<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Questioni di Frontiera &#187; europa e balcani</title>
	<atom:link href="http://www.noaweb.it/index.php/argomenti/europa/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.noaweb.it</link>
	<description>Questioni di Frontiera - Formazione e Ricerca</description>
	<lastBuildDate>Thu, 21 Apr 2011 21:09:38 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.4</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Vivere a Bucarest. Un reportage dalla Romania (con un&#8217;intervista a Paul Vinicius)</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2011/03/10/vivere-a-bucarest-un-reportage-dalla-romania-i/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2011/03/10/vivere-a-bucarest-un-reportage-dalla-romania-i/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 20:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>
		<category><![CDATA[1989]]></category>
		<category><![CDATA[Aviației]]></category>
		<category><![CDATA[Bucarest]]></category>
		<category><![CDATA[ceasescu]]></category>
		<category><![CDATA[Colentina]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[Est Europa]]></category>
		<category><![CDATA[occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Vinicius]]></category>
		<category><![CDATA[reportageBerceni]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[securitate]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2585</guid>
		<description><![CDATA[ di Clara Mitola. Un sabato mattina di fine di marzo. Cielo coperto di nuvole, stracci di nuvole battuti dal vento, luce opaca e traffico, eccessivo per un sabato mattina. Un taxi sfreccia lungo strade secondarie, diretto al Museo della Letteratura di Bucarest, nel cuore della città (Bulevardul Dacia). 
Sui sedili posteriori del taxi ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2620" title="1" src="http://www.noaweb.it/public/1-238x300.jpg" alt="1" width="208" height="199" /> di <strong>Clara Mitola</strong>. Un sabato mattina di fine di marzo. Cielo coperto di nuvole, stracci di nuvole battuti dal vento, luce opaca e traffico, eccessivo per un sabato mattina. Un taxi sfreccia lungo strade secondarie, diretto al Museo della Letteratura di Bucarest, nel cuore della città (<em>Bulevardul Dacia</em>). <span id="more-2585"></span></p>
<p>Sui sedili posteriori del taxi ci sono io, annoiata e preoccupata, ad ascoltare gli irripetibili commenti del taxista in merito al traffico, al tempo e al mio ritardo (gli ho chiesto di portarmi a destinazione il prima possibile). Qualche altro minuto e raggiungiamo il <em>Bulevard</em> del Museo dove mi aspetta qualcuno, un poeta per l’esattezza, un profondo conoscitore di Bucarest all’occorrenza, un ritardatario nel caso specifico. Non me ne stupisco. Pare si tratti di una peculiarità “latina”. Il mio uomo si chiama Paul<a href="#_ftn1">[1]</a> e dopo una rapida stretta di mano e rapide scuse, mi conduce lungo un vialetto giusto accanto al Museo. Conosco la strada e la successiva rampa di scale sulla destra, che ci porta sottoterra fino alla <em>crâșma </em>del Museo della Letteratura. Si tratta di una taverna, pochi tavoli e poche finestre, foto e testi incorniciati inchiodati alle pareti, il posto in cui più di una generazione di scrittori e poeti ha letto, scritto, discusso e bevuto. Soprattutto bevuto. Soprattutto discusso.</p>
<p>Ci sistemiamo al tavolino nell’angolo e cominciamo a parlare a voce bassa senza un reale motivo. Il locale è deserto. È un sabato mattina di fine marzo. La conversazione parte da una definizione. Bucarest, “la città in cui si incontrano gli uomini che lasciano la propria di città. Un luogo d’incontro. Un crocevia attraversato da due milioni di <em>bucureșteni</em>. Tre milioni di persone in realtà, ad incontrarsi sulle sue strade”.</p>
<p><strong>D</strong>: In senso strettamente estetico, Bucarest sembra abbia raccontato molte storie, come se il caos urbanistico che la rende così unica abbia molto da dire. Credi sia vero?</p>
<p><strong>R</strong>: Bucarest ha raccontato molto, e molto altro ancora ha da raccontare. Molti sono stati i cambiamenti, alcuni particolarmente drammatici, vere e proprie stangate, dolorose per chi viveva e amava la città. Di certo il primo colpo è stato il terremoto del 1977, il primo vero cambiamento architettonico, con la città ridotta in macerie e moltissimi palazzi di regime costruiti in modo scadente che non hanno retto. È morta molta gente.</p>
<p><strong>D</strong>: E poi Ceaușescu…</p>
<p><strong>R</strong>: … e poi Nicu Ceaușescu e gli enormi quartieri operai fatti tra gli anni ’70 e ’80, sul modello coreano e cinese… megalomania! E anche <em>Casa Poporului </em>e tutta la zona intorno a <em>Piața Unirii</em>, <em>Bulevardul Unirii</em>. Lì c’era uno dei quartieri più belli di Bucarest &#8211; tutte case con giardino, ville d’inizio Novecento &#8211; e lo vedi anche tu che misure ha, quanto è grande. Immagina cosa ha significato radere a suolo un intero quartiere per costruire quella mostruosità.</p>
<p><strong>D</strong>: E con <em>Casa Poporului</em>, così enorme e visivamente indimenticabile, che tipo di rapporto c’è oggi?</p>
<p><strong>R</strong>: Non si può abbattere perché i costi sarebbero esorbitanti… abbatterla ora sarebbe una follia com’è stato costruirla! E in ogni caso, anche se è vero che la si vede quasi da tutta la città &#8211; è gigantesca e poi è costruita su un’altura -, per noi, nei nostri cuori non ha più alcun valore. È il palazzo del governo adesso, e in generale abbiamo dimenticato i simboli comunisti da molto tempo.</p>
<p><strong>D</strong>: A proposito di simboli, la città è piena di richiami, oggetti della memoria pre e post rivoluzionaria. Penso che questa sia la viva voce di un passato non del tutto passato. Se poi aggiungiamo il fatto che qui si è saltati dal comunismo al capitalismo…</p>
<p><strong>R</strong>: Sì, il passaggio è stato questo ed è stato assolutamente caotico. Nell’ultimo periodo di regime, non si faceva più nulla, non accadeva nulla, quasi non si lavorava  &#8211; i magazzini alimentari per esempio, erano vuoti -, e per di più con la censura nemmeno si poteva entrare in contatto con quello che c’era oltre i confini del paese. L’unico effetto positivo sono stati i cenacoli spontanei in cui ci organizzavamo: se qualcuno riusciva &#8211; non so come &#8211; a procurarsi una copia di un libro straniero, ad esempio, ci si riuniva tutti ad ascoltare il racconto e le impressioni di chi l’aveva letto! L’obbligo a restare in uno spazio culturale &#8211; e generale &#8211; serrato, opprimente e nazionalista ci ha reso più socievoli tra noi e curiosi del nuovo. Con la rivoluzione è cambiato tutto: di colpo eravamo come bombardati dalle informazioni &#8211; nascevano giornali e riviste ad una velocità impressionate -, dalle novità e naturalmente dalle merci provenienti dall’occidente. Immagina che nei primi negozi in cui si vendevano prodotti occidentali c’erano sbarre di ferro intorno alle vetrine!</p>
<p><strong>D</strong>: Tornando alla città…</p>
<p><strong>R</strong>: La rivoluzione è stata fatta qui a Bucarest, innanzitutto in quanto capitale politica e amministrativa. Certo, c’è stata Timișoara e Brașov, e ci sono stati anche piccoli centri in cui non si è esploso un solo colpo, diversamente da quanto è accaduto qui. È Bucarest il posto in cui si è lottato, Bucarest ha sopportato le atrocità maggiori e il maggior numero di morti, oltre a vedere il coraggio umano. A Bucarest ci siamo scontrati frontalmente con chi difendeva il vecchio sistema, mentre noi volevamo…  pensavamo ad un comunismo dal volto più “umano”, se così si può dire. La rivoluzione potrebbe essere il terzo colpo, il terzo cambiamento forte. C’è un palazzo in <em>Piața Revoluții</em> (<em>nella foto</em>), mezzo distrutto durante la rivoluzione e oggi conservato in modo particolare: della vecchia struttura è rimasto solo il perimetro, la facciata in muratura, e all’interno come incastrata c’è una struttura in vetro. Quello era il luogo in cui la <em>securitate</em> portava gli arrestati, la gente che perseguitava. Lì dentro sono morte molte persone e la Romania post rivoluzionaria lo vuole ricordare.</p>
<p><strong>D</strong>: La <em>securitate </em>resta un nodo centrale ancora oggi. Perché?</p>
<p><strong>R</strong>: Perché i <em>securiști</em>, gli agenti della <em>securitate</em>, anche dopo l’89 sono rimasti impuniti. Prima ho detto che il passaggio dal comunismo al capitalismo è stato caotico, ma non immediato: l’anno successivo, il 1990, è stato di immobilità da questo punto di vista. Nel ’91 abbiamo visto i primi mutamenti economici, tra il ’94 e il ’95 si sono aperte in modo evidente le prime disparità sociali, in cui la maggioranza restava in povertà e un manipolo di imprenditori si arricchiva senza limiti. Quei pochi ricchi erano ex <em>securiști</em>. Mentre noi eravamo ancora in piazza, gli ex <em>securiști</em> facevano i primi affari con l’occidente e si arricchivano… e noi eravamo ancora in <em>Piața Universității </em>a urlare. La  <em>securitate</em> resta una questione non solo indimenticabile ma impossibile da risolvere, dal momento che i suoi ex agenti oggi sono ancora più intoccabili di quanto non lo fossero in passato. Come uomini d’affari, sono ancora più potenti e al sicuro di prima. La verità è che molte cose sono cambiate più nella forma che nella sostanza…</p>
<p>La nostra conversazione non va molto più in là. Paul tocca ancora l’argomento economico, parlando di “furto indiscriminato e generale”, della poca attenzione rivolta alla crescita del paese, al turismo e alla cultura. Ci salutiamo poco dopo e mentre aspetto il <em>troleibuz</em> 77 in <em>Piața Romana</em>, il mio punto di vista si incrina appena. Nessuna epifania né verità scoperta all’improvviso, più che altro una sorta di fruscio di fondo che sporca la percezione del tempo, quello fatto di grandi eventi ai quali ispirarsi, a cui pensare. Un tempo importante che passa e cambia i connotati agli oggetti e alle persone, come una cascata d’acqua che scroscia violenta ma non lava, non cura, non porta i rifiuti a valle. È una sensazione leggera e amara. Anche questo è Romania.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Paul Vinicius è nato nel 1953. Membro dell’Unione degli Scrittori Romeni, è poeta, drammaturgo e giornalista, tra i membri fondatori del cenacolo <em>Universitas</em> nel 1990, attualmente redattore per le edizioni del Museo Nazionale della Letteratura Romena.</p>
<p>(<em>fine</em>)</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong>Vivere a Bucarest. Un reportage dalla Romania di <em>Clara Mitola</em></strong></p>
<p>Bucarest è una città multiforme, monolitica come un <em>bloc </em>socialista e inaspettata come una frana, impantanata, luccicante. Puoi solo amarla o odiarla perché qui non c’è spazio per l’accettazione passiva. Puoi intuirla. È caotica, esagerata, concentrata. Mi ha accolto con polvere e sole d’aprile, temperature inaspettate, colori saturi. Ci sono arrivata con una borsa di studio in traduzione letteraria e con una manciata di nomi e titoli quasi sconosciuti. Una lista vuota in una città ignota e terribilmente grande. L’impatto è stato elettrico, un assedio sensoriale e da dieci mesi vivo qui, in continuo adattamento e stupore.<!--more--></p>
<p>Bucarest come capitale assomma e concentra in sé il buono e il cattivo dell’intera Romania, il nuovo che si avventa sul vecchio, uno stravolgimento rapido e violento come uno sparo. Dal sultanismo di Ceaușescu al capitalismo più aggressivo, dall’isteria anticomunista alla diffidenza anticapitalista, rimpianto e attesa del nuovo.</p>
<p>Una mescolanza di ideologie e di stratificazioni sociali tra la frenesia della gente e i vissuti individuali, impersonali, in una cornice nella quale la politica, la società e la vita quotidiana sanno ancora di vecchie abitudini</p>
<p>Essere un <em>bucure</em><em>ș</em><em>tean</em>, un cittadino di Bucarest, significa abitare probabilmente al decimo piano di un bloc, lavorare a ritmi occidentali con salario est-europeo, desiderare il cambiamento, modernizzarsi, “europeizzarsi” e poi tornare a casa, al tuo decimo piano, in un palazzo identico a quello precedente e a quello successivo, dove magari qualcuno ha rubato persino il contrappeso dell’ascensore e sei costretto a salire a piedi (gli ascensori romeni funzionano in modo differente da quelli italiani, cioè in base al peso e non alla chiusura delle porte).</p>
<p>Vivere come un bucureștean significa rendersi conto del fatto che spesso c’è un denominatore comune in ogni genere di questione, dall’urbanistica agli apparati statali, dalla burocrazia al randagismo, al modo di servire ai tavoli: la contraddizione. La frase “siamo in Romania” è accompagnata subito da un’alzata di spalle collettiva, come un’eco o un commento ai margini. Non si tratta solo dell’essere stranieri, perché a certe cose non ci si abitua mai, anche se sei romeno e ci sei nato: <em>suntem în Româniă</em>.</p>
<p>Bucarest non è una città facile e viverci significa fare i conti con diversità e brutture che offendono la vista, offendono i sensi e le abitudini dell’occidentale: qui i nervi scoperti sono radici latine, slave e turche fuse insieme in stabilità precaria e secolare (la lingua romena lo dimostra: grammatica latina di base, radici slave per parole che descrivono gli stati d’animo, inserti turchi per quello che ha a che fare con i soldi).</p>
<p>C’è uno strano equilibrio qui, un bilanciamento schizofrenico tra palazzi a vetri, case vecchie più di un secolo, comunismo e post-comunismo.</p>
