di Annalisa Marroni*. Dal 27 al 29 maggio a Rio de Janeiro si è tenuto il terzo forum della “Alleanza delle Civiltà”. L’ambizioso obiettivo di questo incontro, riassunto nello slogan Bridging cultures, building peace, è quello di migliorare le relazioni tra culture diverse per realizzare le condizioni di una pace duratura. Tra i conflitti che contrappongono le civiltà in questo momento storico, va superato principalmente quello che divide il mondo musulmano e quello occidentale, attraverso la promozione del dialogo e della comprensione reciproca. Quest’anno, per la prima volta, anche gli Stati Uniti di Barack Obama hanno deciso di diventare membri dell’Alleanza e, sebbene il cambio di rotta rispetto a Bush sia stato un segnale importante, probabilmente l’ingombrante presenza degli Usa non servirà a conferire maggiore credibilità al progetto. L’Alleanza delle Civiltà, nata nel 2004 per iniziativa del primo ministro spagnolo José Luis Zapatero e di quello turco Recep Tayyip Erdogan, è un progetto che ha dato vita ad un Gruppo di alto livello delle Nazioni Unite, grazie al sostegno dell’allora presidente Kofi Annan. L’Alleanza è in linea con un nuovo modello di politica globale che vede nel paradigma delle civiltà un elemento decisivo, capace di influenzare il dibattito sulla globalizzazione. Un tentativo che si pone oltre la centralità dello Stato, verso il coinvolgimento di nuovi soggetti nella politica transnazionale: le civiltà e le élite culturali che in questa nuova ottica vengono chiamate a svolgere un ruolo chiave nel sistema politico. Ma nonostante l’ampia partecipazione, anche quest’anno duemila persone, tra leader politici e attivisti della società civile, giornalisti, organizzazioni internazionali e leader religiosi, l’Alleanza sembra più un palcoscenico da cui lanciare buoni propositi, piuttosto che un’organizzazione in grado di dare vita a delle azioni concrete di cambiamento. (continua…)
di Mark Steyn*. Barack Obama’s remarkable powers of oratory are well known: In support of Chicago’s Olympic bid, he flew into Copenhagen to give a heartwarming speech about himself, and they gave the games to Rio. He flew into Boston to support Martha Coakley’s bid for the U.S. Senate, and Massachusetts voters gave Ted Kennedy’s seat to a Republican. In the first year of his presidency, he gave a gazillion speeches on health-care “reform” and drove support for his proposals to basement level, leaving Nancy Pelosi and Harry Reid to ram it down the throats of the American people through sheer parliamentary muscle. Like a lot of guys who’ve been told they’re brilliant one time too often, President Obama gets a little lazy, and doesn’t always choose his words with care. And so it was that he came to say a few words about Daniel Pearl, upon signing the “Daniel Pearl Press Freedom Act.” Pearl was decapitated on video by jihadist Muslims in Karachi on Feb. 1, 2002. That’s how I’d put it. (continua…)
Di William Underhill. Il sorriso ampio. Le maniere semplici. L’eloquenza assoluta. Può essere solo Tony Blair, di ritorno sulla scena politica britannica per la prima volta dopo aver lasciato Downing Street tre anni fa. Con le elezioni previste per quest’estate, Blair era fuori per promuovere il suo partito ed il suo successore, Gordon Brown, quando questa settimana ha fatto il suo “discorso di ritorno” in una riunione locale del Labour Club. Brown ha avuto “l’esperienza, il giudizio e il coraggio” di riparare l’economia, ha detto. (continua…)
di Nezka Figelj. Anche quest’anno, in occasione del 10 febbraio – giorno del ricordo delle foibe e degli esuli giuliani e dalmati – si cercherà di dare un’identità a qualcuna delle vite stroncate nelle voragini istriane e si tenterà ancora di raccontare l’esperienza dell’esodo. Ma cosa scrivere di una vicenda politicamente controversa come le foibe? Negli ultimi sessanta anni del dopoguerra il fenomeno è stato in larga misura emarginato soprattutto a causa delle divergenti opinioni politiche che ne contrastavano eventuali approfondimenti. (continua…)
di Jacopo Giannangeli*. La Serbia è approdata all’Università “La Sapienza” di Roma. E lo ha fatto portando con sé un grosso carico di interrogativi, problematiche, questioni aperte o ancora da aprire, ma soprattutto con tante speranze. Il mese scorso, dal 26 al 28 ottobre, si è tenuto un convegno dal titolo “Identità europea della Serbia: il futuro del passato”; una tre giorni molto intensa, a cui hanno partecipato esponenti di primo piano del mondo culturale della slavistica dall’Italia e dalla Serbia, politici e diplomatici italiani e stranieri. (continua…)
