Questioni di Frontiera
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Domenica 05 Febbraio 2012 | 10:57

we are what we do 4di Luigi Santoro. Perché non provare a viaggiare nel tempo?  Sembra essere questa la domanda che si sono posti gli inventori di “We Are What We Do”, un movimento globale nato nel 2004 in Inghilterra che ha subito incuriosito e coinvolto la popolazione del Web. Lo scopo è quello di invogliare gli internauti ad usare i propri comportamenti quotidiani per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle grandi questioni ambientali e sociali del nostro caro Pianeta. Di recente è stato avviato anche il progetto “Historypin”, che permetterà di compiere un viaggio a ritroso nel tempo per confrontare come un determinato luogo si sia evoluto a partire dal 1840 fino ad arrivare ai nostri giorni. (continua…)

cattelandi Redsox. Per anni abbiamo visto le bandiere americane bruciare in piazza, contro la guerra in Vietnam o l’invasione dell’Iraq. E ci siamo detti passi, sono state guerre sbagliate. Per anni abbiamo finanziato, anche con le nostre tasche, mostre ed esposizioni pubbliche in cui si scioccava il pubblico prendendo di mira il Papa, Gesù Cristo e la Madonna. E se qualcuno aveva da obiettare veniva schedato come un bigotto che non capisce l’arte di avanguardia. Dalla fine degli anni Sessanta abbiamo assistito a una totale desacralizzazione della società occidentale ma, anche in questo caso, non ci siamo strappati le vesti perché capivamo che il mondo era cambiato, le chiese si svuotavano mentre gli internet point si riempivano. Finché ogni tabù si è rotto e Giovanni Paolo II è finito sotto il meteorite di Cattelan. (continua…)

guantanamopdi Maria Grazia Gallù. Se per Umberto Saba l’opera d’arte è sempre stata una forma di confessione, chissà quali patimenti o colpe avranno tentato di esprimere (attraverso le proprie opere) i detenuti della controversa prigione -fortezza di Guantanamo. La struttura è un edificio detentivo di massima sicurezza interno alla base navale americana di Guantanamo sull’isola di Cuba. Solo dal 2002 gli Stati Uniti hanno aperto il campo di prigionia agli occhi del mondo. (continua…)

Nella vita di ognuno di noi può capitare che un giorno qualunque, ad un’ora imprecisata, accada un evento apparentemente insignificante che cambia la vita. Un segno, un gesto, una lettura, assumono un nuovo significato: le nubi si diradano e tutto ci appare chiaro. E’ quello il momento in cui la realtà si mostra per quella che è davvero, e riusciamo a smascherare la finzione sottesa alle cose: finalmente ci appare in tutta la sua evidenza quella diffusa e triste consuetudine che potremmo definire la “falsificazione della realtà”. Delusi dalla superficialità, colpiti dall’incertezza, ci sentiamo come incapaci di reagire e travolti da un destino inspiegabile. E’ grazie a questa nuova consapevolezza che possiamo affermare di aver passato il guado dell’infanzia e della adolescenza e di aver fatto un lungo salto verso la maturità. In quel momento ci chiediamo: è meglio sopravvivere basando la propria vita su una facciata socialmente accettabile, o al contrario dobbiamo oltrepassare le barriere di una conoscenza “pret a porter” e di una visione del mondo sempre più scontata?
Intuizione, ecco di che si tratta. Quel tale giorno, a quell’ora imprecisata, comprendiamo che è necessario uno sforzo ulteriore per interpretare la realtà. Tutt’intorno a noi la gente pensa di sapere chissà cosa, vive di conoscenze di seconda mano, interagisce con gli altri come se dovesse combattere una eterna lotta per la superiorità intellettuale. Alla base di quel che potremmo indicare come una querelle fra conoscenza empirica e una minima competenza delle cose, infatti, c’è un problema filosofico di fondo. L’individuo difficilmente può attingere all’enorme quantità di dati del reale, e per quanto possa impegnarsi nel corso della sua vita non potrà mai acquisire una conoscenza enciclopedica su tutte le categorie del sapere. Di qui la necessità di operare una selezione di informazioni. Ciascuno, con i suoi propri limiti, può testare in prima persona il proprio bagaglio culturale: può agire e documentarsi. Ma le guerre, le grandi scoperte, l’eredità di secoli di storia sono nozioni che ci arrivano da fonti indirette, raccontate da terzi che a loro volta non sono stati testimoni dei fatti. La loro autorità fa da garante del patto di fiducia che si instaura tra emittente e destinatario, ma nulla toglie che un lettore più attento e più curioso possa intestardirsi e verificare la veridicità degli eventi di cui si parla. La mediocrità del sapere è un rischio in cui incappiamo tutti ogni giorno. L’era dei media, delle tecnologie e dei computer è stata la rovina della ricerca cosciente e autonoma: motori di ricerca, notizie brevi e sincopate, definizioni riassuntive ma non per forza esaustive, hanno diffuso un trend negativo livellando la conoscenza verso il basso. Si finisce per sapere di tutto un po’, senza conoscere effettivamente nulla. Per alcuni la capacità di intrattenere conversazioni interessanti sembra una necessità imprescindibile. Questi individui si dotano di un bagaglio teorico generico e superficiale per sopravvivere nella giungla quotidiana e quando poi, casualmente, gli capita di parlare con altri sulle esperienze che hanno vissuto in prima persona sembrano arrogarsi il diritto di indottrinare il resto del mondo, e lo fanno anche con una certa ostentazione. La loro ‘praticità’ può anche proteggerli dall’imbarazzo e favorire qualche vuota conversazione da salotto, ma certo non li salva dall’ignoranza. Talvolta però accade che qualcuno, una voce fuori dal coro, riesca a fare piazza pulita delle frivolezze cercando di arrivare al cuore dei fatti. Ma questi eroi corrono un grosso rischio. Da quel momento non potranno più usufruire di opinioni banali e preconfezionate, ma dovranno farsene delle proprie. Un’impresa che ha dello straordinario, visti i tempi che corrono.

gugdi Claudia Attolico. Quant’è profonda la conoscenza che stiamo accumulando grazie a Internet? L’era dei media, delle tecnologie e dei computer potrebbe rivelarsi la fine, oltre che la rovina della ricerca cosciente e autonoma: motori di ricerca, notizie brevi e sincopate, definizioni riassuntive ma non per forza esaustive, diffondono un trend negativo livellando la conoscenza verso il basso. Si finisce per sapere di tutto un po’, senza conoscere effettivamente nulla. (continua…)

big-bang-theory-castdi Paul Collins. L’Emmy 2010 come migliore attore protagonista di commedie è andato a Jim Parsons, che interpreta il dottor Sheldon Cooper in The Big Bang Theory, la popolare sitcom  trasmessa sul canale CBS. Sheldon è un personaggio divertente, geniale, e sebbene la serie non lo descriva mai come tale, è anche la prima stella di una sitcom ad avere la “Sindrome di Asperger” (un particolare che ha sollevato grandi discussioni fra chi soffre di questo disturbo, tra favorevoli e contrari). Ma il telefilm americano è soprattutto un tributo alla filosofia dei “geeks”, quei genietti incompresi, spesso alle prese con biondine molto più pragmatiche di loro, che li snobbano elegantemente. Nonostante tutto, Sheldon e i suoi amici riescono a prendersi poco sul serio e a giocare con la vita. (continua…)

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