<p>La Bella Èpoque bucureșteana, ma anche i quartieri di regime, costruiti tra gli anni ’60 e ’80 (<em>Berceni</em>, <em>Avia</em>ț<em>iei</em>, <em>Colentina</em>, <em>Rahova</em>, <em>Militari</em>, etc.), le <em>Mall</em>. La storia della città è scritta, riscritta, costruita e demolita per tutta Bucarest, a strati. Tutto quello che è scampato alle manipolazioni architettoniche di Ceaușescu appartiene a un altro secolo, a un’altra Bucarest, ed è ingarbugliato, stretto e splendido (<em>Strada</em> <em>Lipscani</em>, <em>Calea Victoriei</em>, le ville di inizio ‘900 dei quartieri più vecchi come <em>Cotroceni </em>o intorno a <em>Pia</em>ț<em>a Romana</em>), quando non sembra spuntato dal nulla o costruito a casaccio. L’impressione è che la città sia cresciuta autonomamente, come i denti del giudizio che possono spuntarti storti e confondere le simmetrie, e allora in una stessa strada è quasi normale trovare una villetta mezza distrutta in stile art nouveau addossata a uno scatolone di cemento di otto o dieci piani, costruito intorno a una chiesa e accanto al palazzo di una qualche multinazionale, in acciaio e cristalli, che domina tutto l’isolato successivo.</p>
<p>Lo skyline di Bucarest è il tempo che passa. È una storia di morti,  di liberazioni, trionfi e cadute. La storia dei vivi e del progresso,  sotto i tuoi occhi di abitante o di passante abituale, lungo un casuale  percorso quotidiano. Dall’università di Bucarest in Piața Universității  (sector 3), seguendo il boulevard Magheru fino in Piața Romana (sector  1), lungo i muri, sui palazzi, sulle croci ortodosse piantate al suolo,  sulle barriere di plastica che dividono i cantieri urbani dal resto del  suolo percorribile, si snoda un lungo corridoio architettonico di  cemento che racconta gli scontri di piazza (le croci per i morti), le  polemiche “revisioniste” (il rispetto per gli eroi dell’89), l’incuria,  l’affarismo e una certa smaccata ansia di Occidente.<img title="Continua..." src="../wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>La presenza degli investimenti esteri è così importante e invadente  che puoi vederla a occhio nudo nei palazzi e nelle sigle luminose che  hanno in cima, nelle decine di metri quadrati di pubblicità srotolati  sulle facciate di altri palazzi (abitati normalmente da persone che, in  sostanza, non possono più aprire le finestre), nel fatto che la presenza  di un Mac Donald quasi ad ogni stazione della metro (vale a dire ogni  chilometro e mezzo) è un evento scontato.</p>
<p>La città vive rapida anche attraverso i passaggi stretti e i cantieri  che si aprono ovunque, costantemente, a cambiarle i connotati. È una  corsa al rinnovamento e di corsa procede anche la maggior parte della  gente, per lo meno quella che ce la fa. I <em>bucureșteni</em> sembrano  appartenere ad una particolare tipologia di romeni. Parlano svelto e non  si fidano dei tassisti (uomini di ogni sorta, taciturni, spiritosi,  spaventosi e tutti affamati di soldi), sono concentrati, impegnati,  imprevedibili. Disinteressati a chi gli passa accanto e pronti a slanci  inaspettati. In apparenza, sembrano costituire un gruppo ancora coeso e  educato a un sistema comune, unificante, quando non si frantumano nella  solitudine individuale. La solitudine vive a Bucarest, a volte più che  altrove.</p>
<p>Da quando sono qui, la domanda che più spesso mi viene rivolta è  perché, perché mai da ovest trasferirsi ad est, rinunciare al benessere  per risalire controcorrente fino al post-comunismo in via di sviluppo.  Sono contromano nei flussi migratori scavati da un andirivieni est-ovest  ventennale! La risposta di solito sconcerta italiani e romeni. La  risposta è una socialità differente, più problematica ma anche più vera,  più “umana”. Certo, questo non ti fa partire, però a volte ti fa  restare. È incredibile pensare che la presenza o meno del benessere  possa funzionare al contrario, come uno strano contrappasso in cui,  banalmente, più miserabile è la tua esistenza e maggiore è il rispetto  che hai per quella degli altri (naturalmente quando ne hai). Ma non è  tutto, perché in questo caso, nella miseria sporca e basilare come non  ne conoscevo prima, nel mutuo soccorso, sembra esserci la reazione o lo  sgomento che si provano di fronte ai cambiamenti più che radicali  avvenuti nell’arco di soli vent’anni. Qui lo scarto generazionale non è  solo questione di numeri, riguarda l’essere nati o no “in libertà”: è  del tutto normale che i figli non conoscano affatto il mondo dei propri  genitori, perché è un mondo che non esiste più.</p>
<p>Qualcuno dice che la Romania post-comunista non ha più morale né  spina dorsale. Altri pensano che le storture della dittatura non saranno  mai raddrizzate, che sono endemiche, considerando i sistemi adottati,  le promesse di cambiamenti non realizzati, la classe politica e  dirigente che proviene dalle seconde e terze file del Partito Comunista  Romeno, quando non dai ranghi militari. In generale è la Rivoluzione del  1989 il luogo in cui si sviluppa il dibattito intorno al regime e si  prendono le misure di quello che è rimasto. Qualcosa è rimasto, già nel  semplice rifiuto, nel parlarne o nel non parlarne.</p>
<p>Un paio di mesi fa, in uno dei tanti cinema di Bucarest, è stato proiettato “<em>Autobiografia lui Nicolae Ceaușescu</em>” (regia di A. Ujică), vale a dire un documentario-collage di tre ore con filmati ufficiali e privati (perlopiù inediti) del <em>conducator </em>e  della sua famiglia. Il filmato d’apertura mostra i coniugi di fronte al  “tribunale” rivoluzionario, lo stesso che di lì a poco li avrebbe  giustiziati. Ceaușescu inizia a parlare un romeno molto scorretto e  l’intera sala ha cominciato a ridere. Il vero spettacolo è stata la  reazione del pubblico. Anche al di fuori delle sale, se ti fermi a  parlare con un passante o con la cuoca di una tavola calda, con un  tassista o con il custode di un garage, “l’eredità” di Ceaușescu alla  fine torna sempre, e non importa se prende le forme del rimpianto o  dell’accusa. È un po’ come <em>Casa Poporului</em>, la Casa del Popolo,  odierno palazzo del Governo (e anche sede del Mnac, il Museo Nazionale  di Arte Contemporanea), l’antica residenza dei Ceaușescu. In qualsiasi  punto di Bucarest ti trovi, se sei in alto, quasi di sicuro riuscirai a  vederla, perché è al centro della città, perché è enorme e minacciosa,  ingombrante e quasi indimenticabile.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2011/03/10/vivere-a-bucarest-un-reportage-dalla-romania-i/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per una &#8220;Letteratura mondiale&#8221;. Quattro interviste agli scrittori dei Balcani</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/31/per-una-letteratura-mondiale-quattro-interviste-agli-scrittori-dei-balcani/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/31/per-una-letteratura-mondiale-quattro-interviste-agli-scrittori-dei-balcani/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 14:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>
		<category><![CDATA[balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Foucault]]></category>
		<category><![CDATA[global]]></category>
		<category><![CDATA[gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[world literature]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=2529</guid>
		<description><![CDATA[di Paolo Pettinato*. Pubblichiamo la ricerca vincitrice dei Seminari realizzati da QF presso l&#8217;Università di Roma Tor Vergata nel 2010. Il progetto indaga sul concetto di &#8220;letteratura mondiale&#8221;, verso la definizione di una nuova  &#8220;letteratura migrante&#8221;. Nelle prossime settimane, le interviste  inedite a Nora Moll, Toni Migrash, Bozidar Stanisic, Sarah Zhura Lukanic. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2530" title="world" src="http://www.noaweb.it/public/world.jpg" alt="world" width="220" height="147" />di <em><strong>Paolo Pettinato*</strong></em>. Pubblichiamo la ricerca vincitrice dei<em> Seminari </em>realizzati da QF presso l&#8217;Università di Roma Tor Vergata nel 2010. Il progetto indaga sul concetto di &#8220;letteratura mondiale&#8221;, verso la definizione di una nuova  &#8220;letteratura migrante&#8221;. Nelle prossime settimane, le interviste  inedite a <strong>Nora Moll, Toni Migrash, Bozidar Stanisic, Sarah Zhura Lukanic</strong>. <span id="more-2529"></span><strong>La lingua come confine letterario. </strong>La lingua è il primo segno di riconoscimento di una comunità. Nelle questioni identitarie precede per importanza tutte le altre componenti che determinano il senso di appartenenza di più individui tra loro.  Per questo motivo il binomio lingua/identità è inscindibile. Infatti la lingua attira una particolare attenzione all’interno dei programmi scolastici, proprio perché permette la coesione e la compatibilità del tessuto sociale, il quale senza di essa si vedrebbe sfaldato e inefficiente, e in fin dei conti improduttivo e incapace di muovere le funzioni che ha creato e di cui ha bisogno. Ma come si insegna una lingua? Attraverso la letteratura. La coincidenza tra le Lettere e la lingua è evidente, e in Italia più che in altri paesi ha dato vita ad un percorso univoco. Quindi ripercorrere la storia della letteratura italiana significa, implicitamente, ripercorrere la storia della lingua italiana e tramandarne la conoscenza.</p>
<p>Ma rimane una questione irrisolta: posta la solidarietà esistente tra lingua e letteratura, siamo condannati a far coincidere la codificazione coatta e utilitaristica (più che giusta) della prima con un confinamento antistorico e ideale della seconda? È obbligatorio far quadrare i conti, e cioè nazionalizzare una produzione artistica e intellettuale pur di non metterne in discussione il ruolo gregario che le è stato da sempre attribuito? Mettere in discussione la nazionalità della letteratura può apparire stravagante, ma risulterà più che legittimo se andremo a considerare il termine “letteratura” nella sua accezione più ampia: letteratura come insieme di tutta la produzione scritta riguardante un ambito conoscitivo.</p>
<p>Ci accorgeremo così che una forzatura storica sui testi giuridici non è mai avvenuta e che, sebbene la sua peculiarità nazionale, accoglie nelle proprie memorie esperienze che vanno oltre i confini dello stato; la letteratura economica mantiene la propria specificità territoriale, assume una postura nazionale, ma non occluderà mai le strade che portano a una comprensione dei fenomeni più complessiva e realistica; la letteratura medica ha una tradizione nazionale e locale, ma non mortificherà mai le sue potenzialità nazionalizzando un sapere che sempre è stato e sempre sarà di portata mondiale. Ragionando sul problema in questo modo, risulterà forse più stravagante pensare la letteratura italiana come una cosa tutta e solo italiana.</p>
<p><strong>La traduzione.</strong> Per rispondere all’esigenza di liberare la letteratura dalle gabbie delle lingue nazionali è stata proposta la strada della traduzione. In effetti questa sembra essere l’unica soluzione per riuscire ad immaginare un macrosistema letterario veramente mondiale, o perlomeno sovranazionale. Questa scelta è stata canzonata da molti, giudicata a volte troppo fantasiosa, altre leziosa e poco realistica, se non estetizzante. Ma stupisce tanta sfiducia nei confronti di una tecnica millenaria e gemella delle lingue stesse. La traduzione è un mezzo comunicativo del quale si è avvalsa l’umanità intera in qualsiasi ambito e che ritroviamo nelle nostre vite continuamente. Le altre scienze non hanno alcun pudore nell’uso di questo mezzo. Inoltre la pratica traduttiva risulta essere un problema più per i critici che per gli artisti stessi: Ungaretti, Montale, Fenoglio, Pavese e molti altri ancora si sono impegnati con convinzione nella traduzione di testi stranieri, dando vita a esperienze importanti per il loro percorso individuale e per quello della stessa letteratura italiana. La traduzione non sostituisce le lingue né le annulla, ma le afferma tutte insieme: non è retorica.</p>
<p>Ovviamente la letteratura non è una scienza, ma un’arte. Di conseguenza, al contrario della giurisprudenza, della medicina e delle altre forme di conoscenza accumulata e condivisa, deve fare i conti con questioni prettamente estetiche, quali il ritmo, i rimandi intratestuali e intertestuali, e con questioni relative al contesto, come i modi di dire e i giochi di parole propri di ogni sistema linguistico. La traduzione può minare queste specificità. Eppure affermare questo non significa invalidare la potenza della traduzione. Si tratta di un problema relativo, poiché legato alla questione della fedeltà estetica. Se consideriamo l’arte come il risultato di scelte formali mirate alla trasmissione dei contenuti, allora l’infedeltà estetica della traduzione avrà tutte le carte in regola per svolgere il suo ruolo di conduttore. Se l’arte è invece da considerarsi come espressione solo ed esclusivamente formale, allora la traduzione non potrà mai ottenere dei risultati soddisfacenti. Tralasciando la diatriba, a dire il vero cruciale, tra i sostenitori della forma e i sostenitori del contenuto, possiamo almeno convincerci del fatto che la traduzione costituisce da molto tempo l’unico valido mezzo di comunicazione tra il presente e il passato.</p>
<p>Identificarsi con un’idea di letteratura sovranazionale comunicante attraverso la traduzione è quindi per molti difficile. Gli argomenti in gioco sono il vicino presente, dal punto di vista temporale, e il lontano oltre dal punto di vista spaziale. Ma le stesse perplessità spariscono se si allontana il tempo al passato e si avvicina lo spazio al qui. In questa seconda disposizione dei fattori, il problema della traduzione non esiste più e risulta spontaneo e indiscutibile usare le potenzialità di quest’ultima per unificare la letteratura del passato a quella del presente. Viene da se che i dubbi concernenti la traducibilità degli elementi estetici faccia da scudo ad una concezione fortemente territoriale della letteratura. Sia bene inteso: è corretto concepire comunicabili e connesse tra loro la letteratura latina e quella italiana, ed è corretto reputare traducibile Catullo in italiano, sebbene il ritmo, la musicalità e altri fattori artistici ne paghino le conseguenze; così è per espressioni artistiche dell’oggi altrove.</p>
