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	<title>Questioni di Frontiera &#187; mondo</title>
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	<description>Questioni di Frontiera - Formazione e Ricerca</description>
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		<title>La giornata contro la violenza sulle donne, la giornata delle sorelle Mirabal</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Sep 2010 22:50:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudia Attolico. Il 25 novembre del 1961 le sorelle Mirabal, in lotta contro la dittatura nella Repubblica Domenicana, vennero torturate e strangolate per conto del generale Trujillo. Da allora, in questa data si ricorda la violenza contro le donne. In tutto il mondo associazioni, enti, persone, si riuniscono per denunciare questa dissacrante asincronia tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><img class="alignleft size-full wp-image-2455" title="mira" src="http://www.noaweb.it/public/mira.jpg" alt="mira" width="223" height="141" />di Claudia Attolico</strong></em>. Il 25 novembre del 1961 le sorelle Mirabal, in lotta contro la dittatura nella Repubblica Domenicana, vennero torturate e strangolate per conto del generale Trujillo. Da allora, in questa data si ricorda la violenza contro le donne. In tutto il mondo associazioni, enti, persone, si riuniscono per denunciare questa dissacrante asincronia tra il progredire della civiltà umana e il perpetuarsi di immutabili ed inaccettabili reati. Anche noi abbiamo deciso di ricordare questa giornata, e le tre sorelle che ne furono protagoniste. <span id="more-2454"></span></p>
<p>Donna. Da domina a schiava, da soggetto ad oggetto, da musa a casalinga. Nel corso della storia la donna ha dovuto vivere questa doppia valenza che il suo ruolo porta con sé. Il declino dei diritti del cosiddetto sesso debole è un male incurabile, una malattia degenerativa che non trova cura né antidoto. L’incipit di questa condizione è addirittura preistorica, ma basterà un rapido sguardo al presente per realizzare di essere nel 21esimo secolo, e rendersi conto di quanto poco sia cambiato.</p>
<p>Donna-moglie, donna-casalinga e donna-madre in passato, e senza andare troppo lontano fino a solo una cinquantina d’anni fa, erano gli unici binomi di senso possibili. Poi è arrivata l’emancipazione, con le coraggiose ed incrollabili suffragette. Queste donne si battevano per i propri diritti giuridici e politici, per la facoltà di esprimere la propria preferenza in sede di voto, come simbolo del riscatto della libertà. Dal ’68 in poi ha cominciato ad incunearsi l’idea di uguaglianza, una rivoluzione enorme. Ma il suo effetto si è propagato tiepidamente nel tempo, con conseguenze sempre più sconfortanti. Donna-lavoratrice, donna-manager: accostamenti apparentemente ossimorici che danno la parvenza di parità tra i sessi. Ma è sufficiente una non troppo approfondita analisi per capire il contrario.</p>
<p>Oggigiorno la donna è ancora enormemente svantaggiata rispetto all’uomo. Persistono, saldi e tenaci, atavici pregiudizi di genere che affondano le proprie basi teoriche su stereotipi ormai inconsistenti. Da cosa derivi la supposizione che una donna sia meno efficiente, o meno produttiva, preparata e competente in qualsiasi ambito lavorativo è un preconcetto che bisogna sradicare in ogni sua forma.</p>
<p>Partiamo da un dato. In Italia la percentuale di laureate di sesso femminile è del 60%, contro il 40% degli uomini. Se andiamo però a guardare il tasso di occupazione delle donne, scopriamo che è immobile da anni al 46,3%. Una percentuale ridicola, che ci fa scivolare direttamente al penultimo posto della classifica europea, seguiti soltanto da Malta. Le donne non lavorano, e quando lavorano sono costrette a tollerare condizioni del tutto ingiuste e svantaggiose, che non hanno legittimazioni di sorta. E così ci accorgiamo che, per esempio, il salario delle lavoratrici è in media più basso del 23,3% rispetto a quella dei colleghi uomini, e questo è dovuto ad un fenomeno, ipocrita e immorale, chiamato ‘differenziale retributivo di genere’. Come se il genere potesse decretare aprioristicamente la qualità del lavoro di un dipendente.</p>
<p>La parità dei sessi è pura utopia quasi ovunque. Ma si cade nel paradosso quando il valore che viene dato alla donna è assimilabile a quella di oggetto, da sfruttare a proprio uso e consumo. Gli episodi di violenza, fisica ma anche psicologica, sono frequentissimi ed allarmanti. Ogni anno circa un milione di donne è vittima di abusi, coercizioni, stalking e minacce. In alcuni casi la molestia viene denunciata, ma in moltissimi altri tutto resta nel silenzio e continua a logorare giornalmente la vita delle vittime. Questo accade sovente poiché i responsabili delle violenze sono quasi sempre i familiari, mariti, partners ed ex partners. E riuscire a dar voce alla propria sofferenza diventa difficile.</p>
<p>Il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne. In tutto il mondo associazioni, enti, persone, si riuniscono per denunciare questa dissacrante asincronia tra il progredire del tempo e perpetuarsi di immutati ed inaccettabili reati. La data non è casuale: il 25 novembre del 1961 le sorelle Mirabal, in lotta contro la dittatura nella Repubblica Domenicana, vennero torturate e strangolate per conto del generale Trujillo. E’ stato non certo il primo, ma uno dei tanti omicidi giustificati unicamente dalla cieca brutalità di chi crede di poter accampare diritti sulla vita di un altro essere umano. Non c’è un nessun valido motivo secondo il quale una donna non possa lavorare in qualsiasi campo, anche in quelli più elitari e sessisti quali l’economia, la politica, il giornalismo, le scienze e gli ambiti giuridici, e pretendere di essere trattata degnamente.</p>
<p>Pretendere giustizia, pretendere parità, diritto alla serenità. Violare la mente o il corpo di una donna è una violazione dei diritti dell’uomo nel senso più ampio del termine. Solo lottando e dando al passato il ruolo di testimone e di monito, forse, un giorno, si potrà davvero parlare di parità dei sessi.</p>
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		<title>Charas &#8216;n Trance. La lunga notte dei giovani israeliani in India</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2010 20:55:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gli amanti dei lunghi viaggi in paesi esotici come l’India avranno forse incontrato sulla loro strada qualche giovane israeliano vestito in maniera semplice con lo zaino in spalla. Oppure, più probabilmente, avranno sentito parlare del giro di droghe in cui questi giovani israeliani  sono coinvolti, oppure delle loro imprese estreme che possono avere esiti mortali. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Gli amanti dei lunghi viaggi in paesi esotici come l’India avranno forse incontrato sulla loro strada qualche giovane israeliano vestito in maniera semplice con lo zaino in spalla. Oppure, più probabilmente, avranno sentito parlare del giro di droghe in cui questi giovani israeliani  sono coinvolti, oppure delle loro imprese estreme che possono avere esiti mortali. Queste notizie vengono non poche volte riportare dai giornali israeliani e dalla stampa anglosassone.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Il tema mi aveva incuriosito già anni fa quando compì un viaggio in Thailandia in cerca di avventure. Non ebbi la più pallida idea che mi sarei ritrovata davanti a una marea di israeliani sempre pronti alle feste e alla pazzia. Fu così invece e ne rimasi colpita.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Il fenomeno del viaggio zaino-in-spalla (in assenza di un termine italiano l’ho tradotto dall’ inglese backpacker) nasce all’incirca 30 anni fa. Israele è stata coinvolta nella guerra dei Sei Giorni nel ’67, dello Yom Kippur nel ’73, nelle guerre in Libano nel ’82 e nel 2006; ciò ha provocato nella gioventù israeliana un’atmosfera fatta di  ansia intensa e apatia sognatrice; molti si danno all’escapismo e ad una sorta di rinnovamento spirituale. Si stima oggi che 50.000 israeliani visitano l’India  ogni anno. Questi viaggi si compiono subito dopo la conclusione del servizio militare obbligatorio per maschi e femmine in Israele. Le finalità di questi viaggi sono spesso incerte; molti studi sociologici e gli stessi backpackers affermano di recarsi in questi posti per ritrovare se stessi e non fare niente. Stanchi della società israeliana e della disciplina subita durante il servizio militare vogliono prendersi un periodo di pausa.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Durante le prolungate permanenze in India gli israeliani karhanistim (così vengono chiamati) affittano stanze in resorts economici, mangiano, bevono, dormono, fumano charas, partecipano a feste trance, contrattano con aggressività. La ricercatrice israeliana Darya Maoz riporta che in alcuni casi i giovani partono perfino nel giorno in cui ricevono il congedo dall’esercito e mentre il giorno prima ancora portavano la divisa, il giorno dopo portano sandali, sono vestiti di ampi abiti bianchi raccontando che i loro chakra  sono aperti ad accogliere la spiritualità che alleggia nell’aria dell’India. In realtà sono più interessati alle droghe e ai Full Moon Parties (feste di musica trance con la luna piena); inoltre preferiscono rimanere nella bolla di protezione del gruppo israeliano che aprirsi agli indiani o backpackers di altre nazionalità. Esistono ovviamente anche eccezioni alla regola.