotta alla malavita organizzata di ambito locale (contrabbando e Sacra Corona Unita) si intrecciano con l’emergere di nuovi gruppi terroristico-mafiosi provenienti dall’ex Urss in rovina e dai Balcani sradicati dalle guerre interne. Intanto, in questo contesto in forte mutazione, sulla scia del lavoro di Cassano e di altri intellettuali legati agli ambienti riformisti – umanisti e scienziati dell’economia o della politica –, si dà vita a una nuova stagione di riflessioni e interventi sull’immagine del Sud, che trovano spazio e accoglienza, come s’è visto in precedenza, negli ambienti editoriali su scala nazionale.</p>
<p>È dunque una fase di ridefinizione delle frontiere che interessa anche l’attività dei gruppi intellettuali meridionali. Attraverso una sperimentazione oggettivamente fervida e vivace di nuove mediazioni e metodologie di ricerca, che andrebbero comunque storicizzate nell’ambito della storia culturale contemporanea (postmodernista), si procede a un ripensamento radicale dell’identità meridiana mettendo «in discussione l’assunto principale della questione meridionale» (la rappresentazione ereditata del Sud come condizione patologica di ritardo e dipendenza), insieme alle «immagini trionfalistiche ed ecumeniche della modernità»: &#8220;La coincidenza di progresso e sviluppo s’incrina, si fanno visibili tutti gli effetti perversi di una crescita fuori controllo e appare legittimo parlare anche di &#8216;miseria dello sviluppo&#8217;. Si congiungono la crisi di tutte le &#8216;grandi narrazioni&#8217; e lo slancio della filosofia postcoloniale, il nuovo protagonismo di altre aree del pianeta che impone la necessità di provincializzare l’Europa. Al suo interno il Sud ha uno statuto diverso se non opposto a quello essenzialmente negativo attribuitogli negli altri paradigmi […]. [Si] propone un’idea del Sud come forma di vita dotata di una sua specifica dignità, capace di liberarsi da ogni complesso d’inferiorità, e quindi di leggere criticamente alcuni aspetti cruciali della modernità, in particolare le devastazioni prodotte dal fondamentalismo del mercato e dall’assunzione della competizione come valore fondante&#8221;.[14]</p>
<p>Dentro questo complesso quadro di riferimenti, qui soltanto abbozzato – capace di influenza a livello delle élite culturali, di ristretti settori politici e dirigenti, e nel campo magmatico dei movimenti antagonisti –, prende corpo una fenomenologia diversificata ma omogenea, come effetto del riposizionamento variabile degli intellettuali (più o meno giovani) impegnati nella ridefinizione della questione meridionale. Si tratta di un «sistema gravitazionale» articolato che coinvolge l’accademia e l’editoria, la stampa e gli apparati culturali, e si presenta con i tratti di un sapere tendenzialmente a-ideologico (dichiaratamente «post-ideologico»).</p>
<p>Ora il contesto del lavoro intellettuale si fa più ampio, in linea con la necessità di ripensare il Sud nell’orizzonte dei cambiamenti nazionali e globali. E comprende, oltra a Laterza, gli editori vicini al riformismo di sinistra, non solo locali, da Donzelli a Meltemi, pronti a recepire e promuovere le parole d’ordine del nuovo pensiero meridiano, con tutti gli addentellati e le revisioni del caso; una galassia di riviste come “Meridiana” e centri studi come l’Imes (Istituto meridionale di Storia e di Scienze sociali) fondato nel 1986 dallo storico Piero Bevilacqua; l’attività permanente di Goffredo Fofi e, infine, i primi esperimenti antologici sulla «nuova» narrativa meridionalistica [15], che coinvolgono le generazioni più giovani di scrittori e giungono alla ribalta nazionale nel 2000 con la pubblicazione presso Einaudi della raccolta <em>Disertori</em> (nella collana Stile libero, la stessa di <em>Gioventù cannibale</em>, 1996).</p>
<p>Ma per tutta la seconda metà degli anni Novanta, fino al decennio successivo, si dovrebbe parlare non tanto di un consolidamento o di un approfondimento (auto)critico di quell’orizzonte di pensiero, di una verifica collettiva della sua tenuta alla prova della politica, quanto di un vero e proprio revival etnico-meridiano[16] che interessa il cinema e le nuove leve di un’intellettualità come sempre diffusa e dispersa, impegnata nelle sperimentazioni artistiche, musicali e letterarie – spesso in una coabitazione più o meno conflittuale con le tradizioni di riferimento e con i più anziani maestri «residenti». Sono gli anni dell’esplosione turistica che investe zone sensibili come il Salento (non a caso terra o «sub-regione» dalla forte e marcata identità, spendibile ora in termini di intrattenimento e acculturazione di massa), nel quale, sotto il governo Fitto, prima ancora della nuova sinistra vendoliana, si esercita e si consolida un esperimento vincente di marketing applicato proprio a quella costruzione identitaria di segno alternativo, che era stata propugnata e rivendicata dal pensiero meridiano (nelle forme più massificate, ricettive e commerciali: la Notte della Taranta)[17].</p>
<p>La strada ancora una volta è tracciata, e il pragmatismo virtuoso di alcune esperienze avviate nel corso del mandato di Vendola (i «distretti della creatività» e l’Apulia Film Commission di origini piemontesi) non fanno che rinnovarne esiti e sviluppi, magari utilizzando parole-chiave più colte e raffinate, e tentando di creare un (fragile) indotto per il progetto-feticcio di un turismo «alto» (destagionalizzato) e per assorbire il precariato creativo e intellettuale del territorio. Permane la sensazione di un panorama vario e conflittuale, nel quale la cronica lentezza nel «fare rete» e nell’innescare un dialogo concreto tra esperienze provinciali isolate – tra mondo accademico e cultura dal basso, istituzioni e creatività spontanea – si sovrappone al decadimento culturale diffuso (alla disoccupazione giovanile e alla crisi sociale) che certo non è risolto dalla ripresa turistica; e i rischi (i limiti) di un marketing omologante delle identità locali, di cui insieme si è vittime e spettatori, artefici e testimoni passivi, convivono con la fragile vitalità dell’editoria locale, ma anche con forme avvedute di recupero e valorizzazione del patrimonio storico delle tradizioni popolari (il misconosciuto Archivio sonoro della Puglia e della Basilicata, le attività della Biblioteca del Consiglio regionale, l’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea).</p>
<p>Nel campo letterario, nel dialogo sintomatico che quasi costitutivamente certa cultura letteraria meridionale (il romanzo) intrattiene con l’industria del cinema contemporaneo, questa nuova e contraddittoria tensione identitaria viene declinata in forme o tipologie plurali, diversificate e distinte. Ma per definirne tendenze o prospettive, in questo ragguaglio sintetico e provvisorio, sarà indispensabile intrecciare l’analisi delle forme e delle scelte stilistiche con una lettura più articolata delle nuove produzioni intellettuali «meridiane», nell’orizzonte complesso del sistema culturale dentro cui esse agiscono e si inseriscono.</p>
<p>Sono due le tematiche centrali attorno a cui ruota l’attività letteraria che può rientrare nei confini (sfaccettati e frastagliati) della narrativa meridiana contemporanea[18]. Qui si sorvola sulle differenze sostanziali che intercorrono tra scrittori e artisti appartenenti a diverse generazioni, «residenti» nelle terre di cui narrano, ovvero distanti, «fuorisede» o «esiliati» per effetto dell’emigrazione intellettuale. Tuttavia, è possibile individuare negli snodi tematici del ritorno e della devianza i tratti che tengono assieme esperienze diversificate, che in qualche caso si intrecciano o convivono anche nel corso degli stessi percorsi di ricerca.</p>
<p>E raccontano di una rappresentazione del Sud sospesa tra la reinvenzione estetizzante, memoriale o autobiografica, e la durezza della cronaca e dell’inchiesta, tra memoria individuale e collettiva, passato e presente. È una «congiuntura di voci» molteplici, non una new wave compatta[19]. Si potrebbe prendere in considerazione una breve campionatura, perlopiù di area pugliese, che comprende, da una parte, il sapore di un vintage raffinato o fiabesco, agreste o paesano, intimo o generazionale, che emerge da alcune opere narrative e cinematografiche (da alcuni film dell’ultimo Rubini alle scritture di Mario Desiati). Il riepilogo onirico e memoriale, di una memoria «apolide» e nostalgica, ormai sradicata dalle origini, tra infanzie e maturità, fughe, ritorni e agnizioni si consuma infine sullo sfondo (etno-antropologico) di un Sud trattato – letteralmente – come «teatro di posa» (set cinematografico)[20].</p>
<p>‘Le generazioni nate dagli anni sessanta in poi hanno cominciato a sperimentare su di sé forme di auto-percezione e auto-definizione nuove: non più politiche, geografiche, sociali; ma appunto anzitutto generazionali, trasversali, costruite sulle proprie memorie di consumatori di merci e spettatori […]. La “nostalgia di massa” o […] “nostalgia mediale”, si configura dinque nella sua forma ideale secondo una serie di caratteristiche forti: essa, intanto, oltre a essere sostanzialmente anti-storica (cioè slegata da un rapporto di continuità col passato) è contemporaneamente individualizzante e generazionale; feticista con tendenza al gusto del brutto e del negletto; rapida nei suoi cicli di recupero; infantile o adolescenziale più che giovanilista[21]’.</p>
<p>Dall’altra, la forza di una scrittura e l’intensità di un lavoro intellettuale che scommettono sulla cartografia (la mappatura) di quella «feroce mutazione antropologica di larghe zone del Sud», che sconfina fatalmente nei primi decenni del nuovo millennio e in uno spazio non più circoscrivibile dal punto di vista geografico (come avvertiva Sciascia: «la palma va a Nord»). Province e periferie infestate dalle sacche persistenti delle mafie, tra residui arcaici e modernizzazione selvaggia, specole o scenari allegorici per attraversare conflitti più ampi e radicali, «nelle quali […] la letteratura di inchiesta e di denuncia si è avventurata con un passo spesso più deciso ed efficace rispetto a gran parte della ricerca istituzionale, riuscendo ad aprire squarci analitici di grande importanza»[22] – da Saviano a Leogrande[23].</p>
<p>All’interno di questa visuale inevitabilmente selettiva si aprono poi strade e percorsi più complessi e articolati, da indagare non solo nell’ottica del recupero sociologico, ma puntando anche sull’indispensabile valutazione critica. Ad esempio, è utile interrogare le relazioni tra questa nuova spinta identitaria che si riflette nella cultura letteraria meridionale, il sistema editoriale (il mercato) e le tradizioni di riferimento &#8211; non solo italiane.  Si pensi alle opere che si inseriscono con successo nella polimorfa e vincente «letteratura di genere» (il giallo politico di De Cataldo, il noir metropolitano e ambiziosamente allegorico di Carofiglio, eccetera – con gli inevitabili adattamenti televisivi o cinematografici).</p>
<p>E si punti lo sguardo su una letteratura più inquieta e ibrida, impura e disponibile agli sconfinamenti e alla sovrapposizione dei registri: romanzo di formazione ma anche saggio e trattato narrativo, racconto e investigazione a largo raggio sulla realtà storica meridionale. È una tipologia letteraria capace di farsi sguardo allargato sui vecchi e i nuovi conflitti (le «mutazioni») che nel corso del tempo intaccano il proprio vissuto insieme al territorio di provenienza, in un orizzonte etico e conoscitivo che in questo caso si lega produttivamente al tema dell’esilio e alle ragioni esistenziali del «dispatrio» (e del «ritorno»):</p>
<p>‘È impossibile non notare, in questa congiuntura di voci, almeno due fenomeni ricorrenti. Il primo è la lontananza: quasi tutti gli autori […] (io per primo) vivono la propria terra attraverso una distanza che, se da una parte toglie qualcosa alla conoscenza degli occhi, dall’altra può offrire allo sguardo dell’anima uno sguardo più acuto e dolente (c’entra la nostalgia? Forse, ma anche molto di più: il bisogno di emancipazione, la perdita dei legami, la ferita dell’esilio). È insomma, in molti casi, una letteratura apolide, anche quando esalta le proprie radici. Il secondo fenomeno riguarda la modernizzazione: nel resto del Paese, la trasformazione culturale e paesaggistica è avvenuta mediante una progressiva sostituzione degli scenari. Attraversando la Puglia, invece, è evidente la sovrapposizione, l’intreccio, la convivenza tra vecchio e nuovo, tra natura primitiva e un intervento umano così violento da essere già, in partenza, definibile degrado. In questa simultaneità […] c’è una rappresentazione del conflitto: conflitto sociale, ma anche interiore. Impossibile non vedere […] una potente metafora di quella coesistenza tra bene e male, tra il sublime e l’abbietto, tra la grazia e il peccato, a cui da sempre si radica il lavoro dello scrittore’[24].</p>
