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	<title>Questioni di Frontiera &#187; i cento giorni</title>
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	<description>Questioni di Frontiera - Formazione e Ricerca</description>
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		<title>Controriforme. Ancora pochi giorni per salvare l&#8217;Università</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Oct 2010 11:26:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Eugenio Mazzarella*. E’ stato difficile fin qui far capire la ragionevolezza dei dubbi sul ddl Gelmini. Ora la conclamata assenza di copertura finanziaria anche sulle poche concessioni fatte in commissione spero abbia fatto comprendere che, condividendo l’urgenza di una riforma, avere un’idea diversa di quale riforma realizzare, non significava essere “un guerrigliero del calendario” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2404" title="corteo1" src="http://www.noaweb.it/public/corteo1-279x300.jpg" alt="corteo1" width="201" height="177" />di <strong>Eugenio Mazzarella*</strong>. E’ stato difficile fin qui far capire la ragionevolezza dei dubbi sul ddl Gelmini. Ora la conclamata assenza di copertura finanziaria anche sulle poche concessioni fatte in commissione spero abbia fatto comprendere che, condividendo l’urgenza di una riforma, avere un’idea diversa di quale riforma realizzare, non significava essere “un guerrigliero del calendario” votato a “sabotare” con lo strumento parlamentare degli emendamenti un bisogno del Paese. [...] Forse ora si possono rappresentare le ragioni di chi fin qui si è opposto al ddl Gelmini. L’annunciata riforma è una ristrutturazione al ribasso del sistema dell’università: ci sono solo meno risorse, meno organico docente, meno tutto, e nessuna vera idea di università, con un disimpegno significativo dal sostegno pubblico.<span id="more-2403"></span></p>
<p>Alla meglio il progetto del Governo è trasformare una Mercedes asmatica, l’università italiana, di cui si ritiene non poter pagare i costi di riparazione, in una Smart con cui affrontare il confronto con i Paesi nostri competitori. Si riduce l’incidenza sul Pil del comparto università e ricerca, in assoluta divergenza con quanto si fa in Europa.</p>
<p>La conseguenza è che si rinuncia a implementare le situazioni di eccellenza, pur presenti, nel quadro di un innalzamento generale della qualità media degli atenei, e si punta minimalisticamente a sganciarne alcuni (quelli “eccellenti”) con deroghe alla governance, e con risorse contrattate caso per caso con il ministero.</p>
<p>A tutti gli altri è proposto un regime di autonomia sorvegliata insieme dell’abbandono finanziario e dell’occhiuto, e disfunzionale, controllo sulla loro autonomia di programmazione competitiva. Ci si rassegna ad una nicchia di serie A, e ad una rete, da cui saranno drenate le già scarse risorse, di serie B. Questo spiega il venire meno del ddl agli stessi principi, del tutto condivisibili, enunciati all’articolo 1: autonomia, merito, valutazione, responsabilità.</p>
<p>A ciò è funzionale un drastico ridisegno degli organici non solo al ribasso ma in senso apicale: l’idea di pochi ordinari più tanti (relativamente!) associati, di fatto equivalenti ai vecchi assistenti ordinari di ruolo, più i ricercatori precarizzati nel tempo determinato (gli assistenti incaricati degli anni 70) e speranzosi di divenire associati=assistenti, è il progetto sotteso al ddl Gelmini, con l’illusione che questo dia efficienza ad un sistema umiliato nel suo capitale umano. Restando all’impianto della riforma, c’è in essa un’insostenibile ricorso alla delega su materie decisive, un abnorme implementazione normativa di ostacolo a qualsiasi gestione agile ed efficace dell’autonomia in un quadro di assunzione dei vincoli responsabilizzanti di una valutazione “terza” del sistema, l’assoluta assenza di concreti impegni per il merito e il diritto allo studio, una pericolosa contraddizione, per assenza di risorse, nel modello proposto di selezione dei docenti tra chi aspira a entrare nei ruoli dell’università e chi già vi opera.</p>
<p>Il modello di selezione dei docenti del ddl Gelmini, innestato senza risorse sugli attuali organici, mette in contraddizione gli impegni per i nuovi docenti e le aspettative di chi lo è già. Con le poche risorse a disposizione degli atenei si dovrà scegliere se finanziare i contratti di ingresso a tempo determinato, perché non siano precariato senza sbocco, ovvero le legittime aspettative di carriera dei ricercatori e associati già in ruolo che si abilitino.</p>
<p>Da questa criticità si esce prevedendo, per un congruo periodo transitorio, un piano di finanziamento straordinario sia per la tenure track che per le chiamate nei ruoli di ricercatori e associati che conseguano l’abilitazione nazionale. Così come pure, per rendere effettiva la mobilità dei docenti, è necessario un congruo finanziamento della mobilità dei docenti tra atenei, e in ingresso nel sistema di ricercatori e docenti in posizioni equiparabili all’estero. Senza risorse questa riforma non sarà in grado di sopravvivere neanche ai suoi errori. Con lo slittamento del provvedimento, ora c’è un mese di tempo. Usiamolo.</p>
<p>Il Sole 24 Ore, 17.10.10</p>
<p><strong>*L’autore è deputato del Pd e membro della commissione Cultura alla Camera</strong></p>
<p>(vedi anche: http://www.alfabeta2.it/2010/10/22/comunicato-sui-9000-posti/)</p>
<p><em>A prescindere dalla provenienza politica dell&#8217;autore il testo è lucido e vale come sintesi necessaria, in vista di una mobilitazione concreta non solo degli studenti e dei ricercatori. Smentisce, almeno a parole, la vulgata piuttosto strumentale di un accordo o di un inciucio che prevederebbe l&#8217;appoggio di fondo dell&#8217;opposizione (sic) all&#8217;impianto della riforma. E chiama in causa le prospettive, se non proprio la natura della protesta più cogente e contingente dei ricercatori: e si legga allora il passaggio sui &#8216;futuri&#8217; associati destinati fatalmente a equivalere &#8216;ai vecchi assistenti ordinari di ruolo&#8217;. Indica, tra le righe, la necessità &#8216;rivoluzionaria&#8217; di incominciare ad assumere un&#8217;attitudine (auto)critica, mi pare Franco Fortini, di fronte al proprio lavoro, alle contraddizioni e alla propria collocazione nel sistema universitario. Come sempre accade nella storia dei movimenti, la protesta ha l&#8217;occasione di diventare testa d&#8217;ariete per rifondare l&#8217;intero sistema dalle radici, al di là delle spinte o controspinte di natura corporativa.<br />
</em></p>
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		<title>Enel e Thyssen, carbone acciaio e dinamite</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 11:33:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel 1994, nel cuore della Sardegna, un gruppo di operai della Carbosulcis mette in scena una delle proteste più dure degli ultimi anni, trincerandosi con quintali di dinamite a 400 metri di profondità nelle  miniere di carbone che l&#8217;ENI sta smantellando. Minacciano di farsi saltare in aria insieme a quel luogo mortifero che va difeso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1406" title="818" src="http://www.noaweb.it/public/818-300x225.jpg" alt="818" width="188" height="186" />Nel 1994, nel cuore della Sardegna, un gruppo di operai della Carbosulcis mette in scena una delle proteste più dure degli ultimi anni, trincerandosi con quintali di dinamite a 400 metri di profondità nelle  miniere di carbone che l&#8217;ENI sta smantellando. Minacciano di farsi saltare in aria insieme a quel luogo mortifero che va difeso perchè dà vita e lavoro in condizioni quasi impossibili, e va distrutto in quanto promette la morte e la fine del &#8216;ciclo produttivo&#8217;,  in un cortocircuito tragico e paradossale che venne narrato a suo tempo da <strong><a href="http://www.danielesegre.it/scheda.php?id=75" target="_blank">Daniele Segre</a></strong>. Mentre oggi è di scena il processo contro i capi della Thyssen, colosso fragile dell&#8217;acciaio (insieme al carbone vecchia materia industriale in declino) che a Torino, nel dicembre 2007, fu teatro della morte di sette operai finiti carbonizzati, si continua a morire e stavolta il palcoscenico è la centrale Enel di Civitavecchia. Anche in questo caso, gli operai, minacciati come sempre di licenziamento o di mobilità, lottavano per la manutenzione e la messa in sicurezza della fabbrica che diventa invece trappola mortale, come succede con i topi.<span id="more-704"></span></p>