<p><strong>Letteratura del mondo.</strong> Accettata l’utilità del rapporto lingua e letteratura, e sganciata la seconda da una dipendenza smodata dalla prima, resta da chiedersi: se la letteratura non rispetta i confini nazionali, a cosa e a chi fa riferimento? Cominciamo con il dare una risposta tanto magnifica quanto inconcludente: la letteratura abita il mondo. Abita il mondo certo, ma come? Un errore nel quale non si deve incorrere è quello di concepire il sapere umano come un unicum compatto generato da esseri uguali, che muovono e pensano tutto secondo parametri pressoché identici. L’altro errore consiste nell’ideare specificità esatte e immutabili, che delineano differenze evidenti e storicamente ricostruibili. La concezione, per così dire, universalistica non tiene conto del fatto che la complicità del genere umano non proviene da un’insita uniformità, ma da una convivenza che impone le costanti scontro/incontro determinate dalla variabile tecnologica. Per quanto riguarda l’idea di specificità irrisolvibili, riscontriamo il medesimo errore: l’esattezza e l’immutabilità rigettano le stesse costanti e la stessa variabile, con il risultato di rifiutare il presente e di codificare continuamente un passato ideale, epurando eventi che non coincidono con l’idea, oppure inglobandoli nella stessa. Quindi la letteratura abita il mondo fisico, le regioni, i computer, i treni, l’economia. Per queste ragioni la letteratura non può essere nazionale, ma non può neanche essere considerata universale: è mondanamente mondana, figlia e forse schiava dei suoi tempi.</p>
<p>Concepire la letteratura come un’arte sovranazionale, oltre che essere un atto di onestà, è un modo per comprendere meglio i suoi legami con la cultura, nel senso più esteso del termine. La letteratura infatti, come le altre arti, è pensata da molti come un insieme di autori e di movimenti gerarchizzato al suo interno, e assume nei riquadri degli storiografi e dei critici, sembianze compatte, movimenti consequenziali e razionalmente codificabili: definite le regole, dette canone, scelti i titolari, detti modelli, stabilito il campo, detta nazione, la squadra è fatta. Ma la letteratura non è un campionato e nemmeno un campionario: è espressione indiretta della società e non può in alcun modo rendersi autonoma da essa. Se quindi la società e la cultura non possono essere ristrette entro un ambito nazionale, non lo si può fare neanche con la letteratura.</p>
<p>E bisogna aggiungere: tra regole, titolari e campo nasce il gioco, ma qual è l’oggetto della contesa? Nel calcio si usa il pallone. Porre al centro di un’arte l’elemento distintivo e differenziante è come scegliere di giocare con delle stupende e inestimabili pigne dell’Aspromonte. Esercitarsi con mirabili fatiche e diventare i più importanti giocatori di “calcio alla pigna”: soli e contenti. Rendiamo meglio il concetto: la pigna può essere la lingua italiana oppure lo sfondo storico italiano; il pallone possono essere i generi, i temi, le geografie. Scrivere una storia della letteratura seguendo la linea dei generi, come ha fatto ad esempio Luperini con il suo La scrittura e l’interpretazione, significa riuscire ad inquadrare l’evoluzione storica reale di una letteratura rintracciando la complicità o la dissonanza con altre letterature, che con gli stessi generi si confrontano ma in modo differente. Affrontare uno sfondo geografico come quello mediterraneo significherebbe riallacciare percorsi che da secoli si incontrano e influenzano senza che nessuno se ne accorga.</p>
<p><strong>Letteratura e geografia.</strong> Il problema della nazionalità è da sviluppare quindi sul campo territoriale. La traduzione afferma la comunicabilità e la condivisione del sapere come pratiche basilari e non secondarie, ma non esclude la nazionalità delle letterature. Per superare l’identità di spazio politico e spazio letterario è necessario tracciare nuove geografie letterarie. Come per la traduzione, anche per quanto riguarda la lettura geografica del fenomeno artistico la letteratura arriva per ultima: gli studi economici, giuridici, storici e perfino quelli politici hanno già da tempo impostato delle proprie geografie autonome da quelle nazionali. Per quanto riguarda la letteratura è stato Durisin a teorizzare un primo modo per poter decostruire la coscienza nazionale e nazional-centrica della letteratura, sostituendo al parametro nazionale-istituzionale-politico il parametro geografico, focalizzando il discorso sulla regione letteraria «al di là delle frontiere della letteratura nazionale tradizionale».</p>
<p>Nasce così la possibilità di intendere la letteratura e i suoi processi evolutivi attraverso coordinate ben più ampie e, soprattutto, di sostituire al principio di “identificazione” a circuito chiuso il principio di relazionalità a circuito aperto. Si parlerà quindi di vaste aree geografiche che determinano la formazione di “comunità interletterarie” o “centrismi interletterari”: con queste definizioni è possibile pensare delle vie di mezzo tra la letteratura nazionale e quella mondiale. Ad esempio, in questi termini, non sarà più possibile suddividere in sottocategorie etniche e nazionali le letterature che si sono sviluppate attorno alla comunità interletteraria e tricontinentale del Mediterraneo.</p>
<p>Pensare la letteratura in questo modo significa superare il pregiudizio più complesso: l’appartenenza. In effetti le impostazioni dominanti tendono a concepire il sistema letterario secondo le linee della continuità e della coincidenza. Nasce così l’idea di una comunità che tramanda valori stabili e primari, i quali fungono da selettori fra ciò che è “noi” e ciò che non può esserlo: in una parola, identità. Ma la realtà storica smentisce costantemente questo principio e afferma il suo il principio opposto, la diversità. Tutto ciò che riguarda l’uomo è in effetti caratterizzato dal costante incontro di elementi – ideali e materiali – diversi, che produce delle sintesi momentanee a loro volta tendenti all’incontro con altre sintesi, in un processo circolare del quale non è possibile individuare l’inizio né immaginare la fine.</p>
<p>Così la politica è il frutto della commistione di vari modi di gestire la comunità, l’economia  il risultato della competizione tra modi di produzione, e via dicendo fino ai modi di abitare il territorio oppure di cucinare. Come questi anche la letteratura è un ibrido in continuo cambiamento. Ma l’idea egemone di letteratura vuole protrarre l’immagine di una produzione nazionale stabile, in relazione alla quale le novità e le varianti costituiscono l’eccezione, quando invece esse non sono altro che regola.</p>
<p><strong>Storiografie nazionali.</strong> Va precisato che una critica di questo tipo è riferita alla modalità di divulgazione scolastica della materia, non di certo agli studi in sé, che esplorano ormai da tempo progetti così ambiziosi. Infatti il problema della nazionalizzazione della letteratura si pone solo se parliamo del surrogato che di essa offrono gli studiosi nei libri di testo o nelle edizioni per le edicole. In questi spazi la letteratura non ha più un valore intimo o di ricerca, ma assume un ruolo più impegnativo, identitario indubbiamente. Da molto tempo ci si interroga sul ruolo dell’arte nella società, sulla sua politicità, sulle sue possibilità d’intervento: le risposte non possono che essere partigiane e il dilemma non si dissolverà mai. Ma più semplice è comprendere il peso di un testo scolastico che con impliciti parametri storiografici delinea e stabilisce i tratti fondamentali della cultura di una nazione: qui si rende evidente il contatto tra la letteratura e la cultura in senso lato. Già E. W. Said in <em>Cultura e Imperialismo</em> proponeva maggiore accortezza nella scrittura delle antologie e dei manuali, spesso inconsci portatori sani di nazionalismo e xenofobia.</p>
<p>La  “Storia della letteratura” pensata per le scuole non è solo una mera catalogazione cronologica di scrittori succedutisi in un determinato territorio, ma anche, implicitamente, “l’essenza della storia di una nazione” come diceva René Wellek a proposito della storiografia letteraria operata dal De Sanctis. Questi pensava la letteratura come una rappresentazione simbolica dello spirito italiano, e per questa fondamentale ragione concepì una scrittura etico-nazionale della storia della letteratura italiana. Le sue motivazioni coincidevano con un evento molto importante: l’unificazione della penisola. Da De Sanctis in poi la letteratura diventa strumento principale (istituzionalizzabile) di coesione culturale e base dello spirito civile del popolo italiano.</p>
<p>In questi termini la letteratura ha molto da dire sull’identità. D’altronde non esiste soluzione di continuità tra la cultura, intesa in senso lato, e la letteratura, ristretta a un corpus di opere. Se è reciproco il rapporto tra letteratura e cultura, allora entrambe costituiscono per buona parte l’identità di un popolo e di una nazione. Ma chi può sancire fin dove arriva lo spirito italico e dove si arrestano quelli magrebino o adriatico-balcanico? Proprio perché incontenibili, è difficile tracciare i confini territoriali di usi, riti, miti, detti popolari, etc. e generi, forme, tradizioni letterarie. La coincidenza del territorio di questi ultimi elementi con il territorio politico non è una realtà storica, ma una idealizzazione, una vera e propria invenzione.</p>
<p>Per sopperire a tale incongruenza storica, tornano spesso nelle storiografie della letteratura i concetti di “sfondo” e di “scambio”. Per “sfondo” europeo per esempio si intende un panorama letterario, politico e culturale abbastanza ampio e diversificato, che permane come un’entità che si affianca alla letteratura nazionale, ma che non la comprende effettivamente al suo interno. Con l’espressione di “scambio” si sottende invece l’esistenza di apparati culturali (nazionali) ben distinti tra loro, che con maggiore o minore frequenza barattano pratiche estetiche. Questo tipo di ragionamento può  avvenire, però, soltanto intendendo la letteratura come una pratica sostanzialmente individuale, la cui estensione si può descrivere solo in termini di “corrente” o “movimento”. In questo modo permane l’idea di identità nazionali e si perde, a ben vedere, la relazione continua e circolare esistente tra la cultura e la letteratura, poiché  si confina la seconda in un ambito autonomo dalla società.</p>
<p>Altro concetto prevaricante nelle scritture delle storie letterarie è quello di “influenza”. Esso è concepito come un flusso unidirezionale che si muove da A verso B, sia sull’asse spaziale sia sull’asse temporale. Quindi Ungaretti si ammalerebbe di “francesite” oppure Montale verrebbe colpito da un tremendo “raffreddore dantesco”. Implicitamente il termine “influenza” attribuisce una certa passività a B e corona di luce A: sarebbe meglio parlare di “ricezione”, termine che restituisce meglio il senso di certi processi e che coincide, in parole povere, con la volontà che ha B di prendersi un bel malanno. In Italia certe linee teoriche permangono fortemente, escluse alcune eccezioni, come il manuale già menzionato diretto da Luperini.</p>
<p><strong>Problemi  di letteratura della migrazione. </strong>Il discorso fin qui fatto è servito a delineare quegli aspetti principali della storiografia che impongono una visuale ristretta del fenomeno letterario. L’effetto prodotto, sintetizzando, è quello di non offrire un panorama completo dell’arte letteraria e di restringere entro dei confini fittizi una forma di conoscenza e di espressione sovranazionale. Si è parlato di identità e finanche di implicita xenofobia. Per comprendere in modo pratico la questione è utile parlare di una forma di letteratura sviluppatasi in Italia in questo ultimo ventennio: la letteratura della migrazione.</p>
<p>Essa nasce in seguito allo spostamento epocale avvenuto nel corso degli anni Novanta di una massa di persone dal Sud e dall’Est del mondo verso l’Italia. Da un punto di vista letterario l’evento è straordinario, perché nel corso di pochi anni la letteratura prodotta dai migranti aumenta vertiginosamente, soprattutto nelle forme dell’autobiografia e della testimonianza. Nascono case editrici votate a questo tipo di pubblicazioni, non mancano interventi giornalistici e presto musica, teatro e cinema accolgono artisti stranieri nei loro ambiti di pertinenza. In pochi anni da questo humus nascono scrittori e poeti di professione, intellettuali che pensano in una lingua e scrivono in un’altra.</p>
<p>Si è parlato di “forma di letteratura”. In effetti la produzione dei migranti è stata a lungo considerata come una sorta di sottogenere letterario imperniato sul tema della migrazione e in esso confinato. Autobiografie e testimonianze, nulla di più. Una lettura di questo  tipo è da considerarsi riduttiva se si considera il fatto che in molte di queste esperienze artistiche l’evento storico-biografico, ovvero la migrazione, non è stato tanto un argomento quanto un motore, un punto luce, una peculiarità esistenziale per gli autori.</p>
<p>Il risultato che si è avuto da questo tipo di fraintendimento è stato duplice: da un lato scrittori e teorici hanno chiaramente fatto riferimento al movimento dei <em>migrant writers</em>, ovvero a un modo di intendere la scrittura e la migrazione come elementi fortemente legati fra loro, e che negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi europei ha già conosciuto esperienze importanti; dall’altro molti scrittori hanno tenuto a puntualizzare sì la loro condizione di migranti per quanto riguarda l’aspetto biografico, ma anche a rendere indipendente la loro produzione da un’etichetta che non sentivano propria, promuovendo piuttosto l’immagine dello scrittore tout court spesso avvalorata della critica. Una soluzione del dibattito non può aversi.</p>