<p>Si direbbe che l’ipostasi meridiana dello «scambio» e degli «sconfinamenti» – vero e proprio slogan politico-culturale capace di straordinaria influenza presso le istituzioni culturali e nel senso comune, nella mentalità e nelle forme del conoscere di area neo-meridionale – trovi qui la sua declinazione più interessante (una possibile funzione politica): nella forma e nella formazione di alcune esperienze intellettuali e di certe scritture sfuggenti a troppo comode classificazioni, nelle quali l’attraversamento dei generi e dei linguaggi, degli stili e dei modelli culturali (la qualità letteraria di marca sperimentale) si fa esercizio critico-conoscitivo di decifrazione dell’esistente.</p>
<p>La tipologia del romanzo di formazione (di «iniziazione»), ad esempio, che percorre la narrativa di Lagioia e D’Amicis, in un viaggio a ritroso nelle Puglie degli ultimi decenni[25], convive con una pluralità considerevole di generi adoperati: epica e favola pulp, apocalittica o allegorica, satira sociale e «poema cavalleresco». È una letteratura «debordante», al di là dei confini tradizionali di pertinenza, nei continui cambi di registri, tra dissonanze e lirismi, tragico e grottesco, nell’espressionismo nitido e pietoso dell’uno, ovvero nella scrittura più mentale, analitica e prolissa di Lagioia.</p>
<p>E piega le ragioni dello stile all’istituzione di forme nuove e inedite, riconducibili a un’idea (politica) di romanzo storico sul presente, a un lavoro intellettuale che intreccia con maturità e rigore la scrittura narrativa all’attività saggistica e all’intervento culturale[26]. Qui la microstoria e i riflessi del vissuto autobiografico dialogano e si misurano con le ferite del tempo e con le esistenze anonime di figuranti o comparse; i destini individuali si collegano alle parabole dei blocchi sociali e agli snodi dell’immaginario e della storia culturale (gli anni Settanta-Ottanta), che segnano le origini delle mutazioni della società meridionale contemporanea – (ri)vissuta, per certi versi, come laboratorio o «metafora» dell’identità nazionale, della storia italiana attuale.</p>
<p>«La scrittura in provincia dovrebbe assomigliare a filo spinato, leggerla dovrebbe far male come se la mano stringesse il filo spinato e l’accompagnasse»[27]. A essere chiamata in causa è un’idea di letteratura intesa come esperienza e produzione intellettuale – da contestualizzare all’interno delle istituzioni culturali e della storia sociale – che diffonde in termini comunitari un’immagine storica, e perciò conflittuale, del presente (dell’identità meridionale). Promuove o contiene i presupposti di metodo per un lavoro critico di conoscenza storica del reale, che vale come orizzonte di un sapere alternativo alle innumerevoli metamorfosi che, anche sul piano della costruzione e del «consumo» identitario, assume l’immarcescibile pensiero debole nella cultura italiana contemporanea: «L’autonomia della cultura, del pensiero che si fa debole per predicare un mondo senza contraddizioni, sembra del tutto funzionale alla crisi non critica dell’attuale organizzazione della società»[28].</p>
<p><strong>NOTE<br />
</strong></p>
<p>[1] Cfr. la recente messa a punto proposta da F. Cassano, <em>Tre modi di vedere il Sud</em>, Bologna, Il Mulino, 2009.</p>
<p>[2] M. Foucault, <em>Archeologia e storia delle idee</em>, in Id., <em>L’archeologia del sapere</em>, Rizzoli, p. 183.</p>
<p>[3] Ivi, p. 181.</p>
<p>[4] Ivi, p. 184.</p>
<p>[5] Ivi, p. 181.</p>
<p>[6] Cfr. il brillante e acuto lavoro di N. Moe, <em>Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del Mezzogiorno</em>, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2004.</p>
<p>[7] Cfr., come d’esempio, D. M. Pegorari, <em>Les barisiens. Letteratura di una capitale di periferia</em> (1850-2010), Bari, Stilo editrice, 2010.</p>
<p>[8] Mi riferisco agli studi di Carlo Dionisotti e alle attività dell’Aislli (Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana), a partire dal convegno su Culture regionali e letteratura nazionale tenuto a Bari nel 1970.</p>
<p>[9] Sugli esiti conflittuali negli anni Settanta (e oltre) delle ricerche intorno alle tradizioni popolari (sul «rumore» di fondo e il clima di quegli anni), si leggano le annotazioni di Diego Carpitella, <em>La musica di tradizione orale</em> (folklorica): «Il folk-revival: movimento nato, forse, con “buone intenzioni” ma trasformatosi, lungo la strada, divenendo ossequiente alla logica dei profitti e dei consumi. Il folk-singer si presenta come un intermediario (o sensale) di cultura, tra quella egemone e quella popolare. […] Questi intermediari e sensali di cultura […], nella loro ansia apparentemente disinteressata di divulgare la “voce del popolo”, organizzano sommari safari etnofonici, durante i quali con il magnetofono depredano, a fine settimana, paesi e paesini, per poi ri-fare, ipso facto, quello che hanno ascoltato, e consumarlo “nel giro” dei mass-media» (in <em>Ricerca e catalogazione della cultura popolare</em>, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, 1978, pp. 18-20, p. 19).</p>
<p>[10] Cfr. G. Crainz, <em>Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale</em>, Roma, Donzelli, 2009.</p>
<p>[11] F. Cassano, <em>Tre modi di vedere il Sud</em>, cit., p. 17 e p. 65.</p>
<p>[12] È il caso di richiamare il lavoro di ricognizione compiuto da Pier Vittorio Tondelli (in particolare sulle province italiane) nel corso del suo <em>Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta</em>, Milano, Bompiani, 2001 (1990).</p>
<p>[13] Per un’analisi degli esiti sociali e strutturali relativi a quella stagione di finanziamenti europei: «Nonostante la tardiva presa di coscienza, intorno agli anni Ottanta, delle grandi potenzialità del nostro mezzogiorno […], i molti cantieri aperti attraverso le ingenti risorse finanziarie messe a disposizione delle regioni del Sud e delle Isole dai fondi strutturali europei – in particolare nell’ambito del Quadro Comunitario di sostegno 2001-2006 – pur con determinati esiti molto positivi, non hanno ancora prodotto risultati di rilievo, riscontrabili con criteri obbiettivi, in termini di riequilibrio generale. […] Si conferma quindi lo scandalo di un’Italia meridionale da sempre fucina di talenti e di innovazione […], e incapace di trattenere i suoi artisti dando loro adeguate possibilità di lavoro in quello stesso settore in cui eccellono, tanto da costringerli in buona parte ad emigrare», C. Bodo, <em>Lo sviluppo culturale del Mezzogiorno: il ritardo in cifre</em>, in “Economia della cultura”, 2, 2009, p. 168 e p. 178.</p>
<p>[14] F. Cassano, <em>Tre modi di vedere il Sud</em>, cit., pp. 50-52. Che fa riferimento, in una costellazione di autori e pensieri di diversa estrazione, ai lavori di ambito post-colonialista di D. Chakrabarty, <em>Provincializzare l’Europa</em> (2004); J. Goody, <em>Il furto della storia</em> (2008), fino alle teorie sulla decrescita di Serge Latouche che iniziano a circolare in Italia proprio durante gli anni Novanta.</p>
<p>[15] Cfr. <em>Luna nuova. Scrittori del sud</em>, a cura di G. Fofi, Roma, Argo, 1997; <em>Sporco al sole</em>, a cura di G. Cappelli, M. Trecca e E. Verrengia, Nardò (Le), Besa, 1998 (2007).</p>
<p>[16] In un percorso che inizia su scala globale a partire dagli anni Sessanta e nell’accezione di A. D. Smith, <em>Il revival etnico</em>, Bologna, Il Mulino 1984 (1981): «Tramontata la grande stagione dei movimenti, l’etnicità si ripresenta come ideologia delle classi medie che, soprattutto negli ambienti accademici, aspirano alla promozione sociale; o nella forma della disseminazione di rivendicazioni e conflitti spesso privi di reale antagonismo sociale e di progettualità politica; ovvero nella variante edulcorata di “etnico è bello”, cioè un pluralismo culturale all’acqua di rose che ancora una volta maschera la gerarchizzazione sociale, l’accesso ineguale alle risorse e al potere, la virulenza del razzismo», R. Gallissot, M. Kilani, A. Rivera, <em>L’imbroglio etnico</em>, Bari, Dedalo, 2007 (1997), p. 146.</p>
<p>[17] Dentro una vasta bibliografia (anche di ambito locale) che riflette sul fenomeno salentino, si segnala, tra gli altri contributi, l’interessante ottica interpretativa proposta da G. Pizza, <em>Politic of memory in 2001 Salento. The re-invention of tarantism and the debate on its therapeutical value</em>, in “AM. Rivista della società italiana dell’antropologia medica”, 13-14, 2002, pp. 223-236.</p>
<p>[18] Si rimanda a D. Carmosino, <em>Uccidiamo la luna a Marechiaro. Il Sud nella nuova narrativa italiana</em>, Roma, Donzelli, 2009; e alle progressive messe a punto di F. La Porta: da <em>Narratori di un Sud disperso</em>, Napoli, L’Ancora del Mediteraneo, 2000; alla recente antologia <em>È finita la controra. La nuova narrativa in Puglia </em>(a cura di), Lecce, Manni, 2009: «Al di là di ogni enfasi si tratta di un processo reale che interessa le arti, la letteratura, il sapere tutto, e che va nella direzione, sottolineata dal sociologo Franco Cassano, di una “pugliesità mediterranea”, di una identità regionale aperta a traffici e scambi con il Sud dell’Europa (come mostrano, tra l’altro, anche i recenti romanzi di Raffaele Nigro, melfitano poi “baresizzato”», p. 9.</p>
<p>[19] Cfr. C. D’Amicis, <em>La letteratura apolide di noi pugliesi lontani dalla nostra terra</em>, in www.affaritaliani.it (26 ottobre 2009): «Non amo che gli scrittori si riconoscano in manifesti più o meno programmatici: anche quando non c’è malizia […], in certe operazioni mi pare di riconoscere una determinazione a prendere posizione, a definirsi, o addirittura a storicizzarsi, che poco ha a che fare con la precaria e magmatica ricerca identitaria che, per me, è alla base dello scrivere».</p>
<p>[20] Mi riferisco per semplificare al romanzo di M. Desiati, <em>Il paese delle spose infelici </em>(Milano, Mondadori, 2008) e al film di S. Rubini, <em>L’uomo nero</em> (2009): «Torno sempre a girare in Puglia perché è il teatro di posa che conosco meglio e lì mi viene più facile inscenare anche quel che ho pensato ed è successo altrove», &#8220;Rubini: un film per chiudere i conti con mio padre, intervista con E. Marrese&#8221;, in “Il Venerdì – La Repubblica”, 27 novembre 2009, p. 70.</p>
<p>[21] E. Monreale, <em>L’invenzione della nostalgia. Il vintage nel cinema italiano e dintorni</em>, Roma, Donzelli, 2009, p. 3 e p. 11.</p>
<p>[22] F. Cassano, Tre modi di vedere il Sud, cit., p. 71.</p>
<p>[23] A. Leogrande, <em>Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud</em>, Milano, Mondadori, 2008; <em>Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali</em>, Roma, Fandango Libri, 2010 (Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2003) – ma si rinvia anche alla sua attività di scrittore-giornalista (di «scrittore-intellettuale») spesa su riviste e quotidiani (da “Lo Straniero” al “Corriere del Mezzogiorno”).</p>
<p>[24] C. D’Amicis, <em>La letteratura apolide di noi pugliesi lontani dalla nostra terra</em>, cit.</p>
<p>[25] Alludo ai romanzi di N. Lagioia, da <em>Occidente per principianti</em>, Torino, Einaudi 2004, a <em>Riportando tutto a casa</em>, Torino, Einaudi, 2009; e di C. D’Amicis, <em>La guerra dei cafoni</em>, Roma, Minimum Fax, 2008, fino al recente <em>La battuta perfetta</em>, Roma, Minimum Fax, 2010.</p>
<p>[26] Mi riferisco anche qui all’attività di «scrittori-intellettuali», non superficiale né di routine, che D’Amicis e Lagioia svolgono in parallelo alla scrittura narrativa, con interventi e lavori su stampa, radio, quotidiani e periodici.</p>
<p>[27] M. Magliani, Provincere o morire, in www.nazioneindiana.com, 28 maggio 2010.</p>