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Uno in particolare è l’interrogativo che si pongono gli esperti israeliani. Quali sono i motivi che inducono a questo comportamento? Alcuni di loro come Uri Ben-Eliezer, Edna Lomsky-Feder e Gabriel Sheffer riportano che la società israeliano è traumatizzata e caratterizzata dall’odio; ogni guerra aumenta questi sentimenti e il servizio militare contribuisce a rendere i giovani aggressivi e arroganti. Inoltre, sviluppa in loro uno strano senso; un misto di insicurezza e invincibilità.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Infatti, se un tempo gli indiani accoglievano calorosamente gli israeliani, oggi li sopportano con difficoltà.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“Sono gente primitiva e rudimentale ma ci servono incredibilmente bene”, afferma un israeliano ad un giornalista.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“Sì, è vero, proiettiamo l’atteggiamento nell’esercito sulla popolazione locale, finché questa, come i palestinesi, non alzerà la testa”, dichiara un altro.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Alcuni giornalisti e ricercatori israeliani affermano che in India si può parlare di invasione israeliana e di neo-colonialismo. Il fatto comunque non deve pregiudicare esclusivamente il turismo israeliano perché è simile a quello di alcune nazioni europee, come la Gran Bretagna, la Germania e altri paesi soprattutto del nord Europa che annualmente invadono le coste della Spagna e della Grecia.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Questi viaggi trovano giustificazioni plausibili tra gli zaino-in-spalla. Molti di loro sostengono che la società israeliana è opprimente. “Fai il bravo, vai all’asilo, a scuola, nell’esercito, all’università, sposati, fai figli. Questa società non dà spazio alla libera scelta, al calore umano e alla libertà.” Così spiega una ragazza appena ritornata dall’India. Il servizio militare inoltre pone dei giovani ventenni davanti alla guerra, alla paura e alla morte. Non sorprende infatti che gli israeliani si sentano più maturi dei loro coetanei europei. L’unica soluzione a questo punto appare la fuga in paesi esotici e ricchi di spiritualità come l’India dove ricreare un’Israele alternativa.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">E come si spiega il diffuso uso e abuso di droghe durante i viaggi? “Colui che fa uso di droghe viene chiamato “sarut” (graffiato). Un mese prima questo ragazzo ha prestato servizio nei Territori e ha visto l’uomo e il bambino che in seguito è stato ucciso per mano sua. Un mese prima questo giovane uomo è entrato di notte nell’abitazione di una famiglia araba, ha picchiato madre e bambino, arrestato il padre. Questo determina il graffio interiore indelebile; è un disturbo emotivo. Il giovane fa uso di droghe per cercare sollievo dal ricordo brutale che pesa sulla sua coscienza. Non voglio dire che ciò è vero per tutti, ma sicuramente tutti sentono un forte bisogno di fuggire e sentirsi liberi.”, sostiene la ragazza.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">In Italia per ora i backpackers non sono diffusi. In Thailandia ne ho incontrati pochi. Questo fenomeno è riscontrabile in maniera consistente anche tra i giapponesi e tra i giovani dei paesi del nord Europa. Ma gli israeliani costituiscono il gruppo più numeroso, più organizzato e più unito. Molte insegne a Manali e Goa (luoghi in India principalmente visitati dagli zaino-in-spalla israeliani) sono in ebraico, molti bar servono cibi israeliani e l’ebraico insieme all’inglese funge da lingua ufficiale. Perfino la popolazione indiana locale ha imparato l’ebraico.</div>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; line-height: 18px; font-size: 16px;"><strong><em><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 19px; font-size: 13px;"><img class="alignleft size-full wp-image-2186" title="goa" src="http://www.noaweb.it/public/goa.jpg" alt="goa" width="256" height="172" />di </span>Nezka Figelj*. </em></strong></span>Gli amanti dei lunghi viaggi in paesi esotici come l’India avranno forse incontrato sulla loro strada qualche giovane israeliano vestito in maniera semplice con lo zaino in spalla. Oppure avranno sentito parlare del giro di droghe in cui questi giovani vengono coinvolti, o ancora delle loro imprese estreme che possono avere esiti mortali. Notizie del genere vengono riportate ormai di frequente dai giornali israeliani e dalla stampa anglosassone. Il fenomeno del viaggio &#8220;zaino-in-spalla&#8221; (dall’inglese <em>backpacker</em>) nasce all’incirca 30 anni fa. Israele ha combattuto nella guerra dei Sei Giorni nel ’67, dello Yom Kippur nel ’73, nelle guerre in Libano nel ’82 e nel 2006; tutto questo ha provocato nella gioventù israeliana un’atmosfera fatta di forte ansia e apatia sognatrice; molti si danno all’escapismo e ad una sorta di rinnovamento spirituale. <span id="more-2185"></span></p>
<p>Attualmente si stima che 50.000 israeliani visitino l’India  ogni anno. Questi viaggi si compiono subito dopo la conclusione del servizio militare &#8211; obbligatorio per maschi e femmine in Israele. Le finalità di questi viaggi sono spesso incerte; molti studi sociologici e gli stessi backpackers affermano di recarsi in Oriente per ritrovare se stessi e non fare niente. Stanchi della società israeliana e della disciplina subita durante il servizio militare vogliono prendersi un periodo di pausa.</p>
<p>Durante le prolungate permanenze in India gli israeliani <em>karhanistim</em> (vengono chiamati così) affittano stanze in resorts economici, mangiano, bevono, dormono, fumano <em>charas</em>, partecipano a feste <em>trance</em>. La ricercatrice israeliana Darya Maoz riporta che in alcuni casi i giovani partono perfino nel giorno in cui ricevono il congedo dall’esercito e mentre il giorno prima ancora portavano la divisa, il giorno dopo indossano sandali e ampi vestiti bianchi raccontando che i loro <em>chakra</em> sono aperti ad accogliere la spiritualità che alleggia nell’aria dell’India. In realtà sono più interessati alle droghe e ai <em>Full Moon Parties</em> (feste di musica trance con la luna piena); inoltre preferiscono rimanere nella bolla di protezione del gruppo israeliano che aprirsi agli indiani o ai backpackers di altre nazionalità.</p>
<p>Quali sono i motivi che inducono a questo comportamento? Uri Ben-Eliezer, Edna Lomsky-Feder e Gabriel Sheffer sostengono che la società israeliano è traumatizzata e caratterizzata dall’odio; ogni guerra non fa che esacerbare questi sentimenti e il servizio militare contribuisce a rendere i giovani aggressivi e arroganti. Inoltre, sviluppa in loro uno strano senso; un misto di insicurezza e invincibilità. Infatti, se un tempo gli indiani accoglievano calorosamente gli israeliani, oggi li sopportano con difficoltà.</p>
<p>“Sono gente primitiva e rudimentale ma ci servono incredibilmente bene”, afferma un israeliano ad un giornalista. “Sì, è vero, proiettiamo l’atteggiamento che abbiamo nell’esercito sulla popolazione locale, finché questa, come i palestinesi, non alzerà la testa”, dichiara un altro. Alcuni giornalisti e ricercatori israeliani affermano che in India si può parlare di invasione israeliana e di neo-colonialismo, anche se i backpackers arrivano anche da Paesi come la Gran Bretagna, la Germania e del nord Europa, e ogni anno invadono le coste della Spagna e della Grecia.</p>
<p>Questi viaggi trovano giustificazioni plausibili tra gli &#8220;zaino-in-spalla&#8221;. Molti di loro sostengono che la società israeliana è opprimente. “Fai il bravo, vai all’asilo, a scuola, nell’esercito, all’università, sposati, fai figli. Questa società non dà spazio alla libera scelta, al calore umano e alla libertà,” così spiega una ragazza appena rientrata dall’India. Il servizio militare mette i giovani ventenni davanti alla guerra, alla paura e alla morte. Non sorprende che gli israeliani si sentano più maturi dei loro coetanei europei. L’unica soluzione a questo punto appare la fuga in paesi esotici e ricchi di spiritualità come l’India dove ricreare un’Israele alternativa. Molte insegne a Manali e Goa sono in ebraico, molti bar servono cibi israeliani e l’ebraico insieme all’inglese funge da lingua ufficiale. Perfino la popolazione indiana locale ha imparato l’ebraico.</p>
<p>E come si spiega il diffuso uso e abuso di droghe durante i viaggi? “Colui che fa uso di droghe viene chiamato <em>sarut </em>(graffiato). Un mese prima questo ragazzo ha prestato servizio nei Territori e ha visto l’uomo e il bambino che in seguito è stato ucciso per mano sua. Un mese prima questo giovane uomo è entrato di notte nell’abitazione di una famiglia araba, ha picchiato madre e bambino, arrestato il padre. Questo determina il graffio interiore indelebile; è un disturbo emotivo. Il giovane fa uso di droghe per cercare sollievo dal ricordo brutale che pesa sulla sua coscienza. Non voglio dire che ciò è vero per tutti, ma sicuramente tutti sentono un forte bisogno di fuggire e sentirsi liberi”, sostiene la stessa ragazza reduce del viaggio.</p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 115%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: EN-US; mso-bidi-language: AR-SA;"><strong><em>Nezka Figelj è Junior Research di Questioni di Frontiera</em></strong></span></p>