<p>Noi sappiamo da un insider &#8211; lavora ai piani alti di una delle aziende più quotate del Paese &#8211; che nei preventivi di spesa relativi alla costruzione ex novo di impianti, o in quelli legati alla manutenzione delle fabbriche c&#8217;è una voce sinistra che non confligge con le regole auree del mercato (il fine giustifica i mezzi) e non si tratta di carità pelosa nè di fatalismo: è la voce dei costi che le aziende mettono in conto preventivando gli incidenti sul lavoro e le morti bianche (i costi comprendono le spese legali previste fino agli eventuali aiuti da assegnare alle famiglie degli operai scomparsi).  E&#8217; insomma un marketing di routine, un impact factor funereo.</p>
<p>Questo buco nero delle democrazie industriali in Occidente, come è ampiamente noto, inghiotte gli operai italiani, a Nord e a Sud, e ovviamente coinvolge l&#8217;universo sommerso dei nuovi <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788807171772/rovelli-marco/servi-il-paese-sommerso.html" target="_blank">schiavi</a></strong>, i clandestini di tutte le latitudini. Come per molte questioni sociali lasciate irrisolte (le carceri, per esempio), siamo di fronte a una polveriera sotterranea pronta ad esplodere ogni giorno, proprio come la dinamite interrata da quegli operai sardi.</p>
<p>Ci dicono che il vero  problema riguarderebbe le ditte che in sub-appalto forniscono servizi alle grandi aziende, e comunque gli &#8216;imputati&#8217;, in questo caso, sarebbero le piccole e medie industrie strangolate dai debiti e dalla crisi degli ordinativi, in un abbassamento generalizzato dei livelli di sicurezza che come una legge matematica produce numeri mortiferi e cifre ferali.</p>
<p>Se si è individuato il punto fragile della catena, nulla si muove per la sua manutenzione.</p>
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		<title>Sinistra, vittoria, Vendola</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 01:00:44 +0000</pubDate>
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di Miriam Marinaccio*. Una vittoria di certo non inattesa ma, nondimeno, schiacciante. Una campagna elettorale partecipata appassionatamente dai Pugliesi e seguita con trepidazione da tutta la sinistra. Dopo le vicende che hanno visto la Regione di Vendola al centro dei più recenti scandali che hanno coinvolto il governo ed esponenti della giunta regionale, le elezioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><object type="application/x-shockwave-flash" style="width:320px; height:300px;" data="http://www.youtube.com/v/B9BOSNoyPZ4&amp;feature=player_embedded&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/B9BOSNoyPZ4&amp;feature=player_embedded&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" /></object></strong></p>
<p>di <strong>Miriam Marinaccio*</strong>. Una vittoria di certo non inattesa ma, nondimeno, schiacciante. Una campagna elettorale partecipata appassionatamente dai Pugliesi e seguita con trepidazione da tutta la sinistra. Dopo le vicende che hanno visto la Regione di Vendola al centro dei più recenti scandali che hanno coinvolto il governo ed esponenti della giunta regionale, le elezioni in Puglia hanno un significato di respiro politico nazionale. <span id="more-1373"></span></p>
<p>Se si confrontano poi i risultati delle Regioni cedute dal PD al centrodestra si può cogliere la portata della scommessa politica vendoliana. Scorrendo i commenti sui blog in giro per la rete, si respira, tra i giovani soprattutto, un’attenzione straordinaria e sorprendente per le vicende pugliesi. Una regione storicamente conservatrice che ha scelto di votare il centrodestra alle elezioni politiche nazionali e che ha deciso a livello locale di farsi guidare da un governatore di sinistra. La situazione è paradossale e anomala, come ama dire Vendola nel riferirsi alla sua Regione, o l’esito elettorale è semplicemente il sincero sostegno ad una politica nuova, ad una sinistra davvero riformata, nei contenuti, nelle strategie, nelle pratiche?</p>
<p>Laboratorio, Fabbriche. Parole non certo nuove nel vocabolario di sinistra ma con riferimenti attuali e innovativi. Un atelier di sperimentazione politica e di partecipazione civile. Un sistema di idee, reti e progetti radicati nel territorio a racchiudere il segreto del successo. Solo in apparenza, il voto disgiunto che ha contraddistinto la scelta elettorale dei pugliesi che hanno preferito le liste del centro destra optando però per un presidente comunista, appare inspiegabile. Lo sfidante imposto da Roma, non era all’altezza della popolarità del governatore in carica, il carisma in quest’occasione ha giocato un ruolo centrale e il consenso è stato trasversale. Curzio Maltese di Repubblica parla di fine della Seconda Repubblica e della sconfitta dei due dominatori della scena politica italiana del dopo guerra fredda, Berlusconi e D’Alema. Vendola vince due elezioni dal peso politico ben maggiore delle loro ricadute locali. Una terza via tutta italiana, sintesi delle due anime, cattolica e comunista? Un compromesso storico tutto da inventare? O da recuperare, almeno nei temi?</p>
<p>Una popolarità nuova per la sinistra acquisita da cinque anni di governo di una regione che si è staccata di dosso l’immagine stereotipata dell’arretratezza e del degrado tipiche di una periferia. Passateci il paragone, un personaggio che incarna negli slogan, nella sua biografia, nella sua persona lo yes we can, del presidente americano in versione pugliese. E’ difficile che resti un’esperienza chiusa al sudest d’Italia. Il confronto a tutto campo sulle libertà civili, sui diritti umani, sulla laicità e sulla fede cattolica, proattivamente segna un percorso. Una strada che gira a sinistra e che se opportunamente rimessa in sesto potrà rappresentare un’alternativa percorribile che raccolga perlomeno una proposta organica e progressista.</p>
<p>Il centrodestra che sperimenterà nel dopo elezioni un proprio riequilibrio interno, dopo la conquista del nord da parte della Lega, la disfatta in Puglia e la faccenda delle liste nel Lazio certo non appare più quella delle elezioni europee e ancor meno delle politiche del 2008. Un rimescolamento interno ai due schieramenti vedrà sempre più contare il radicamento nei territori e il carisma dei nuovi leader. A destra, il dopo Berlusconi, difficilmente vedrà la comparsa di un personaggio sorprendente come l’attuale Presidente del Consiglio, a sinistra, una breccia nella burocrazia partitica del Pd è stata aperta. Una “Terza via” finalmente da riscrivere autonomamente qui da noi, in Italia, alternativa alle destre, sintesi nuova di istanze solo debolmente legate a ideologie consacrate e diretta invece alla risoluzione delle nuove sfide del mondo globalizzato. L’ambiente, i giovani, il lavoro al’epoca della delocalizzazione e della flessibilità. La valutazione degli obiettivi, la messa in atto di azioni concrete e il recupero dei referenti storici della sinistra persi nel vuoto di alternative, impegneranno ancora per molto le formazioni partitiche di sinistra.</p>