<p>Le stesse problematiche sono sorte in passato all’interno dei gruppi di intellettuali gay e lesbiche, fra le femministe e fra i negri. Ma la questione cruciale, dal nostro punto di vista, non è tanto quella di capire se una scrittrice è più lesbica o più tout court, quanto quella di poter stabilire se categorie alternative come queste sono in grado o meno di abbattere la concezione tradizionale della letteratura. Tornando alla letteratura della migrazione, è importante scegliere tra una letteratura generalista e una fatta di tante minoranze, e capire se un approccio di questo tipo può superare atteggiamenti deleteri da un punto di vista sociale. In questi termini la letteratura della migrazione è da ritenersi fondamentale per lo svolgimento della vita democratica, poiché è espressione diretta della parte di popolazione ad oggi più debole.</p>
<p>Il discorso sulla letteratura della migrazione abbraccia un ambito di riflessione molto ampio e diversificato. Innanzitutto la leva culturale di questa concezione supera di gran lunga le questioni prettamente letterarie inerenti l’estetica e l’inventiva e colloca il proprio fuoco su temi di portata propriamente filosofico-storica. Un approccio di questo genere mira ad esempio a definire la migrazione come un elemento costitutivo dell’umanità, e non più eccezionale, poiché l’uomo si è distinto dagli altri animali per la duttilità migratoria e per la speciale capacità di adattamento al territorio. La scienza avvalora largamente un discorso di questo tipo, e i recenti studi dell’antropologo italiano Cavalli-Sforza hanno definitivamente appesantito il piatto della migrazione e alleggerito quello della stanzialità nel discorso sull’uomo. Da un punto di vista storico la migrazione è, invece, posta non più come un evento circoscrivibile nel tempo, ma come una costante ciclica che si ripropone da sempre e sempre si manifesterà: così al centro della riflessione storica non sarà più,  ad esempio,  la caduta dell’Impero Romano, quanto lo spostamento delle popolazioni orientali verso l’Ovest. Lo spostamento delle masse è il motore umano che ha generato l’ordine attuale delle società, e che smuoverà lo stesso verso nuove strutturazioni. Per intendere la portata di un ragionamento di questo tipo bisogna pensare al fatto che la cultura, e nello specifico la memoria storica, è patrimonio delle società statiche, e che pertanto tenderà sempre a mantenere una posizione conservativa nei confronti di questi temi. Siamo molto vicini alle speculazioni sulla subalternità di Antonio Gramsci (dal quale è tratto l’esempio precedente sulla caduta dell’Impero Romano) e sul dominio culturale indagato da Foucault.</p>
<p><em><strong>(Paolo Pettinato è Junior Research di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/12/31/per-una-letteratura-mondiale-quattro-interviste-agli-scrittori-dei-balcani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;L&#8217;Alleanza delle Civiltà&#8221; vuole risolvere il problema dell&#8217;immigrazione ma poi Zapatero si comporta come l&#8217;Arizona</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/06/01/lalleanza-delle-civilta-vuole-affrontare-il-problema-dellimmigrazione-ma-poi-zapatero-tratta-i-clandestini-peggio-che-in-arizona/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/06/01/lalleanza-delle-civilta-vuole-affrontare-il-problema-dellimmigrazione-ma-poi-zapatero-tratta-i-clandestini-peggio-che-in-arizona/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 13:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=1971</guid>
		<description><![CDATA[di Annalisa Marroni*. Dal 27 al 29 maggio a Rio de Janeiro si è tenuto il terzo forum della &#8220;Alleanza delle Civiltà&#8221;. L’ambizioso obiettivo di questo incontro, riassunto nello slogan Bridging cultures, building peace, è quello di migliorare le relazioni tra culture diverse per realizzare le condizioni di una pace duratura. Tra i conflitti che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1972" title="viva zapa" src="http://www.noaweb.it/public/viva-zapa.jpg" alt="viva zapa" width="356" height="239" />di <strong>Annalisa Marroni</strong>*. Dal 27 al 29 maggio a Rio de Janeiro si è tenuto il terzo forum della &#8220;Alleanza delle Civiltà&#8221;. L’ambizioso obiettivo di questo incontro, riassunto nello slogan <em>Bridging cultures, building peace</em>, è quello di migliorare le relazioni tra culture diverse per realizzare le condizioni di una pace duratura. Tra i conflitti che contrappongono le civiltà in questo momento storico, va superato principalmente quello che divide il mondo musulmano e quello occidentale, attraverso la promozione del dialogo e della comprensione reciproca. Quest’anno, per la prima volta, anche gli Stati Uniti di Barack Obama hanno deciso di diventare membri dell&#8217;Alleanza e, sebbene il cambio di rotta rispetto a Bush sia stato un segnale importante, probabilmente l’ingombrante presenza degli Usa non servirà a conferire maggiore credibilità al progetto. L’Alleanza delle Civiltà, nata nel 2004 per iniziativa del primo ministro spagnolo José Luis Zapatero e di quello turco Recep Tayyip Erdogan, è un progetto che ha dato vita ad un Gruppo di alto livello delle Nazioni Unite, grazie al sostegno dell’allora presidente Kofi Annan. L&#8217;Alleanza è in linea con un nuovo modello di politica globale che vede nel paradigma delle civiltà un elemento decisivo, capace di influenzare il dibattito sulla globalizzazione. Un tentativo che si pone oltre la centralità dello Stato, verso il coinvolgimento di  nuovi soggetti nella politica transnazionale: le civiltà e le élite culturali che in questa nuova ottica vengono chiamate a svolgere un ruolo chiave nel sistema politico. Ma nonostante l’ampia partecipazione, anche quest’anno duemila persone, tra leader politici e attivisti della società civile, giornalisti, organizzazioni internazionali e leader religiosi, l&#8217;Alleanza sembra più un palcoscenico da cui lanciare buoni propositi, piuttosto che un’organizzazione in grado di dare vita a delle azioni concrete di cambiamento. <span id="more-1971"></span></p>
<p>Sebbene i conflitti globali e la polarizzazione delle società siano le questioni più rilevanti e necessarie da affrontare,  il forum di quest’anno si è focalizzato principalmente su questioni più soft come il ruolo dei media e, soprattutto, di internet nel modellare l’opinione pubblica, il problema della censura e l’importanza dell’istruzione come canale attraverso il quale trasmettere e incentivare il dialogo tra le culture. Uno degli argomenti all’ordine del giorno è stato quello dell’immigrazione sebbene, proprio secondo le parole di Jose Augusto Lindgren, un diplomatico brasiliano che si è occupato dell’organizzazione dell’evento: “È difficile pensare che l’Alleanza possa esercitare un’influenza sulle politiche governative, si può solo  sperare che il forum incoraggi una riflessione in questo senso”. Risulta complicato immaginare che l’Alleanza riesca in quest’intento visto che, in questo momento storico, stiamo assistendo ad un inasprimento delle politiche migratorie in gran parte dei paesi occidentali. Tra i fanalini di coda troviamo proprio la Spagna. Nonostante Zapatero sia stato tra i promotori dell’Alleanza, dopo la recessione economica che ha colpito il suo paese, ha  avallato delle politiche punitive contro gli immigrati, basate sul sospetto e le sanzioni. L’immagine di paese all’avanguardia nella difesa dei diritti di tutte le classi sociali che Zapatero aveva costruito durante il primo mandato sta iniziando a crollare definitivamente. La Spagna di oggi sembra, infatti, decisa ad allinearsi con le politiche repressive attuate dall’Arizona. Nello stato americano al confine col Messico è stata approvata una legge che consente di arrestare chiunque sia sospettato di essere entrato illegalmente dalla frontiera.</p>
<p>Eppure è proprio da queste politiche che l’Alleanza vuole prendere le distanze, stando alle parole di Lindgren, con la scelta del Brasile come luogo per lo svolgimento dell’incontro vista la recente politica di regolarizzazione degli immigrati privi di documenti. Grandi assenti nell’agenda del Forum sono stati i conflitti mediorientali che coinvolgono i paesi del Patto Atlantico, Stati Uniti in primis. Non si è parlato né del conflitto arabo-israeliano, né della guerra in Afghanistan né di quella in Iraq, sebbene costituiscano dei nodi nevralgici il cui scioglimento è essenziale per poter procedere sulla strada della pace mondiale. Sono infatti questi conflitti e i movimenti migratori provenienti dal Medio Oriente ad aver innescato e alimentato la contrapposizione identitaria tra musulmani e occidentali che si è accesa negli ultimi tempi in Francia, Belgio, Svizzera e altri paesi europei. Un punto cruciale che è stato, però, condensato solo all’interno di una delle tavole rotonde del 27 maggio sull’islamofobia. Diversi esperti del dialogo interculturale hanno espresso le loro riserve sull’efficacia dell’Alleanza delle Civiltà nell’affrontare le questioni più importanti per la realizzazione della pace. Questo progetto difetta infatti di concretezza. Secondo le parole di David Bosold: “Le iniziative dell’Onu come l’Alleanza delle Civiltà servono a rafforzare una politica simbolica, aperta alla discussione tra i leader politici. Sono principalmente tre i fattori che impediscono all’Alleanza di conseguire risultati concreti. Innanzitutto, l’incapacità di relazionarsi con la società civile nel mondo musulmano e in Occidente impedisce la nascita di un reale dialogo tra questi due poli. Inoltre, sebbene si proponga come un modello di politica globale comprendente anche attori non statali, è dominata dalle élite e non vengono effettuati sforzi per allargare la base. Infine, l’Alleanza si configura come un progetto interno all’Onu, in un periodo in cui le Nazioni Unite non svolgono più un ruolo decisivo negli affari internazionali. Se l’Onu non riesce ad essere credibile figuriamoci se può esserlo l’Alleanza delle Civiltà”. Ignorando le critiche, i politici sono già pronti per il quarto incontro che avrà luogo l’anno prossimo nel Qatar.</p>
<p><em><strong>(Annalisa Marroni è uno dei ricercatori di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/06/01/lalleanza-delle-civilta-vuole-affrontare-il-problema-dellimmigrazione-ma-poi-zapatero-tratta-i-clandestini-peggio-che-in-arizona/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per Obama la decapitazione di Daniel Pearl è stata uno di quei &#8220;momenti speciali&#8221; tipo la morte di Michael Jackson</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/05/12/1785/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/05/12/1785/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 11 May 2010 22:53:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Al Quaeda]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Faisal Shahzad]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[islamismo]]></category>
		<category><![CDATA[syyid qutb]]></category>
		<category><![CDATA[talebani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=1785</guid>
		<description><![CDATA[di Mark Steyn*. Barack Obama’s remarkable powers of oratory are well known: In support of Chicago’s Olympic bid, he flew into Copenhagen to give a heartwarming speech about himself, and they gave the games to Rio. He flew into Boston to support Martha Coakley’s bid for the U.S. Senate, and Massachusetts voters gave Ted Kennedy’s [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1915" title="pic_homie_flat_052210_A" src="http://www.noaweb.it/public/pic_homie_flat_052210_A-150x150.jpg" alt="pic_homie_flat_052210_A" width="131" height="131" />di <strong>Mark Steyn</strong>*. Barack Obama’s remarkable powers of oratory are well known: In support of Chicago’s Olympic bid, he flew into Copenhagen to give a heartwarming speech about himself, and they gave the games to Rio. He flew into Boston to support Martha Coakley’s bid for the U.S. Senate, and Massachusetts voters gave Ted Kennedy’s seat to a Republican. In the first year of his presidency, he gave a gazillion speeches on health-care “reform” and drove support for his proposals to basement level, leaving Nancy Pelosi and Harry Reid to ram it down the throats of the American people through sheer parliamentary muscle. Like a lot of guys who’ve been told they’re brilliant one time too often, President Obama gets a little lazy, and doesn’t always choose his words with care. And so it was that he came to say a few words about Daniel Pearl, upon signing the “Daniel Pearl Press Freedom Act.” Pearl was decapitated on video by jihadist Muslims in Karachi on Feb. 1, 2002. That’s how I’d put it.<span id="more-1785"></span></p>
<p>This is what the president of the United States said: “Obviously, the loss of Daniel Pearl was one of those moments that captured the world’s imagination because it reminded us of how valuable a free press is.”</p>
<p>Now Obama’s off the prompter, when his silver-tongued rhetoric invariably turns to sludge. But he’s talking about a dead man here, a guy murdered in public for all the world to see. Furthermore, the deceased’s family is standing all around him. And, even for a busy president, it’s the work of moments to come up with a sentence that would be respectful, moving, and true. Indeed, for Obama, it’s the work of seconds, because he has a taxpayer-funded staff sitting around all day with nothing to do but provide him with that sentence.</p>