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		<title>La rivolta in Thailandia tra gli slums di Bangkok e i paradisi turistici</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 20:57:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Mariano T. Intini Sono ancora vive negli occhi dei telespettatori le immagini della rivolta delle camicie rosse in nome del ritorno al potere dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, e della controffensiva delle autorità Thailandesi che spegneva nel sangue la sommossa popolare nella capitale. Di mezzo la morte del fotoreporter italiano Fabio Polenghi, ucciso mentre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2022" title="Thailand Politics" src="http://www.noaweb.it/public/camicie-rosse-300x210.jpg" alt="Thailand Politics" width="170" height="160" />di <strong>Mariano T. Intini </strong>Sono ancora vive negli occhi dei telespettatori le immagini della rivolta delle camicie rosse in nome del ritorno al potere dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, e della controffensiva delle autorità Thailandesi che spegneva nel sangue la sommossa popolare nella capitale. Di mezzo la morte del fotoreporter italiano Fabio Polenghi, ucciso mentre svolgeva il suo lavoro per alcune testate europee. In questo scenario cruento, c’è il bizzarro panorama del resto del paese, assorto in un sonno indifferente rispetto a quanto avviene a Bangkok. In molte aree del paese e persino in alcune zone limitrofe della capitale la vita scorre in piena serenità. La normale routine quotidiana non si è interrotta. In alcuni quartieri di Bangkok tutto sembra procedere normalmente, come se nulla fosse, come se nulla stesse accadendo di lì a pochi chilometri. <span id="more-2002"></span></p>
<p>A riguardo anche il sito ufficiale del Ministero degli Esteri italiano, nella rubrica “Viaggiare Sicuri”, restringe le aree di pericolo alla capitale e consiglia ai turisti che si approssimano a recarsi a Bangkok di evitare semplicemente alcune zone specifiche. In particolare vengono sconsigliate tutte quelle aree nelle quali sono presenti corpi istituzionali dell’apparato statale, insieme ai centri commerciali.</p>
<p>La situazione muta radicalmente in riferimento alle restanti zone della Thailandia. Si pensi a Phuket, paradiso terrestre che molti considerano abbastanza vicino a Bangkok da essere pericoloso. Il sito “Phuketwan.com”, per bocca del giornalista Alan Morrison, invita i turisti a recarsi a Phuket e di non cancellare le loro vacanze a seguito della situazione venutasi a creare a Bangkok. Lo stesso Ministero degli Esteri, per bocca del sito “Viaggiare sicuri”, segue la linea tracciata da Alan Morrison. Viene attribuita l’etichetta sicure “a  tutte le aree normalmente aperte al turismo. Le città thailandesi sono, in linea di massima, sicure. Può essere tuttavia opportuno evitare, soprattutto nelle ore serali, le zone periferiche, così come quelle in cui si svolgono attività non connesse con il turismo propriamente detto”.</p>
<p>A ben vedere, però, la situazione sociale delle zone costiere e delle isole è profondamente diversa da quella degli slums di Bangkok. La stratificazione sociale e le condizioni economiche degli abitanti di queste aree sono radicalmente differenti. Le coste e le isole hanno ricevuto i maggiori benefici proprio dai capitali provenienti dal mercato turistico. I sobborghi di Bangkok, dai quali è nata la sommossa popolare, vivono in condizioni pessime, ai limiti della sussistenza. Il diverso livello di sicurezza tra Bangkok e il resto del paese, se a prima vista può apparire paradossale, ad un’analisi più approfondita rivela in tutta la sua complessità le divergenze profonde in seno alla società Thailandese.</p>
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		<title>Parte dalla diaspora il nuovo corso pacifista dei Tamil</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 19:59:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giacinto Seccia. A un anno dalla fine della guerra civile nello Sri Lanka, il nuovo corso della causa Tamil sembra promanare dalla diaspora. Dopo alcuni paesi europei, Canada e Australia, anche la comunità residente in Italia si è recata alle urne per eleggere i rappresentanti del Consiglio italiano dei &#8220;Eelam Tamil&#8221; e in particolare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1931" title="Canada_013_77780_200" src="http://www.noaweb.it/public/Canada_013_77780_200-200x300.jpg" alt="Canada_013_77780_200" width="170" height="180" />di <strong>Giacinto Seccia</strong>. A un anno dalla fine della guerra civile nello Sri Lanka, il nuovo corso della causa Tamil sembra promanare dalla diaspora. Dopo alcuni paesi europei, Canada e Australia, anche la comunità residente in Italia si è recata alle urne per eleggere i rappresentanti del Consiglio italiano dei &#8220;Eelam Tamil&#8221; e in particolare per esprimersi sul diritto all’autodeterminazione con un referendum. Il documento proposto come base giuridica non è che un ritorno alle origini, perchè rispolvera la risoluzione di Vaddukodai del 1976, che prevedeva la creazione dello stato indipendente del Tamil Eelam nel nord est dello Sri Lanka, con il pieno riconoscimento di tutti i diritti della minoranza.<span id="more-1929"></span></p>
<p>Se il risultato del referendum è stato scontato (con circa il 99% degli elettori della diaspora che si è espresso favorevolmente), appare invece rilevante la scelta del metodo di questa nuova fase politica: un processo di rivendicazioni democratico, pacifico e partecipativo sia all’estero che in patria. Del resto, una riflessione su ciò che è stata l’esperienza dell’organizzazione delle Tigri Tamil (Ltte) ai fini della loro causa non poteva che portare ad un ripudio dell’uso della violenza e dei crimini commessi anche da questo gruppo &#8211; che comunque non giustificano gli altri gravi crimini di guerra commessi dall’esercito regolare srilankese, e sui quali non è ancora intervenuto alcun accertamento penale internazionale. L’obiettivo posto sembrerebbe a prima vista velleitario, anche perché se non era stato possibile creare uno stato autonomo all’epoca in cui le Tigri controllavano effettivamente un terzo del territorio dell’isola, non si capisce come oggi i Tamil, ostracizzati dalle istituzioni e ristretti ancora in campi per rifugiati a migliaia, potrebbero portare avanti una simile rivendicazione</p>
<p>I Tamil della diaspora puntano su tutto ciò che possa far guadagnare visibilità alla loro causa, e aver scelto il 18 maggio come giornata contro i crimini di guerra e il genocidio non va nella direzione del solo ricordo, ma punta a sensibilizzare l&#8217;opinione internazionale sulla situazione di vuoto giuridico che grava sull’odierno Sri Lanka. Può essere un buon inizio, ma sarà indispensabile che i Tamil conservino la volontà di abbandonare la  lotta armata, considerando anche gli strascichi penali delle operazioni giudiziarie svolte di recente in vari paesi europei, nei quali alcuni cittadini Tamil della diaspora sono stati accusati di finanziare un ricostituendo gruppo di Tigri Tamil.</p>
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		<title>Quando fummo invasi dalla polvere gialla</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 23:11:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Steven Millhauser. Eravamo preparati sin dall’inizio, sapevamo quello che dovevamo fare, in fondo non l’avevamo visto tutti centinaia di volte? – la bella gente di città intenta a fare affari, i programmi della tv che si interrompono di colpo, le facce in mezzo alla folla che guardano verso l’alto, una bimba che punta il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://camomillecaleidoscopiche.files.wordpress.com/2009/03/immagine-cloverfield-2.jpg?w=497&amp;h=274" alt="" width="545" height="289" />di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Steven_Millhauser" target="_blank"><strong>Steven Millhauser</strong></a>. Eravamo preparati sin dall’inizio, sapevamo quello che dovevamo fare, in fondo non l’avevamo visto tutti centinaia di volte? – la bella gente di città intenta a fare affari, i programmi della tv che si interrompono di colpo, le facce in mezzo alla folla che guardano verso l’alto, una bimba che punta il dito verso il cielo, le bocche aperte, il cane che abbaia, il traffico fermo, la borsa della spesa che cade sul marciapiede, ed eccola lì nel cielo, che si avvicina&#8230;<span id="more-539"></span></p>
<p>E allora, quando finalmente accadde – perché doveva succedere per forza – tutti noi sapevamo che si trattava solo di una questione di tempo; in quel misto di terrore e curiosità sentivamo una certa calma, la calma della familiarità; sapevamo che cosa si aspettavano da noi in un momento come quello.</p>
<p>Dopo le dieci del mattino la storia s’interruppe per un po’. I presentatori televisivi avevano esattamente quell’aspetto che sapevamo avrebbero avuto, i volti gravi, i capelli in ordine, le spalle in tensione, ci mettevano in allarme ma assicuravano anche che tutto era sotto controllo, perché anche loro erano stati preparati per questo, in un certo senso anche loro se l’aspettavano, s’immaginavano già di vivere quel grande momento. Era indiscutibile che si vedesse qualcosa ma, allo stesso tempo, era uno sguardo inconcludente: era stato individuato qualcosa là fuori, sembrava che si stesse avvicinando alla nostra atmosfera a grande velocità, e il Pentagono monitorava attentamente la situazione. Ci chiedevano di rimanere calmi, chiusi in casa, di aspettare nuove istruzioni. Alcuni di noi lasciarono immediatamente il posto di lavoro e corsero di fretta verso casa per stare con le loro famiglie; altri rimasero attaccati di fronte alla televisione, alla radio, ai computer, e tutti parlavamo al cellulare.</p>