<p>Il dibattito e il confronto sui programmi, l’elaborazione di una visione strategica, la coerenza, hanno premiato il governatore pugliese. L’esperimento politico della giunta Vendola se si mostrerà all’altezza delle aspettative, potrà, se ci sarà inoltre il coraggio anche da parte della sinistra “moderata”, essere una feritoia che si allarga fino a diventare uno squarcio nell’omologata cultura politica nazionale, sempre più chiusa in se stessa. Un risultato, un successo, quello di Vendola, di cui gioiscono entusiasti e orgogliosi i cittadini Pugliesi, forse gli unici elettori di sinistra, nel desolante panorama nazionale, a non  sentirsi dopo questo voto ancora più disillusi e sconfortati. Un  risorgimento meridionale pacifico e spontaneo. Una risposta nata dal basso, un bisogno di partecipazione appagato e appagante per tutti i giovani pugliesi che per la prima volta si sono sentiti davvero rappresentati. C’è qualcuno che sta pensando a loro, in Puglia.</p>
<p>Un attivismo politico quello di Vendola messo a servizio personalmente, attraverso la delega nei cinque anni passati, non solo all’amministrazione generale ma anche alla Politica Estera, ai Rapporti Istituzionali, al Decentramento.  Nelle relazioni esterne un modello nuovo si articola intorno a parole d’ordine note. La valorizzazione delle risorse umane e delle relazioni personali tra le due sponde dell’Adriatico ha reso la Puglia una protagonista delle dinamiche estere comunitarie. Lo sviluppo del Mezzogiorno, area tra le più arretrate dell’intero continente europeo, non avverrà sulla base di una visione positivista e quindi infallibile di progresso, né l’arretratezza è destinata ad essere il fatale destino di queste terre. La determinazione e la volontà di scoprire nuovi itinerari nel percorso di creazione di un sistema territoriale che si esprima nella volontà dei soggetti economici e sociali si coagula intorno a  priorità ben stabilite.</p>
<p>La produttività e quindi lo sviluppo socioeconomico dipendono in fondo da servizi (o diritti!) come un buon livello di istruzione e formazione dei cittadini e le reti infrastrutturali. E’ su questo che i policy makers nazionali dovrebbero riflettere. In Puglia si è iniziato a seguire questa pista che è stata apprezzata dai cittadini, e in Italia? Vendola ha puntato principalmente su giovani e formazione, energie rinnovabili e relazioni esterne, tre temi tenuti insieme da un sistema formato da Istituzioni politiche, reti economiche e università. Il tutto sostenuto dalla incredibile capacità di Vendola di arringare le folle. La costruzione della politica estera della regione Puglia poggia sull’innovazione, sull’imprenditoria  e lo sviluppo sociale e umano da realizzarsi attraverso la cultura e la cooperazione che da transfrontaliera si amplia in transnazionale e intereuropea tenendo in rete il livello decentrato con le relazioni nell’intero bacino mediterraneo. L’incessante attività di coordinamento e integrazione delle proposte provenienti dalle varie articolazioni del sistema sociale locale, l’integrazione dei progetti a sostegno dello sviluppo dell’economia territoriale si realizza attraverso gli investimenti nelle energie e nelle infrastrutture, temi che stanno a cuore al nostro Paese nel suo insieme. Ed è cosi che la Puglia sfruttando al meglio le potenzialità progettuali e finanziarie messe a disposizione dalle istituzioni dell’Unione Europea si muove in maniera autonoma, grazie anche ai poteri legislativi legittimamente esercitati in virtù della riforma del titolo V della Costituzione che delega poteri normativi alle regioni.</p>
<p>Le strategie messe in atto dalla Regione Puglia, e soprattutto dai suoi segmenti istituzionali pubblici e privati, come l’assessorato al Mediterraneo, le Camere di Commercio, le associazioni imprenditoriali si articolano su Programmi europei che sostengono la proiezione internazionale del tessuto produttivo regionale. La prossimità geografica, la cultura e la storia, sono tutti elementi a sostegno della creazione di relazioni commerciali e finanziarie soprattutto nell’area mediterranea e più in particolare in quella adriatica.  Per capitalizzare questo patrimonio economico non è più procrastinabile un intervento deciso da parte delle istituzioni politiche locali e nazionali diretto allo sviluppo di collegamenti nell’Adriatico meridionale previsti da anni dal progetto del Corridoio Paneuropeo  VIII, pena perdita di competitività non solo della Puglia, ma dell’intero mezzogiorno nell’area balcanica.</p>
<p>A tal fine la nuova Politica di Coesione prevista per il quinquennio 2007-2013 dalla Regione Puglia ha come obiettivi principali la convergenza, la competitività Regionale e l’Occupazione, la Cooperazione territoriale europea.  La ristrutturazione dei fondi europei ha permesso la razionalizzazione dei numerosi strumenti di cooperazione e dei programmi previsti prima del 2007 oltre alla predisposizione di quattro nuovi Fondi. Nel discorso in esame il riferimento va in particolare al FESR &#8211; Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, orientato alla promozione degli investimenti per la riduzione  degli squilibri regionali nell’UE, alla ricerca, all’ innovazione, alle questioni ambientali e alla prevenzione dei rischi, ai progetti infrastrutturali e al FSE &#8211; Fondo Sociale Europeo diretto, invece, alla promozione dell&#8217;occupazione.  Il deficit di politica estera nazionale è, da una parte colmato dall’effervescenza delle regioni, sempre più internazionalizzate ed autonome nella definizione dei propri indirizzi e, dall’altro, accresciuto dall’assenza di un coordinamento multiregionale e di un’articolazione sistemica delle reti transnazionali delle Autonomie locali con le reti sociali.</p>
<p>La partnership ormai ultradecennale della Regione Puglia con l’Albania in particolare, rappresenta ormai un legame economico sociale stretto tra le due sponde adriatiche, quella regionale pugliese e quella balcanica oltre a rappresentare un’interazione concreta tra due realtà geopolitiche diverse, l’Unione Europea e i Paesi candidati. L’azione di indirizzo e programmazione nazionale può far leva su queste esperienze positive e portatrici di sviluppo, che dovrebbero meglio intrecciarsi nei processi  multilaterali e multilivello, pur sempre nella conservazione della positiva esperienza della cooperazione decentrata.</p>
<p>La multi-attorialità che caratterizza le relazioni internazionali nell’attuale momento storico è l’eredità principale della dissoluzione dei due blocchi dopo l’89. La creazione di Tavoli di Concertazione nella Regione Puglia che ha coinvolto concretamente il tessuto delle piccole e medie imprese locali nella messa in atto dei progetti sostenuti dai finanziamenti europei e dai bandi regionali è solo un esempio di pratiche efficaci di creazione di consenso e di progettualità economico-sociale. La prospettiva di sviluppo si apre da ultima al contesto mediterraneo all’interno del quale si dovrà cercare di rispondere a fenomeni strutturali che necessitano di una programmazione complessa per essere gestiti nel lungo periodo, come le migrazioni e le politiche di integrazione.</p>
<p>Le relazioni internazionali della Regione Puglia con i Balcani Occidentali nel settore energetico, nella tutela dell’ambiente, nella promozione turistica e culturale, che si dispiegano nell’ambito dei Programmi  di Cooperazione territoriale europea, sono un esempio di sviluppo e di internazionalizzazione del sistema economico-sociale locale. Gli investimenti nelle energie rinnovabili, nella ricerca e nella formazione, la realizzazione di opere infrastrutturali, rappresentano, allo stesso tempo, altrettante proposte politiche di respiro nazionale. Un’ opportunità di sviluppo, quella della Puglia, che può rafforzarsi attraverso le reti di collegamento tra Italia, Albania, FRY Macedonia, Bulgaria, e Turchia, previste dal Corridoio paneuropeo n. VIII, che creeranno ancora maggiori possibilità di scambio culturale, di crescita economica e di miglioramento sociale.</p>