<p>[28] A. Leone de Castris, <em>Un’idea della cultura del Novecento</em>, cit., p. 174.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/30/linvenzione-della-nostalgia-lidentita-e-il-marketing-meridiano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>AKIRA e i cari vecchi buoni Anni Ottanta</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/27/akira-e-i-cari-vecchi-buoni-anni-ottanta/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/27/akira-e-i-cari-vecchi-buoni-anni-ottanta/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 12:07:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[akira]]></category>
		<category><![CDATA[cyberpunk]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[fumetti]]></category>
		<category><![CDATA[manga]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2376</guid>
		<description><![CDATA[di Luigi Santoro. Negli anni ’80, in un momento in cui in Italia come nel resto dell’Europa  la cultura dei manga e degli anime non era ancora un fenomeno diffuso ma si conoscevano caso mai le simpatiche storie di qualche vecchio robottone o di qualche anime sportivo, un giovane autore di fumetti proveniente della città [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2377" title="akira" src="http://www.noaweb.it/public/akira-300x245.jpg" alt="akira" width="192" height="156" /></strong></em>di <em><strong>Luigi Santoro</strong></em>. Negli anni ’80, in un momento in cui in Italia come nel resto dell’Europa  la cultura dei manga e degli anime non era ancora un fenomeno diffuso ma si conoscevano caso mai le simpatiche storie di qualche vecchio robottone o di qualche anime sportivo, un giovane autore di fumetti proveniente della città giapponese di Hasama, Katsuhiro Otomo, dava vita ad una “pioneristica” serie a fumetti che di lì a poco avrebbe dato un contributo fondamentale all’affermazione dei manga e all’animazione giapponese in tutto il Mondo. La serie venne chiamata AKIRA.<span id="more-2376"></span></p>
<p>Otomo ebbe il merito di trasmettere una storia emozionante non solo con l’uso delle parole (sua ad esempio l’idea di inserire nelle celebri nuvolette dei dialoghi effetti sonori), ma anche rendendo altamente realistiche le scene, tanto da far immedesimare il lettore nel personaggio. Una peculiarità dell’artista fu anche quella della progettazione meccanica e del dettaglio, così realistici da fargli ottenere una grossa popolarità. Come non citare la celebre <em>Kaneda-bike</em>, divenuta un piccolo &#8220;cult&#8221;, che ha spinto a produrre numerosi progetti per realizzarne una replica a grandezza naturale&#8230;</p>
<p>Il lavoro di Otomo inizia  ad essere pubblicato nel Dicembre del 1982 su una celebre rivista giapponese chiamata &#8220;Young Magazine&#8221;. Attraverso la stesura di più di duemila tavole, rigorosamente autoprodotte ed in bianco e nero,  Otomo dà inizio ad un genere fantascientifico post-apocalittico, forte della rivoluzione cyberpunk di quegli anni con film come Blade Runner e Interceptor, innovando e raggiungendo le vette mondiali del “genere” e una popolarità a livello internazionale. La serie ottenne il consenso dalla critica occidentale e per Otomo la definitiva consacrazione arrivò quando nel 1988 si recò a New York, negli uffici della MARVEL, per discutere con Archie Goodwin – l’allora editor a capo della divisione editoriale “Epic” – per la prima edizione di Akira in inglese. I due però si rendevano perfettamente conto che il lettore americano non era ancora pronto ad un genere così nuovo e completamente in bianco e nero. Il problema fu risolto interpellando il miglior colorista sulla piazza di quel momento, un certo Steve Oliff che dopo aver dato visione al grande lavoro compiuto dal “maestro” nipponico, comprese che i tradizionali colori piatti non sarebbero stati adatti. La soluzione trovata fu di impiegare la colorazione computerizzata, grazie alla quale Akira, non solo divenne un manga di successo negli Stati Uniti, ma suggerì nuove orizzonti alla colorazione dei comics.</p>
<p>Akira venne tradotto in oltre 11 lingue e fu stampato in migliaia di copie. In Italia fu pubblicato in due edizioni, entrambe con i disegni capovolti orizzontalmente per consentirne la lettura &#8220;alla occidentale&#8221;, con l’unica pecca che &#8211; fallendo la Glènat Italia, la divisione ufficiale italiana della casa francese di Jacques Glènat &#8211; l’opera rimase incompiuta e bisognò attendere due anni e mezzo per leggere gli ultimi capitoli della saga. Il passo fondamentale della consacrazione dell’opera di Otomo fu agli inizi degli anni ’90 la trasposizione cinematografica. Il film, più di qualunque altro capolavoro di animazione, divenne un colossal tanto da far costituire per la sua onerosa realizzazione (ben un miliardo di yen)  la “AKIRA Committee”, sotto il cui marchio furono inserite le maggiori compagnie di animazione giapponese: Bandai, Laser Disc Corporation, Tokyo Movie Shinsaha e molte altre. Molto apprezzata da Otomo fu anche la scelta della colonna sonora affidata alla “Geinoh Yamashirogumi”, un mix di percussioni tradizionali nipponiche miscelate con effetti digitali che accompagnano tutto il lungometraggio provocando un forte impatto visivo delle immagini. Per chi ha letto il fumetto, l’unica nota negativa è stata la trama del film, quanto mai di difficile comprensione. Ma qualcuno di voi oggi dopo aver visto l’intera saga di LOST saprebbe spiegarne il finale?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/27/akira-e-i-cari-vecchi-buoni-anni-ottanta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Quell&#8217;ultima Onda che fa trattenere il fiato a chi crede nel &#8220;Movimento&#8221;</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/26/2517/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/26/2517/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 26 Dec 2010 15:51:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[onda]]></category>
		<category><![CDATA[riforma gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[università. movimento studentesco]]></category>
		<category><![CDATA[vendola]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2517</guid>
		<description><![CDATA[di Claudia Attolico*. Quest&#8217;anno abbiamo intenzione di tornare a parlare del movimento studentesco. Di cosa è stato ed ha rappresentanto per l&#8217;Italia dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri. Tanto più che in queste feste decembrine, e in tutte le città italiane, i giovani sono tornati in piazza, e sui tetti, per far sentire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2524" title="onda" src="http://www.noaweb.it/public/onda.png" alt="onda" width="200" height="91" />di <em><strong>Claudia Attolico</strong></em>*. Quest&#8217;anno abbiamo intenzione di tornare a parlare del movimento studentesco. Di cosa è stato ed ha rappresentanto per l&#8217;Italia dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri. Tanto più che in queste feste decembrine, e in tutte le città italiane, i giovani sono tornati in piazza, e sui tetti, per far sentire la loro voce, anche attraverso forme di protesta che pensavamo di aver dimenticato. Da dove nasce l&#8217;opposizione alla riforma Gelmini e perché &#8211; al di là delle cose universitarie &#8211; può essere letta come la spia di un disagio sociale più ampio e che permea a tutti i livelli la società italiana? Cerchiamo di capirlo nelle parole di una studentessa fuorisede, che ha scelto Torino per completare il suo percorso formativo, ed ha partecipato in prima persona al movimento dell&#8217;Onda.<span id="more-2517"></span></p>
<p>Solita protesta? Soliti giovani? Solito spirito instancabilmente conservatore e irrazionalmente contestatore? E’ consuetudine fin troppo radicata liquidare con abusati cliché i movimenti di lotta giovanile, forse anche per non prendersi la briga di scoprire le ragioni di chi protesta. Un magma indistinto e rovente di voci sovrapposte, ognuna con qualcosa da dire, ciascuna con diritti da vendicare. Se solo si fosse in grado di ascoltare.</p>
<p>Perché non è vero che gli studenti altro non sono che una massa di acritici conformisti che si lascia strumentalizzare supinamente da personalità preponderanti, o da forze politiche. Non è vero che perseguono unicamente il manifestare per il gusto di manifestare, e magari col solo scopo di prendersi una breve ma meritata vacanza. Dovrà ricredersi l’esercito di disfattisti affetti da diffidenza cronica e pressapochismo congenito– ministri e politici compresi.</p>
<p>Studenti: accusati di strumentalizzare, e di essere strumentalizzati. Difesi da alcuni, attaccati da altri. Salutati come nuovi sessantottini in un clima di malcontento diffuso, o etichettati come irriducibili bastian contrari. Ad un occhio attento e scevro da preconcetti, però, non sarà certo sfuggito un guizzo di novità che allontana ogni critica di superficialità e penuria di contenuti. In questa serrata protesta contro la riforma del Ministro Gelmini ci sono caratteri, espressioni, idee del tutto nuove, che fanno pensare ad un vero interesse nell’organizzazione di una mobilitazione seria ed organica. Non solo e non più le stanche occupazioni dagli slogan vetusti. Stavolta il leit-motiv della protesta è la parola futuro.</p>
<p>Casca male la riforma dell’istruzione in quest’anno di scandali e tribolazioni, alla fine di un biennio di instabilità che ora è sull’orlo del baratro. Si è incuneato in tutti, anche e soprattutto nei giovani, un sentore di inquietudine e insicurezza per il proprio futuro. Gli studenti, dagli universitari ai liceali, hanno preso coscienza della loro precarietà – metaforica, ancor prima che diventi lavorativa – e hanno deciso che così non va. E’ impensabile che un paese non punti sui giovani, sulla loro realizzazione professionale, sulla sicurezza lavorativa e sulla stabilità economica. Si parla sempre più spesso di flessibilità, di contratti a progetto: tutte perifrasi che non celano altro che una prospettiva di vita tristemente segnata da incertezze.</p>
<p>Uno striscione a Torino, dove è stata occupata per quasi un’ora persino la stazione di Porta Nuova, recita “se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città”; un altro a Napoli, ironicamente, parla di “delitto allo studio”; gli studenti romani indossano delle t-shirt con la scritta “senza ricerca non c’è futuro”. Le notti dell’occupazione si passano sui tetti delle facoltà, ad urlare le proprie ragioni, a difendere con le unghie e con i denti la cultura e il diritto allo studio. Il 25 novembre sono stati occupati alcuni tra i monumenti storici più importanti d’Italia: la Torre di Pisa, la Mole Antonelliana e il Colosseo. Un gesto forte che ribadisce con vigore l’opposizione alla legge da parte di studenti delle scuole superiori, universitari, ricercatori e docenti.</p>
<p>Costruttive e inconsuete sono state anche le proteste degli studenti delle scuole superiori. I ragazzi sono usciti dalle scuole, sono andati in giro tra la gente, hanno bloccato strade, traffico, mezzi, per far sentire che ci sono. Per far capire alla gente che se gli si impedisce di pensare in prospettiva, qualcuno deve aiutarli. Originale a Bari la scelta di diverse scuole, che da settimane protestano organizzando dei flash mob. Si ritrovano tutti nella via principale del centro, si accovacciano a terra formando un tappeto umano, mentre altri vanno giro chiedendo ai passanti degli spiccioli per la scuola pubblica. Non può non destare curiosità e meraviglia vedere questo gruppo di ragazzi che gira per le strade bloccando il vuoto e trascinato passeggio natalizio.</p>
<p>I modi e i tempi della protesta sono cambiati, più di cinquanta atenei sono in sciopero, migliaia di studenti sono scesi in piazza, hanno organizzato assemblee, luoghi di incontro e confronto, urla di dissenso ragionate. Gli anni delle occupazioni pre-natalizie, stanche e ripetitive, sembrano passati. Anni di false rivendicazioni, che hanno creato una serie di pregiudizi difficili da sradicare. Ma le generalizzazioni sono sempre poco produttive.</p>
<p>Per farsi sentire bisogna stupire, bisogna inventare qualcosa di innovativo e anticonvenzionale, che faccia parlare e riflettere. Come il fantoccio appeso ad un filo col rischio di cadere nel vuoto alla facoltà di Architettura in Piazza Borghese, che porta una maglia con su scritto “no ai tagli”. E, naturalmente, come gli studenti e i ricercatori arroccati sui tetti delle università d’Italia giorno e notte, a testimoniare il loro no deciso alla riforma: “siamo sull’orlo del baratro per l’istruzione pubblica – denunciano da Roma ad una voce studenti UDU, ricercatori della Rete 29 Aprile e dell’associazione Ricercatori precari &#8211; proprio come noi sopra questo tetto”.</p>