<p>Dalle finestre vedevamo la gente che da altre finestre guardava verso il cielo. Durante tutta quella mattinata abbiamo seguito le notizie ferocemente, come bambini che ascoltano un temporale al buio. Qualunque cosa ci fosse lì fuori, non sapevamo che cos’era; gli scienziati non erano ancora riusciti a determinare la sua natura. Consigliavano di avere cautela ma in realtà non c’era alcuna ragione per lasciarsi prendere dal panico: il nostro lavoro era quello di restare sintonizzati, tenere duro e aspettare ulteriori sviluppi.</p>
<p>Nonostante fossimo ansiosi, malgrado tremiti di nervosismo corressero come topi attraverso i nostri corpi, volevamo vederla, qualsiasi cosa fosse, volevamo esserci; dopo tutto stava venendo verso di noi, il nostro compito era di essere testimoni, come se fossimo noi i prescelti, da lì fuori, dall’altra parte del cielo.</p>
<p>Dopo che si era saputo che la nostra città sarebbe stata il punto di atterraggio più probabile, le troupe televisive arrivarono a valanghe. Ci domandavamo dove sarebbe atterrato: tra lo stagno delle anatre e le altalene del parco pubblico, o nel profondo dei boschi che segnavano il confine a nord della città, o forse nei terreni vicino al centro commerciale, dov’erano già in corso degli scavi, o forse sarebbe planato sull’antico grande magazzino della Main Street e si sarebbe schiantato negli appartamenti del secondo piano sopra la Pizzeria e “Caffè Mangione”, mandando in frantumi vetri e mattoni, o forse sarebbe atterrata nella superstrada e avremmo visto gli autoarticolati capovolgersi, grossi pezzi di pavimento sollevarsi in blocchi taglienti, le macchine avrebbero sbandato sui guard-rail e sarebbero rotolate giù nel terrapieno. Poco prima dell’una in punto qualcosa apparve nel cielo.</p>
<p>Molti di noi erano ancora a pranzo, altri erano già fuori, rimanevano inerti nelle strade e nei marciapiedi, guardando fisso qualche punto. Si sentivano pianti e grida, si vedevano braccia alzate in aria, gesti sfrenati di gente che puntava il dito. E in effetti qualcosa stava luccicando, lassù nel cielo, qualcosa stava brillando, nell’aria blu dell’estate – e qualsiasi cosa fosse, la vedevamo chiaramente.</p>
<p>Le segretarie negli uffici correvano alle finestre, i magazzinieri abbandonavano le casse e correvano in fretta fuori, gli operai in strada – nel loro elmetto arancione – guardavano in alto sollevando gli occhi dall’asfalto e portandosi una mano alla fronte per ripararsi gli occhi dal sole. Quello splendore lontano, quel punto che brillava, deve essere durato circa tre o quattro minuti. Poi cominciò a crescere sempre di più, fino a quando prese le dimensioni di una moneta di dieci centesimi, o forse di venticinque. Improvvisamente tutto il cielo sembrò riempirsi di punti dorati che iniziarono a cadere su di noi, come se fosse un polline sottile, una polvere gialla. Finì sui tetti in pendenza, cadde sui marciapiedi, coprì le maniche delle camicie e le superfici delle automobili. Non sapevamo che farcene.</p>
<p>Per circa tredici minuti quella polvere gialla continuò a venir giù. Durante tutto quel tempo non riuscivamo a vedere il cielo. Poi svanì. Il sole riprese a brillare, il cielo era sempre blu. Per tutta la durata della pioggia d’oro, ci avevano avvertito di stare attenti e riparati, di evitare di toccare quella sostanza che proveniva dallo spazio cosmico, ma tutto accadde così velocemente che la maggior parte di noi avevano strisce gialle sui vestiti e nei capelli.</p>
<p>Subito dopo gli le raccomandazioni arrivarono delle caute rassicurazioni: i test preliminari rivelavano che non c’era niente di tossico ma la natura della polvere gialla era ancora sconosciuta. Gli animali che l’avevano mangiata non mostravano alcun sintomo. Ci esortarono a rimanere lontani dalla polvere e aspettare i nuovi test.</p>
<p>Nel frattempo si posava sui prati, sui marciapiedi e sui gradini dell’ingresso, ricopriva i nostri aceri e i pali telefonici. Sembrava volerci ricordare che la mattina ci saremmo svegliati dopo la prima nevicata. Dalle verande guardavamo le spazzatrici su tre ruote muoversi lentamente lungo le strade, portandosi via quella polvere in grandi tramoggie. Bagnammo l’erba dei nostri giardini, i sentieri d’ingresso, i mobili delle verande. Guardavamo in alto verso il cielo, aspettando altre notizie – sentivamo già i rapporti che dicevano “la sostanza è composta da organismi monocellulari” – e intanto cresceva anche la nostra delusione.</p>
<p>Avremmo voluto, eccome se lo volevamo – ma chi sapeva cosa stavamo cercando? –, avremmo voluto sangue, ossa spezzate, grida di agonia. Edifici che si sbriciolavano nelle strade e auto che bruciavano. Ci aspettavamo una mostruosa versione di noi stessi, dalla testa oblunga e dal collo affusolato come uno stelo, lucenti robot spietati con armi dai raggi mortali. Oppure nobili signori dell’universo dagli occhi teneri e gentili pronti a inaugurare una nuova e gloriosa era. Avremmo voluto terrore ed estasi – qualsiasi cosa tranne questa polvere gialla.</p>
<p>Si può dire che è stata un’invasione? Poco più tardi, nel pomeriggio, abbiamo saputo che gli scienziati erano tutti d’accordo: la polvere era un oggetto vivente. Alcune campionature furono spedite a Boston, Chicago e Washington D.C. Gli organismi unicellulari sembravano innocui, ma l’ordine era di non toccare niente, di tenere le finestre chiuse e lavarsi le mani. Le cellule si riproducevano per fissione binaria. Sembrava che non facessero nient’altro se non moltiplicarsi.</p>
<p>Il mattino dopo ci risvegliammo in un mondo coperto di polvere gialla. Giaceva sui reciti e sulle traversine dei pali telefonici. Strisce di pneumatici neri apparvero nelle strade gialle. Sbattendo le ali, gli uccelli alzarono spruzzi di polvere. Tornarono al lavoro le spazzatrici con le manichette che schizzavano sulle strade d’accesso alla città e sui prati, creando una nebbia gialla e rivelando il colore nero e verde che era rimasto sotto. In una un’ora le strade e i prati sembravano campi gialli. Linee di giallo correvano lungo i cavi e i fili telefonici.</p>
<p>Secondo i telegiornali, gli organismi unicellulari hanno la forma di un baccello e si nutrono per fotosintesi. Un’unica cellula, messa in una provetta illuminata intensamente, si divide a una velocità tale che la provetta si riempirà in circa quaranta minuti. Una stanza intera, ben illuminata, sarà piena in sei ore. Gli organismi si adattano con difficoltà ai nostri schemi classificativi, anche se in certi aspetti s’assomigliano all’alga verde blu. Non c’è nessuna evidenza che siano pericolosi per la vita umana o animale.</p>
<p>Siamo stati invasi dal niente, dal vuoto, da una polvere animata. L’invasore sembra non avere nessun’altra caratteristica se non l’abilità di riprodursi velocemente. Non ci odia. Non cerca il nostro annientamento, la nostra sottomissione e umiliazione. E non desidera neanche proteggerci da qualche pericolo, salvarci, insegnarci il segreto dell’immortalità. L’unica cosa che vuole è replicarsi. E’ possibile che prima o poi troveremo il modo per limitare la diffusione di questo intruso primitivo, o riusciremo persino di eliminarlo; ma è anche possibile che non ce la faremo e che la nostra città sparirà gradualmente sotto questo cumulo fatale. Quanto più seguiamo le notizie giorno dopo giorno, cresce la sensazione che ci meritavamo qualcos’altro, qualcosa di più audace, di più grandioso, un qualcosa più eccitante, entusiasmante focoso o feroce, qualcosa che avrebbe potuto rappresentare una rivelazione o un nuovo destino. Immaginavamo di proteggere i nostri figli decapitando i tentacoli che si allungavano nelle case attraverso le finestre in frantumi degli scantinati. Invece, scopiamo i vialetti, laviamo le verande, scrolliamo le scarpe e gli sneakers.</p>
<p>L’invasore è entrato nelle nostre case. Nonostante le tapparelle abbassate e le tende chiuse, adesso è in grossi strati sui tavolini e i davanzali. Sta sulle nostre televisioni a schermo piatto e sui stretti bordi dei Dvd conservati uno sull’altro. Guardiamo la polvere gialla che ricopre ogni cosa, formando leggere ondulazioni. Possiamo quasi vederla lievitare lentamente, come fa il pane. Qui e là acchiappa la luce del sole e, per un momento, ci ricorda i campi di grano. A modo suo è qualcosa di estremamente sereno e pacifico.</p>
<p><em><strong>(The New Yorker, Febbraio 2009)</strong></em></p>
<p>Traduzione di Fabrizia B. Maggi</p>
<p>Editing di Lucio Severi</p>
<p>Progetto grafico di Silvia Buffo</p>
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		<title>Il fuoco del Newroz e la primavera del popolo curdo</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 16:03:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Marroni*. L&#8217;inizio della primavera coincide per i curdi con il festeggiamento del loro capodanno. Il Newroz, una tradizione di origini zoroastriane nata in Persia in epoca preislamica, vuol dire letteralmente  “nuovo giorno”, ma per il popolo curdo questa festa è diventata un importante momento di unità nazionale. Attraverso questa ricorrenza, i vari gruppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1337" title="06_newroz_botan_2003_sereaveten_400" src="http://www.noaweb.it/public/06_newroz_botan_2003_sereaveten_4001-300x213.jpg" alt="06_newroz_botan_2003_sereaveten_400" width="199" height="212" />di<strong> Annalisa Marroni*. </strong>L&#8217;inizio della primavera coincide per i curdi con il festeggiamento del loro capodanno. Il Newroz, una tradizione di origini zoroastriane nata in Persia in epoca preislamica, vuol dire letteralmente  “nuovo giorno”, ma per il popolo curdo questa festa è diventata un importante momento di unità nazionale. Attraverso questa ricorrenza, i vari gruppi tribali, discendenti dagli abitanti dell’arco montuoso formato dai monti Tauro e Zagros,  ricordano l’antico passato comune rinsaldando così la propria memoria collettiva, compromessa dalle politiche repressive attuate dai diversi Paesi in cui sono distribuiti. Come è noto, infatti, i curdi si trovano divisi tra quattro Stati: Turchia, Siria, Iran e Iraq. Dalla fine dell’impero ottomano ad oggi, nessuno di questi Stati ha riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni di indipendenza nazionale. <span id="more-1332"></span><br />