<p>Un nuovo ruolo da protagonista per la Regione Puglia, un equilibrio geopolitico stabile nella regione adriatica, e chissà mediterranea, all’interno della cornice del processo di allargamento dell’UE a sud-est che, nel lungo periodo, consentirebbe di bilanciare quella pendenza, non solo geografica, che l’Europa ha oggi verso Nord-Ovest. In prospettiva appare un nuovo modello di politica estera di sinistra ma soprattutto una chance concreta di ritagliare per l’Italia un ruolo da protagonista a Bruxelles.</p>
<p>(***<strong>Miriam Marinaccio, foggiana, è una delle ricercatrici di Questioni di Frontiera</strong>)</p>
<p><strong>Leggi di</strong> <a href="../index.php/2010/03/28/1322/?phpMyAdmin=vIMStXtr0WhD94RjcJDvpNefOUf" target="_blank"><strong>Vendola, la Lega Nord e le Politiche</strong></a> del 2013</p>
<p><strong>Leggi anche</strong> <a href="../index.php/2010/01/10/contro-i-vecchi-bizantinismi-della-sinistra-diciamo-a-vendola-%E2%80%9Cmolla-la-puglia-e-prenditi-l%E2%80%99italia%E2%80%9D/?phpMyAdmin=vIMStXtr0WhD94RjcJDvpNefOUf" target="_blank"><strong>le Vendola&#8217;s FAQ su Federalismo e Balcani</strong></a></p>
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		<title>Vendola, la Lega Nord e le politiche del 2013</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 23:28:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ronnie. In queste ore tutti si sbracciano lanciando la candidatura di Nichi Vendola alle politiche del 2013 &#8211; con l&#8217;ingrato compito di battere il Cav. e liberare l’Italia dalla “videocrazia”. Ma i numeri, purtroppo, remano contro, vista la debacle del Pd e l’afona prova di &#8220;Sinistra Ecologia e Libertà&#8221; su scala nazionale. Così vorremo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1366" title="vendola" src="http://www.noaweb.it/public/vendola-300x182.jpg" alt="vendola" width="242" height="147" />di <strong>Ronnie</strong>. In queste ore tutti si sbracciano lanciando la candidatura di Nichi Vendola alle politiche del 2013 &#8211; con l&#8217;ingrato compito di battere il Cav. e liberare l’Italia dalla “videocrazia”. Ma i numeri, purtroppo, remano contro, vista la debacle del Pd e l’afona prova di &#8220;Sinistra <em>Ecologia</em> e Libertà&#8221; su scala nazionale. Così vorremo dare un consiglio spassionato, rischiosissimo, e al limite suicida, al governatore della Puglia, in vista delle prossime sfide. Perché non stringere una bella alleanza con la Lega Nord? Un accordo con la Lega, infatti, è l’unico modo, sicuro, per imporsi nel Paese, e d’altra parte la sinistra ha già governato con il Carroccio. Ma attenzione, quella con cui dovrebbe allearsi Vendola non è la vecchia Lega omofoba e xenofoba dei Salvini e dei Borghezio, quanto piuttosto la nuova Lega &#8220;glocale&#8221; e in doppiopetto di Luca Zaia, il trionfatore delle Regionali in Veneto.<span id="more-1322"></span></p>
<p>Insieme, i due federalisti, quello leghista e quello comunista, regalerebbero al Paese un vantaggio competitivo che l’Italia sembra aver perso da tempo. Se questo strano connubio dovesse realizzarsi, infatti, il nostro Paese si proietterebbe di colpo verso i Balcani, la Turchia e il sud del Mediterraneo, e più in generale verso l’Europa centro-orientale, spostando il baricentro della nostra politica estera nel mare Adriatico (anche questo è accaduto in un più remoto passato). Una rotta lontana dai tradizionali centri e assetti di potere, in quella che tutti ricorderebbero come un’audace rivoluzione federale. Ipotesi che, lo sappiamo, è del tutto peregrina, ma è anche divertente pensare come, prima o poi, anche la sinistra possa tornare a vincere un’elezione. Per riuscirci “servono parole nuove” che mancano ancora, ha detto Nichi. Ecco, spezzare l’asse fra Pdl e Lega Nord potrebbe essere una di queste decisive novità. <a href="http://www.noaweb.it/index.php/2010/01/10/contro-i-vecchi-bizantinismi-della-sinistra-diciamo-a-vendola-%E2%80%9Cmolla-la-puglia-e-prenditi-l%E2%80%99italia%E2%80%9D/" target="_blank"><strong>(Leggi le Vendola&#8217;s FAQ su federalismo, Puglia e Balcani)</strong></a></p>
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		<title>Le seconde generazioni di immigrati, tra alibi linguistici e senso comune</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 16:04:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ di Pettinato brothers*. Nati in Italia da matrimoni misti, arrivati insieme al progetto migratorio dei genitori o per un autonomo percorso di crescita dopo la maggiore età, bambini e ragazzi che generalmente sfoggiano vistose pronunce romanesche, bergamasche, siciliane, vengono inglobati nella categoria di “seconde generazioni di immigrati”. La definizione - che non riesce a contenere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1276" title="migranti" src="http://www.noaweb.it/public/migranti-300x202.jpg" alt="migranti" width="240" height="234" /> di <strong>Pettinato brothers</strong>*. Nati in Italia da matrimoni misti, arrivati insieme al progetto migratorio dei genitori o per un autonomo percorso di crescita dopo la maggiore età, bambini e ragazzi che generalmente sfoggiano vistose pronunce romanesche, bergamasche, siciliane, vengono inglobati nella categoria di “seconde generazioni di immigrati”. La definizione - che non riesce a contenere né gli individui nati nella terra d’origine dei genitori (i quali, semmai, dovrebbero essere considerati migranti <em>tout court</em>), né quelli nati in Italia, visto che non sono emigrati da nessun luogo - sembra servire piuttosto a estendere i segni dell’estraneità e della diversità  anche a quanti condividono fin dall’infanzia lingua, abitudini, istruzione del paese scelto dalla propria famiglia. <span id="more-1236"></span></p>
<p>Un’espressione linguistica comoda per i parlanti, un alibi per chi deve decidere in materia di cittadinanza, forse un ostacolo all’integrazione. Del resto, i primi ad accettare tale inclusione sono proprio loro, i “2G”. Ne è un esempio l’inserto mensile “Yalla Italia” del settimanale no-profit <strong><a href="http://beta.vita.it/" target="_blank">Vita</a></strong>, uscito per la prima volta nel 2007 come risultato dell’esperienza di riflessione e formazione compiuta da alcuni dei ragazzi dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia nel “programma integrazione” di alcune scuole di Milano.</p>
<p>La rivista sembra scontare una sorta di “peccato originale” dal punto di vista metodologico e sostanziale: nell’impostazione di partenza la variabile generazionale si interseca con quella identitaria, e il dialogo contempla le dicotomie noi-loro, società d’arrivo-famiglia di origine.</p>
<p>La presenza, sul suolo italico, di figure frontaliere e duplicemente intermedie come i giovani nati da famiglie di migranti, potrebbe servire ad ampliare il tradizionale concetto di “identità nazionale” che rischia altrimenti di divenire obsoleto e inadatto a rispondere alle nuove e incalzanti richieste della cosiddetta globalizzazione. Allo stesso tempo, parlare semplicemente di integrazione, come fanno gli stessi redattori di Yalla Italia, rischia di diventare un nonsense se ci riferiamo a persone nate o cresciute in Italia, e può non bastare anche guardando ai ragazzi giunti qui in piena adolescenza o durante la prima giovinezza.</p>
<p>Un discorso che voglia essere esaustivo non può ignorare la mescolanza di realtà culturali fra le quali quella italiana è una fra molte; e deve considerare la forza centripeta che la condivisione della lingua, dei modelli di riferimento, dei luoghi di inculturazione può esercitare. Sarebbe dunque più utile parlare di <em>generazioni creole</em>, includendo anche le italiane, se non altro per aprire la strada a un diverso modo di intendere la relazione interculturale, e dunque per affermare un modello culturale che non avalli, ancora una volta, le astrazioni del melting-pot o del multiculturalismo.<br />