<p>Instead, he delivered the one above. Which, in its clumsiness and insipidness, is most revealing. First of all, note the passivity: “The loss of Daniel Pearl.” He wasn’t “lost.” He was kidnapped and beheaded. He was murdered on a snuff video. He was specifically targeted, seized as a trophy, a high-value scalp. And the circumstances of his “loss” merit some vigor in the prose. Yet Obama can muster none.</p>
<p>Even if Americans don’t get the message, the rest of the world does. This week’s pictures of the leaders of Brazil and Turkey clasping hands with Mahmoud Ahmadinejad are also monuments to American passivity.</p>
<p>But what did the “loss” of Daniel Pearl mean? Well, says the president, it was “one of those moments that captured the world’s imagination.” Really? Evidently it never captured Obama’s imagination, because, if it had, he could never have uttered anything so fatuous. He seems literally unable to imagine Pearl’s fate, and so, cruising on autopilot, he reaches for the all-purpose bromides of therapeutic sedation: “one of those moments” — you know, like Princess Di’s wedding, Janet Jackson’s wardrobe malfunction, whatever — “that captured the world’s imagination.”</p>
<p>Notice how reflexively Obama lapses into sentimental one-worldism: Despite our many zip codes, we are one people, with a single imagination. In fact, the murder of Daniel Pearl teaches just the opposite — that we are many worlds, and worlds within worlds. Some of them don’t even need an “imagination.” Across the planet, the video of an American getting his head sawed off did brisk business in the bazaars and madrassas and Internet downloads. Excited young men e-mailed it to friends, from cell phone to cell phone, from Karachi to Jakarta to Khartoum to London to Toronto to Falls Church, Va. In the old days, you needed an “imagination” to conjure the juicy bits of a distant victory over the Great Satan. But in an age of high-tech barbarism, the sight of Pearl’s severed head is a mere click away.</p>
<p>And the rest of “the world”? Most gave a shrug of indifference. And far too many found the reality of Pearl’s death too uncomfortable and chose to take refuge in the same kind of delusional pap as Obama. The president is only the latest Western liberal to try to hammer Daniel Pearl’s box into a round hole. Before him, it was Michael Winterbottom in his film A Mighty Heart: As Pearl’s longtime colleague Asra Nomani wrote, “Danny himself had been cut from his own story.” Or, as Paramount’s promotional department put it, “Nominate the most inspiring ordinary hero. Win a trip to the Bahamas!” Where you’re highly unlikely to be kidnapped and beheaded! (Although, in the event that you are, please check the liability-waiver box at the foot of the entry form.)</p>
<p>The latest appropriation is that his “loss” “reminded us of how valuable a free press is.” It was nothing to do with “freedom of the press.” By the standards of the Muslim world, Pakistan has a free-ish and very lively press. The problem is that some 80 percent of its people wish to live under the most extreme form of Sharia, and many of its youth are exported around the world in advance of that aim. The man convicted of Pearl’s murder was Omar Sheikh, a British subject, a London School of Economics student, and, like many jihadists from Osama to the Pantybomber, a monument to the peculiar burdens of a non-deprived childhood in the Muslim world. The man who actually did the deed was Khalid Sheikh Mohammed, who confessed in March 2007: “I decapitated with my blessed right hand the head of the American Jew Daniel Pearl, in the city of Karachi.” But Obama’s not the kind to take “guilty” for an answer, so he’s arranging a hugely expensive trial for KSM amid the bright lights of Broadway.</p>
<p>Listen to his killer’s words: “The American Jew Daniel Pearl.” We hit the jackpot! And then we cut his head off. Before the body was found, The Independent’s Robert Fisk offered a familiar argument to Pearl’s kidnappers: Killing him would be “a major blunder . . . the best way of ensuring that the suffering” — of Kashmiris, Afghans, Palestinians — “goes unrecorded.” Other journalists peddled a similar line: If you release Danny, he’ll be able to tell your story, get your message out, “bridge the misconceptions.” But the story did get out; the severed head is the message; the only misconception is that that’s a misconception.</p>
<p>Daniel Pearl was the prototype for a new kind of terror. In his wake came other victims from Kenneth Bigley, whose last words were that “Tony Blair has not done enough for me,” to Fabrizzio Quattrocchi, who yanked off his hood, yelled “I will show you how an Italian dies!” and ruined the movie for his jihadist videographers. By that time, both men understood what it meant to be in a windowless room with a camera and a man holding a scimitar. But Daniel Pearl was the first, and in his calm, coherent final words understood why he was there:</p>
<p>“My name is Daniel Pearl. I am a Jewish American from Encino, California, U.S.A.”</p>
<p>He didn’t have a prompter. But he spoke the truth. That’s all President Obama owed him — to do the same.</p>
<p>I mentioned last week the attorney general’s peculiar insistence that “radical Islam” was nothing to do with the Times Square bomber, the Pantybomber, the Fort Hood killer. Just a lot of moments “capturing the world’s imagination.” For now, the jihadists seem to have ceased cutting our heads off. Listening to Obama and Eric Holder, perhaps they’ve figured out there’s nothing much up there anyway.</p>
<p><em>Mark Steyn, a National Review columnist, is author of America Alone.</em></p>
<p><em>© 2010 Mark Steyn</em></p>
<p><strong>(Tratto da National Review)</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/05/12/1785/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Blair Redux. Tony è tornato ma gli inglesi non si fidano più</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/04/05/blair-redux-tony-e-tornato-ma-gli-inglesi-non-si-fidano-piu/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/04/05/blair-redux-tony-e-tornato-ma-gli-inglesi-non-si-fidano-piu/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 22:58:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Blair]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
		<category><![CDATA[laburisti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=1391</guid>
		<description><![CDATA[Di William Underhill. Il sorriso ampio. Le maniere semplici. L’eloquenza assoluta.  Può essere solo Tony Blair, di ritorno sulla scena politica britannica per la prima volta dopo aver lasciato Downing Street tre anni fa. Con le elezioni previste per quest&#8217;estate, Blair era fuori per promuovere il suo partito ed il suo successore, Gordon Brown, quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1395" title="blair" src="http://www.noaweb.it/public/blair2-300x214.jpg" alt="blair" width="214" height="152" />Di <strong>William Underhill</strong>. Il sorriso ampio. Le maniere semplici. L’eloquenza assoluta.  Può essere solo Tony Blair, di ritorno sulla scena politica britannica per la prima volta dopo aver lasciato Downing Street tre anni fa. Con le elezioni previste per quest&#8217;estate, Blair era fuori per promuovere il suo partito ed il suo successore, Gordon Brown, quando questa settimana ha fatto il suo “discorso di ritorno” in una riunione locale del <em>Labour Club</em>. Brown ha avuto “l’esperienza, il giudizio e il coraggio&#8221; di riparare l&#8217;economia, ha detto.<span id="more-1391"></span></p>
<p>Un tempo, sarebbe stato un benvenuto <em>endorsement</em> per tutti gli elettori del Partito Laburista. Dopotutto, Blair è stato il primo leader nella storia dei laburisti a portare il partito a tre vittorie consecutive alle elezioni. Ma qualunque sia il suo prestigio internazionale, il pubblico inglese ha definitivamente perso la sua ammirazione per Tony Blair.</p>
<p>Non solo per il suo controverso appoggio alla guerra in Iraq; ma anche per la sua chiara ricerca di denaro ora associata al suo progetto del “New Labour” che, in un periodo di ristrettezza economica, infastidisce gli elettori. Un sondaggio di <strong><a href="http://www.harrispollonline.com/" target="_blank">Harris</a></strong> ha mostrato che quest&#8217;anno, mentre Blair è visto con favore dal 64% degli americani, solo il 27% degli inglesi condivide gli stessi accesi sentimenti. Come ha messo per iscritto un articolo del tabloid <em>Daily Star</em> di questa settimana &#8220;Blair sarà ancora popolare sul suo vecchio terreno già battuto, ma viene guardato in modo largamente riluttante dal resto degli inglesi. Le famiglie dei militari, i membri dei sindacati e la gente comune ora odiano il vecchio regime di Blair&#8221;.</p>
<p>E&#8217; facile osservare come gli strateghi del partito possano voler mettere in campo le indubbie capacità comunicative di Blair. E&#8217; stato Blair il modernizzatore che ha persuaso gli irriducibili del partito laburista ad abbandonare alcuni vecchi dogmi socialisti – come le industrie di proprietà statale – per contribuire a creare il “New Labour” che riprese il potere nel 1997 dopo 18 anni di governo conservatore. Ed è stato Blair a persuadere le agitate classi medie che sarebbe stato sicuro votare il partito laburista in quello stesso contesto – e a non abbandonarlo per la maggior parte dei suoi 10 anni a Downing Street.  Al fulcro del suo incarico ha spinto gli indici di soddisfazione al di sopra del 70% (sebbene la sua immagine sia precipitata al termine del mandato dopo che aveva dichiarato l&#8217;entrata dell&#8217;Inghilterra nella Guerra in Iraq).</p>
<p>Infatti, la ricomparsa di Blair potrebbe contribuire a spiazzare i conservatori, che stanno lottando per rimanere in testa ai sondaggi. Nel ricostruire il sostegno per i <em>Tories</em>, il leader del partito David Cameron ha cercato di proporsi come &#8220;l&#8217;erede di Blair,&#8221; un centrista dogmatico, in sintonia con la moderna Gran Bretagna. E&#8217; un messaggio difficile da vendere da quando Blair è tornato sul podio a denunciare le politiche conservatrici. Eppure in questi giorni Blair ha a che fare con un pubblico più scettico. Nel 1997, il nuovo primo ministro era il rappresentante convincente di un nuovo inizio politico: quasi due decenni di governo conservatore – e la cultura del denaro erede dell&#8217;abbraccio thatcheriano al libero mercato – era finita in mezzo a un vortice di critiche contro i deputati conservatori, accusati di scambiarsi soldi per ottenere influenza. Blair promise un governo che sarebbe stato &#8220;più bianco del bianco&#8221;.</p>
<p>La Storia ci ha offerto un racconto diverso. L&#8217;era di Blair è stata segnata da scandali finanziari così come dalle accuse che il partito abbia effettivamente venduto dei posti nella Camera dei Lord a dei ricchi sostenitori. Le rivelazioni dell&#8217;ultimo anno circa le diffuse violazioni dei conti delle spese parlamentari hanno intensificato una diffidenza verso i politici in generale. I punteggi, compresi quelli dei due leader di partito, sono stati rafforzati per compensare le richieste più eccessive. Cameron (che ha accusato i contribuenti di essersela squagliata davanti all’isteria provocata dalla crisi nel Paese) la scorsa settimana ha ammesso di odiare &#8220;chiunque pensa che i politici siano squallidi maiali interessati solo al guadagno personale”.</p>
<p>Anche lo stesso team di Blair è sembrato uscirne infangato. Tre dei suoi alleati più stretti – tutti ex membri del suo gabinetto – sono caduti in disgrazia dopo che la scorsa settimana un attacco giornalistico ha rivelato il loro entusiasmo nel vendere i propri contatti da insider in cambio di denaro. Uno, l&#8217;ex segretario alla difesa Geoff Hoon, ha detto a un reporter televisiva sotto copertura che voleva trasformare i suoi contatti in “qualcosa che, francamente, faccia soldi”. Ora sono tutti sospesi dal partito parlamentare.</p>
<p>Il primato finanziario di Blair potrebbe deporre a suo sfavore. Secondo alcuni resoconti, ha guadagnato più di 30 milioni di dollari da quando si è dimesso dalla carica di primo ministro, mettendosi in viaggio nel circuito delle conferenze internazionali e lavorando come advisor per alcuni clienti come il governo del Kuwait e per una compagnia petrolifera coreana con interessi in Iraq. Un recente sondaggio ha mostrato che il 59% delle persone crede che siano guadagni troppo elevati. (Oltretutto, 8 persone su 10 pensano anche che abbia mentito nella sua dichiarazione durante l’inchiesta ufficiale sulla Guerra in Iraq che si è svolta all’inizio di quest’anno).</p>
<p>Anche se il suo modo di fare soldi fosse legale, appare ancora ripugnante per molti sostenitori del <em>Labour</em> – specialmente quelli della vecchia guardia che non hanno mai accettato la visione centrista del partito di Blair. Kevin Maguire, un editorialista del <em>Mirror</em>, che sostiene i laburisti, scrive che: &#8220;Lasciare il parlamento tre anni fa per guadagnare 20 milioni di sterline fa torcere lo stomaco. Blair sarebbe dovuto restare a vivere il proprio sogno del<em> </em>New Labour in una grande casa del Paese con un campo da tennis.&#8221;</p>
<p>Il problema è che gli strateghi del partito sanno che lasciare Blair totalmente fuori dalla campagna, apparirà in qualche modo come un voler rinnegare il record di partito. (E’ stato lo stesso dilemma che ha affrontato Al Gore quando ha dovuto decidere se lasciare che lo screditato presidente uscente, Bill Clinton, facesse campagna per lui). Sono previsti molti discorsi prima delle elezioni, attese per l&#8217;inizio del mese prossimo. Il Partito Laburista deve solo sperare che il vecchio fascino di Blair superi i nuovi risentimenti.</p>