La leggenda vuole che il 21 marzo del 612 a.C., i Curdi siano stati liberati dalla dinastia persiana dei Pishdad grazie all’intervento del fabbro Kawa, che uccise il re persiano Giamshid. Questi aveva due escrescenze sulle spalle che si nutrivano di cervelli umani: il tributo umano che le popolazioni a lui sottomesse dovevano pagare era quindi molto alto. Un giorno, però, Kawa si ribellò e uccise Giamshid, ponendo fine a questo sopruso. Accese, poi, un fuoco con il quale guidò il ritorno del suo popolo tra le montagne.</p>
<p>Il fuoco è l’elemento centrale dei festeggiamenti del capodanno: anche a Roma, al centro di un vasto spiazzo &#8211; presso l&#8217;associazione culturale Ararat, dove ogni anno la comunità curda celebra la ricorrenza &#8211; è stato acceso un grande falò per commemorare il mitico episodio. Attorno a questo fuoco sono iniziate le danze, mentre alcuni ragazzi sventolavano delle bandiere dipinte di rosso, verde e giallo ( i colori del popolo curdo), e altre con il ritratto di Ocalan, lo storico leader del Pkk in Turchia. Attraverso le danze collettive intorno al fuoco, i giovani curdi hanno coinvolto tutti i presenti ad unirsi a loro, in una serata in cui mito e storia si sono intrecciati per dare voce ad un popolo che troppo spesso è stato costretto a tacere.<br />
In molti paesi, infatti, il festeggiamento del Newroz è vietato. La Turchia, ad esempio &#8211; dove vige una costituzione, risalente al 1980, che contiene degli articoli che negano il riconoscimento, la difesa e la salvaguardia di altre etnie, minoranze linguistiche e religiose &#8211; impediva le celebrazioni curde del Newroz, perché costituivano un’occasione per questa minoranza di rivendicare il riconoscimento dei propri diritti e della propria identità. Recentemente, invece, si è appropriata di questa ricorrenza includendola tra le proprie feste nazionali, per affermare la propria unità nazionale a scapito delle minoranze etniche presenti sul suo territorio. Poiché la questione curda in Turchia è ancora una ferita aperta, i festeggiamenti sono spesso caratterizzati da violenze e repressioni a danno di questa popolazione.</p>
<p>Anche in Iran la festa è vietata perché risalente all’epoca zoroastriana. In Siria, invece, è possibile festeggiare il capodanno, ma i Curdi restano una minoranza oppressa: dal 1963 a oggi ben 300.000 Curdi siriani sono stati privati dei documenti d’identità e vivono come clandestini nelle loro terre. Solo in Iraq il Newroz è festeggiato liberamente, adesso che il presidente della Repubblica irachena è di etnia curda.<br />
La questione curda, spesso sfociata in derive terroristiche a causa dell’impossibilità di affermare liberamente le proprie rivendicazioni politiche, resta ancora irrisolta come dimostrano due episodi che hanno riacceso nelle ultime settimane l’attenzione internazionale. In Italia e in Francia è stata condotta un’azione di polizia volta a smantellare una rete internazionale finalizzata al reclutamento di militanti per il PKK, che ha portato all’arresto di quindici persone di etnia curda accusati di aver creato dei distretti di reclutamento per ragazzi da inviare a compiere atti terroristici all’estero. Lo scorso 5 marzo in Belgio, all’interno della stessa operazione, le forze di polizia hanno sequestrato e devastato la sede dell’emittente satellitare curda Roj tv, ponendo in stato d’arresto otto persone. Questi episodi, condannati dalla popolazione curda come un ulteriore tentativo di criminalizzazione nei suoi confronti, dimostrano quanto la questione sia ancora aperta e  di difficile soluzione.</p>
<p><strong>*Annalisa Marroni ha frequentato i Seminari 2010 a Tor Vergata</strong>.</p>
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		<title>Per Israele ogni turista è un ambasciatore</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 16:40:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Patrick Martin*. Israele è stato pesantemente criticato per aver guidato unilateralmente la guerra contro Hamas a Gaza, per i possibili coinvolgimenti nelle uccisioni e per i commenti inappropriati del ministro degli Affari esteri nei confronti degli stati vicini – e il governo israeliano ha deciso di procedere al contrattacco. E’ stata scelta la linea diplomatica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1241" title="yiddishpolicemen1" src="http://www.noaweb.it/public/yiddishpolicemen1-231x300.jpg" alt="yiddishpolicemen1" width="183" height="266" />di <strong>Patrick Martin*</strong>. Israele è stato pesantemente criticato per aver guidato unilateralmente la guerra contro Hamas a Gaza, per i possibili coinvolgimenti nelle uccisioni e per i commenti inappropriati del ministro degli Affari esteri nei confronti degli stati vicini – e il governo israeliano ha deciso di procedere al contrattacco. E’ stata scelta la linea diplomatica per condurre la battaglia verso destinazioni estere. Ma anziché appellarsi ai diritti umani o ai rapporti internazionali, il governo israeliano vuole che il mondo sappia che gli israeliani non viaggiano sui cammelli e non mangiano solo kebab, come indica la serie di spot televisivi appena uscita in Israele visionabili su <a href="http://www.masbirim.gov.il/"><strong>www.masbirim.gov.il</strong></a><strong>.</strong><span id="more-1240"></span></p>
<p>Israele è più dei cammelli, dei kebab e dei boom esplosivi. Gli spot pubblicitari, che fanno parte dell’iniziativa chiamata “Making the Case of Israel” (fare il caso di Israele), sono stati visti per la prima volta lo scorso weekend e sono indirizzati al largo numero di israeliani che ogni anno viaggiano all’estero. Una delle pubblicità dice che la gente in giro per il mondo pensa che i cammelli siano il comune mezzo di trasporto in Israele, un’altra allude alla credenza che la dieta israeliana consiste in kebab cotti su una griglia primitiva, mentre la terza fa notare che i fuochi d’artificio del giorno dell’Indipendenza sono spesso fraintesi per azioni militari.</p>
<p>“Sei stufo del modo in cui veniamo dipinti in giro per il mondo?” chiede ognuno dei tre spot. “Puoi cambiare l’immagine”. La campagna richiama i cittadini a dimostrare che Israele è un Paese moderno, sofisticato e ama la pace. Gli opuscoli che forniscono esempi e statistiche utili sono stati distribuiti dalle compagnie aeree.</p>
<p>“In merito all’immagine negativa di Israele nel mondo, abbiamo capito che Israele ha dovuto sfruttare le nostre risorse umane per controbattere la vasta somma di denaro a disposizione dei paesi arabi per la propaganda”, ha spiegato Yuli Edelstein , il ministro del governo responsabile per la diplomazia pubblica. “Abbiamo deciso di dare agli Israeliani che vanno all’estero strumenti e consigli per aiutarli a gestire gli attacchi verso Israele nelle loro conversazioni con la gente, materiale visivo e letture prima di interagire con il vasto pubblico. Speriamo così di riuscire insieme a cambiare l’immagine e dimostrare al mondo che esiste un’Israele diversa&#8221;.</p>
<p>Il ministro Edelstein ha chiamato le sue nuove reclute “Israeli Public Diplomacy Forces” (Forze diplomatiche pubbliche israeliane) secondo le già ben note &#8220;Israel Defence Forces&#8221; (Forze di difesa israeliane), l’esercito del paese. L’impegno della diplomazia nazionale, comunque, non raggiunge lo scopo nell’affrontare alcune delle impressioni più serie che la gente ha recentemente sviluppato su Israele.</p>
<p>Un’indagine recente del ministero del sig. Edelstein ha infatti rilevato che il 91% degli Israeliani crede che Israele abbia un’immagine negativa o molto negativa all’estero, mentre l’80% dice che Israele viene percepita come troppo aggressiva. Le pubblicità televisive fanno parte di una più vasta campagna per combattere l’immagine negativa che affligge il paese.</p>
<p>Uno studio pubblicatoil mese scorso dall’Istituto Reut, un think tank di Tel Aviv, ha rilevato che Israele sta affrontando una campagna globale di “delegittimazione” e ha esortato il governo di trattare la questione come una minaccia strategica. Sono citati esempi di manifestazioni anti-israeliane, tentativi di boicottare prodotti e istituzioni accademiche israeliane e minacce di arresto dei dirigenti del governo israeliano per dichiarati crimini di guerra. La campagna, informa l’istituto, è stata lanciata da un network di individui e organizzazioni con centri a Londra, Bruxelles, San Fransisco e Toronto.</p>
<p>A dicembre, il capo del governo Benjamin Netanyahu ha detto che il governo combatterà coloro che infangano la reputazione di Israele, citando il rapporto dell’ONU sulla guerra a Hamas a Gaza presieduto dal giudice sudafricano Richard Goldstone come Oggetto A. “Dobbiamo delegittimare i delegittimatori”, ha detto Netanyahu. Qui entrano in gioco i diplomatici cittadini, come anche altri gruppi.</p>
<p>Hadar, il nuovo gruppo d’azione degli Israeliani parlanti inglese, spera di poter far parte di questo network. Uno dei sei suoi primi eventi pubblici ospiterà una discussione di esperti condotta dal membro del Parlamento canadese Irwin Cotler su come combattere il “lawfare”, cioè le false azioni legali che demonizzano Israele. Come esempio di “lawfare” il gruppo cita il rapporto Goldstone che tenta di arrestare i dirigenti israeliani accusati di crimini di guerra, reclamando alla corte internazionale del tribunale di Haag.</p>