<p>Quando si scende in piazza, però, si corre spesso il rischio che le manifestazioni assumano toni violenti. Più volte da parte delle pubbliche istituzioni è stato paventato il rischio che queste agitazioni potessero provocare esclusivamente danni alle strutture, o peggio, alle persone: l’allarmismo preventivo è il pane quotidiano di certa scettica parte politica. Ma la maturità della protesta si è vista anche in questo. La linea tra diritto a protestare e infrazione della legge, in questi casi è molto labile, e si incappa facilmente nel pericolo di veder sminuita e strumentalizzata la protesta, tacciati di rivoluzionarismo cieco e ostinato. Ma stavolta nulla è stato danneggiato. Anzi, in qualche caso la violenza delle forze dell’ordine si è rivelata eccessiva ed ingiustificata.</p>
<p>Il climax di manifestazioni ha raggiunto il suo apice nelle riunioni di studenti nella Capitale. Le proteste hanno bloccato e circondato tutto il centro della città, fino anche alla stazione Termini, con l’obiettivo di arrivare nel cuore stesso delle decisioni: i palazzi del potere. Il 24 novembre, dopo giorni di tensioni, gli studenti hanno tentato di entrare a Palazzo Madama, sede del Senato, e poi a Palazzo Grazioli, residenza del Premier Silvio Berlusconi. I tentativi, però, sono stati bloccati dall’azione intransigente di corpi di polizia in tenuta anti-sommossa, macchine blindate e camionette.</p>
<p>Sembrerà un po’ forte l’accostamento, in questi giorni più volte rievocato, agli anni bui del G8 di Genova, ma di fatto il clima di tensione simile. E anche la Zona Rossa progettata per arginare e ridurre gli spazi di espressione della contestazione lo è. Oggetti lanciati contro macchine e negozi, le uova, i fumogeni, le manifestazioni di forza, gli scontri frontali, i feriti. E se non si sta attenti ci scappa anche il morto.</p>
<p>Era davvero necessario tornare a rivangare questi episodi del passato? E se a rievocarli sono gli stessi politici, quali effetti può avere sull’opinione pubblica?<br />
E’ stato proprio il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, lo scorso 30 novembre, a denunciare la durezza del contrattacco alla manifestazione: “Una tenaglia militare ha assediato la capitale. Un paesaggio lunare, un’immagine che ricorda altre epoche e altre capitali. Roma blindata, sequestrata dalle forze dell’ordine, come se dovesse essere invasa da un esercito di brigatisti”. Rievocando persino, ad intensificare la propria idea, il fantasma di Pinochet: “a una generazione che reclama nello studio il diritto al futuro, si risponde con i mezzi cingolati, con la repressione, facendo di Roma una cartolina del Cile degli Anni Settanta”. E ancora, affonda la lama contro il Ministro degli Interni, colpevole, a suo avviso, di un atto gravissimo: aver trasformato la protesta in un problema di ordine pubblico.</p>
<p>Parole dure, profonde, di pungente denuncia al governo e ai suoi modi di reagire in tempi di crisi. Ma c’era da aspettarselo da lui, Nichi, l’abile oratore e l’irriducibile provocatore che qualche giorno prima di questa dichiarazione aveva palesato il suo appoggio ai giovani salendo sul tetto dell’Università a manifestare. A fornire un’interpretazione delle parole di Vendola è il sociologo Alessandro Del Lago: “Il governatore della Puglia esagera, ma fa il suo mestiere, si infila in un vuoto lasciato dal Pd anche se non credo che alla fine ci riuscirà. Trovo che la polizia italiana sia spesso incapace di gestire l’ordine pubblico, questo me lo lasci dire. E che i politici contribuiscano a diffondere un’isteria radicale: gli studenti lanciano qualche uovo e subito si parla di terrorismo, ‘atti di inaudita violenza’ secondo il Presidente Schifani e così via”.</p>
<p>In tempi di crisi si fa presto a cercare colpevoli e scaricare responsabilità, evocando scenari apocalittici e disastri politici. Ma questo fa davvero bene al Paese?<br />
Non sarà piuttosto, invece, un modo di fomentare le lotte, generando violenza, inasprendo i toni e scatenando polemiche? L’Italia è sul filo del rasoio, barcollante e ingenua, un po’ alticcia dopo le notti brave delle peggiori pagine di gossip politico. Si grida continuamente alla crisi e ci si sguazza contenti, si cerca di calmare i toni alzando ancora di più la voce, si prefigura un sicuro e vicino collasso. Ma la rabbia genera ira, la repressione scatena insurrezione, in un circolo vizioso di barbarie degenerativa.</p>
<p>Forse ora, però, è difficile tornare indietro. E la misure di sicurezza preventive contro gli scioperi delle masse studentesche finiscono di fatto per limitarne la libertà. Il diritto a manifestare diventa circoscritto a zone, giorni, ore e luoghi. La città è blindata, l’avvicinamento ai palazzi del potere  interdetto, le minacce arrivano giorni prima della manifestazione. Dov’è finita la democrazia?</p>
<p>Facile bersaglio da parte di chi si oppone, facile stendardo da parte di chi la porta a difesa dei diritti del cittadino. E così, in nome della democrazia, e in appoggio alla protesta, non solo Vendola ma anche altri politici sono saliti sui tetti con gli studenti. Da Bersani a Di Pietro – e fin qui, ce lo si poteva aspettare – criticati severamente dalla Gelmini: “così si rischia di legittimare gli eccessi. Non è una riforma targata politicamente, ma nata dalla condivisione del mondo universitario”. Peccato che il mondo universitario, per la maggior parte, non sia d’accordo.</p>
<p>Finché si parla di opposizione, tutto nella norma. Fatto sta, invece, che a guardare la città eterna dall’alto della facoltà di architettura ci sono saliti anche Della Vedova, Granata, e Flavia Perina di Futuro e Libertà. E qui sorge il dubbio che gli appartenenti al nuovo gruppo capitanato dal Presidente della Camera siano stati colpiti da schizofrenia galoppante, visto che solo qualche giorno dopo (il 30 novembre) hanno dichiarato il loro sì spassionato per l’approvazione la riforma. E se due più due fa ancora quattro, il salto logico è meno pindarico di quanto sembri.</p>
<p>La potenza mediatica dell’insurrezione studentesca non è sfuggita proprio a nessuno, e la perplessità che quello dei politici sia stato solo un modo fin troppo comodo di racimolare voti è fin troppo plausibile. Per questo gli studenti hanno diffidato da troppo entusiastici ringraziamenti, esternando evidenti dubbiosità: “i politici cavalcano il momento in vista della crisi di governo per farsi vedere dalle telecamere e apparire i tv accanto al movimento studentesco”. Strumentalizzazione, la parola più in voga degli ultimi tempi, tanto più perché la caccia al voto è ormai una guerra senza esclusione di colpi.</p>
<p>E se gli studenti sono certi, nel bene o nel male, di aver risvegliato le coscienze, la Gelmini liquida la mobilitazione di quasi centomila studenti in tutta Italia con un “niente di nuovo”. Eppure il Ministro dovrebbe aver realizzato che stavolta non è come le altre volte, e che si è creata un’ondata di dissenso seconda solo all’epico ’68. A rievocare la famosa ‘goccia che ha fatto traboccare il vaso’, utilizzando vetuste e forse banali metafore, in questo caso non si sbaglia. Università è sinonimo di futuro, e tagliare fondi, ancora, quando già guardiamo la classifica delle Università dei Paesi Ocse dal basso, è davvero intollerabile.</p>
<p>Tagli: senza dubbio la parola d’ordine delle manovre di governo degli ultimi anni. Un certosino lavoro di sartoria che ha messo in ginocchio tutti i settori economici della vita degli italiani. Questa volta si potrà forse parlare di taglio al futuro, senza correre il rischio di sembrare pessimisti. Niente soldi per l’Università, ancora meno fondi per la ricerca, riduzione ai minimi storici delle borse di studio per famiglie a basso reddito. Col taglio dei fondi per i finanziamenti ADISU (Agenzia per il Diritto allo Studio Universitario), solo il 20% degli aventi diritto ha ottenuto il rimborso delle tasse, mentre gli altri si sono dovuti accontentare della qualifica di “idonei non beneficiari”, ovvero quelli che ne avrebbero diritto ma di fatto non vedranno un solo quattrino. In molte regioni, come per esempio la Campania, sono state abolite anche le agevolazioni per la tessera dei mezzi pubblici. L’onere dei contributi universitari è tutto a carico degli studenti, e questo rende l’Università sempre meno accessibile e sempre più elitaria.</p>
<p>In una parola: privatizzazione. L’Università pubblica è un concetto che si fa sempre più rarefatto e progressivamente privo di significato. Il costo della retta annuale non scende mai sotto i mille euro, a cui ci sono da aggiungere costi di libri e dispense. Università per ricchi: a questo si arriverà, continuando di questo passo. Si può parlare di meritocrazia in questo caso? Piuttosto, verrebbe da dire, che si tratti questioni economiche, reddituali. L’istruzione è ancora un diritto, o sta diventando un lusso riservato a pochi?</p>
<p>Gli studenti non stanno zitti, si fanno sentire. Perché dalla disinformazione nasce l’ignoranza, perché meno se ne parla e meno si sa. Berlusconi dice che “gli studenti veri sono a casa a studiare. Nella piazze ci sono solo quelli dei centri sociali e i fuori corso”. Ma sa anche lui che non è vero, perché la maggior parte degli studenti è lì fuori a manifestare. Avere una coscienza critica non vuol dire non aver voglia di studiare. Al contrario: avere talmente tanta voglia di farlo, di realizzarsi, di credere in un domani, da saltare una lezione per cercare di cambiare le cose. Evitare di accettare supinamente un decreto che se diventasse esecutivo, così com’è, non causerebbe altro che ulteriori danni al Paese.</p>
<p>Le associazioni di studenti hanno messo a punto una riforma alternativa proprio perché il dissenso non è ingiustificato, e un’altra soluzione è possibile. L’Altrariforma, pensata, elaborata e proposta dai giovani è su www.wikisaperi.org e si articola in diversi punti. Assolutamente da leggere. Esemplare la postilla: ‘a differenza del ddl Gelmini, questo non è un testo sacro intoccabile, ma solo la prima tappa di un percorso di discussione ed elaborazione collettiva che vuole coinvolgere tutte le componenti dell&#8217;università’.</p>
<p>“Ridateci il nostro futuro” urlano gli studenti, perché adesso senza certezze, senza sogni, il futuro è nient’altro che utopia. Ma il futuro è utopico anche per chi un lavoro ce l’ha, e se ne vede privato. Diecimila i ricercatori in sciopero &#8211; quasi metà del totale &#8211; perché la riforma tocca anche loro. Il decreto, infatti, prevede che i ricercatori abbiano un contratto a tempo determinato di tre anni, rinnovabile per  tre anni e con una proroga di altri due. Al termine di questi otto anni, se superano il concorso diventano effettivi, altrimenti possono dire addio alla loro carriera universitaria. Una stretta di mano e tante grazie per la collaborazione.</p>
<p>Negli intenti del Ministro questa misura servirebbe a dare dignità al lavoro del professore associato che, ad oggi, pur essendo effettivamente precario, svolge molti dei compiti di competenza dei professori. Il 40% delle lezioni universitarie vengono tenute proprio da ricercatori, e la loro assenza, come si è visto in questi mesi, crea enormi disagi. Senza tralasciare il fatto che i ricercatori, in quanto tali, dovrebbero fare ricerca. Ma si da il caso che fondi non ce ne siano, e con i nuovi tagli di questa riforma, ce ne saranno sempre meno.</p>
<p>Regolamentare competenze e stabilire modalità di accesso alla professione di ricercatore non è un presupposto sbagliato, ma permettere che dopo anni di lavoro ci si possa dover trovare a ricominciare da zero è una reale ingiustizia. In altri termini, e senza indorare la pillola – non sarà certo un annunciato aumento dello stipendio da 1200 a 1800 euro a cambiare la realtà delle cose &#8211; una condanna al precariato a vita.</p>