In tal senso, tornando a <a href="http://www.yallaitalia.it/chisiamo.html" target="_blank"><strong>Yalla Italia</strong></a>, il progetto editoriale appare poco lungimirante. I redattori, divisi fra le tacite richieste di assimilazione e l’affermazione della propria diversità, si raccontano a noi italiani attingendo all’esperienza personale,  affrontando tematiche che coincidono con il loro vissuto più o meno quotidiano, e mantenendo un punto di vista interno al mondo arabo-musulmano, pur ribadendo il loro essere “italiani”. Ogni tema è trattato per la specificità che assume in relazione alla precisa <em>location</em> culturale e religiosa, e lo sguardo che osserva è filtrato dalla doppia appartenenza.</p>
<p>“Ridere da musulmani”, “Il bello del Ramadan”, “La televisione senza velo”, “Noi, la fede e l’amore”, “L’islam e l’autocritica. I coraggiosi”, “Hijab &amp; jeans”: sono alcuni dei titoli che possono chiarirci come il desiderio di fondo, l’obiettivo principale degli scritti, sia quello di far conoscere dall’interno un mondo che continuamente viene posto sotto accusa, intorno al quale si addensano pregiudizi e paure. Paradossalmente, però, quest’obiettivo, una volta raggiunto, sembra confermare lo stereotipo della chiusura e della differenza, e riduce il discorso sull’integrazione a un dibattito fra noi italiani e singole alterità.</p>
<p>Tralasciando il limite di questa sorta di rigidità nelle vedute di Yalla Italia, è fuori dubbio che gli autori sappiano fornire lo spunto per una riflessione sulle trasformazioni del nostro paese meno inquinata da ideologismi, da paure popolari e dalle notizie di cronaca spesso selezionate e amplificate dai media, o deformate dai programmi elettorali.</p>
<p>E&#8217; invece un affresco capace di descrivere la “banale straordinarietà” di quello che accade quotidianamente fra le pareti domestiche, i banchi di scuola o dei mercati, nei luoghi di lavoro, dove la tanto temuta diversità diventa il canovaccio sul quale imbastire battute e trovate comiche, e dove i pregiudizi e gli stereotipi, le grandi e piccole difficoltà, sono un pretesto per fare esercizio di autoironia.<br />
Proprio perché il cuore di Yalla Italia è nel tentativo dei redattori di far quadrare la propria specificità con l’italica “normalità”, quando si tocca un tema delicato e controverso come quello della cittadinanza, ironia e comicità lasciano il passo all’amarezza. Il numero dedicato a tale questione è eloquente fin dal titolo: “Siamo italiani, ma dimezzati”. Secondo l’articolo 4 della legge sulla cittadinanza (5 febbraio 1992), uno “straniero” nato e vissuto ininterrottamente in Italia può ottenere la cittadinanza al compimento del diciottesimo anno d’età. Se qualcosa va storto percorrendo i lunghi, bui e tortuosi corridoi burocratici italiani, lo “straniero” può vedersi dare il foglio di via per il “paese d’origine”.<br />
Lo stato di precarietà materiale e psicologica, le rinunce, l’incasellamento entro categorie estranee al proprio vissuto, l’esclusione da un fondamentale diritto civile come il voto, sembrerebbero appositamente finalizzati a spegnere qualsivoglia sentimento di appartenenza nazionale. L’Italia  permette che esistano all’interno della sua società fantasmi, cittadini part-time, italiani precari. La cosa paradossale è che questo paese, dove si è sempre combattuto per far attecchire i semi dell’amor patrio, dove il senso dell’appartenenza nazionale latita, spesso trova i suoi i paladini proprio in queste figure di mezzo (così come accadeva e accade tuttora per i migranti italiani), per le quali il risiedere qui è frutto di una scelta, oppure un atto di fede – vista la contropartita – più che una consuetudine inveterata, irriflessa.<br />
Una nuova e variegata generazione di italiani sta crescendo, protesa verso un futuro tutto da decidere, sì guardando anche altrove, ma che si decide qui. Conviene continuare a ignorarne l’esistenza?</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Sulle bocche di tutti, tra bar e aule universitarie, giornali e programmi televisivi, l’espressione più usata per definire i figli dei migranti è una sola: “seconda generazione di immigrati”. La forza di questa definizione è quella di permettere l’immediata identificazione dell’oggetto, qualunque sia il lettore/interlocutore cui ci si rivolge. È un esempio evidente di “senso comune”. Ma se ne esploriamo il contenuto semantico, capiamo che qualcosa non quadra. Tale frase non è altro che  la configurazione di partenza dello <em>ius sanguinis</em> tanto discusso.</p>
<p>Per affrontare la questione si adotterà un&#8217;analisi linguistica &#8211; potremmo chiamarla una forma di <em>filologia politica</em> applicata alle parole che sono al centro del dibattito pubblico -, partendo dalle considerazioni del professore Armando Gnisci, uno degli intellettuali più impegnati sul fronte dello studio delle migrazioni.</p>
<p>Nel campo delle lettere esistono dei postulati scientifici condivisi, come la grammatica e i segni carichi di significato. Mentre la grammatica ha uno statuto quasi totalmente convenzionale e quindi più stabile, i segni rispondono alle esigenze della comunicazione diretta prima ancora che a quelle della convenzione, e per questo sono più facilmente soggetti al cambiamento, nel tempo e nello spazio. La linguistica ha ormai affermato il principio per il quale è regola ciò che è in uso e non ciò che è in teoria; ragione per la quale se un termine secolare mantiene la sua forma ma cambia il suo contenuto, verrà poi tradotto nella normativa linguistica anteponendo la sua ultima significanza a quella precedente, relegando quest’ultima in uno spazio secondario.</p>
<p>Tutto questo per arrivare a chiedere: la parola “immigrato” conserva ancora tra i parlanti il significato di «1 (p. pass.) immigrare. 2 (agg.) che, chi si è trasferito in un paese diverso dal proprio (spec.) per cercare un lavoro» &#8211; secondo la definizone che ne dà De Mauro, <em>Il dizionario della lingua italiana</em>? Secondo la normativa, come si evince dal passo appena citato, non sembrerebbe. Per quanto riguarda la sfera sociale siamo obbligati a dare un giudizio parziale: per ora è condivisibile l’idea che una mutazione del significato non sia ancora avvenuta. Però è in via di formazione la potenziale sostituzione del giudizio culturale alla constatazione territoriale, e quindi la sovrapposizione del significato di “strano/diverso” a quello di “straniero”.</p>
<p>Ma non è da pensare che tale sovrapposizione possa sedimentarsi e assumere un valore tanto forte da resistere al tempo: infatti, se tale possibilità ha preso o prenderà piede, conserverà comunque una precipua utilità congiunturale, quindi decadrà al termine della stessa. In ogni caso l’equazione “immigrato = diverso” non è esatta dal punto di vista linguistico.</p>
<p>«Generazione: 1) […] processo di riproduzione; […] 3a) l’insieme degli individui appartenenti a una famiglia che hanno lo stesso grado di discendenza da un capostipite comune». Le altre definizioni offerte da De Mauro si riferiscono o ai gerghi scientifici o al lasso temporale. Nelle definizioni citate quello che emerge subito è l’aspetto genetico: riproduzione e discendenza. Di conseguenza possiamo dedurre che per “seconda generazione di immigrati” si intenda: a) il risultato di una ri-produzione, e quindi la trasmissione biologica della capacità di «trasferirsi in un paese diverso dal proprio (spec.) per cercare un lavoro»; b) il mantenimento di uno <em>status</em> familiare fondato sul «trasferirsi in un paese diverso dal proprio (spec.) per cercare un lavoro» riconducibile a un capostipite comune. Due possibilità alle fondamenta prive di senso.</p>