<p>Intanto istituzioni più riconosciute si stanno occupando del caso e stanno assumendo nuovi mezzi per affrontare la questione. Al centro per gli Affari Pubblici di Gerusalemme, un altro think tank gestito dall’ultimo ambasciatore ONU israeliano Dore Gold, giovani ragazzi vengono pagati per lanciare guerre virtuali ai vari blog noti per le loro critiche a Israele. L’esperienza della guerra di Gaza contro Hamas ha insegnato agli israeliani che devono essere inventivi, se vogliono replicare alle posizioni critiche sul loro paese proiettate dai palestinesi e da altri gruppi.</p>
<p><strong>(da: &#8220;The Globe and Mail&#8221;, pubblicato il 23 febbraio. Traduzione di Nezka Figelj  </strong><a href="mailto:nezka@hotmail.it"><strong>nezka@hotmail.it</strong></a><strong>). </strong></p>
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		<title>Prendiamo atto che il processo di pace in Medio Oriente è finito e che nel 2010 la politica estera di Israele potrebbe cambiare</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 13:10:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ronnie. Tra vecchio e nuovo anno, torniamo a parlare dello stato di Israele. Per farlo partiamo da una dichiarazione rilasciata lo scorso 3o dicembre dal presidente della Autorità Nazionale palestinese, Abu Mazen, che ha spiegato: “il processo di pace con Israele è paralizzato”. In questa analisi ci serviremo di un lungo editoriale apparso sulle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1081" title="Rabin-Arafat" src="http://www.noaweb.it/public/Rabin-Arafat-300x168.jpg" alt="Rabin-Arafat" width="182" height="181" />di <em><strong>Ronnie</strong></em>. Tra vecchio e nuovo anno, torniamo a parlare dello stato di Israele. Per farlo partiamo da una dichiarazione rilasciata lo scorso 3o dicembre dal presidente della Autorità Nazionale palestinese, Abu Mazen, che ha spiegato: “il processo di pace con Israele è paralizzato”. In questa analisi ci serviremo di un lungo editoriale apparso sulle pagine della rivista ebreo-americana “Commentary”, intitolato <em>The Deadly Price of Pursuing Peace</em>. <span id="more-1080"></span></p>
<p>La tesi del saggio è un pugno nello stomaco: il processo di pace iniziato a Oslo nel 1993 con la stretta di mano fra Rabin e Arafat è fallito, dice  Evelyn Gordon, l’autrice, e il suo fallimento ha indebolito lo stato israeliano, lo ha reso più aggressivo e lo ha trasformato in una sorta di “paria” all’interno della comunità internazionale.</p>
<p>Le conclusioni della dottoressa Gordon non sono necessariamente le nostre, come saprete se in questi ultimi due anni e mezzo avete letto Questioni di Frontiera, ma vogliamo servircene ugualmente perché condividiamo l’assunto di fondo del suo ragionamento – 16 anni di negoziati non hanno risolto la questione palestinese – e perché pensiamo che l’analisi di Commentary contribuisca, a suo modo, alla ricerca di eventuali vie di fuga dal pantano attuale.</p>
<p>In uno dei suoi libri, il presidente Obama ha scritto che in Israele c’è “l’apartheid”. Secondo molti osservatori, lo stato ebraico rappresenta una “minaccia alla pace globale” come se fosse l’Iran o la Corea del Nord. Le corti dei Paesi europei (in Belgio, Gran Bretagna e Spagna) hanno seriamente preso in considerazione l’ipotesi di processare ufficiali dello stato israeliano. Lo scorso autunno la Commissione Goldstone ha decretato che lo stato ebraico dovrà rispondere dell’invasione di Gaza del gennaio 2009 davanti al Tribunale Penale internazionale, per difendersi dalla accusa di “crimini di guerra e contro l’umanità”. Nei circoli mediatici ed accademici ci si interroga sulla genesi e il diritto all’esistenza dello stato ebraico come se fosse un esercizio assolutamente normale, che però nessuno applicherebbe mai ad altre nazioni del mondo, per esempio l’Iraq di Saddam Hussein.  Niente di tutto questa era immaginabile prima del processo di pace, quando Israele si rifiutava di dialogare con l’OLP, non si ritirava di un centimetro dalla “terra palestinese” e figuriamoci se pensava ad evacuare anche una sola delle sue colonie.</p>
<p>Da anni le classi dirigenti israeliane continuano a legare la propria legittimazione nel consesso internazionale alla prosecuzione del processo di pace con i palestinesi. La domanda è: come mai la reputazione di Israele si è ridotta al lumicino a dispetto delle numerose e “dolorose concessioni” fatte dai tempi di Oslo fino ad oggi? L’impressione è che il declino sia stato tanto precipitoso proprio per colpa di Oslo. Prima degli anni Novanta l’argomento in favore della sovranità israeliana era piuttosto semplice: siamo nella terra degli ebrei, nel cuore del loro regno biblico, concesso al popolo della Diaspora sulle spoglie del Mandato inglese di Palestina. La risoluzione delle Nazioni Unite del 1947 “raccomandava” di dividere questa terra con i palestinesi, ma i palestinesi e gli arabi non avevano alcuna intenzione di ubbidire all’Onu (ci sono parecchie guerre offensive, tutte vinte da Israele, a dimostrarlo). Nonostante Giordania ed Egitto fossero riuscite a conquistare la West Bank e Gaza intorno alla metà degli anni Cinquanta, queste terre sarebbero rimaste ancora a lungo senza uno stato e un’autorità riconosciuti; in seguito, i palestinesi sostituirono gli egiziani e i giordani nelle rivendicazioni su quel territorio, dando vita alla loro lotta di liberazione nazionale.</p>
<p>Dal 1993, gli uomini politici israeliani hanno iniziato a riconoscere i “legittimi diritti politici” dei palestinesi di Gaza e della West Bank. Nel 1998 il laburista Ehud Barak va in tv spiegando che “se fossi un palestinese entrerei in una organizzazione terrorista, perché i palestinesi sono legittimati a combattere”. Dichiarazioni del genere sarebbero state impensabili nei decenni precedenti ma diventano una caratteristica della classe dirigente israeliana dopo Oslo, sia a destra che a sinistra. (Tradizionalmente, i laburisti pensavano di poter cedere dei territori agli arabi non perché fosse un loro “diritto” ma per una necessità strategica di pacificazione). In un discorso alla Knesset del 2003, il premier Sharon disse: “Penso che sia una cattiva idea per Israele continuare a tenere sotto occupazione 3 milioni e mezzo di persone, sì, è un’occupazione, forse la parola non vi piacerà, ma quello che sta succedendo è una occupazione”. Se quelli dei palestinesi erano dei “diritti” e quella israeliana una “occupazione” allora era necessario ritirarsi, perché solo ritirandosi, col tempo, le ferite si sarebbero rimarginate ritrovando la strada di una convivenza pacifica.</p>
<p>Così è avvenuto nel 2005 a Gaza e il successore di Sharon, Ehud Olmert, l’anno successivo ha costruito la sua piattaforma elettorale sul ritiro unilaterale dalla West Bank. Per la prima volta, le truppe israeliane intervenivano per sgomberare i coloni espropriandoli delle loro case. Le decisioni di Sharon e di Olmert, pensate per ridare lustro alla immagine dello stato ebraico nel mondo, hanno prodotto non solo un aumento dei morti israeliani ma anche, e molto più drammatico, di vittime palestinesi. E niente può danneggiare di più una “democrazia militare” quanto le immagini di vittime tra i civili come quelle diffuse dai media durante la Seconda Guerra in Libano del 2006 e l’Operazione “Piombo Fuso” del 2009. Eppure analisi statistiche rese note da <em>B’Tselem</em> (il Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati) evidenziano il legame che c’è tra il ritiro da Gaza e l’aumento dei morti palestinesi. Durante la Prima Intifada, quella delle pietre, dal 1987 al 1993, quando Israele controllava i territori, il suo esercito uccise circa 1.070 palestinesi. Durante la Seconda Intifada , quella dei kamikaze, nel periodo compreso dal Settembre del 2001 all’agosto del 2002, le vittime palestinesi sono state 1.015 (in totale 3.713 in sei anni). Nelle sole tre settimane della Guerra di Gaza, nel gennaio del 2009, l’esercito israeliano ha ucciso circa 1.166 palestinesi. In West Bank invece il numero dei morti è sceso progressivamente dopo che i territori sono stati rioccupati con l’operazione <em>Defensive Shield</em> dell’aprile 2002. Nel 2008, in West Bank, sono morti 52 palestinesi, una cifra deprecabile ma modesta se la paragoniamo a quanto accade nell’Hamastan. C’è stato il Muro, ci sono i valichi, ma questo con il passare del tempo non ha impedito una fragile e speriamo non casuale ripresa economica della Cisgiordania.</p>
<p>Quando l’esercito israeliano controlla il territorio è in grado di garantire un minimo di sicurezza. Quando invece si ritira, diventa tutto più difficile, soprattutto se i miliziani di Hamas iniziano ad usare i loro fratelli come “scudi umani”. Le immagini rubate dai satelliti della intelligence israeliana a Gaza mostrano che la tattica di Hamas all’inizio dello scorso anno è stata esattamente questa. Se tutti consideriamo stupido accreditare chi esalta le presunte “virtù etiche” dell’esercito israeliano, nello stesso tempo dovremmo chiederci che tipo di etica è quella che inneggia al martirio e che si fa scudo di scuole e ospedali. Un effetto del processo di pace, quindi, è stato paradossalmente quello di provocare una recrudescenza del terrorismo palestinese. Tra il 2003 e il 2004, secondo fonti dello <em>Shin Bet</em>, le vittime israeliane sono state superiori al numero complessivo dei morti dei precedenti <em>53 anni</em>. Durante e dopo il ritiro da Gaza, Hamas ha sparato qualcosa come 6,000 missili e colpi di mortaio nel Sud di Israele. Il processo di pace ha quindi messo le classi dirigenti israeliane con le spalle al muro: starsene sedute con le mani in mano mentre i loro cittadini venivano attaccati periodicamente, oppure far scattare una reazione militare che avrebbe prodotto inevitabilmente delle vittime tra i palestinesi, riacutizzando il discredito della comunità internazionale verso lo stato ebraico.</p>