<p>I modi della protesta hanno allarmato e mobilitato tutt’Italia, Ma c’è chi, all’estero, è pronto a far valere le proprie ragioni con ancor maggiore veemenza. Esemplare il caso della Gran Bretagna. Quando infatti il governo britannico ha decretato l’aumento delle tasse universitarie del 300%, da 3000 a 9000 sterline l’anno, gli studenti sono insorti e hanno manifestato nella capitale. La protesta portata avanti da cinquantamila studenti, inizialmente pacifica, è terminata violentemente con l’assalto alla hall della Millbank Tower, sede della parte politica dei Tory. Ma le rivendicazioni non si sono fermate qui, e il 9 dicembre gli studenti hanno circondato e assalito la Rolls Royce del Principe Carlo e sua moglie Camilla: solo l’ultimo episodio di una giornata densa di scontri e scorribande nel centro della città. La situazione diventa ancor più preoccupante considerando che per sedare gli insorti c’è voluto l’intervento della polizia a cavallo, misura che non veniva adottata dal 1984. In quell’anno i minatori insorsero contro la volontà dell’allora Primo Ministro del Regno Unito Margaret Thatcher di chiudere alcune miniere.</p>
<p>La rievocazione, in questo caso, non è casuale. Sì perché questa riforma del governo Cameron ha proprio il sentore degli intransigenti tagli all’istruzione thatcheriani del ‘70, duri ed inflessibili, senza diritto di replica. E così gli studenti, davanti a questa prevaricazione, per ribellarsi non hanno trovato altra valvola di sfogo che la violenza.</p>
<p>Ecco cosa racconta uno studente inglese, testimone in prima persona degli episodi delle ultime settimane: “Non ho tirato pietre né spaccato vetrine, in via di principio sono contrario alla violenza, ma abbiamo marciato tante altre volte e ottenuto solo dei modesti trafiletti sui giornali, mentre stavolta, grazie al casino che è scoppiato, tutte le tivù e i giornali parlano di noi”. Ciò che accade quando con le buone maniere non si riesce ad ottenere nulla.</p>
<p>Si possono confrontare queste due reazioni al cambiamento, quella italiana e quella britannica? La differenza sta nel fatto che in Gran Bretagna il governo non si fa scrupoli non semplicemente ad aumentare, ma addirittura a triplicare le tasse universitarie. Mentre in Italia l’Università è – per ora – pubblica, e deve quindi dare ragione ai cittadini degli aumenti, sempre tenendo ben presente quel diritto fondamentale che è l’istruzione. Vista da questa prospettiva potremmo addirittura considerarci fortunati, di fronte ad un aumento importante ma non esorbitante delle tasse, e ad una relativa disposizione all’ascolto da parte delle istituzioni, dato che a mesi dalla proposta, la legge non è ancora stata approvata.</p>
<p>Ma è effettivamente questa la chiave di volta? A volte ci si sente impotenti, come se le parole perdessero di significato e le azioni venissero costantemente svalutate dai fatti.  Tutti attendevano, impazienti e trepidanti, la data del 14 dicembre. Per qualcuno il giorno della verità, per altri il trionfo delle conferme. Di fatto, l’occasione per conoscere le sorti dell’Italia ed anche di questa riforma. Gi studenti, in fondo fiduciosi, avevano riposto tutte le loro speranze ed aspettative sul voto di sfiducia al governo Berlusconi. Se il governo, come era legittimo supporre, fosse stato sfiduciato in Parlamento il decreto Gelmini avrebbe trovato il suo stop, e ci sarebbero state le basi per un nuovo incipit riformatore.</p>
<p>Ecco perché, muniti di striscioni e spirito combattivo, da tutt’Italia si sono dati appuntamento a Roma per il round finale. Il nervosismo è alle stelle, oltre agli studenti per le strade ci sono anche coloro i quali manifestano contro il governo, sperando che ottenga la sfiducia. Come sempre in queste situazioni, ai manifestanti pacifici si uniscono i facinorosi muniti di bombe carta e fumogeni. Le misure preventive bloccano l’intero centro cittadino, il rischio di veder degenerare la situazione è altissimo. Sembra di tornare a quel 2001 di terrore, di cieca e cocciuta brutalità.</p>
<p>“Studenti in rivolta, la fiducia non ferma la lotta” denuncia uno striscione a inizio mattinata. Tra le centomila persone giunte a Roma ci sono anche migliaia di universitari. La loro protesta è costruttiva fino in fondo, sfilano in prima fila studenti dei cosiddetti book block, ragazzi che portano al collo degli ‘scudi letterari’. Sono lì a dire che per proteggere i propri diritti non c’è bisogno di violenza, ma bastano le copertine di classici famosi e la forza della cultura.</p>
<p>Ma alla fine il peggio non ci è stato risparmiato: la manifestazione è degenerata, e nel peggiore dei modi. Bombe carta, fumogeni, sassi contro le camionette della polizia, spranghe contro le vetrine dei negozi, macchine distrutte, incendi per le strade. La polizia risponde con i lacrimogeni, l’intera capitale è nel panico. Le televisioni riprendono tutto in diretta, in questo disastro sarà difficile individuare responsabilità, ma anche molto facile strumentalizzare e stigmatizzare atteggiamenti e rivalse.</p>
<p>Ci si concentra sui possibili mandanti, alcuni quotidiani prospettano la possibilità che tra i fautori dei danneggiamenti ci siano addirittura degli infiltrati delle forze dell’ordine. C’è una guerra al massacro, in Parlamento e fuori.  La produttività di una protesta portata avanti con i migliori propositi, con convinzione e risolutezza, basata su una vera ideologia alla ricerca di un’alternativa, finisce così per essere accantonata e considerata alla stregua di altre sterili rappresaglie. Lo sforzo nel trovare nuovi modi di espressione, fatti di collaborazione e di cultura, col solo obiettivo di rendere l’università italiana migliore e accessibile a tutti, rischia di passare in sordina a causa di grossolani e sconfortanti atti di guerriglia urbana.</p>
<p>La decisione, comunque, è ancora rimandata. Un’altra settimana di Passione per conoscere una verità che ormai si prospetta tristemente scontata. Il 22 dicembre la votazione definitiva del decreto porta con sé un patema d’animo pregno d’angoscia, ancora fortemente scottato dalle immagini delle ultime manifestazioni. Presidio di forze dell’ordine raddoppiato, Zona Rossa asserragliata, tenuta antisommossa per evitare che gli studenti potessero causare disordini e scompigli. Ma le strumentalizzazioni sono state fin troppe e questa volta tutto è andato secondo i piani: gli scioperi sono rimasti ben lontani dalle zone calde della Capitale. Stavolta, però, gli studenti hanno chiesto di essere ricevuti dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Una rappresentanza di loro ha raggiunto il Quirinale per parlare con la più alta carica dello Stato e spiegare le proprie ragioni.</p>
<p>L’entusiasmo iniziale è stato però presto smorzato dalla decisione avvenuta solo qualche ora dopo in Parlamento. La riforma è stata approvata, il decreto Gelmini è diventato legge e nel giro di qualche mese diventerà effettivo.</p>
<p>Da qui a pensare che tutta questa fatica, l’impegno, la passione e la fantasia nel cercare di immaginare un futuro diverso sia stato del tutto inutile, il passo è breve. Ma si ha come l’impressione che qualcosa sia cambiato. Che sia stato piantato il germe della rivoluzione, e che ora il cambiamento sia possibile. La lotta continua e non finisce qui. Qualcuno ha detto che i giovani sono il futuro, ma bisogna fare in modo che ce l’abbiano.</p>
<p><em><strong>(Claudia Attolico è Junior Research di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/26/2517/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Era proprio necessario far resuscitare Gordon Gekko?</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/20/era-proprio-necessario-far-resuscitare-gordon-gekko/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/20/era-proprio-necessario-far-resuscitare-gordon-gekko/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 17:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[oliver stone]]></category>
		<category><![CDATA[Wall Street: il denaro non dorme mai]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2208</guid>
		<description><![CDATA[di Claudia Attolico. Dopo 23 anni risorge &#8211; non sappiamo quanto gloriosamente &#8211; Gordon Gekko, il manager avido e spietato per eccellenza. Tutto è pronto per Wall Street: il denaro non dorme mai, sequel del capolavoro di Stone sul mondo dell&#8217;alta finanza. I tempi sono cambiati, il sogno americano della ricchezza facile da accumulare in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2209" title="wall-street-poster" src="http://www.noaweb.it/public/wall-street-poster.jpg" alt="wall-street-poster" width="207" height="156" />di <strong><em>Claudia Attolico</em></strong>. Dopo 23 anni risorge &#8211; non sappiamo quanto gloriosamente &#8211; Gordon Gekko, il manager avido e spietato per eccellenza. Tutto è pronto per <strong><a href="http://www.wallstreetmoneyneversleeps.com/" target="_blank">Wall Street: il denaro non dorme mai</a></strong>, sequel del capolavoro di Stone sul mondo dell&#8217;alta finanza. I tempi sono cambiati, il sogno americano della ricchezza facile da accumulare in Borsa è ormai tramontato. Persino l’America, colosso dalle fondamenta apparentemente incrollabili, ha mostrato al mondo la sua fragilità. Insidiosa, di questi tempi, una seconda puntata. Tra detrattori e fan, Stone si confronta ancora una volta col mondo ostentatamente patinato dell’economia statunitense. Ma con quale risultato? <span id="more-2208"></span></p>
<p>Il mito del manager senza scrupoli, disposto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, ci è stato consegnato 23 anni fa da un film che ha fatto la storia della cinematografia mondiale: Wall Street. Fotografia a tinte vivide di una spietata figura che si delineava proprio sul finire degli anni &#8216;80 nel paradiso della Grande Mela, Gordon Gekko (interpretato da un sorprendente Michael Douglas) è diventato icona affascinante e insieme proibita dell’uomo che con le sue sole forze è in grado di costruire il proprio successo. &#8220;Greed is good&#8221;: questa la sua filosofia di vita, forse spregevole, sicuramente vincente. Un ruolo esaltante, adrenalinico, che fa della sfacciataggine l&#8217;unico credo. Ma la sua storia non ha un lieto fine: si sa, il cattivo non vince mai. Gekko è costretto a pagare il fio delle sue azioni. Finisce in galera, e con lui tutta la sua fatua onnipotenza.</p>
<p>Dopo 23 anni arriva però la gloriosa resurrezione. Oliver Stone rispolvera il suo vecchio capolavoro e Douglas riveste i panni dell’intramontabile mito: tutto è pronto per il sequel, ‘Wall Street: il denaro non dorme mai’. I tempi sono cambiati, il sogno americano della ricchezza facile da accumulare in Borsa è ormai tramontato. Persino l’America, colosso dalle fondamenta apparentemente incrollabili, ha mostrato al mondo la sua fragilità. Insidioso, adesso, fare un sequel. Tra detrattori e sostenitori, Stone si confronta ancora una volta col mondo ultrapatinato dell’economia statunitense. Ma con quale risultato?</p>
<p>C’è ancora lui, Gordon Gekko, stavolta però nel ruolo di mentore per un giovane e ambizioso ragazzo, Jacob (Shia LaBeouf),  che poi scopre essere il fidanzato di sua figlia Winnie. Il vecchio lupo della finanza sembra essersi ammansito, quasi convince in questa sua nuova veste. Ma, per usare un logoro luogo comune, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ben presto infatti mostra il suo vero volto, e trascina Jacob nella sua stessa fossa. Le storie dei due scorrono parallele, il ragazzo finisce per diventare a sua volta schiavo del successo, deteriorando i rapporti con Winnie e cambiando integralmente la sua vita.</p>