<p>La terza possibilità (riprendendo l’accezione deviata di “immigrato”) è che si intenda dire “seconda generazione di strani/diversi” che tramandano la loro stranezza-diversità per via sanguinea. In tutte queste soluzioni ciò che permane certamente è il principio fondante dello <em>ius sanguinis</em>. Pertanto, qualunque sia la posizione ideologica e politica del parlante/scrivente, usando l’espressione “seconda generazione di immigranti” non si farà altro che avallare i principi della giurisdizione fondata sul sangue e non sul territorio, producendo grande clamore per questioni probabilmente irrilevanti, ma facendo passare in sordina il nocciolo del razzismo.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
<strong>*Miryam e Paolo Pettinato frequentano i seminari QF a Tor Vergata.</strong></p>
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		<title>Tremonti (e Berlusconi) come Fanfani. La strana storia della Banca del sud e di un ministro ombra</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 08:22:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ritorno al passato. Il creativo ministro dell&#8217;economia è lieto di riscrivere la storia fallimentare della questione meridionale. L&#8217;istituzione della Banca del Mezzogiorno è un suo vecchio pallino naufragato durante il precedente mandato. Si parla (si straparla) di federalismo fiscale, e il liberal-protezionista di Sondrio rispolvera l&#8217;idea gloriosa di una &#8216;Cassa&#8217; unica, salvo precisare che si tratta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1298" title="Raffaele_Fitto_" src="http://www.noaweb.it/public/Raffaele_Fitto_-228x300.jpg" alt="Raffaele_Fitto_" width="203" height="203" />Ritorno al passato. Il creativo <a href="http://it.youtube.com/watch?v=eTYNQmC5rgY" target="_blank"><strong>ministro dell&#8217;economia</strong></a> è lieto di riscrivere la storia fallimentare della questione meridionale. L&#8217;istituzione della Banca del Mezzogiorno è un suo vecchio pallino naufragato durante il precedente mandato. Si parla (si straparla) di federalismo fiscale, e il liberal-protezionista di Sondrio rispolvera l&#8217;idea gloriosa di una &#8216;Cassa&#8217; unica, salvo precisare che si tratta di un&#8217;operazione sperimentale e a costo zero (il fondo assegnato dallo Stato dovrà essere interamente restituito). Mentre i tagli dei vari Fondi sociali hanno causato le proteste lucide e risentite dei (pragmatici) governatori meridionali, e nonostante la campagna elettorale veda in quelle regioni un banco di prova significativo per le politiche nazionali, latita ancora un dibattito organico sullo sviluppo del Sud &#8211; visto anche il clamoroso declino di Raffaele Fitto che di quelle politiche dovrebbe essere il Ministro. <span id="more-227"></span></p>
<p>L&#8217;impulso all&#8217;economia meridionale andrebbe pensato nell&#8217;ottica  &#8211; nazionale &#8211; degli investimenti sulle infrastrutture e la ricerca, e non nell&#8217;ipotesi suggestiva ma astratta di un &#8220;cassa&#8221; meridionale che, in questi tempi di crisi, difficilmente può rappresentare il motore di sviluppo anche solo su scala territoriale. Le imprese del Sud hanno bisogno di interventi mirati, secondo una strategia federalista attenta al territorio e alle sue identità plurali, i distretti e le filiere e la loro diseguale distribuzione. Senza contare gli squilibri cronici del sistema bancario, dove si ripresenta inalterata la percezione di uno strozzamento generalizzato delle concessioni del credito, in particolare al Sud.</p>
<p>Così per l&#8217;ultimo asso tirato fuori dal Nostro e in attesa di rilancio: il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/INA-Casa" target="_blank"><strong>Piano Casa</strong> </a>di fanfaniana memoria, rinominato dal politico tycoon &#8216;Social housing&#8217;.  &#8220;Voglio essere il nuovo Fanfani&#8221;, proclamava il Cavaliere durante l&#8217;ultima vittoriosa campagna elettorale. Ed ecco la pioggia preannunciata di miliardi e miliardi per la costruzione di 20.000 case. Le mani sulle città cinquant&#8217;anni dopo, una manna per banchieri e imprenditori (i soliti noti, magari meneghini).</p>
<p>Una delle chiavi di volta del (futuribile) federalismo prevede che l&#8217;ideazione e la gestione delle politiche pubbliche siano demandate alle regioni, secondo l&#8217;idea virtuosa della sostenibilità e delle riforme per favorire sviluppo, lavoro e uguaglianza sociale. E&#8217; il caso, ad esempio, dell&#8217;attività dell&#8217;assessore all&#8217;<strong><a href="http://www.regione.puglia.it/index.php?page=assessorato&amp;opz=display&amp;ss_id=10" target="_blank">Assetto del territorio</a></strong> della Regione Puglia (Angela Barbanente), che non ha aspettato le mosse dello Stato centrale per realizzare una prima fase di operazioni capillari per il rilancio delle politiche abitative (affitti, riforma dell&#8217;Istituto delle case popolari, nuove costruzioni in locazione a canoni sostenibili). Il federalismo dirigista di Bossi&amp;Tremonti mostra ancora una volta la sua vera natura, ibrida e verticistica. Mentre Fitto proprio non si vede.</p>
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		<title>Vendola&#8217;s FAQ</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 11:59:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[FAQ
Quali sono le nuove parole d’ordine di Vendola ?

Libertà è senza dubbio una parola d’ordine innovativa per la sinistra italiana. Non è certo la libertà del capitalismo senza regole o il “faccio come mi pare” dell’antropologia berlusconiana, ma si tratta pur sempre di un sostantivo importante, se non decisivo, nell’odierno marketing politico. Vendola oggi parla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>FAQ</strong></p>
<p><strong>Quali sono le nuove parole d’ordine di Vendola ?<br />
</strong></p>
<p><em>Libertà</em> è senza dubbio una parola d’ordine innovativa per la sinistra italiana. Non è certo la libertà del capitalismo senza regole o il “faccio come mi pare” dell’antropologia berlusconiana, ma si tratta pur sempre di un sostantivo importante, se non decisivo, nell’odierno marketing politico. Vendola oggi parla di una sinistra unitaria che sia capace di raccogliere e di far fruttare anche le sconfitte del passato, senza rinunciare a tenere ferme le tradizioni (le utopie) meno implicate con la lunga storia disastrata del comunismo europeo e mondiale. Vecchio e nuovo.<span id="more-978"></span></p>
<p><strong>Che differenza c’è con Rifondazione Comunista?</strong></p>
<p>Se Rifondazione è contro l’Europa delle banche e l’imperialismo della Nato, forse la sinistra di Vendola potrebbe coltivare relazioni meno conflittuali con i grandi poteri economici e interpretare in modo originale il “nuovo concetto strategico” della Alleanza Atlantica. Come? Per esempio, guardando alla Nato che negli ultimi anni si è estesa ai Paesi dell’Europa Orientale (Vendola ha anche parlato di una ‘Europa del welfare’ da rifondare, un’Europa dei diritti e per il lavoro, da estendere al di là dei confini nazionali – verso i Balcani e Mosca: le ‘altre’ Europa e i Sud del mondo). E’ un’altra delle nostre fissazioni: puntare sull’asset balcanico, una delle direttrici mai approfondite fino in fondo dalla nostra politica estera. Sarebbe una mossa destinata a prendere in contropiede i “compagni”, traumatizzati da un ventennio di sconfitte permanenti, personalismi e liderismi, suicidi ideologici.</p>
<p><strong>Quali sono stati i punti di forza del primo mandato vendoliano?<br />
</strong></p>
<p>Li ha elencati con brevità il settimanale tedesco Der Spiegel: “Un gay devoto cattolico, un poeta comunista che, nel mezzo dell’Italia del sud, ha scelto di combattere la Mafia. Vendola è l’anti-Berlusconi, uno dei pochi punti positivi della politica italiana. Ha trasformato la regione durante i suoi quattro anni al potere introducendo la competitività nelle cariche di governo, creando delle zone high-tech di sviluppo e stabilendo un’autorità costruttiva basata sulle regole invece che sulle bustarelle. Questo comunista è riuscito a mettere in pratica molte delle cose che Berlusconi ha costantemente promesso: l’efficienza, la sburocratizzazione, il governo delle regole”.</p>