<p>Il ritiro da Gaza ha avuto anche un&#8217;altra conseguenza. Ha dato una nuova energia ai movimenti “anti-sionisti” e anti-ebraici, radicali, di destra e di sinistra, europei ed occidentali. Lo scorso 27 dicembre, un gruppo di pacifisti della <em>Gaza Freedom March</em> ha rifiutato l’offerta della moglie di Mubarak di passare dal valico di Rafah per congiungersi con i palestinesi (l’obiettivo era marciare verso il valico di Eretz per chiedere la fine dell’assedio israeliano). Il motivo del rifiuto? La signora Suzanne era disposta a concedere l’attraversamento del valico solo a 100 dei mille pacifisti presenti, e questo per loro “era inaccettabile”. L’Egitto è lo stesso Paese che sta costruendo un muro per separarsi da Gaza, dopo che per anni ha contrastato i traffici illeciti sotto la Striscia ricorrendo anche all’uso del Gas, ma il Cairo non fa “notizia”, è un problema secondario per i pacifisti, a differenza della Muro israeliano.</p>
<p>I boicottaggi ai danni dello stato ebraico hanno un effetto e una risonanza altrettanto grande sull’opinione pubblica internazionale, rafforzando l’idea dei “crimini contro l’umanità” commessi dagli israeliani. In realtà, non sempre i movimenti e le organizzazioni che indicono questi boicottaggi lo fanno in modo compatto e coeso. Il New York Times ha scritto che solo 198 dei 67,000 membri della <em>British lecturer’s union</em> (NATFHE) approvarono il boicottaggio di Israele alla conferenza dell’organizzazione inglese nel 2006. I membri che presero la decisione erano i delegati dalla base e votarono sulla base delle loro convinzioni sul conflitto israelo-palestinese, decidendo per tutti gli altri. I boicottaggi scattano anche quando il processo di pace riprende il suo lento e svogliato svolgimento. Dopo il ritiro di Sharon da Gaza, Olmert dichiarò di voler proseguire con la West Bank. Nello stesso periodo, il Guardian titolava <em>Israel and Apartheid: A Special Report</em>, parlando del boicottaggio indetto dagli accademici delle università inglesi e della <em>Canadian Union of Public Empoyees’</em> dell’Ontario. Ogni volta che Israele fa una concessione, insomma, nei radicali anti-israeliani scatta l’impulso di azzannare alla gola lo stato ebraico.</p>
<p>Nel giugno del 2000, Israele ha offerto ai palestinesi circa l’88 per cento dei territori, compresa una grande parte di Gerusalemme Est. La risposta fu la Seconda Intifada, dopo l’infelice visita di Sharon sulla Spianata delle Moschee. Nel gennaio del 2001, a Taba, Israele fece ulteriori concessioni per non scontentare gli americani, decisioni che avrebbe pagato care piangendo i suoi morti nei ristoranti sugli autobus e nelle discoteche. E’ probabile che per il popolo israeliano queste “concessioni” rappresentino una sincera speranza di arrivare alla pace, ma per i suoi nemici (Hamas, l’Hezbollah, e i loro sponsor iraniani e siriani) sono un segnale di panico della classe dirigente di Tel Aviv, un modo per far riacquistare slancio e consenso al Jihad e per mostrare tutta la debolezza e le contraddizioni della democrazia israeliana. “Abbiamo disperatamente bisogno della pace,” disse Olmert in un discorso del 2005, “perché siamo stanchi di combattere, stanchi di essere coraggiosi, stanchi di vincere”. Nei giorni successivi il quotidiano Haaretz commentava “Lo Stato di Israele è finito”. E’ in questo modo che nell’ultimo ventennio gli israeliani sono stati educati a pensare che la loro sopravvivenza dipenda dagli accordi di pace e dalle progressive concessioni fatte ai palestinesi, come il rilascio di centinaia di detenuti palestinesi in cambio del caporale Shalit. Ogni fallimento del processo, però, determina un nuovo conflitto. Proseguire sulla strada di Oslo, dunque, rischia di voler dire proseguire sulla strada della guerra.</p>
<p>Nel campo palestinese, le buone intenzioni di Oslo si sono trasformate in una diplomazia dai tratti ‘ossessivi’ che viene portata avanti in nome di alcune rivendicazioni irrinunciabili: Gerusalemme Est capitale del nascente Stato di Palestina e il rientro in Israele di 4,7 milioni di discendenti dei rifugiati palestinesi, i quali, insieme al milione e mezzo di cittadini arabi israeliani, una volta tornati “a casa” stravolgerebbero l’identità stessa dello stato ebraico, innescando uno tsunami demografico i cui esiti appaiono a dir poco sconvolgenti: se il numero degli arabo-palestinesi superasse quello degli israeliani basterebbe un voto (democratico) per farla finita con lo “stato ebraico”. Non è chiaro perché la classe politica israeliana debba accettare di suicidarsi in questo modo, se non per accontentare la comunità internazionale, a meno che la creazione di un eventuale stato “bi-nazionale” e “secolare” sia il prezzo che gli ebrei devono pagare per non sparire dalla mappe geografiche e fare ammenda della loro colpa primordiale.</p>
<p>Per invertire il trend che ha danneggiato l’immagine di Israele nel mondo, sostiene la dottoressa Gordon, bisogna smetterla di credere che “la pace” a tutti i costi sia la soluzione del problema. Israele e i suoi alleati devono difendere il diritto dello stato ebraico a rivendicare i propri territori ogni volta che ce n’è bisogno. Nel discorso del Cairo, quando Obama ha lasciato intendere che il la creazione di Israele fu una specie di ricompensa per l’Olocausto, il presidente ha commesso un grave errore storico: in questi luoghi c’è la memoria di un popolo vecchio di 4.000 anni, nato molto tempo prima del Nazismo. Israele non dovrà più cedere altra terra ai palestinesi fino a quando essi non si dimostreranno capaci di prevenire e contrastare il terrorismo, e se la pioggia di missili da Gaza dovesse ricominciare allora anche la Striscia potrebbe essere rioccupata, anche se questo, aggiungiamo noi, si chiama paternalismo ed è un lascito dell’epoca coloniale. La classe dirigente israeliana deve assumersi delle responsabilità e dire al Paese che, per il momento, la pace è impossibile, come ha fatto Abu Mazen alla fine dell’anno. La cultura del “processo di pace” sta cambiando e i discorsi di &#8220;Bibi&#8221; alla <em>Bar-Ilan University</em> del giugno 2009 e alla Assemblea Generale dell’Onu lo scorso ottobre mostrano che lo stato israeliano è pronto alla pace ma non è più disposto a fare concessioni senza ricevere nulla in cambio. In 61 anni lo stato ebraico è cresciuto, si è sviluppato, la sua popolazione è aumentata, la sua democrazia – per quanto “militare” – continua a reggere. Tutto questo in una regione dove il sistema democratico è pressoché sconosciuto. Israele può continuare a esistere anche in mancanza di pace. Abu Mazen se n’è reso conto. Il suo successore troverà un’altra soluzione che riapra i giochi?</p>
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		<title>Il Congo, il coltan e la &#8216;guerra mondiale africana&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 17:44:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Valentina Verdini*. E’ difficile tracciare un quadro sintetico della situazione dell’attuale Repubblica del Congo. Per poter capire fino in fondo il conflitto che ancora anima la parte est del paese al confine col Ruanda, tra Hutu e Tutsi e il Nord Kivu, teatro di scontri etnici tra le nazioni limitrofe, bisogna tornare indietro nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1249" title="13congo_slide11" src="http://www.noaweb.it/public/13congo_slide11-300x200.jpg" alt="13congo_slide11" width="196" height="207" />di <strong>Valentina Verdini*</strong>. E’ difficile tracciare un quadro sintetico della situazione dell’attuale Repubblica del Congo. Per poter capire fino in fondo il conflitto che ancora anima la parte est del paese al confine col Ruanda, tra Hutu e Tutsi e il Nord Kivu, teatro di scontri etnici tra le nazioni limitrofe, bisogna tornare indietro nella storia e precisamente al periodo di colonizzazione. Alla fine del 1800, infatti, l’odierno Congo diviene una colonia del Belgio;  i colonizzatori dividono le popolazioni del Ruanda e del Congo sulla base del rango sociale e dei tratti somatici in Hutu e Tutsi, appoggiandosi a questi ultimi per governare. Alla fine della decolonizzazione, gli Hutu riversano tutto il loro odio nei confronti dei Tutsi in un vero e proprio massacro. <span id="more-1208"></span></p>
<p>Alla  prima ondata di pulizia etnica, nel 1962, segue nel 1994 quello che sarà definito il peggior genocidio del secondo millennio dopo quello contro gli ebrei. La trentennale dittatura di Sese Seka Mobutu non serve a calmare i dissapori.</p>
<p>Dopo gli ultimi scontri gli Hutu formano delle milizie paramilitari &#8211; le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR), che nel 1998 si rendono responsabili di un nuovo massacro dei Tutsi; questi ultimi invece costituiscono il Congresso Nazionale per la difesa del Popolo (CNDP).</p>
<p>Da ciò ha inizio quella che viene chiamata la “Guerra Mondiale Africana”, che termina nel 2003, e che vede coinvolte otto nazioni africane, tra cui le più attive sono Congo, Ruanda, Burundi e Uganda, e ben 25 gruppi armati, alcuni dei quali ancora attivi. Al termine del conflitto, la zona orientale del Congo, il Nord Kivu, rimane occupata da gruppi ribelli stranieri, creando continui momenti di tensione e migliaia di sfollati. L’accordo di pace firmato agli inizi del 2008 non è servito a placare i massacri.</p>