<p>Il film di Stone ci lascia con un quesito, in fondo irrisolto. Si può ancora fotografare in questi termini la società e l&#8217;economia americane, alla luce del disastroso biennio appena trascorso? Si può ancora parlare di arrivismo e successo come combinazione vincente per l’autorealizzazione, senza correre il rischio di sembrare quanto meno poco realisti? I toni si smorzano, la storia d’amore addolcisce il plot. Quella cifra inedita e accattivante che aveva conquistato il pubblico in Wall Street sembra svanita: prevedibile, è questo il rischio che corre Stone. Ci chiediamo se il regista stavolta non si sia ispirato a un film (quello sì riuscito) di qualche anno fa, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/L'avvocato_del_diavolo" target="_blank"><strong>L&#8217;avvocato del diavolo</strong></a>. Sembra infatti risuonare la voce di un immortale Al Pacino che con soddisfazione affermava: &#8220;Vanità, decisamente il mio peccato preferito&#8221;.</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Il mito del manager senza scrupoli, disposto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, ci è stato consegnato 23 anni fa da un film che ha fatto la storia della cinematografia mondiale: Wall Street. Fotografia a tinte vivide di una spietata figura che si delineava proprio sul finire degli anni &#8216;80 nel paradiso della Grande Mela, Gordon Gekko (interpretato da un sorprendente Michael Douglas) è diventato icona affascinante e insieme proibita dell’uomo che con le sue sole forze è in grado di costruire il proprio successo. &#8220;Greed is good&#8221;: questa la sua filosofia di vita, forse spregevole, sicuramente vincente. Un ruolo esaltante, adrenalinico, che fa della sfacciataggine l&#8217;unico credo. Ma la sua storia non ha un lieto fine: si sa, il cattivo non vince mai. Gekko è costretto a pagare il fio delle sue azioni. Finisce in galera, e con lui tutta la sua fatua onnipotenza.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Dopo 23 anni arriva però la gloriosa resurrezione. Oliver Stone rispolvera il suo vecchio capolavoro e Douglas riveste i panni dell’intramontabile mito: tutto è pronto per il sequel, ‘Wall Street: il denaro non dorme mai’. I tempi sono cambiati, il sogno americano della ricchezza facile da accumulare in Borsa è ormai tramontato. Persino l’America, colosso dalle fondamenta apparentemente incrollabili, ha mostrato al mondo la sua fragilità. Insidioso, adesso, fare un sequel. Tra detrattori e sostenitori, Stone si confronta ancora una volta col mondo ultrapatinato dell’economia statunitense. Ma con quale risultato?</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">C’è ancora lui, Gordon Gekko, stavolta però nel ruolo di mentore per un giovane e ambizioso ragazzo, Jacob (Shia LaBeouf),  che poi scopre essere il fidanzato di sua figlia Winnie. Il vecchio lupo della finanza sembra essersi ammansito, quasi convince in questa sua nuova veste. Ma, per usare un logoro luogo comune, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ben presto infatti mostra il suo vero volto, e trascina Jacob nella sua stessa fossa. Le storie dei due scorrono parallele, il ragazzo finisce per diventare a sua volta schiavo del successo, deteriorando i rapporti con Winnie e cambiando integralmente la sua vita.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Il film di Stone ci lascia con un quesito, in fondo irrisolto. Si può ancora fotografare in questi termini la società e l&#8217;economia americane, alla luce del disastroso biennio appena trascorso? Si può ancora parlare di arrivismo e successo come combinazione vincente per l’autorealizzazione, senza correre il rischio di sembrare quanto meno poco realisti? I toni si smorzano, la storia d’amore addolcisce il plot. Quella cifra inedita e accattivante che aveva conquistato il pubblico in Wall Street sembra svanita: prevedibile, è questo il rischio che corre Stone. Ci chiediamo se il regista stavolta non si sia ispirato a un film (quello sì riuscito) di qualche anno fa, L&#8217;avvocato del diavolo. Sembra infatti risuonare la voce di un immortale Al Pacino che con soddisfazione affermava: &#8220;Vanità, decisamente il mio peccato preferito&#8221;.</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/20/era-proprio-necessario-far-resuscitare-gordon-gekko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Si stava meglio quando si stava peggio? Scoprilo con un clic!</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/17/si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio-scoprilo-con-un-clic/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/17/si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio-scoprilo-con-un-clic/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 15:43:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2286</guid>
		<description><![CDATA[di Luigi Santoro. Perché non provare a viaggiare nel tempo?  Sembra essere questa la  domanda che si sono posti gli inventori di “We Are What We Do”, un  movimento globale nato nel 2004 in Inghilterra che ha subito incuriosito  e coinvolto la popolazione del Web. Lo scopo è quello di invogliare gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2288" title="we are what we do 4" src="http://www.noaweb.it/public/we-are-what-we-do-41-300x219.PNG" alt="we are what we do 4" width="240" height="175" />di <em><strong>Luigi Santoro</strong></em>. Perché non provare a viaggiare nel tempo?  Sembra essere questa la  domanda che si sono posti gli inventori di “We Are What We Do”, un  movimento globale nato nel 2004 in Inghilterra che ha subito incuriosito  e coinvolto la popolazione del Web. Lo scopo è quello di invogliare gli  internauti ad usare i propri comportamenti quotidiani per  sensibilizzare l’opinione pubblica sulle grandi questioni ambientali e  sociali del nostro caro Pianeta. Di recente è stato avviato anche il progetto  “Historypin”, che permetterà di compiere un viaggio a ritroso nel  tempo per confrontare come un determinato luogo si sia evoluto a partire dal 1840  fino ad arrivare ai nostri giorni.<span id="more-2286"></span></p>
<p><strong><a href="http://www.wearewhatwedo.org/" target="_blank">Navigando in questo eccentrico sito</a></strong>, scopriamo che ci sono una miriade di piccole azioni che ognuno di noi può compiere quotidianamente e senza troppi sforzi, per rendere migliore il mondo in cui viviamo. I simpatici ragazzi britannici per adesso ne hanno stimate 138 (La 006 “prendere mezzi pubblici quando si può”, 058 “staccare la spina caricabatterie del cellulare”, 078 “fotocopie su entrambi i lati di un foglio”). Certo, sfogliandole tutte ci accorgiamo che alcune di queste sono un tantino maniacali &#8211; alcune da casalinga disperata &#8211; ma il loro effetto potrebbe essere enorme se tutti noi le seguissimo regolarmente.</p>
<p>Ebbene, quei bravi ragazzi di “Noi siamo ciò che facciamo”, di recente hanno avviato un progetto di cartografia storica denominato “Historypin”. Il progetto, degno delle teorie quadrimensionali di  Herbert George Wells, permette di compiere un viaggio a ritroso nel tempo attraverso la visualizzazione di vecchie foto inserite nelle mappe di Google. L’aspetto positivo di questo servizio online gratuito, è che funziona esattamente come Google Maps: l’applicazione “Streetview”, per esempio, colloca le fotografie nella determinata posizione storica indicata dall’utente. Il programma permette anche di effettuare le ricerche direttamente tramite le mappe, e nel frattempo confrontare come un determinato luogo si sia evoluto a partire dal 1840 fino ad arrivare ai nostri giorni.</p>
<p>Facendo un viaggio spazio-temporale tra le novemila foto caricate dagli utenti, le emozioni non mancano di sicuro. Nel visitarlo ci siamo imbattuti in alcune foto particolarmente divertenti, come quella che ritrae i Beatles nel 1964 sugli Champs-Elysees, o la simpatica immagine in cui, sovrapposta all’attuale piazza del Piccadilly Circus, c’è una foto del 1966 raffigurante gli sfottò dei tifosi tedeschi durante i Mondiali di calcio. Da notare la scritta sulla fiancata dell’auto che recita: “potete giocare come undici James Bond, ma non sconfiggerete mai la Nazionale tedesca”.<br />
Peccato, però, che la storia non gli abbia dato ragione: gli inglesi sconfissero la Germania dell’Ovest per quattro reti a due.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/17/si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio-scoprilo-con-un-clic/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per bruciare il Corano (senza polemiche) chiamate Cattelan</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/12/per-bruciare-il-corano-senza-polemiche-chiamate-cattelan/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/12/per-bruciare-il-corano-senza-polemiche-chiamate-cattelan/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 Sep 2010 16:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[arte di avanguardia]]></category>
		<category><![CDATA[cattelan]]></category>
		<category><![CDATA[corano]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[occidente]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
		<category><![CDATA[pastore jones]]></category>
		<category><![CDATA[rogo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2151</guid>
		<description><![CDATA[di Redsox. Per anni abbiamo visto le bandiere americane bruciare in piazza, contro la guerra in Vietnam o l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq. E ci siamo detti passi, sono state guerre sbagliate. Per anni abbiamo finanziato, anche con le nostre tasche, mostre ed esposizioni pubbliche in cui si scioccava il pubblico prendendo di mira il Papa, Gesù Cristo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-2152" title="cattelan" src="http://www.noaweb.it/public/cattelan.jpg" alt="cattelan" width="242" height="155" />di <em>Redsox</em></strong>. Per anni abbiamo visto le bandiere americane bruciare in piazza, contro la guerra in Vietnam o l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq. E ci siamo detti passi, sono state guerre sbagliate. Per anni abbiamo finanziato, anche con le nostre tasche, mostre ed esposizioni pubbliche in cui si scioccava il pubblico prendendo di mira il Papa, Gesù Cristo e la Madonna. E se qualcuno aveva da obiettare veniva schedato come un bigotto che non capisce l&#8217;arte di avanguardia. Dalla fine degli anni Sessanta abbiamo assistito a una totale desacralizzazione della società occidentale ma, anche in questo caso, non ci siamo strappati le vesti perché capivamo che il mondo era cambiato, le chiese si svuotavano mentre gli internet point si riempivano. Finché ogni tabù si è rotto e Giovanni Paolo II è finito sotto il meteorite di Cattelan.<span id="more-2151"></span></p>
<p>Tutto questo avrebbe dovuto mostrare la forza della nuova cultura occidentale, laica, plurale e multiculturale. Ci abbiamo creduto sinceramente fino a quando un giorno un imam che inneggia ai fascisti islamici di Hamas ha proposto di costruire una grande moschea a qualche isolato di distanza da Ground Zero e gli obamiani hanno acconsentito, dicendo che vietare la costruzione della Moschea di Cordoba sarebbe stato un venir meno ai principi di tolleranza e integrazione che hanno reso grande l&#8217;America. Ancora una volta ci siamo detti e va bene, magari servirà a placare il conflitto delle civiltà.</p>
<p>Il bello doveva ancora arrivare. Un pastore evangelico yankee ha annunciato davanti alle telecamere di voler bruciare in pubblico qualche dozzina di copie del Corano perché, secondo lui, l&#8217;Islam sarebbe &#8220;la religione del diavolo&#8221;. Il pastore non è un artista sperimentale come quelli che piacciono alla elite liberal ed è stato bollato come un razzista xenofobo, cosa che in effetti è viste le sue propensioni. Ma in America esiste pur sempre il Primo Emendamento, se qualcuno se lo ricorda.</p>
<p>Per cui sorridiamo amaramente davanti a quei difensori della libertà di espressione che dal &#8216;68 in poi ci hanno spinto a trasgredire i rituali e i valori della nostra cultura &#8211; e certo che c&#8217;era da ridere e anche da sovvertire &#8211; ma che adesso si mostrano ultra-rispettosi verso chi li minaccia culturalmente e politicamente: un altro grande monoteismo, che non si può offendere, solo ossequiare. L&#8217;ipocrisia e la codardia di queste classi dirigenti è infinita.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/12/per-bruciare-il-corano-senza-polemiche-chiamate-cattelan/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Guantanamo Art</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/11/guantanamo-art/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/11/guantanamo-art/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 11 Sep 2010 10:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[11 Settembre]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[guantanamo]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[quadri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2143</guid>