<p><strong>Quanto vale la battaglia federalista di Vendola?<br />
</strong></p>
<p>Con alcune iniziative intraprese dal governo regionale, Vendola sembra aver espresso, insieme forse alla sola Toscana, l’anima migliore – solidale e democratica – di un modello di federalismo alternativo all’efficientismo discriminatorio con il quale si usa declinare il concetto di autonomia (non soltanto fiscale, dunque) per le regioni e gli enti decentrati. Un buon abbrivio per affrontare la sfida dell’Europa delle regioni, dal bacino euro-mediterraneo alle periferie della nazione.</p>
<p><strong>Un “nuovo meridionalismo”?</strong></p>
<p>Proprio il federalismo potrebbe essere una delle parole d’ordine da spendere con successo sul mercato politico nazionale. Non è un caso che Vendola abbia anticipato la sua (auto)investitura a Chianciano-due con alcune sortite pubbliche sui guasti probabili della legge approvata in Senato, se vista e traguardata sullo sfondo di un ‘partito del Nord’ e di una cultura politica incapace, ancora una volta, di affrontare in senso federalista la questione meridionale (e le realtà dei Sud del mondo).</p>
<p><strong>Che cos’è il federalismo di sinistra?</strong></p>
<p>E’ l’ipotesi di una sinistra attenta ai territori ma capace di guardare senza ipoteche ideologiche ai processi globali e alle alleanze programmatiche. Una sinistra federalista e unitaria a cui si uniscono quelle misure prese per combattere o fronteggiare il cancro del lavoro nero nelle terre di Capitanata (la legge regionale è stata premiata mesi or sono come migliore azione legislativa a livello europeo); le leggi e le iniziative di sensibilizzazione che battono sul terreno impervio della battaglia contro il razzismo e per l’equa accoglienza ai migranti (riconoscimento pubblico espresso da Laura Boldrini): l’istituzione dell’albo delle badanti per sconfiggere il lavoro sommerso delle immigrate, il potenziamento dell’albergo diffuso per i lavoratori stagionali; la pratica dell’obiezione legislativa contro i provvedimenti firmati Maroni. Vanno registrate, infine, le misure che tentano di arginare le falle dei tagli alla scuola pubblica e dei licenziamenti facili, nei limiti strettissimi concessi da un bilancio zoppicante e su scala regionale.</p>
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		<title>Dei tanti Angelucci d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 09:51:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Angelucci]]></category>
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		<description><![CDATA[Un buon tema di storia sociale della cultura. E non solo. Un ottimo soggetto per un film, o per un romanzo grottesco e visionario, allucinato, realista e distopico. Una questione che coinvolge da sempre governi di destra e di sinistra, entra con prepotenza nel cuore della politica e della finanza. La storia dell&#8217;Italietta contemporanea attraverso le vicende che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.cinematografo.it/allegati/9478/sorrentino_divo_2.jpg" alt="" width="185" height="195" />Un buon tema di storia sociale della cultura. E non solo. Un ottimo soggetto per un film, o per un romanzo grottesco e visionario, allucinato, realista e distopico. Una questione che coinvolge da sempre governi di destra e di sinistra, entra con prepotenza nel cuore della politica e della finanza. La storia dell&#8217;Italietta contemporanea attraverso le vicende che interessano il quarto potere dell&#8217;informazione (della carta stampata). Tra SOS lanciati in difesa dei contributi statali per un centinaio di testate che rischiano la chiusura, l&#8217;offensiva del giornalismo on line; scalate e operazioni finanziarie, cordate e misteri, ristrutturazioni e rilanci, reciproci condizionamenti tra gruppi di imprenditori, politica e informazione. Con una luce sinistra che emana dalla singolare intraprendenza con cui imperi finanziari legati alla sanità, decidono oggi di investire nell&#8217;editoria italiota.<span id="more-159"></span></p>
<p>Non ci sono soltanto il Cavaliere o suo fratello, il Giornale e il Foglio, il Corsera la Stampa e la Fiat, le province e le metropoli dei berluscones. Lo sguardo andrebbe una volta per tutte orientato anche sulle frontiere dei giornali legati ai cosiddetti riformisti, per indagare funzione e ruolo della stampa (e dei &#8216;mecenati&#8217; più o meno occulti della stampa) nello scenario politico e culturale di questi tempi.</p>
<p>Per ora, scartando da subito ghigni e ammiccamenti travaglieschi, tracciamo solo una pista che dal Lazio (già di Ciarrapico) arriva fino alla Puglia del ministro Fitto passando dall&#8217;Abruzzo di Del Turco; incrocia dalemiani e finiani, unisce don Verzè, Geronzi e Maurizio Costanzo, lega Libero alla storia recente dell&#8217;Unità. Confonde le acque, se ne fotte dei confini e degli schieramenti politici. E&#8217; l&#8217;epopea familiare degli <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200807articoli/35102girata.asp" target="_blank"><strong>Angelucci</strong></a>, di un ex portantino del San Camillo di Roma, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Angelucci" target="_blank"><strong>self made man</strong> </a>che imbocca la strada dorata dell&#8217;imprenditoria sanitaria &#8211; gli affari della sanità pubblica e privata &#8211; e da quel di Velletri conquista fette di mercato e di potere, legandosi di volta in volta a destra e a manca.</p>
<p>Tra guerre a bassa intensità condotte con spregiudicatezza nel piccolo mondo del nostro capitalismo familiare e parassitario, grandi vecchi e padrini, guai giudiziari e rampolli forse un po&#8217; troppo intraprendenti (il tema dello scontro generazionale è un topos delle saghe di questo tipo), sembra che gli Angelucci siano gli ultimi dannunziani dell&#8217;Italia di oggi. Altro che Lapo e Piperno. La vita &#8211; fatta di affari che sembrano piraterie (la finanza)  &#8211; come opera d&#8217;arte, il piacere del successo tentacolare, dentro una biblioteca vastissima che spazia dal Citizen Kane di Welles ai magnati di qualche racconto di Parise e Bianciardi, o di Paolo Volponi.  Il tutto ben radicato nelle origini provinciali del fondatore e della sua famiglia, dove l&#8217;arcaico si annida al moderno, droghe della postmodernità si mescolano al dialetto abruzzese (quello dell&#8217;interno). Un consiglio al regista  Sorrentino: dopo il <em>Divo</em> Giulio, ricordandosi dell&#8217;<em>Amico di famiglia</em>, ecco il nuovo albero genealogico, il nuovo pupazzo da ricostruire e da smontare, pezzo per pezzo.</p>
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		<title>Nessuno tocchi l&#8217;istruzione pubblica. Non solo proteste ma anche proposte per l&#8217;Università (aspettando i tagli)</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 10:28:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[i cento giorni]]></category>
		<category><![CDATA[per l'università pubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo un appello per un&#8217;Università pubblica firmato da centinaia di docenti e ricercatori. Il documento sembra una piattaforma ideale per tenere alta l&#8217;attenzione sui progetti di riforma, e soprattutto per tentare di coniugare critiche e proteste contro lo spirito del ddl con le proposte costruttive sulla governance degli Atenei e sui criteri di reclutamento (merito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-medium wp-image-1012" title="pa172763" src="http://www.noaweb.it/public/pa1727631-300x225.jpg" alt="pa172763" width="193" height="190" />Pubblichiamo un appello per un&#8217;Università pubblica firmato da centinaia di docenti e ricercatori. Il documento sembra una piattaforma ideale per tenere alta l&#8217;attenzione sui progetti di riforma, e soprattutto per tentare di coniugare critiche e proteste contro lo spirito del ddl con le proposte costruttive sulla governance degli Atenei e sui criteri di reclutamento (merito e valutazione). Tenendo ferme il punto della natura </em>pubblica<em> dell&#8217;istruzione in Italia e una critica rigorosa alla politica dei tagli che coinvolge (opprime) tutto l&#8217;apparato della formazione, dalle scuole alle Università agli Istituti di ricerca fino ai Conservatori. Nel Sud, in particolare (come sempre).<br />