<p>La presenza di una esigua quantità di Caschi blu dell’Onu, i MONUC, pari a 10.000 soldati rispetto ad una popolazione che nella sola regione del Kivu conta 10 milioni di civili, risulta insufficiente a garantire stabilità e controllo della regione. Negli ultimi mesi del 2008 la situazione è degenerata nuovamente quando l’Uganda ed il Ruanda hanno deciso di appoggiare gli attacchi del CNDP, guidato da Laurendt Nkunda, accusando il Congo di sostenere gli “Interahamwe” delle “Forze armate di Liberazione del Ruanda”(FDLR), gli estremisti Hutu responsabili del genocidio in Ruanda.</p>
<p>Uganda e Ruanda sostengono quindi la legittimità di colpire le basi del FDLR e dei suoi alleati, “l’Esercito di Liberazione del Signore” (LRA), che si trovano nella regione congolose del Nord Kivu. L’avanzata di Nkunda è stata veloce, occupando in poco tempo le città di Rutshuru e Goma, capitale del Nord Kivu, insieme alla base militare di Rumangabo. Nel frattempo la popolazione è stata vittima di violenze congiunte da parte sia del LRA e sia dello stesso CNDP. I civili sono stretti dalla morsa delle milizie locali e dei ribelli che con le loro azioni costringono i profughi a spostarsi continuamente in zone che in ogni momento potrebbero diventare altrettanti teatri di guerra.<br />
Il 22 gennaio del 2009 viene arrestato Laurendt Nkunda, figura appoggiata economicamente e militarmente dagli Stati Uniti. Stando alle accuse a lui mosse, dietro il dichiarato intento di combattere un governo corrotto, il generale portava avanti una politica di pulizia etnica nei confronti degli Hutu.</p>
<p>A tutt’oggi le condizioni nel Nord Kivu sono drammatiche. Nonostante se ne parli poco in Occidente, la situazione è una delle più preoccupanti nello scenario globale. Centinaia di sfollati e circa 6 milioni di morti (la metà dei quali bambini)  vengono contati dall’inizio del conflitto dalle associazioni umanitarie. Anche per quest’ultime operare sul campo e aiutare la popolazione rappresenta uno sforzo immane, non soltanto per la mancanza di vaccini, farmaci e di beni di prima necessità, ma anche per i continui attacchi dei ribelli.</p>
<p>In questo scenario di guerra, ricondurre le cause della violenza alle sole ragioni dell&#8217;odio e delle rivalità inter-etniche risulta errato. Dietro ai massacri tra tribù, vi sono altri attori che muovono le fila di questi burattini (in-)consapevoli. Il Congo è una miniera aperta, un paese ricco di risorse naturali quali cobalto (essenziale per le industrie nucleari, chimiche, aerospaziali e della difesa), diamanti, stagno, oro, rame, petrolio, carbone, uranio e zinco, senza contare le immense risorse di legno.</p>
<p>Ma la risorsa oggi diventata più importante è il coltan, di cui il Congo orientale è la più grande riserva mondiale. Il coltan è un minerale simile a fango di sabbia nera ma dalla capacità economica e strategica immensa, in quanto viene usato per ottimizzare il consumo della corrente elettronica nei chip di nuovissima generazione. Viene quindi utilizzato nei telefonini, nelle telecamere, nei pc portatili dove è necessario risparmiare energia della batteria.</p>
<p>Il coltan inoltre è radioattivo e contiene anche dell’uranio: per questo è indispensabile nell&#8217;industria aerospaziale, per fabbricare i motori dei jet, oltre agli air bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche. I proventi derivanti dalla vendita alle multinazionali occidentali di questo indispensabile minerale vengono utilizzati per acquistare le armi necessarie ai soldati e ai ribelli.</p>
<p><strong>* Valentina Verdini segue i seminari di QF a Tor Vergata.</strong></p>
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		<title>1989-2009. La crisi internazionale come l&#8217;entre-deux-guerres?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 22:29:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di fm. Anche gli analisti della storia contemporanea si dividono in apocalittici e integrati, organici e disorganici, eretici e ortodossi. Ma c&#8217;è una dimensione del pensiero che accomuna gli studiosi di geopolitica e gli storici di tutte le latitudini. Qualcuno allude, qualcun altro rilancia: è la teoria dei lunghi cicli storici che non è solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-606" title="pict_20090415PHT53752" src="http://www.noaweb.it/public/pict_20090415PHT53752.jpg" alt="pict_20090415PHT53752" width="224" height="174" />di <strong>fm</strong>. Anche gli analisti della storia contemporanea si dividono in apocalittici e integrati, organici e disorganici, eretici e ortodossi. Ma c&#8217;è una dimensione del pensiero che accomuna gli studiosi di geopolitica e gli storici di tutte le latitudini. Qualcuno allude, qualcun altro rilancia: è la teoria dei <em>lunghi cicli storici </em>che non è solo il &#8216;corsi e ricorsi&#8217; del buon Vico, ma è una teoria ben definita della storiografia moderna &#8211; quella che studia il ripresentarsi ciclico di fenomeni e di eventi &#8211; e ha il suo nume tutelare in <a href="http://www.joshuagoldstein.com/index.htm" target="_blank"><strong>Joshua S. Goldstein</strong></a>. Vediamo come si applicherebbe questa teoria alla situazione attuale. A partire dal 1989, data-simbolo di un secolo che non si decide a finire, muta lo scacchiere internazionale e si mettono in soffitta i paradigmi con i quali si interpretavano i rapporti tra  le nazioni: guerra fredda, stato-nazione, equilibrio tra le superpotenze. Come per il 2001, è un <a href="http://www.ibs.it/code/9788806173456/belpoliti-marco/crolli.html" target="_blank"><strong>crollo</strong></a> a stabilire l&#8217;inizio di un nuovo ciclo storico.<span id="more-603"></span></p>
<p>Il ventennio che abbiamo ormai alle spalle fa registrare cambiamenti sostanziali che hanno investito, come è noto, non solo il progresso tecnologico dispiegato nella sua veste capillare di nuovo potere globale della comunicazione informatizzata; ma in particolare le forme delle relazioni internazionali, i concetti di guerra e di espansione, l&#8217;emergere di conflitti inediti.</p>
<p>La finanza (il capitale) mostra il volto di perno di un sistema su scala planetaria di tipo non solo economico e politico ma anche culturale, il cui paradigma si radicalizza nel confronto-scontro con le civiltà e le culture &#8216;altre&#8217;; e infine mostra  la sua facciata fragile di gigante dai piedi di argilla, con la recente crisi globale che i media hanno prontamente riportato agli spettri del 1929. In assenza di un nuovo principio regolatore, con la insufficienza conclamata dei vecchi organismi internazionali ormai inservibili di fronte ai nuovi conflitti, e con il  declino americano seguito all&#8217;attacco dell&#8217;11 settembre e alla crisi finanziaria, le politiche belliche e gli equilibri tra le nazioni risentono di un clima di anarchia che fa tutt&#8217;uno con i sintomi oggettivi di un degrado etico-politico ad ampio raggio (i nuovi razzismi, le forme totalitarie che opprimono le società degli stati emergenti o delle &#8216;nuove&#8217; potenze).</p>
<p><a href="http://www.brunomondadori.com/scheda_opera.php?materiaID=82&amp;ID=3412" target="_blank"><em><strong>La crisi</strong></em></a> si intitola uno studio di L. Bonanate, nel quale circola a più riprese l&#8217;allusione ai cicli storici, al raffronto che sarebbe possibile istituire tra la situazione del dopo Muro di Berlino (1989-2009) e l&#8217;<a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788815132642/Crisi_tra_le_due_guerre_mondiali/Richard_J_Overy.html?prkw=secolo&amp;srch=9&amp;page=2&amp;cat1=1" target="_blank"><strong>entre-deux -guerres</strong></a> (1919-1939), quel periodo cruciale nella storia europea (mondiale) che troppo spesso non si considera nella sua centralità decisiva.</p>
<p>Non si tratta di cabala. Quel lungo dopoguerra conoscerà, tra gli altri, due elementi simmetrici e intrecciati, che varrebbe la pena di rileggere per la decifrazione a lungo tempo del presente: la nascita, lo sviluppo e l&#8217;organizzazione dei totalitarismi; e la polarizzazione radicale dei campi intellettuali e politici tra destra e sinistra, fascismi e antifascismi, nel clima di instabilità strutturale (di violazione e razionalizzazione repressiva) di regole e norme. Sullo sfondo, la soluzione bellica, globale, che corona e insieme articola il concetto di &#8220;guerra civile&#8221; e totale  che era stata inaugurata dal primo conflitto mondiale.</p>
<p>Per alcuni la &#8220;terza guerra&#8221; è già in corso, va vista e interpretata per l&#8217;appunto con i paradigmi nuovi, propri di un contesto indiscutibilmente mutato rispetto ad un settantennio fa (le due torri, il terrorismo islamico, l&#8217;Afghanistan e  le guerre &#8220;preventive&#8221;: l&#8217;Iraq fino all&#8217;Iran). Per altri molto del nostro futuro di sicurezza e di pace dipenderà dal nuovo corso obamiano, che in realtà registra oscillazioni preoccupanti tra retoriche distensive e incertezze strategiche.</p>
<p>Resta inevasa una questione che, allora come oggi, riveste in realtà un&#8217;importanza cruciale, ed è quella relativa alla struttura, ai funzionamenti interni e alla missione degli organismi internazionali (una &#8220;nuova&#8221; Onu, una &#8220;nuova&#8221;  Nato). Il ritardo o la pochezza del dibattito attuale intorno a questi aspetti della geopolitica contemporanea è, in efffetti, una eco sinistra di un passato che getta sul presente ombre troppo ingombranti per essere sottovalutate.</p>
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