<p>Traduzione di Giorgia Avaltroni<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Tratto da Newsweek</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/04/05/blair-redux-tony-e-tornato-ma-gli-inglesi-non-si-fidano-piu/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tra storia e microstoria, memoria e riconciliazione: le foibe e Norma Cossetto</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2010/01/10/tra-storia-e-microstoria-memoria-e-riconciliazione-le-foibe-e-norma-cossetto/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2010/01/10/tra-storia-e-microstoria-memoria-e-riconciliazione-le-foibe-e-norma-cossetto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 16:32:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>
		<category><![CDATA[ex-jugoslvia]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[foibe]]></category>
		<category><![CDATA[norma cossetto]]></category>
		<category><![CDATA[tito]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=1162</guid>
		<description><![CDATA[di Nezka Figelj. Anche quest’anno, in occasione del 10 febbraio &#8211; giorno del ricordo delle foibe e degli esuli giuliani e dalmati &#8211; si cercherà di dare un’identità a qualcuna delle vite stroncate nelle voragini istriane e si tenterà ancora di raccontare l’esperienza dell’esodo. Ma cosa scrivere di una vicenda politicamente controversa come le foibe? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1163" title="1233595566124_011" src="http://www.noaweb.it/public/1233595566124_011-201x300.jpg" alt="1233595566124_011" width="201" height="169" />di <strong>Nezka Figelj</strong>. Anche quest’anno, in occasione del 10 febbraio &#8211; giorno del ricordo delle foibe e degli esuli giuliani e dalmati &#8211; si cercherà di dare un’identità a qualcuna delle vite stroncate nelle voragini istriane e si tenterà ancora di raccontare l’esperienza dell’esodo. Ma cosa scrivere di una vicenda politicamente controversa come le foibe? Negli ultimi sessanta anni del dopoguerra il fenomeno è stato in larga misura emarginato soprattutto a causa delle divergenti opinioni politiche che ne contrastavano eventuali approfondimenti. <span id="more-1162"></span></p>
<p>Da un lato troviamo “la tragedia dei vinti”: le vittime delle foibe uscite sconfitte perché appartenenti all’ideologia fascista, a cui la politica italiana postbellica negò la libertà di espressione; dall’altro gli oppositori del regime mussoliniano emancipati dopo il Ventennio di repressioni.<br />
Le cause che hanno scatenato tale violenza vanno ricercate  nella composizione etnico- sociale dell’Istria. La popolazione slovena e croata ritiene che il fenomeno sia dovuto a una resa dei conti dopo il Ventennio, che ha seminato discriminazione e oppressione lungo il confine orientale italiano causando rivalse e desiderio di vendetta nei confronti di esponenti del governo fascista locale. Le testimonianze degli esuli invece rappresentano l’evento come un accanimento dell’emergente politica comunista di Tito contro la popolazione italiana istriana e dalmata dovuto all&#8217;odio anti-italiano. Si può  dunque ritenere che si siano formate due storiografie nazionali in cui la storia dell’altro da sé continua ad avere una connotazione negativa?</p>
<p>Il contesto storico socio-culturale descritto da M. Verginella, docente di storia all’Università di Lubiana, in <em>Fojbe. Primer prihopatološke recepcije zgodovine</em> (<em>Foibe. Esempio di percezione psicopatologica della storia</em>) investe gli anni dal 1918 al 1922, anni che determinano la dissoluzione dell’impero austro-ungarico e l’annessione del Litorale austriaco (territorio lungo il confine orientale) al Regno d’Italia, provocando un vasto fenomeno di migrazioni di popoli in due direzioni. Trieste diventa centro di gravità di flussi migratori provenienti dalle regioni del Regno d’Italia attratti dalle prospettive lavorative, mentre un numero sostanzioso di sloveni e croati, intimoriti dalla nascente minaccia fascista, abbandona il Litorale e si sposta nel Regno SHS.</p>
<p>Inizialmente la politica di denazionalizzazione attuata dal regime fascista è previdente nonostante siano già comparsi atti intimidatori e eventi di violenza. Dopo il 1922  il governo di Mussolini legittima tutte le pratiche di discriminazione nei confronti degli “slavi”, definiti “alloglotti”: italianizzazione della toponomastica e dei cognomi di origine slovena e croata, proibizione dell’uso della lingua nelle scuole e nelle chiese. Il discorso che Mussolini pronuncia durante la sua visita a Pola (Pula) nel 1920 parla chiaro: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del Bastone. I confini della Patria devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche. Io credo che si possano più facilmente sacrificare 500000 sloveni e croati barbari che 50000 italiani”.</p>
<p>La repressione porta la popolazione slovena e croata a manifestazioni del proprio dissenso anche attraverso atti terroristici e alla formazione di organismi clandestini di lotta di liberazione. A seguito dell’aggressione della Jugoslavia nel ’41 da parte delle forze dell’Asse e l’annessione italiana della provincia di Lubiana, si sviluppa nelle regioni interne della Slovenia il movimento di resistenza militare partigiana, che si diffonde presto anche verso il Litorale; qui presenta elementi in maggioranza sloveni e croati e in minoranza italiani; la maggior parte della popolazione italiana gli è tuttavia avversa. La composizione etnica e sociale riferisce che fino alla seconda guerra mondiale gli italiani sono la maggioranza della popolazione istriana che abita le maggiori città ed appartiene prevalentemente alla borghesia. Le campagne sono invece disseminate di paesi sloveni e croati.</p>
<p>Il fenomeno delle foibe viene legato ad un tentativo di occupazione del territorio istriano da parte dei comunisti di Tito (i cosiddetti “titini”) e alla diffusione del comunismo a cui gli Italiani non erano favorevoli. Secondo le vittime le foibe sono una pulizia etnica, secondo i carnefici una resa dei conti politica; molte prove testimoniano a favore degli ultimi (nelle foibe hanno trovato morte anche molti sloveni e croati, colpevoli di non appoggiare il regime comunista o sospettati di collaborazione, i &#8220;domobranci&#8221;). Il fatto viene ammesso dall’ultimo libro di F. Sessi dedicato a Norma Cossetto: <em>Foibe Rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ‘43</em>”; l’autore dice esplicitamente che le infoibazioni erano pratica comune già tra i fascisti, verità comprovata da molti altri studiosi ma clamorosamente smentita in R. Mondoni in <em>La verità per la riconciliazione. Il sacrificio di Norma Cossetto nella tragedia dei giuliani-fiumani-dalmati</em>.<br />
Le eliminazioni e gli occultamenti di cadaveri in queste voragini naturali ricoprono due fasi: una che va dall’8 settembre alla fine dell’ ottobre ‘43. La morte di Norma Cossetto si inserisce proprio in questo breve intervallo di tempo. La seconda ondata di terrore si scatena invece dopo la fine della guerra; dalle ricerche effettuate le sparizioni e le infoibazioni non si fermano fino al ’47. La fine della guerra segna anche l’esodo degli Italiani che, in precaria situazione in quanto “optanti” (hanno la possibilità di optare per la cittadinanza jugoslava, o di aderire a quella italiana rinunciando ai propri averi)  si sentono quasi costretti a migrare verso l’Italia che li accoglie senza benvenuto, ridimensionando per motivi di opportunità politica le loro difficoltà.<br />
Benché l’istituzione di un giorno per ricordare le atrocità delle foibe sia un giusto riconoscimento, sono molteplici gli argomenti riportati dagli esuli che non convincono sempre: la superficialità con cui viene usato il termine “slavo”, che dimostra l’indifferenza o l’incapacità di distinzione tra un popolo sloveno e uno croato;  la nomenclatura attribuita alla popolazione slovena e croata di “barbarie slava”, “orde balcaniche”, “belve slavo-comuniste”, ecc.; i termini tragici con cui si rappresentano le violenze compiute dai partigiani, la descrizione inverosimile della natura pacifica e ingenua degli italiani accompagnata da un eccessivo sentimentalismo vittimista, fino all’esasperazione e al paragone con altre stragi di maggiore portata.</p>
<p>In merito alla situazione precipitata all’indomani dell’armistizio del ’43, si veda l’articolo pubblicato dal quotidiano triestino “Il Piccolo” del 15 settembre 1943 inserito  nell’ opera <em>Foibe. Un dibattito ancora aperto</em> di R. Spazzali:<br />
“Trieste ancora una volta da voi attende la salvezza mentre le orde balcaniche già si affacciano sulle nostre colline ed avidamente, bieche guatano la preda agognata. La memoria di Gabriele D’Annunzio e il nome di Mussolini riportino oggi lo spirito nell’atmosfera del sacrificio, dell’eroismo e della dedizione alla Patria di tutte alte virtù della razza.”<br />
Ma come è possibile che l’odio nei confronti degli italiani sia scoppiato da un giorno all’altro? Nelle testimonianze dei sopravvissuti la parte lesa non offre soddisfacenti risposte, che invece  si ritrovano almeno parzialmente nella fazione opposta: il Ventennio di repressione fascista che ha esasperato la popolazione “alloglotta” (secondo la demarcazione attribuita da Mussolini agli sloveni e croati). Soprattutto nelle interpretazioni più sentimentaliste non c’è il minimo dubbio sull’onestà e sulla bontà degli italiani contrappposte alla bestialità degli “slavi”.</p>
<p>In questo complesso conflitto etnico-sociale si inserisce la vicenda dell’istriana Norma Cossetto. Descritta da tutte le fonti esuli come ragazza modello, colta e intelligente, fervente fascista, studentessa all’Università di Padova, fedele alla Patria (partecipa alle manifestazione in favore della diffusione delle colonie italiane in Africa), la giovane è contraria alla violenza e non condivide il terrore che la politica mussoliniana esercita nei confronti delle popolazioni slovena e croata lungo il confine orientale.</p>
<p>Nonostante il curriculum impeccabile ricorre un dettaglio curioso: come si spiegano la dedizione della Cossetto ad un’ideologia politica e nazionale di cui non accetta completamente il programma politico, e la partecipazione attiva alle manifestazioni in favore alle colonie italiane in Africa, dove l’esercito fascista ha provocato stragi di morti, non condividendone l’aspetto violento? F. Sessi in <em>Foibe Rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ‘43</em>, ricostruisce in maniera immaginaria la scena in cui un amico di Norma le racconta la sua esperienza di insegnante in una scuola di un paese istriano abitato da croati. I bambini sono intimiditi ad esprimersi in croato, in quanto a scuola è lecito usare esclusivamente l’italiano. L’amico chiede a Norma che reazione dovrebbe avere un popolo nei confronti di chi gli proibisce di parlare nella lingua materna; la domanda agli occhi della ragazza non trova risposta. Nonostante la gravità dei fatti si può immaginare che la storia della Cossetto sia stata manipolata dalla stessa letteratura esule, mettendo da parte un’analisi critica che avrebbe portato ad una visione più matura delle vicende storiche al posto di un superficiale sentimentalismo. Ma chi era veramente Norma Cossetto?</p>
<p>La sua vita è segnata da un’infanzia felice e tranquilla. Nasce nel 1920 a Santa Domenica di Visinada (Vižinada, oggi in Croazia)  da una famiglia di possidenti terrieri. Il padre è Giuseppe Cossetto, rappresentante locale del governo fascista. I Cossetto  impegnano nella coltivazione delle terre molti esponenti della popolazione slovena e croata locale, il rapporto nei loro confronti è buono e fiducioso anche perché la famiglia è fascista di convinzione, ma non ama il lato aggressivo e squadrista del regime. Dopo la maturità classica, Norma si iscrive all’Università degli Studi di Padova e si unisce al GUF (Organizzazione giovanile fascista). Nell’estate del ’43 si trova in Istria e sta preparando la tesi di laurea; F. Sessi racconta passo dopo passo le vicende della giovane ragazza dopo l’8 settembre, spiegando che il territorio istriano invaso dai partigiani è diventato troppo pericoloso per la libera circolazione di persone compromesse con il regime.</p>
<p>I membri del movimento partigiano italiano al servizio degli “slavocomunisti”, che ora possono liberamente sfogare il loro odio antifascista, entrano nell’abitazione Cossetto razziando tutto quello che possono. La servitù composta di sloveni e croati non è più fedele e la famiglia  ha paura di qualche ritorsione, benché non riesca a capire quale sia il motivo di tutto questo rancore. L’autore insiste sull’inconsapevolezza di Norma della causa dell’odio, ma ribadisce nell’intervista fatta ad Andreina Bresciani, amica di Norma, che la ragazza era ferma e decisa nella sua italianità e poco propensa a stringere amicizie con persone di origine slovena o croata.<br />
Il 26 settembre del ’43 viene chiamata al comando esecutivo partigiano e interrogata; le richieste sono due: rivelazione di informazioni sul padre recatosi precedentemente a Trieste e mai rientrato, e invito alla partecipazione alla resistenza partigiana. Il giorno seguente, il 27 settembre, viene richiamata nuovamente. Dopo un breve interrogatorio e il rifiuto di tutte le proposte, la ragazza viene detenuta; comincia così il suo martirio che terminerà qualche giorno più tardi con la morte tragica in una voragine. Le accuse mosse alla Cossetto sono l’appartenenza ad una famiglia di “possidenti” terrieri, “padroni”, “fascisti”, “capitalisti”, di cui il nuovo sistema comunista si impegna a “giustificare le ricchezze al popolo in quanto non si diventa ricchi senza rubare”.<br />