</em></p>
<p>Noi, docenti universitari di ruolo attivi in diversi atenei e facoltà, seguiamo con crescente apprensione le vicende dell’università italiana e le scelte assunte in proposito dal governo in carica. <span id="more-1010"></span></p>
<p>Oggi decidiamo di prendere pubblicamente la parola dopo avere letto il ddl di riforma dell’università approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 28 ottobre, un progetto che ci sembra giustificare le più vive preoccupazioni soprattutto per quanto attiene alla governance degli atenei (per il previsto accentramento di potere in capo ai rettori e a consigli di amministrazione non elettivi, fortemente esposti agli interessi privati) e per ciò che concerne la componente più debole della docenza: decine di migliaia di studiosi, giovani e meno giovani, che da molti anni prestano la propria opera gratuitamente o, nel migliore dei casi, in qualità di assegnisti o borsisti, nel quadro di rapporti di collaborazione precari.<br />
Le novità che il governo prospetta in materia di governance degli atenei ci paiono prive di qualsiasi ambizione culturale e di ogni volontà di risanare effettivamente i problemi dell’università pubblica, e ispirate esclusivamente a una logica autoritaria e privatistica, tesa a una marcata verticalizzazione del processo di formazione delle decisioni a discapito dell’autonomia degli atenei. Riteniamo che l’università debba cambiare, ma occorre a nostro giudizio procedere in tutt’altra direzione, salvaguardando il carattere pubblico dell’università e favorendo la partecipazione democratica di tutte le componenti del sistema universitario.<br />
Quanto previsto per la vasta area del precariato ci sembra profondamente iniquo e irrazionale, tale da mettere a repentaglio la funzionalità di molti dipartimenti. I tagli alle finanze degli atenei e la nuova normativa per l’accesso alla docenza preludono all’espulsione in massa dal sistema universitario di persone meritevoli, stimate anche in ambito internazionale, che da tempo lavorano nell’università italiana, tra le ultime in Europa per quantità di docenti di ruolo e tra le più sfavorite per rapporto docenti/studenti. Al di là della retorica sul valore strategico della conoscenza e della ricerca, il governo – ostacolando i nuovi accessi, conservando le vecchie logiche baronali e non introducendo alcuna misura preventiva contro il malcostume accademico – pianifica un enorme spreco di risorse finanziarie, impiegate per la formazione di tanti studiosi ai quali sarà impedito l’accesso ai ruoli dell’università, e una perdita secca in termini di capacità, competenza ed esperienza, che rischia di determinare un incolmabile divario tra l’Italia e i Paesi più avanzati.<br />
Chiediamo al governo di fermarsi, ma ci rivolgiamo anche al mondo universitario affinché faccia sentire la propria voce e manifesti con forza le proprie ragioni e preoccupazioni. Non difendiamo lo status quo: invochiamo una riforma seria che ampli gli spazi di partecipazione, salvaguardi il carattere pubblico dell’università e tuteli l’autonomia della didattica e della ricerca. Non ignoriamo l’esigenza di verificare la qualità dell’insegnamento e del lavoro scientifico di ciascun docente: esigiamo l’adozione di rigorose procedure di valutazione, non graduatorie improvvisate e funzionali a campagne di stampa più o meno denigratorie, ma criteri oggettivi, adeguati alle diverse specificità disciplinari e capaci di rilevare anche i pregi, internazionalmente riconosciuti, della ricerca italiana.</p>
<p>Non auspichiamo un reclutamento ope legis: chiediamo lo stanziamento delle risorse necessarie a consentire l’accesso ai ruoli, previo concorso, di quanti abbiano acquisito, negli anni del precariato, comprovate competenze e attitudini professionali.</p>
<p>L’università pubblica non può essere governata in modo autoritario né gestita con criteri ragionieristici. Il lavoro di quanti ne garantiscono l’attività deve essere riconosciuto e tutelato. La conoscenza è una risorsa del Paese e un diritto fondamentale che la Costituzione riconosce a ciascun cittadino della Repubblica.</p>
<p>( http://perluniversitapubblica.wordpress.com )</p>
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		<title>Razzismi e antisemitismo di Stato</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 09:45:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[leggi razziali]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[In un libro edito da Il Mulino, L&#8217;Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, la storica Marie-Anne Matard Bonucci ricostruisce le vicende che portarono all&#8217;emanazione delle leggi razziali. La &#8217;svolta&#8217; politica del regime fascista, vera e propria rottura nella storia dell&#8217;Italia contemporanea, segna l&#8217;inizio di un &#8216;antisemitismo di Stato&#8217; che porterà prima alla discriminazione e poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.rue89.com/files/20070924Suissemoutonsinside.JPG" alt="" width="136" height="201" />In un libro edito da Il Mulino, <strong><em><a href="http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&amp;ISBNART=12539" target="_blank">L&#8217;Italia fascista e la persecuzione degli ebrei</a></em>,</strong> la storica Marie-Anne Matard Bonucci ricostruisce le vicende che portarono all&#8217;emanazione delle leggi razziali. La &#8217;svolta&#8217; politica del regime fascista, vera e propria rottura nella storia dell&#8217;Italia contemporanea, segna l&#8217;inizio di un &#8216;antisemitismo di Stato&#8217; che porterà prima alla discriminazione e poi alla deportazione degli ebrei. Per l&#8217;autrice si tratta di un razzismo calato dall&#8217;alto, a cui il popolo e la &#8216;zona grigia&#8217; della società italiana si adeguano più o meno passivamente (per non parlare della monarchia e della Chiesa): se la tradizione antisemita in Italia era stata contenuta e si mostrava refrattaria alle analoghe politiche sperimentate nella Germania nazista già dal 1933, durante il biennio 1938-1939 la situazione interna cambia con il mutare del contesto internazionale.<span id="more-113"></span></p>
<p>Il 1938, infatti, non è solo l&#8217;<em>annus horribilis</em> dell&#8217;invasione dei Sudeti (ricordate le pagine soffertissime del Sartre de <em>L&#8217;età della ragione</em>?). Nel giugno dello stesso anno si celebra ad Evian una conferenza dedicata al problema dei profughi ebrei, nella quale si affronta per la prima volta l&#8217;emergenza internazionale della questione. I trentadue paesi partecipanti si limitarono a confermare le quote di immigrazione vigenti. La conferenza provoca l&#8217;accelerazione delle politiche antisemite a tutti i livelli e in tutti i paesi allineati con il Reich.</p>
<p>Resta il fatto che la nostra legislazione antisemita rimane un modello di discriminazione fanatica e di (folle) rigore burocratico superiore, ad esempio, alle contemporanee imprese del regime di Vichy. Dopo la spinta &#8216;eroica&#8217; dei fatti di Etiopia, gli stolti ingegneri del nazionalismo fascista tentano di rispondere alla crisi economica, ma anche alla &#8216;noia&#8217; nostrane con una &#8216;rivoluzione&#8217; in conformità con il contesto internazionale. La costruzione di un nuovo &#8216;nemico&#8217; (interno), insomma, era funzionale a tenere il paese in uno stato di mobilitazione permanente.</p>
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