		<description><![CDATA[di Maria Grazia Gallù. Se per Umberto Saba l’opera d’arte è sempre stata una forma di confessione, chissà quali patimenti o colpe avranno tentato di esprimere (attraverso le proprie opere) i detenuti della controversa prigione -fortezza di Guantanamo. La struttura è un edificio detentivo di massima sicurezza interno alla base navale americana di Guantanamo sull&#8217;isola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2144" title="guantanamop" src="http://www.noaweb.it/public/guantanamop.jpg" alt="guantanamop" width="204" height="136" />di <strong>Maria Grazia Gallù</strong>. Se per Umberto Saba l’opera d’arte è sempre stata una forma di confessione, chissà quali patimenti o colpe avranno tentato di esprimere (attraverso le proprie opere) i detenuti della controversa prigione -fortezza di Guantanamo. La struttura è un edificio detentivo di massima sicurezza interno alla base navale americana di Guantanamo sull&#8217;isola di Cuba. Solo dal 2002 gli Stati Uniti hanno aperto il campo di prigionia agli occhi del mondo. <span id="more-2143"></span></p>
<p>Il carcere è finito sotto il tiro dei media quando nel marzo del 2003 emerse un documento stilato da un gruppo di consiglieri legali dell&#8217;Amministrazione Bush in cui si sosteneva che l’allora Presidente non fosse tenuto a rispettare le norme internazionali che vietano la tortura. <em>Ma c&#8217;è qualcosa di nuovo giù a Guantanamo Bay, un goccio di speranza e umanità. Questa settimana ricordiamo così l&#8217;11 Settembre.</em></p>
<p>A giudizio dei suoi consiglieri, Bush non era vincolato neppure dalla legge federale e perciò veniva in questo modo esentato da ogni responsabilità penale nel momento dell&#8217;impiego di &#8220;particolari&#8221; tecniche di interrogatorio. A partire da questo momento, le denunce di episodi di violenza all’interno della struttura sono state sempre più numerose. Nel 2009 si è venuti a conoscenza di un particolare metodo di tortura: i prigionieri in cella sarebbero stati bombardati giorno e notte con le più celebri canzoni americane, in particolare brani come Born in the USA di Bruce Springsteen e American Pie di Don McLean, portandoli alla follia. Artisti del panorama americano espressero  il loro profondo  disgusto per la maniera in cui la musica, considerata una forma d’arte, fosse stata impiegata per perpetuare crimini contro l’umanità.</p>
<p>Dopo molte proteste e richieste sulla definitiva chiusura del centro, il presidente Barack Obama ha promesso di chiudere Guantanamo, firmando, il 21 gennaio 2009, un ordine esecutivo che dovrebbe portare allo smantellamento del carcere entro la fine dell&#8217;anno. Nonostante questa promessa non sia ancora stata portata a termine, e dopo tanto clamore, dalla base cubana però arriva una notizia sorprendente, come se anche in quell&#8217;inferno ci fosse spazio per l&#8217;umanità, almeno fino a un ulteriore prova contraria. Le regole del supercarcere sono sempre molto restrittive ma non tutti sono a conoscenza del fatto che all’interno di Camp Delta esista una biblioteca alessandrina, dove i detenuti possono scegliere fra 18,000 testi riguardanti qualsiasi argomento: da libri sull’Islam a Harry Potter, ovviamente in differenti lingue. Non solo. Un raggio di sole in quello stato di indefinitezza che può essere la detenzione ce lo racconta il giornalista americano Tim Fitzsimons, dopo una sua recente visita al centro detentivo.</p>
<p>Pare che una zona di Camp Delta sia stata adibita a scuola d’arte, frequentata dai detenuti che hanno mantenuto una buona condotta. In passato è stato sempre un obiettivo della politica carceraria in diverse parti del mondo quello di inserire attività ricreative o di formazione per un eventuale reinserimento dei detenuti nella società. La &#8220;pinacoteca di Guantanamo&#8221; è operativa da diverso tempo e ciò spiegherebbe anche l’alto numero di opere esposte; solo di recente è stato reso possibile fotografarli, in occasione del processo a Omar Khadr, il ventitreenne sentito per la prima volta dalla corte militare dopo 8 anni di detenzione. Una storia che ha fatto molto discutere.</p>
<p>Il Comandante in capo della Marina, Fagan Bradley, nonché capo dell’ufficio Relazioni con il Pubblico di Guantanamo, spiega come fino ad allora si era preferito non mostrare i quadri e le opere d&#8217;arte dei detenuti per motivi di sicurezza; le guardie confermano, dicendo che le opere sono state più volte controllate per individuare se ci fossero delle informazioni, riferimenti alla violenza, o nascondessero un particolare tipo di messaggio in codice. L&#8217;identità di questi artisti non può essere in nessun modo divulgata, in modo che non si venga mai a sapere se una delle nature morte, mettiamo, sia frutto dell&#8217;ispirazione artistica di macellai come Khalid Sheikh Mohammed, la &#8220;mente&#8221; dell&#8217;11 Settembre. Del resto, a Guantanamo è ancora reato fotografare e persino rivolgere la parola ai prigionieri se non dietro autorizzazione. Ci restano le spiagge, le lanterne, i vicoli in stile mediorientale dei disegni fatti da chi è chiuso in cella. Ma per ora questa manciata di immagini è uno dei pochi segni di umanità emersi dietro il filo spinato di Guantanamo Bay.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/11/guantanamo-art/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ma per favore, il sapere è qualcosa di più complesso di Internet</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/05/non-fidatevi-della-cultura-sottile-di-internet/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/05/non-fidatevi-della-cultura-sottile-di-internet/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 20:38:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sapere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2180</guid>
		<description><![CDATA[Nella vita di ognuno di noi può capitare che un giorno qualunque, ad un’ora imprecisata, accada un evento apparentemente insignificante che cambia la vita. Un segno, un gesto, una lettura, assumono un nuovo significato: le nubi si diradano e tutto ci appare chiaro. E’ quello il momento in cui la realtà si mostra per quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Nella vita di ognuno di noi può capitare che un giorno qualunque, ad un’ora imprecisata, accada un evento apparentemente insignificante che cambia la vita. Un segno, un gesto, una lettura, assumono un nuovo significato: le nubi si diradano e tutto ci appare chiaro. E’ quello il momento in cui la realtà si mostra per quella che è davvero, e riusciamo a smascherare la finzione sottesa alle cose: finalmente ci appare in tutta la sua evidenza quella diffusa e triste consuetudine che potremmo definire la “falsificazione della realtà”. Delusi dalla superficialità, colpiti dall’incertezza, ci sentiamo come incapaci di reagire e travolti da un destino inspiegabile. E’ grazie a questa nuova consapevolezza che possiamo affermare di aver passato il guado dell’infanzia e della adolescenza e di aver fatto un lungo salto verso la maturità. In quel momento ci chiediamo: è meglio sopravvivere basando la propria vita su una facciata socialmente accettabile, o al contrario dobbiamo oltrepassare le barriere di una conoscenza “pret a porter” e di una visione del mondo sempre più scontata?</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Intuizione, ecco di che si tratta. Quel tale giorno, a quell’ora imprecisata, comprendiamo che è necessario uno sforzo ulteriore per interpretare la realtà. Tutt’intorno a noi la gente pensa di sapere chissà cosa, vive di conoscenze di seconda mano, interagisce con gli altri come se dovesse combattere una eterna lotta per la superiorità intellettuale. Alla base di quel che potremmo indicare come una querelle fra conoscenza empirica e una minima competenza delle cose, infatti, c’è un problema filosofico di fondo. L’individuo difficilmente può attingere all’enorme quantità di dati del reale, e per quanto possa impegnarsi nel corso della sua vita non potrà mai acquisire una conoscenza enciclopedica su tutte le categorie del sapere. Di qui la necessità di operare una selezione di informazioni. Ciascuno, con i suoi propri limiti, può testare in prima persona il proprio bagaglio culturale: può agire e documentarsi. Ma le guerre, le grandi scoperte, l’eredità di secoli di storia sono nozioni che ci arrivano da fonti indirette, raccontate da terzi che a loro volta non sono stati testimoni dei fatti. La loro autorità fa da garante del patto di fiducia che si instaura tra emittente e destinatario, ma nulla toglie che un lettore più attento e più curioso possa intestardirsi e verificare la veridicità degli eventi di cui si parla. La mediocrità del sapere è un rischio in cui incappiamo tutti ogni giorno. L’era dei media, delle tecnologie e dei computer è stata la rovina della ricerca cosciente e autonoma: motori di ricerca, notizie brevi e sincopate, definizioni riassuntive ma non per forza esaustive, hanno diffuso un trend negativo livellando la conoscenza verso il basso. Si finisce per sapere di tutto un po’, senza conoscere effettivamente nulla. Per alcuni la capacità di intrattenere conversazioni interessanti sembra una necessità imprescindibile. Questi individui si dotano di un bagaglio teorico generico e superficiale per sopravvivere nella giungla quotidiana e quando poi, casualmente, gli capita di parlare con altri sulle esperienze che hanno vissuto in prima persona sembrano arrogarsi il diritto di indottrinare il resto del mondo, e lo fanno anche con una certa ostentazione. La loro ‘praticità’ può anche proteggerli dall’imbarazzo e favorire qualche vuota conversazione da salotto, ma certo non li salva dall’ignoranza. Talvolta però accade che qualcuno, una voce fuori dal coro, riesca a fare piazza pulita delle frivolezze cercando di arrivare al cuore dei fatti. Ma questi eroi corrono un grosso rischio. Da quel momento non potranno più usufruire di opinioni banali e preconfezionate, ma dovranno farsene delle proprie. Un’impresa che ha dello straordinario, visti i tempi che corrono.</div>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-2182" title="gug" src="http://www.noaweb.it/public/gug1.jpg" alt="gug" width="218" height="120" />di <strong><em>Claudia Attolico. </em></strong>Quant&#8217;è profonda la conoscenza che stiamo accumulando grazie a Internet? L’era dei media, delle tecnologie e dei computer potrebbe rivelarsi la fine, oltre che la rovina della ricerca cosciente e autonoma: motori di ricerca, notizie brevi e sincopate, definizioni riassuntive ma non per forza esaustive, diffondono un trend negativo livellando la conoscenza verso il basso. Si finisce per sapere di tutto un po’, senza conoscere effettivamente nulla. <span id="more-2180"></span></p>
<p>Nella vita di ognuno di noi può capitare che un giorno qualunque, ad un’ora imprecisata, accada un evento apparentemente insignificante che cambia la vita. Un segno, un gesto, una lettura, assumono un nuovo significato: le nubi si diradano e tutto ci appare chiaro. E’ quello il momento in cui la realtà si mostra per quella che è davvero, e riusciamo a smascherare la finzione sottesa alle cose: finalmente ci appare in tutta la sua evidenza quella diffusa e triste consuetudine che potremmo definire la “falsificazione della realtà”. Delusi dalla superficialità, colpiti dall’incertezza, ci sentiamo come incapaci di reagire e travolti da un destino inspiegabile. E’ grazie a questa nuova consapevolezza che possiamo affermare di aver passato il guado dell’infanzia e della adolescenza e di aver fatto un lungo salto verso la maturità. In quel momento ci chiediamo: è meglio sopravvivere basando la propria vita su una facciata socialmente accettabile, o al contrario dobbiamo oltrepassare le barriere di una conoscenza “pret a porter” e di una visione del mondo sempre più scontata?</p>