Dopo violenze sessuali tremende, il 4 ottobre viene caricata insieme agli altri detenuti su un camion e trasportata verso la foiba di Villa Surani (šurani) vicino ad Antignana  (Tinjan), una cavità profonda centotrentacinque metri. Le salme ritrovate non portano tracce di fori di pallottole o ferite da taglio mortali, il che significa che le vittime furono spinte nella foiba ancora vive. Questa è  la fine ingiustificata di una ragazza la cui unica colpa era di essere stata italiana, di famiglia e fede fascista, che lei percepiva come un ideale in cui credere, benché fosse probabilmente all’oscuro delle sue pratiche persecutorie. Una ragazza pura, ma come spesso F. Sessi allude, la sua nobiltà d’animo la portò forse a un’eccessiva ingenuità, orgoglio e  intransigenza. La salma viene rinvenuta quasi due mesi più tardi  durante le operazioni di recupero affidate alla squadra dei vigili del fuoco del maresciallo Arnaldo Harzarich. Secondo alcune versioni,  il corpo viene ritrovato pugnalato al seno e con un legno appuntito conficcato nella vagina.<br />
Con altro tono viene descritto il passo dedicato alla giovane ragazza pubblicato nel libro <em>Foibe. Una storia d’Italia</em> di J. Pirjevec, docente all’Università di Koper/Capodistria, esperto di questioni balcaniche: “Nella penultima foiba esplorata, quella di Villa Surani (šurani), fu recuperata, tra 26 salme estratte, anche quella di una studentessa dell’Università di Padova, Norma Cossetto, figlia di un possidente nonché ex segretario del Fascio e podestà di Santa Domenica di Visinada.  A sua volta fervente mussoliniana, iscritta alla scuola di mistica fascista e colpevole di aver respinto l’offerta dei partigiani di collaborare con il Movimento di liberazione, essa era destinata a diventare la più nota fra le poche donne finite in quel tragico modo, oggetto di “incontrollate fantasie e presunte testimonianze”. Per quanto, nel momento del recupero, il suo cadavere fosse trovato intatto e ben conservato, sebbene nudo, come testimoniò il capitano Harzari, ben presto si diffuse la voce che prima di morire fosse stata brutalmente violentata e seviziata.</p>
<p>Prima di gettarla nella foiba, secondo una testimonianza, le amputarono anche i seni. O peggio ancora: chiusa in una stanza, sarebbe stata violentata da 17 partigiani slavi, crocifissa ad una porta e impalata. Su richiesta della sorella Licia i tedeschi arrestarono a metà  ottobre 13 giovani indicati da quest’ultima come i colpevoli della morte di Norma e del padre, caduto in uno scontro con i partigiani nel tentativo di liberare la figlia con l’assistenza di un gruppo armato. Senza prove né giudizio essi furono massacrati e gettati in foiba, dopo essere stati rinchiusi per una notte intera in una cappella con la morta ormai in decomposizione, per cui tre impazzirono. Nel 1944 il nome della Cossetto fu assunto come vessillo di battaglia della Brigata nera femminile, costituita in gran parte da congiunte dei caduti. Dopo la guerra, nel 1949 le fu conferita dall’Università di Padova la laurea honoris causa. Nel 2006 ottenne dal presidente della Repubblica italiana la medaglia d’oro al valore civile alla memoria, con la motivazione: &#8220;Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e amor patrio.”</p>
<p>Roberto Spazzali,  insegnante e pubblicista triestino che nell’opera <em>Foibe. Un dibattito ancora aperto</em> documenta le vicende storiche legate al confine orientale con lucido metodo giornalistico, scrive: “Ben altro rilievo viene dato al recupero, sempre a Villa Surani, del corpo di Norma Cossetto, figlia di Giuseppe Cossetto caduto il 4 ottobre a Castellier assieme ad un parente, il tenente Mario Bellini, in testa alla colonna della milizia proveniente da Trieste, i cui corpi vennero trovati nella foiba di Treghelizza il 16 novembre&#8221;. sara’articolo si sofferma brevemente sul tributo di  sangue dato dalla famiglia Cossetto in occasione di queste tragiche giornate: oltre ai tre congiunti già citati, il fratello Eugenio con la cognata Ada Sciortino, saranno infoibati a Villa Surani, mentre altri due fratelli, Emanuele e Giovanni, sono scampati alla morte a Pisino grazie al provvidenziale arrivo delle truppe tedesche.</p>
<p>L’ampia letteratura di quegli anni e del dopoguerra dedicherà un costante spazio alla morte e al rinvenimento di Norma Cossetto, intrecciando ai fatti realmente accaduti incontrollate fantasie e presunte testimonianze. “Il Corriere Istriano” riporta nell’edizione del 17 dicembre la notizia dei lavori a Villa Surani (&#8221;nella foiba di Antignana sono state recuperate 26 salme&#8221;"), e due giorni più tardi quella delle esequie (&#8221;questa mattina alle ore 10 avranno luogo i funerali di otto nostri martiri&#8221;).</p>
<p>Proponendomi di stilare un percorso parallelo di vite sconvolte dagli orrori della seconda guerra mondiale, riporto l’intervista di una persona a me carissima: mia nonna. Nata nel 1922, anno dell’inizio ufficiale dell’era fascista, ha passato i migliori anni della vita in guerra. Solo due anni più giovane di Norma Cossetto, con lei condivide la stessa sorte di ragazza di buona famiglia, intelligente e pura, di cui l’unica colpa è essere slovena. Nasce in un piccolo paese chiamato Goče, durante il fascismo Gozze, che oggi si trova in Slovenia sudoccidentale vicino alla penisola istriana. Terza di cinque figli, frequenta scuole elementare e media esclusivamente in italiano, e la sua ’insegnante è siciliana.</p>
<p>Di lei mia nonna conserva un ricordo positivo di persona sensibile che comprende forse la sua inadeguatezza nel posto e la frustrazione dei bambini. Socialmente e economicamente il periodo è pervaso da un senso di pessimismo, le famiglie vivono in crisi, l’inflazione e l’indebitamento sono alle stelle. Nel ’41 la famiglia viene denunciata senza prove per collaborazione coi partigiani da una spia locale slovena e la casa in cui risiede viene bruciata nel febbraio del ‘43. Mia nonna e sua sorella vengono richiamate dal gruppo di camicie nere ad osservare la distruzione della propria abitazione. Il nucleo famigliare viene deportato in diversi campi di confino e concentramento.<br />
Dopo una breve permanenza nelle prigioni di Gorizia e Trieste mia nonna insieme alla sorella viene mandata in confino a Frascati vicino Roma, dove rimane fino al settembre ’43. Alla domanda “che cosa facevi nel campo di confino?” la sua risposta era “niente di utile, solo estenuanti appelli, non mi sono lavata per 4 mesi ed ero infinitamente grata a una signora che mi ha dato degli indumenti intimi puliti ”. Durante la detenzione era molto dimagrita perché si mangiava una sola volta al giorno e sempre lo stesso cibo: crauti e a volte del pane. Le condizioni sanitarie erano precarie: mancavano le docce e i servizi igienici erano scavati nella terra situati agli angoli. I dormitori comprendevano fino a cento posti letto, dove i detenuti ammucchiati dormivano scomodi su brande di legno. Era permesso esprimersi solo in italiano e le conversazioni in sloveno si svolgevano di nascosto sussurrando; i deportati impauriti e nervosi erano costantemente controllati.</p>
<p>Il comando fascista adibito al controllo del campo di confino si impegnava a mantenere i detenuti nella disinformazione degli avvenimenti all’infuori della loro prigionia. Alcuni ricevevano pacchi postali dalle proprie famiglie, ma questo privilegio a lei era negato per i suoi aggravanti di collaborazione partigiana. A Frascati trascorre otto mesi, quando cominciano a girare voci di una possibile capitolazione di Mussolini. Nel settembre del ’43 sente il frastuono del bombardamento degli Alleati di Napoli, l’atmosfera si fa meno cupa e prima che il campo venga ufficialmente destituito, scappa e ritorna clandestinamente in treno a Gorizia e da lì a piedi fino al paese natio. Durante il lungo cammino supera il fronte di liberazione partigiano che si era creato dopo l’8 settembre e nelle vicinanzeincontra i carri armati nazisti. Viene nuovamente pervasa dal terrore, ma i tedeschi non prestano attenzione al suo passaggio. All’arrivo a Goče rivede ciò che rimane della casa; la sua reazione è un pianto incontrollato. Prende ufficialmente parte al movimento partigiano servendo come messaggera.<br />
Del padre non ha notizie. Apprenderà che in seguito al settembre ’43, dopo la prigionia alla Spezia, venne deportato a Matthausen. Ritornerà a casa vivo nel febbraio del ‘44, gravemente malato e morirà dopo pochi giorni. Mia nonna conserva il libro “Sloveci v Matthausnu” (<em>Sloveni a Matthausen</em>) in cui è segnato il nome e la matricola del padre inserito nella lista dei sopravvissuti. La sorella con cui ha condiviso l’esperienza del campo di confino viene catturata e spedita in Germania in un campo di concentramento per la sua attività partigiana. Ritornerà a casa viva dopo la fine della guerra. Il fratello maggiore milita nell’esercito italiano e si unisce alla resistenza partigiana a Torino. Ritorna a casa, ma a seguito delle battaglie cruente tra partigiani e le fazioni fasciste ancora operanti assistite dalle milizie tedesche fugge clandestinamente verso ovest a Torino dove rimarrà per tutta la vita. Il fratello più piccolo combatte nell’esercito italiano e, dopo la denuncia per collaborazionismo, viene picchiato dal comando fascista e rinchiuso in isolamento  per dieci giorni.</p>
<p>Il nucleo familiare si riunisce dopo la conclusione della guerra, ma è costretto a vivere ospite presso un’altra famiglia per altri sei anni, finche l’organo jugoslavo adibito alla riabilitazione dei beni immobili distrutti dalla guerra dà l’ordinanza di ricostruire la loro abitazione. Alla domanda “Qual è la tua opinione riguardo alle foibe?”  lei direttamente coinvolta rispose che l’odio nei confronti del fascismo era fortissimo. La guerra crea tragedie, trasforma gli uomini in bestie; nessuno ha il diritto di minimizzare o di giustificare le proprie colpe. Secondo lei le foibe sono state una conseguenza della repressione fascista, ma sono ingiustificabili per tutti quelli che senza colpa sono deceduti.Aggiunse che la Jugoslavia rappresentò per lei la possibilità di vivere senza persecuzioni e di esprimersi nella propria lingua. La sua estrazione sociale e l’appartenenza alla classe operaia la resero tuttavia immune dalle ripercussioni che il governo di Tito ebbe verso individui di classi sociali diverse.</p>
<p>Quelle di Norma Cossetto e di mia nonna  sono due esperienze distinte in contrapposte fazioni ideologico-politiche ma indissolubilmente legate dallo stesso contesto storico. Si può dunque ritenere che una abbia sofferto più dell’altra? Per affrontare adeguatamente fatti così preoccupanti è auspicabile domandarsi il perché di certi avvenimenti e ricercare la causa all’origine. Al fine di ridare una memoria collettiva che si basi sulla conoscenza storica degli eventi, al di là di ogni strumentalizzazione a cui è esposto l&#8217;uso pubblico del passato, è opportuno battersi per animare criticamente le coscienze dando spazio all’esposizione dei fatti realmente accaduti da ambedue le parti; solo così si pongono le basi di verità per la riconciliazione.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2010/01/10/tra-storia-e-microstoria-memoria-e-riconciliazione-le-foibe-e-norma-cossetto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Serbia è sbarcata alla Sapienza perché si sente sempre più europea</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2009/11/12/907/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2009/11/12/907/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 02:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=907</guid>
		<description><![CDATA[di Jacopo Giannangeli*. La Serbia è approdata all’Università “La Sapienza” di Roma. E lo ha fatto portando con sé un grosso carico di interrogativi, problematiche, questioni aperte o ancora da aprire, ma soprattutto con tante speranze. Il mese scorso, dal 26 al 28 ottobre, si è tenuto un convegno dal titolo “Identità europea della Serbia: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-909" title="dositei" src="http://www.noaweb.it/public/dositei1.JPG" alt="dositei" width="148" height="221" />di <strong>Jacopo Giannangeli</strong>*. La Serbia è approdata all’Università “La Sapienza” di Roma. E lo ha fatto portando con sé un grosso carico di interrogativi, problematiche, questioni aperte o ancora da aprire, ma soprattutto con tante speranze. Il mese scorso, dal 26 al 28 ottobre, si è tenuto un convegno dal titolo “Identità europea della Serbia: il futuro del passato”; una tre giorni molto intensa, a cui hanno partecipato esponenti di primo piano del mondo culturale della slavistica dall’Italia e dalla Serbia, politici e diplomatici italiani e stranieri.<span id="more-907"></span></p>
<p>Il convegno si è articolato in due parti: la prima è stata dedicata alla figura dell’illuminista serbo Dositej Obradović (1739-1811, <em>nella foto</em>), mentre la seconda si è concentrata sugli aspetti politici della Serbia di oggi e sulle sue relazioni con l’Europa e la Russia. Proprio la personalità di Dositej Obradović rappresenta il filo conduttore che lega le due fasi: egli fu il più grande illuminista serbo, un intellettuale veramente europeo, testimone del fatto che, come ha detto l’ambasciatore serbo Rašković-Ivić, “la Serbia è un vecchio paese europeo”.</p>
<p>La prima parte del convegno si è incentrata su questioni più specificamente filologiche e storiche riguardanti l’opera e la vita di Dositej, cercando però di mantenere uno sguardo sulla situazione presente. Sono sorte questioni e spunti legati alla contemporaneità, che sono stati poi raccolti da coloro che hanno partecipato alle tavole rotonde nelle giornate successive, incentrate su temi puramente politici. Personaggi di primo piano dell’ambiente accademico e politico (tra i quali l’ex-presidente Giuliano Amato), insieme ad alcuni ambasciatori stranieri, hanno dibattuto sulla politica estera e sulla situazione attuale della Serbia, tra Unione Europea e Russia.</p>
<p>Molte delle questioni al centro della discussione, a dire il vero quasi tutte, sono già state sentite. Niente di nuovo o di sconvolgente, dunque; ma l’importanza di questo incontro non sta nell’essere una novità, bensì nell’essere una conferma. È la conferma di un interesse sempre crescente nel nostro paese verso la Serbia e i Balcani occidentali e di un avvicinamento concreto della Serbia all’Unione Europea. Parafrasando ancora una volta le parole dell’ambasciatore serbo, tutto questo sarebbe stato impensabile solo dieci anni fa: è questo il vero successo dell’iniziativa.</p>
<p>L’ambasciatore serbo ha sottolineato la volontà del suo governo e del suo popolo di entrare nella UE. Secondo recenti sondaggi il 65% dei cittadini della Serbia è favorevole all’ingresso, percentuale che sarebbe destinata ad alzarsi dopo la liberalizzazione del regime dei visti, prevista nel 2010. Ha ricordato, inoltre, che la Serbia ha scelto un governo ed un presidente filo-europeo proprio nel momento più critico della sua giovane storia democratica, appena dopo l’indipendenza unilaterale del Kosovo.</p>
<p>Tutti i partecipanti hanno rimarcato il ruolo cruciale della Serbia nella stabilizzazione dell’area balcanica e dell’Europa intera. Per questo la sua ammissione dovrebbe avvenire in tempi molto brevi: è stato addirittura auspicato un ingresso congiunto di Croazia e Serbia, una prospettiva di difficile attuazione, che però sottolinea quanto le economie e le società dell’area siano legate l’una all’altra. Tagliare fuori alcuni stati potrebbe significare “strozzarli” in un isolamento economico e diplomatico, che potrebbe addirittura risultare fatale ad alcuni soggetti particolarmente deboli (vedi ad esempio la Bosnia-Erzegovina).</p>
<p>L’Europa insomma è la grande speranza di tutti i Balcani occidentali, ciò che potrebbe segnare una svolta nella storia recente di questi paesi. D’altra parte, la UE non è un’entità magica capace di risolvere d’un colpo ogni problema: la stabilizzazione deve precedere e permettere l’integrazione europea dell’area e non deve essere vista come una logica conseguenza dell’allargamento. L’impegno della Serbia nel raggiungere questa stabilità è notevole: negli ultimi anni sono state fatte tutta una serie di riforme che hanno permesso di recuperare buona parte dell’enorme gap di un paese che ha vissuto una doppia transizione, dal comunismo e dal post-conflict. La giovane democrazia serba, nata solo nel 2000, ha fatto passi da gigante, ma ancora molto c’è da fare per raggiungere gli standard europei. Ma anche la UE deve fare qualcosa di più, deve venire incontro a questa zona d’Europa non soltanto con la politica del bastone e della carota, ma con una collaborazione seria e concreta, che permetta lo sviluppo consapevole di questi paesi.</p>
<p>Non poteva mancare qualche riferimento al Kosovo, una vicenda che pesa come un macigno sul cammino europeo della Serbia. Si è ribadito che il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte della Serbia non è considerato un requisito indispensabile per l’ammissione; tuttavia non sarebbe neanche immaginabile che entrino a far parte della famiglia europea due paesi che non si riconoscono reciprocamente. Questo è sicuramente il punto più controverso della marcia della Serbia, un nodo che dovrà essere sciolto, ma è apparsa evidente la volontà di tutti, non solo del rappresentante serbo, di rinviare la questione a tempi più miti.</p>
<p>Infine, la Russia: il migliore amico della Serbia, il partner sicuramente più influente. Gli interessi economici e non solo che legano i due paesi sono molteplici: il trattato di libero scambio delle merci in vigore tra loro e la partnership nella costruzione del South Stream sono solo la punta dell’iceberg del sistema di rapporti tra i due paesi che, a quanto dice l’ambasciatore russo Meškov, è in una fase di forte slancio. Il legame con la Russia è vitale per la Serbia e, soprattutto, non ha nulla di anti-europeo: la Serbia anzi aspira ad essere il ponte che congiunga la UE alla Russia, in una prospettiva vantaggiosa per tutte le parti in gioco.</p>
<p>Il leitmotiv di questa serie di incontri è stata l’anima europea della Serbia, un paese che ha vissuto per lungo tempo ai margini della storia occidentale, ma che vuole rivendicare la sua partecipazione attiva alla vita culturale e politica europea. Dositej Obradović è proprio l’emblema di una Serbia già da sempre in Europa, per cui l’ammissione nella UE rappresenterebbe un “ritorno a casa”, ma anche una tappa fondamentale nel processo di “de-balcanizzazione dei Balcani”, ovvero nella demolizione di quel sistema di pregiudizi e stereotipi che purtroppo ancora oggi guida la visione dell’Occidente.</p>
<p>(<em>Jacopo Giannangeli è il vincitore dei Seminari 2009 di QF all&#8217;Università di Tor Vergata</em>)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2009/11/12/907/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Si celebra il processo a Karadzic e tornano i nodi irrisolti della riconciliazione nei Balcani</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/25/si-celebra-il-processo-a-karadzic-e-tornano-i-nodi-irrisolti-della-riconciliazione-nei-balcani/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/25/si-celebra-il-processo-a-karadzic-e-tornano-i-nodi-irrisolti-della-riconciliazione-nei-balcani/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 09:42:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Aja]]></category>
		<category><![CDATA[balcani]]></category>
		<category><![CDATA[processo Karadzic]]></category>
		<category><![CDATA[riconciliazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tribunale diritti umani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=597</guid>
		<description><![CDATA[di fm. Si è aperto il 26 ottobre al Tribunale penale internazionale dell&#8217;Aja il processo contro Radovan Karadzic, il leader dei serbo-bosniaci accusato di aver pianificato la strage di Srebrenica e l&#8217;assedio di Sarajevo durante l&#8217;ultima guerra nell&#8217;ex-Jugoslavia. Tutti ricorderanno le immagini rubate che ritraevano pezzi della &#8217;second life&#8217; del latitante eccellente, e le accuse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://media.panorama.it/media/foto/2008/07/22/48858f0617c29_zoom.jpg" alt="" width="167" height="137" />di <strong>fm.</strong> Si è aperto il 26 ottobre al Tribunale penale internazionale dell&#8217;Aja il processo contro Radovan Karadzic, il leader dei serbo-bosniaci accusato di aver pianificato la strage di Srebrenica e l&#8217;assedio di Sarajevo durante l&#8217;ultima guerra nell&#8217;ex-Jugoslavia. Tutti ricorderanno le immagini rubate che ritraevano pezzi della &#8217;second life&#8217; del latitante eccellente, e le accuse rivolte all&#8217;ex mediatore americano Richard Holbrooke, il quale avrebbe garantito a Karadzic l&#8217;immunità se si fosse ritirato dalla scena politica. Dopo il processo intentato a Milosevic, che morì poche settimane prima dell&#8217;inzio della pena inflittagli dallo stesso Tribunale, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=K_TP_Tf_HdY" target="_blank"><strong>alla sbarra</strong></a> siede ora un altro pezzo di quella storia recente che, come abbiamo più volte ricordato, rappresenta l&#8217;ultimo atto della &#8216;guerra civile&#8217; europea che affonda le sue radici nel lungo secolo breve del Novecento.<span id="more-597"></span></p>
<p>E rimanda alle questioni irrisolte della giustizia postuma, dei diritti delle vittime e della riconciliazione. La caccia ad altri latitanti come Ratko Mladic continua insieme con l&#8217;attività di una macchina giudiziaria, quella del Tribunale dell&#8217;Aja, che forse andrebbe revisionata nel contesto più ampio delle modifiche che si invocano per altri organismi internazionali di lungo corso.</p>
<p>Il nuovo processo sarà celebrato nell&#8217;assoluto rispetto dei diritti dell&#8217;accusato, insiste il giudice O-Gon Kwon, al riparo dalle pressioni emotive e mediatiche che inevitabilmente circondano un evento che non può essere considerato soltanto nella sua natura tecnica e giudiziaria ma anche simbolica e più profondamente storica, politica.</p>
<p>Dovrebbe essere l&#8217;occasione per riaprire una finestra sul passato ma soprattutto sul presente di lacerazioni silenti e di divisioni irrisolte che tuttora pervadono i Balcani nelle mille latitudini delle sue frontiere.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/25/si-celebra-il-processo-a-karadzic-e-tornano-i-nodi-irrisolti-della-riconciliazione-nei-balcani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La vittoria del Pasok in Grecia non illuda la sinistra europea</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/25/738/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/25/738/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 08:14:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=738</guid>
		<description><![CDATA[di Giacinto Seccia. La vittoria socialista alle elezioni politiche greche è certo un cambiamento, ma rischia di essere sopravvalutata dal campo progressista europeo. La vittoria del Pasok più che una svolta politica sembra essere dettata dalla stanchezza dei cittadini e dalla legge dell’alternanza, che rendevano prevedibile il risultato. Chiunque abbia avuto modo di parlare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-739" title="pasok.1254829917" src="http://www.noaweb.it/public/pasok.1254829917-150x150.jpg" alt="pasok.1254829917" width="133" height="133" />di <strong>Giacinto Seccia</strong>. La vittoria socialista alle elezioni politiche greche è certo un cambiamento, ma rischia di essere sopravvalutata dal campo progressista europeo. La vittoria del Pasok più che una svolta politica sembra essere dettata dalla stanchezza dei cittadini e dalla legge dell’alternanza, che rendevano prevedibile il risultato. Chiunque abbia avuto modo di parlare con dei cittadini greci, avrà notato che anche quando cambiano schieramento lo fanno più per inerzia che per convinzione. Questa volta però Papandreou ha lanciato subito dei segnali: rapidità nella formazione del governo e proposte di riforme precise in economia (specialmente green economy e sostegno a salari e pensioni).Dovesse anche fare bene al governo, il Pasok non potrà fungere da traino per gli altri socialisti europei. Divisi tra chi è rimasto alla terza via di fine anni ’90 e tra chi ha allargato gli orizzonti, i socialisti in Europa sono per lo più ridimensionati o tallonati dalla sinistra radicale.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/25/738/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Punti di confine. Gli accordi per le frontiere tra Kosovo e Macedonia</title>
		<link>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/23/punti-di-confine-gli-accordi-per-le-frontiere-tra-kosovo-e-macedonia/</link>
		<comments>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/23/punti-di-confine-gli-accordi-per-le-frontiere-tra-kosovo-e-macedonia/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 08:15:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>
		<category><![CDATA[confini Kosovo Macedonia]]></category>
		<category><![CDATA[frontiere]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Serba]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.noaweb.it/?p=743</guid>
		<description><![CDATA[ di fm. Dopo una lunga e complessa trattativa, la Republica Macedone e il Kosovo hanno raggiunto un accordo per la demarcazione dei rispettivi confini territoriali. E&#8217; il primo passo concreto di Skopje verso il riconoscimento sostanziale del neonato stato kosovaro, autodichiaratosi indipendente il 17 febbraio del 2008 . La Macedonia ha riconosciuto l&#8217;indipendenza dell&#8217;ex [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-744" title="plemetina" src="http://www.noaweb.it/public/plemetina-150x150.jpg" alt="plemetina" width="169" height="186" /> di <strong>fm</strong>. Dopo una lunga e complessa trattativa, la Republica Macedone e il Kosovo hanno raggiunto un accordo per la demarcazione dei rispettivi confini territoriali. E&#8217; il primo passo concreto di Skopje verso il riconoscimento sostanziale del neonato stato kosovaro, autodichiaratosi indipendente il 17 febbraio del 2008 . La Macedonia ha riconosciuto l&#8217;indipendenza dell&#8217;ex provincia serba dopo una fase di forti perplessità che si riferivano ai rischi di instabilità nella regione balcanica, a seguito della secessione da Belgrado, e alla questione delle minoranze (la popolazione macedone è costituita per il 25% da albanesi). <span id="more-743"></span></p>
<p>Ora i rapporti bilateriali tra i due Stati sembrano avviarsi verso la strada diplomatica, secondo una strategia che prevede  accordi commerciali ed economici,  insieme a tutti i passi più o meno simbolici che attestino rapporti di buon vicinato (è attesa l&#8217;apertura dell&#8217;ambasciata macedone in Kosovo).</p>
<p>Le aperture di Skopje possono essere interpretate anche nell&#8217;ottica dell&#8217;avvicinamento della Macedonia alla Nato e alla Comunità Europea. La definizione fisica delle frontiere tra il &#8216;nuovo&#8217; Kosovo e i Paesi confinanti, del resto, è una questione che interesserà  presto il Montenegro &#8211; sono già in corso trattative che si annunciano più brevi di quelle intraprese con la Macedonia. Mentre la Serbia, che assiste ai rischi di un problematico isolamento all&#8217;interno della regione balcanica, ha reagito protestando ufficialmente contro l&#8217;iniziativa diplomatica appena conclusa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.noaweb.it/index.php/2009/10/23/punti-di-confine-gli-accordi-per-le-frontiere-tra-kosovo-e-macedonia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