<p>Intuizione, ecco di che si tratta. Quel tale giorno, a quell’ora imprecisata, comprendiamo che è necessario uno sforzo ulteriore per interpretare la realtà. Tutt’intorno a noi la gente pensa di sapere chissà cosa, vive di conoscenze di seconda mano, interagisce con gli altri come se dovesse combattere una eterna lotta per la superiorità intellettuale. Alla base di quel che potremmo indicare come una querelle fra conoscenza empirica e una minima competenza delle cose, infatti, c’è un problema filosofico di fondo. L’individuo difficilmente può attingere all’enorme quantità di dati del reale, e per quanto possa impegnarsi nel corso della sua vita non potrà mai acquisire una conoscenza enciclopedica su tutte le categorie del sapere. Di qui la necessità di operare una selezione di informazioni. Ciascuno, con i suoi propri limiti, può testare in prima persona il proprio bagaglio culturale: può agire e documentarsi. Ma le guerre, le grandi scoperte, l’eredità di secoli di storia sono nozioni che ci arrivano da fonti indirette, raccontate da terzi che a loro volta non sono stati testimoni dei fatti. La loro autorità fa da garante del patto di fiducia che si instaura tra emittente e destinatario, ma nulla toglie che un lettore più attento e più curioso possa intestardirsi e verificare la veridicità degli eventi di cui si parla. La mediocrità del sapere è un rischio in cui incappiamo tutti ogni giorno. L’era dei media, delle tecnologie e dei computer è stata la rovina della ricerca cosciente e autonoma: motori di ricerca, notizie brevi e sincopate, definizioni riassuntive ma non per forza esaustive, hanno diffuso un trend negativo livellando la conoscenza verso il basso. Si finisce per sapere di tutto un po’, senza conoscere effettivamente nulla. Per alcuni la capacità di intrattenere conversazioni interessanti sembra una necessità imprescindibile. Questi individui si dotano di un bagaglio teorico generico e superficiale per sopravvivere nella giungla quotidiana e quando poi, casualmente, gli capita di parlare con altri sulle esperienze che hanno vissuto in prima persona sembrano arrogarsi il diritto di indottrinare il resto del mondo, e lo fanno anche con una certa ostentazione. La loro ‘praticità’ può anche proteggerli dall’imbarazzo e favorire qualche vuota conversazione da salotto, ma certo non li salva dall’ignoranza. Talvolta però accade che qualcuno, una voce fuori dal coro, riesca a fare piazza pulita delle frivolezze cercando di arrivare al cuore dei fatti. Ma questi eroi corrono un grosso rischio. Da quel momento non potranno più usufruire di opinioni banali e preconfezionate, ma dovranno farsene delle proprie. Un’impresa che ha dello straordinario, visti i tempi che corrono.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/05/non-fidatevi-della-cultura-sottile-di-internet/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Geeks Philosophy</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/05/geeks-philosophy/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/05/geeks-philosophy/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 16:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[geeks]]></category>
		<category><![CDATA[sindroma di asperger]]></category>
		<category><![CDATA[sit-com]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2130</guid>
		<description><![CDATA[di Paul Collins. L’Emmy 2010 come migliore attore protagonista di commedie è andato a Jim Parsons, che interpreta il dottor Sheldon Cooper in The Big Bang Theory, la popolare sitcom  trasmessa sul canale CBS. Sheldon è un personaggio divertente, geniale, e sebbene la serie non lo descriva mai come tale, è anche la prima stella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2131" title="big-bang-theory-cast" src="http://www.noaweb.it/public/big-bang-theory-cast.jpg" alt="big-bang-theory-cast" width="239" height="138" />di <strong>Paul Collins</strong>. L’Emmy 2010 come migliore attore protagonista di commedie è andato a Jim Parsons, che interpreta il dottor Sheldon Cooper in <em>The Big Bang Theory</em>, la popolare sitcom  trasmessa sul canale CBS. Sheldon è un personaggio divertente, geniale, e sebbene la serie non lo descriva mai come tale, è anche la prima stella di una sitcom ad avere la &#8220;Sindrome di Asperger&#8221; (un particolare che ha sollevato grandi discussioni fra chi soffre di questo disturbo, tra favorevoli e contrari). Ma il telefilm americano è soprattutto un tributo alla filosofia dei &#8220;geeks&#8221;, quei genietti incompresi, spesso alle prese con biondine molto più pragmatiche di loro, che li snobbano elegantemente. Nonostante tutto, Sheldon e i suoi amici riescono a prendersi poco sul serio e a giocare con la vita.<span id="more-2130"></span></p>
<p>Scena di un uomo e di una donna in auto. La donna appare sofferente per i postumi di una sbornia e arrabbiata, mentre l&#8217;uomo cerca ininterrottamente di stabilire una conversazione con lei, ignaro del suo fragile temperamento: &#8220;Io dirò un elemento, e tu ne dirai uno il cui nome inizia con l&#8217;ultima lettera di quello che ho detto&#8221;. Nessuna risposta.  &#8220;Comincio!&#8221;, sbotta lui, ignorando il linguaggio del corpo della donna. Poi, annoiato, elenca sbadatamente termini come elio, mercurio, itterbio, molibdeno, ed altri ancora fino a raggiungere il mendelevio – facendo definitivamente andare su tutte le furie lei. &#8220;Fuori!&#8221; gli ordina la donna. Quando l&#8217;uomo esegue l’imperativo, è sorpreso di scoprire che lei non lo stava invitando a guardare il motore della macchina. Per alcuni terapeuti, si tratta di una scena familiare: un ragazzo scopre entusiasticamente tutti gli argomenti di conversazione possibili proprio nel momento sbagliato e poi rimane perplesso quando gli viene rivolta una risposta ostile. Ma non è un caso di disturbo dello spettro autistico &#8211; si tratta di una scena tratta da <em>The Big Bang Theory</em>.</p>
<p>Come si può ricostruire attorno a una sitcom una condizione neurologica senza pronunciare mai il suo nome? Questa è la sfida che la CBS affronta nel suo show attraverso la vita travagliata di quattro ricercatori di Caltech: un fisico sperimentale, il Dr. Leonard Hofstadter (interpretato da Johnny Galecki), l’ingegnere Howard Wolowitz (Simon Helberg), un astrofisico, il Dr. Rajesh Koothrappali (Kunal Nayyar) e un fisico teorico, Il dottor Sheldon Cooper (Jim Parsons). La situazione comica all’interno della sitcom <em>The Big Bang Theory </em>è data dal fatto che questi ragazzi sono brillanti a capire il funzionamento dell&#8217;universo, ma sono senza speranza nel tentare di socializzare con Penny (Kaley Cuoco), una cameriera che vive nell’appartamento accanto. Un tema più sottile è che Sheldon, scolpito, goffo, e rigidamente governato da regole di vita bizantine e di routine, sembri avere la sindrome di Asperger.</p>
<p>E&#8217; una somiglianza che non è passata inosservata nei forum on-line di coloro che sono affetti dalla sindrome e di tutti quelli che gli sono vicini. &#8220;Sono la mamma di un bambino che ha l’Asperger&#8221;, ha commentato una partecipante al blog <em>My Favorite Autistic</em>. &#8220;Mi è capitato d’imbattermi in questo spettacolo stasera, e sono rimasta incollato alla tv a guardarlo.&#8221; Un lettore canadese del blog si stupisce: &#8220;Non è mai dichiarato, perbacco! Come potrebbe NON essere un <em>Aspie</em>?&#8221; E mentre non tutti i soggetti che vivono una tale condizione apprezzano il personaggio, altri rispondono con eloquente chiarezza: &#8220;Questo è il primo spettacolo grazie a cui riesco davvero a ridere&#8221;, si legge in un post di un forum americano di portatori di Asperger.</p>
<p>Sheldon è una caratterizzazione esagerata all’interno di una sitcom, questo è sicuro, ma in quale altro modo si potrebbe descrivere un teorico delle stringhe che insiste nel voler giocare a <em>Klingon Boggle </em>(una versione del Paroliamo in lingua Klingon) e <em>Sasso carta forbici Lizard Spock</em> (un variante del noto passatempo)? Un prodigio che ha sperimentato sulle scale di casa, per trovare la variante esatta in altezza dal quale il padre sarebbe caduto? Chi è che discute a lungo sui parametri precisi dei doni di Natale? O chi si riferisce agli ingegneri come &#8220;lavoratori semi-qualificati&#8221;, e poi si sorprende quando loro si offendono? &#8220;Io so tutto di questi ragazzi&#8221;, dichiara l’editorialista scientifico della rivista <em>Discover </em>e loro fan dichiarato, il Dr. Phil Plait, in una telefonata dalla sua casa in Boulder, Colorado, ex professore di astronomia che ha lavorato presso la sede del telescopio spaziale <em>Hubble</em>, dove ricorda alcuni colleghi che erano così inconsapevolmente bruschi ed arroganti &#8220;che avresti voluto schiacciarli nel traffico&#8221;, ma che sono stati dei brillanti pensatori. &#8220;Chi ha scritto The Big Bang Theory capisce i <em>geeks</em>&#8220;. Ha ragione.</p>
<p>&#8220;Ho avuto una carriera di breve durata come programmatore di computer&#8221;, ammette il co-creatore Bill Prady al telefono dalla sede della <em>Warner Bros. Television</em>. &#8220;Avevo abbandonato il College di New York City, e mentre lavoravo a <em>RadioShack</em>, ero impegnato nella creazione del software file Pro per il TRS-80 a casa del mio amico Howie, a Brooklyn&#8221;. Sarebbe Howard Wolowitz &#8211; il cui nome è ora immortalato grazie all’omonimia con uno dei personaggi principali. The Big Bang Theory stesso si aggiorna, mandando in visibilio i personaggi grazie a scherzi come quello della mucca sferica &#8211; il tipo di scherzo che solo una pubblico legato al mondo della scienza avrebbe potuto proporre. I grovigli di equazioni sulla lavagna nell’appartamento di Sheldon e Leonard sono un problema reale in corso, scritto per la serie da un professore di fisica all&#8217;UCLA, e si parla della futura partecipazione del fisico premio Nobel George Smootmaking, in un cameo nello show.</p>
<p>Si tratta di una serie che fa ridere con i geeks e non di loro, ed è un umorismo che trova il suo veicolo perfetto nelle condizioni neurologiche dei geeks più esagerati. Perché, dunque la sindrome di Asperger non è mai menzionata? Il produttore Chuck Lorre ha negato che Sheldon sia destinato ad essere ai confini dell&#8217;autismo. Ma, intenzionalmente o meno, agli autori dello show è stato chiesto di scrivere di Asperger così spesso che sono chiaramente consapevoli della presenza di questo spettro, soprattutto quando una folla di ricercatori accademici crea un dibattito sul dubbio se Superman salti o voli. &#8220;Penso alle sue azioni solo come &#8216;Sheldony&#8217;. Certe cose le sento istintivamente corrette per il suo carattere &#8220;, dice Prady, che ricorda un collega di software che non poteva andare solo in nessun posto in cui lui non fosse già stato prima. &#8220;Diceva: &#8216;Non posso andare dal fotografo sulla 47ma strada da solo.&#8217; E saranno stati forse tre isolati di distanza. Non è mai stato messo in discussione. Le sue strane maniere non sono mai state contestate, erano semplicemente accettate come ulteriori qualità della sua persona.</p>
<p>“Sono questi i riferimenti all’ Asperger? &#8221; chiede. &#8220;Non lo so.&#8221;  Ad una domande che gli è stata rivolta sul blog di Variety, però, l&#8217;attore Jim Parsons afferma di essere stato particolarmente sorpreso quando si accorse che le domande di un fan che gli parlava dei sintomi di Asperger fossero così perfettamente rintracciabili nel personaggio che era stato chiamato a interpretare. Così Sheldon ne è affetto?  &#8220;Gli autori dicono di no, non lo è. &#8230;&#8221; Parson si stringe nelle spalle, nella sua risposta, &#8220;[Ma] posso dire che non poteva mostrare più sfaccettature di così.&#8221; Nelle mani di autori meno capaci, Sheldon Cooper sarebbe semplicemente un uomo legato in maniera perpetua ai codici sociali del mondo dei matti, una specie neurologica di Margaret Dumont. Eppure ciò che è notevole in <em>The Big Bang Theory </em>è che ci si preoccupa realmente dei suoi intelligenti personaggi. Tutti i suoi protagonisti maschili sono geeks. Ma invece di utilizzare i geeks in contrasto per mettere in luce i protagonisti di Hollywood, è la perpetuamente esasperata Penny –  unico personaggio tipico, ad essere di contrasto con loro: come ci spiega Penny, le donne potrebbero non desiderare i consigli dei geeks sull’ acquisto di tamponi.  Mentre personaggi come il signor Spock e Data possiedono un certo status onorario nella comunità degli affetti da Asperger, Sheldon è diverso: lui è un uomo enigmatico affascinato dalle forme di vita di Pasadena. E con Big Bang trasmesso in tutto il mondo, dall&#8217;Islanda al Filippine, è destinato a diventare un emblema della cultura pop degli Aspies. Che potrebbe non essere poi così tanto male. Per esasperante che sia, Sheldon si è ben adattato al mondo. Oltre alle gags della sitcom, <em>The Big Bang Theory </em>è una riflessione su come le persone brillanti lavorino con capacità assurdamente non corrispondenti a quelle che gli sono stata date. Per una commedia è una premessa, ispirata, anche nobile, su cui lavorare.</p>
<p><strong>Tratto da Slate</strong></p>
<p><strong>Traduzione di Mariagrazia Gallù</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/09/05/geeks-philosophy/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

